Antonio De Lisa- Poema eleatico

Helen e Massimo sono giunti a Elea-Velia,
accampandosi nella piana sottostante
il castello medievale.
Adagiato mollemente sul bagnasciuga,
Massimo Altai ha una specie di visione ancestrale,
tra le spume chiassose del mare;
siccome da lì si vedono le rovine di Elea/Velia,
a un certo punto, come in un sogno,
gli appaiono Parmenide e Zenone.
(…)
Parlando di filosofia, pasteggiavano
con un’insalata  con la cipolla fresca,
riempendosi la bocca a vicenda di una focaccetta calda.
Lo sguardo del venerabile grande vecchio seguiva
una linea di fuga all’orizzonte,
verso quella che ora si chiama Punta Licosa,
mentre Zenone era intento a leccarsi le dita.
(…)
Parmenide pensava a un esametro
che non gli era venuto bene
e Zenone si crucciava che non sapeva
scrivere in metro regolare.
La sua mente affilata voleva trovare la logica nella poesia.
Mentre intorno la città antica pullulava
di traffici nell’enorme mercato.


Era costruita su una collina alluvionale che poi è scesa a valle. Elea è stata sommersa dalla sua stessa terra.


A Elea/Velia non era raro che qualcuno
recitasse a memoria l’intera Iliade e anche l’Odissea.
C’era un angolino nei pressi del porto,
vicino al pozzo sacro,
in cui un emulo di Senofane faceva sfoggio
della sua arte sapienziale.
Chiedeva poco, un obolo o poco più,
e a richiesta recitava accompagnandosi con la lira
un passo scelto o qualcosa a richiesta.
(…)
Parlava un dialetto ionico un poco diverso
da quello della madrepatria, più morbido
e con un maggior numero di vocali.
Molti si fermavano ad ascoltarlo,
soprattutto Zenone era un appassionato,
mentre Parmenide scuoteva la testa veneranda
alle menzogne della poesia.
La sua metrica non indulgeva in sofistiche sottigliezze,
era scabro ed essenziale.


“Ippoi tai me phèrusin”… cominciava lentamente il maestro
e poi, dopo una leggera pausa continuava:
“Oson t’epì tumòs ikànoi”,
diceva Parmenide e quando pronunciava
queste parole Zenone non mancava mai di appoggiargli una mano
riconoscente sulle vecchie spalle
e dandogli la mano lo accompagnava
nell’impervia salita, verso l’agorà e qualche volta
verso l’arcaico anfiteatro, da cui si dominava l’intero golfo.
Da lì Parmenide dominava l’intero mondo del pensiero.
Le sue onde arrivavano fino ad Atene,
alle orecchie del terribile Platone,
che non sapeva come fare a ricostruire tempo e movimento,
dopo la vigorosa negazione eleatica, che nessuno riesce a capire,
nemmeno a spiegargliela cento volte.
(…)
Solo Zenone la capiva: le cose sono eterne,
non nascono e non periscono,
siamo noi a chiamarle in un altro modo.


Risalendo l’erta, Zenone volle comprare un cestino di olive nere
da un contadino di passaggio che parlava una lingua strana,
gli esperti lo definiscono enotrio, ma è un nome che non dice niente,
meglio sarebbe appellarlo “sannitico-lucano”.
Il contadino apparteneva a genti rozze e malagevoli,
ma dall’animo buono e dal vigore guerresco:
si conservano ancora le loro gesta
raffigurate negli affreschi delle tombe di Paestum.
(…)
Zenone non capiva che cosa dicesse il contadino,
ma non capiva anche una sua stessa teoria:
se le cose non cambiano, non cambia nemmeno il linguaggio,
che è unico e universale.
Con le olive nere nel cestino e sputando i noccioli
tra i rovi e gli sterpi e qualche masso sotto cui si nascondeva
qualche innocuo serpentello, dunque procedevano,
avvolti in uno stato d’animo di tranquillo benessere.
(…)
A noi sono arrivati frammenti di parole,
non le sensazioni che quella filosofia produceva,
il tacito accordo con l’universo, la calma spirituale.



Categorie:A10- Bozze

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