Antonio De Lisa- Un secondo orizzonte (Poesie 2011-18)

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Antonio De Lisa- Un secondo orizzonte (Poesie 2011-18)

 

ZAGIAL

Il tuo senso del ritmo mi innamora
ignota, splendida signora.
Il luccichio della tua collana

che semina di luci la pedana
richiama un’attrazione lontana
splendente  nel frastuono dell’ora.
E io vorrei prenderti a volo
a cento passi lontano dal suolo
e baciarti mille volte in volo
mentre spunta una lucida aurora.

 

IL TUO CORPO CHE DANZA

Il tuo corpo che danza muove lo spazio
in sempre nuovi disegni: l’osservo,
che si sottrae al freddo coacervo
di divieti ordinari, mai sazio.

Mi piace il suo ritmo nascosto
e mentre lo chiamo a passi inusuali
ne controllo e ammiro l’ascesa
e il celato arabesco delle ali.
Accade che prenda il suo posto,
esso il mio, non c’è miglior intesa.
L’aperta sfida mi seduce, senza resa.
Perché non ci vediamo più? Dove sei?
Ci chiudiamo in un freddo fair play.
Ma io ancora di te non sono sazio.

 

LA DANZA, IL BUIO, L’INFINITO

A vederti ballare
col tuo passo lieve e disinibito
che scivola in un modo indefinito

vorrei dirti tre e tre volte amore,
ma mi basta uno sguardo
perché so che i tuoi passi dorati
a me son dedicati e a nessun altro.
Mi faccio spettatore,
in una folla di umori appagati,
come il muto bersaglio della freccia.
E’ scoccata verso un nuovo invito,
come la danza, il buio, l’infinito.

 

INDECISO

E la sua assenza
la sento più viva
di mille presenze,
e mi sembra allora

che si svolga, forse,
come una metamorfosi
dell’assenza in essenza,
così mi appare,

quasi la vedo,
ma non la metamorfosi: lei,
vedo lei, insieme
alla metamorfosi

che di lei è specchio,
quasi, e allora penso,
mentre all’alba
mi frantumo e mi sciolgo

nelle mille schegge di luce
di un giorno
oscuramente luminoso,
annusando l’ambiguo

odore del freddo
che stordisce e ristora
-dopo una notte in bianco-
penso, ma non so cosa penso,

e nemmeno lo so se penso,
e si fa riempire, il tempo,
della sua assenza,
ma è un’impressione,

come il ricordo
incombente
della sua presenza.
Indeciso.

 

SOLO ATTESA

Quando ti penso
il mondo mi sorride dentro.
Quando ti sento
è come se si fermasse il tempo.
Quando ti percepisco
ascolto il fruscio delle ali,
come una sorpresa.

Quando ti sento
so cos’è un canto.
Quando ti muovi
so cos’è la danza.
Quando ti abbraccio
mi dimentico di esistere,
sono solo attesa.

Quando ti lascio
è come uscire dal mondo.
Quando ti rivedo
è come un raggio d’inverno.
Quando chiudi la porta
so come è esser soli
all’inizio di una discesa.

Quando ti annuso
scivolo dentro un sogno.
Quando ti sogno
è come perdere il centro.
Quando ti penso,
mi dimentico di esistere,
sono solo attesa.

 

RESPIRO

Mi immergo nel tuo respiro
ebbro di sensazioni
inconsuete, a tratti fugaci.

I tuoi battiti del cuore,
sono l’unico ritmo che ascolto,
lontano dal mondo consueto.

All’ inizio mi eri quasi indifferente,
poi poco a poco mi hai invaso
e solo allora ho capito che cedevo.

Si era aperto un varco nella diga,
crollava il mio vecchio passato,
mi si schiudeva un mondo nuovo.

Ora lo so che non posso fare altro,
ora lo so che sono andato,
ora posso solo ubriacarmi di te.

 

DESIDERIO

Sei nei biscotti che inzuppo nel latte
nella chiave di accensione,
sei nel frigorifero e nel portone,
nei passi all’addiaccio,
sei in ogni cosa che faccio.

Ti transustanzi a colazione
con rito leggero e fuggitivo.
Ti raddoppi all’ora dell’aperitivo,
triplicandoti a cena.

Sei nei sogni che spero.

Sei in ogni mio singolo pensiero.

 

LE LUCI DELLA SERA

E le parlo piano. A lei piace
raccontarmi i suoi sintomi,
minuziosamente, da esperta.
E sprofondare in se stessa.

Quando esagera con le dosi dice
che non riesce più a sognare,
vede soltanto un grande tunnel ne-
ro, interminabile, buio e profondo.

Le luci della sera ora entrano nella stan-
za, quiete e defilate ma troppo lontane.
Sono luci che non illuminano,
come parole che non dicono.

 

CANZONE

Basta poco, una canzone,
ne decifri le parole
ma forse non hanno importanza,
quello che ti rapisce è il richiamo,

la sua portata,
l’impressionante
suo potere ancestrale.
Basta un niente, un’emozione.

Sembra spingerti a guardare
negli occhi il suo altrove.
Non ti resta che mormorare
rapito una sommessa serenata.

 

IL MARE D’INVERNO

Nella luce che scheggia il manto
di neri detriti ti sei avvolta
con pacata lussuria,
con splenetica ingordigia.

Io invece sembro un cane zoppo
e ansimante; ma solo da vicino,
da lontano posso anche
apparire un dio ignaro

che accarezza la riva.
Così appare la spiaggia
a chi d’inverno
muove lento i pensieri,

spoglio di desiderio.
Ma a me basta il rumore
della forte risacca
per rievocarne il lontano splendore.

 

UN REGALO

Quel dono che ho accolto
da mani inaspettate,
ammiccante e leggero,
sembra alluda a quel dono
sempre atteso e mai dato.

E a rimirarlo passo
la giornata – ogni piega
la fitta di un ricordo,
ogni minuto l’eco discreta
del passato. Lo slaccio

è lento come quel gesto tante
volte o forse mai arrischiato.
Ne accolgo dopo un tempo
che appare interminabile
(ed è forse solo un lampo)

il segreto celato.

 

VIAGGIO NOTTURNO

Sugli scogli che affiorano pigri
tenero è il sussurro del vento
per onde che fremono cantilenanti
nella scia della barca che solca

la notte.

Nel mare una distesa di silenzio
complice delle ombre sulla costa
in un manto che nasconde le anse
come una coperta di affanni.

Il viaggio notturno cerca
l’orizzonte
e la tua concava malinconia
nella brezza ondivaga e mutevole

delle tue diecimila direzioni.

 

TASTI BIANCHI, TASTI NERI

Perfetto sull’onda del fiato
senti il suono, tutto un canto.
Volteggia divina e altera,
tocca il piano come furia

e accende la notte e l’amore.
Tasti bianchi, tasti neri.
La musica come un delirio.
Cenni solo a me diretti

si lascia sfuggire talvolta,
madrigali sospirosi,
fraseggio e concerto d’amore
come quelli di una volta

prima di passare
al cospetto
da amante
a spettatore.

 

DOLCE AMICA CANTI AMORI

Mia compagna canti e amori
dolce amica, bei tesori
da un vita senza inganno
siamo andati delibando.

Ti ricordi quella volta,
eravamo ragazzini,
ci scoprirono una sera
(volevamo farla noi

la scoperta).
E giù le botte.
Ma nel sangue che colava
dal mio naso mi rimase

il sapore malandrino
e inebriante delle tue
cosce.
Dolce amica i canti.

Ora ti seguo.
Lontano.
Anche se famosa,
ti amo.

Mia compagna canti e amori
accendendo i nostri sensi
abbiamo spento
le angosce.

 

MADRIGALE I

Nella vita banale
che scivola e non lascia che ombre vaghe
-infestate di piaghe-
tu, la più viva che mai, immateriale

come un sogno rituale,
rinnovi nel ricordo sensazioni
antiche, che il tempo non ha sbiadito
come un colpo mortale

su insepolte emozioni.
Indeciso se chiamarti,
sfinito
di desiderante invito,

percorro ancora
una volta il tuo seno.
Con te presente
ritorna il sereno.

 

UNA MADELEINE AL MIRTO

La mia piccola Madeleine
odierna è un biscottino di mirto.
Non so bene Madeleine di cosa.
Più che di memoria di luoghi

è memoria di poesia.
Un frutto che rimanda a rime
e ritmi dannunziani, a mitologici
splendori versiliesi; sa di macchia

e di languori pomeridiani
e di sensuosi abbandoni.
E’  dolcezza di una poesia
senza complicazioni;

sa di baci e di carezze
tra cespugli e anfratti
in una nuvola di rime
e di suoni.

 

IL PAESE DELLE OMBRE

Quando sei con lei
nel paese delle ombre

la sera ce l’hai già dentro e ti avvolge
con lievi fruscii e silenzi dorati:

il sontuoso preludio della notte
è avvolto in una nuvola di echi

come uno sciame che vibra ai tuoi passi
e scuote lo sciame dei tuoi pensieri

dalla loro distratta fissità
sconvolgendone e mischiando le orme.

E’ la metamorfosi delle ombre.

 

NOTTE SU NOTTE

Oggi come la notte sei entrata
nel giorno in profondità,
protraendo l’alba fino
al primo pomeriggio

e lasciandosi dietro
una bava di sogni.
Il giorno ha ceduto
all’oltranza inferta

con un’indifferenza
rassegnata ma non ostile.
Capita che un giorno
abbia poco da dire.

Notte a notte che entra
si ricongiunge stasera.
Attenua ogni respiro,
annullando ogni urgenza.

 

TRA IL NON ANCORA E IL MAI PIU’

Non capita di frequente
di spendere un intero giorno
completamente senza ritmo.

Senza di te, non c’è ritmo:
galleggiano gli accenti,
urtandosi a caso in posti

sbagliati; non senti il tempo
e non ti manca: se ti manca
qualcosa non è il tempo;

ti senti indifferente
nel flusso silenzioso;
pause divorano i momenti forti

nel brulichio d’istanti
di cui si percepisce appena
il senso che affiora:

il tempo
si autoinghiotte;
uno strascichio di momenti

sincopati, sillabati è soltanto
quello che affiora
ma non senza un sereno oblio

di come e di perché; volteggiano
come pedine
nella stessa casella

questi momenti,
si pentono di essere nati,
nella mistica di urti

trasognati
tra il non ancora
e un mai più.

 

RIZOMA

Fuori dal cammino
di un quieto grigiore
in mattine dalle sveglie petulanti,
fuori da giornate piene

di insensate ansie, lontano
dall’uncino di troppo consueti
impegni inutili e snervanti,
ecco la Notte che ti precede.

Nel fitto ombroso del bosco
la luce apre uno spiraglio
di tanto in tanto. Vedo
qualcosa che non dovrebbe

stare sopra ma sotto:
è un rizoma, il fusto
sotterraneo somigliante
a una radice, più o meno allungato,

lungo il quale si dipartono
le radici. Le sacre radici. Solo
un attimo, lo sguardo poi coglie
la chioma e si schiarisce la radura.

 

CONFINE

L’improvvisa instabilità ferroviaria
proietta i passeggeri
in una nuvola di suoni e di sapori
che si assiepano in una folla silente

come un ermetico confine
di un mondo che si vuole sconosciuto;
è fuori dalla traccia e dalle carte
indefinito, incognito e lontano.

La promiscuità razziale confonde
e svia, come l’intruglio delle lingue;
potrebbe essere ovunque, ma lontano
dall’ orizzonte delle segnalazioni.

Nessuno sa dove né quando resterà
le sensazioni attutite impediscono
l’orientamento spaziale. Il tempo
con te fluttua come una nuvola di fumo.

 

IL VENTO

Il vento gioca come con una foglia.
Non è facile indovinare i suoi disegni;
più arabescate onde che disegni
il vento attorciglia – con il sole

allo zenit sull’equatore – flussi che si dipanano
nell’aria; ora il vento è il mare che sfoglia,
ora le fronde mansuete al richiamo,
che rispondono come un coro ondeggiante

nell’abbandono dell’ora. L’aria d’equinozio
è limpida di benessere, frange le nubi
mostrando il sole che invoglia
come all’apertura di un sipario.

Fa anche un inchino, il vento,
si avvolge, ma poi sbuffa e soffia più forte,
come in preda a un’improvvisa voglia
di spingerti in mare dalla scomoda

posizione su uno strapunto di roccia
con i piedi penzoloni e il volto
all’indietro ad abbeverarti di raggi,
a ricalcare un’immagine antica,

fanciullesca, ancestrale, per sbriciolare gli anni
e dissolvere la nuvola dell’inquietudine.
La bellezza adora eterno il presente.
Ma il vento è movimento,

non lo puoi quietare
accarezzandolo come un docile animale,
sfugge, guizza come quel pesce uccello
che si è levato in volo per corteggiare

la sua preda sul luccichio
di acque stuporose e profonde.
Tutto è movimento sulla soglia dell’immobilità
del meriggio. Tutto freme e guizza

come una foglia. Sei tu quella
foglia. Premio per aver osato l’inosabile.
Aver barattato la propria presenza
con un’ora senza direzione.

 

UNA MUSICA SENZA NOME

Le parole fuori circuito,
quelle che non servono più,
senza funzione,
di puro piacere,

di duemila anni
o di dieci minuti appena,
si alzano come
lucciole incantate

su per la collina e formano
a quest’ora una costellazione
di pura bellezza,
una musica senza nome.

 

LE NUVOLE SCULTRICI

Il sole è la fonte, ma le nuvole
scultrici. Attraverso il mutevole
loro configurarsi per masse
e filamenti, cirri e cumuli

proiettano sul mare accogliente
figure cangianti e sorprendenti,
aprono e chiudono il diaframma
del cielo. Quello è un volto,

quell’altro un astratto
coacervo; lì un buco nel velo.
A un certo punto offrono a una vela
che solca le acque ignara

del temporale in arrivo il lembo
di un alone di luce. Sembra
che sia la vela ad espanderlo,
come si tira un lenzuolo.

Ma le nuvole sono capricciose,
offrono e negano.
Sono le amanti del vento,
puro spirito di cielo.

La terra, muta e vagamente
in attesa come una trepida
fanciulla, freme nel grigio
azzurrato d’atmosfera

sotto la collina. Accoglierà
quello che le nuvole decideranno
di dare: il sollievo di una falsa minaccia,
lo scorazzare del temporale.

 


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