Antonio De Lisa- Un secondo orizzonte (Poesie 2012-2018)

POESIA

Io ti chiamo Poesia,
amante
e infine sposa.
Un trattato di metafisica
in quattordici versi.
Un viaggio nell’infinito
di sola andata,
senza ritorno.
Dopo millenni
fresca come una rosa.

VOCINA

Avete presente
quando un cagnolino
vi scodinzola intorno
svegliandovi

o anche un bambino
di cui avvertite sulle guance
il contatto del bacio
prima di aprire gli occhi?

Così mi è apparsa
un’idea all’alba
che sto inseguendo
da mille notti.

Nientedimeno che
una “definizione”
della poesia.
Una vocina ripeteva:

“Che cos’è la poesia?
Tutta la musica,
più il senso”. Ora
ci penserò tutta la giornata.

I SUONI DELLA NOTTE

I suoni della notte
hanno qualcosa della musica
e qualcosa della casualità
del rumore.

Segnano lo spazio,
scandiscono il tempo,
sono come un’eco
della giornata trascorsa.

Amici che ci trattengono
dall’entrare troppo in profondità
in noi stessi. Ci accudiscono come
cani fedeli. Il silenzio non esiste.

IL MORMORIO INCESSANTE DEL MANTRA

Om mani padme hum
è  il mantra buddhista
che risuona il tutto il maestoso Tibet.

Lo recitano tutti,
per andare avanti;
fra le fatiche della vita.

«Salve, o gioiello nel fiore di loto»
tu che sei simbolo
di purezza e di elevazione spirituale,
tu che sbocci avvolto dalla luce
anche se affondi le sue radici
nel fango delle acque stagnanti.

CANZONE

Basta poco, una canzone,
ne decifri le parole
ma forse non hanno importanza,
quello che ti rapisce è il richiamo,

la sua portata,
l’impressionante
suo potere ancestrale.
Basta un niente, un’emozione.

Sembra spingerti a guardare
negli occhi il suo altrove.
Non ti resta che mormorare
rapito una sommessa serenata.

DOLCE AMICA CANTI E AMORI

Mia compagna canti e amori
dolce amica, bei tesori
da un vita senza inganno
siamo andati delibando.

Ti ricordi quella volta,
eravamo ragazzini,
ci scoprirono una sera
(volevamo farla noi

la scoperta).
E giù le botte.
Ma nel sangue che colava
dal mio naso mi rimase

il sapore malandrino
e inebriante delle tue
cosce.
Dolce amica i canti.

Ora ti seguo.
Lontano.
Anche se famosa,
ti amo.

Mia compagna canti e amori
accendendo i nostri sensi
abbiamo spento
le angosce.

IL SONNO DI PINETA

Il sonno di pineta è pieno
di suoni nel giorno
del solstizio estivo
con il sole allo zenit

sul tropico del Cancro,
alle tre di pomeriggio,
-la mia ora preferita,
quella in cui il fauno

a passi felpati sceglie
il suo luogo-  il tempo
sembra rallentare.
Tra i cespugli di macchia

si intravede il mare
qualche metro più sotto
e sembra  volerti cullare
con  il suo borbottio

sugli scogli affioranti,
accolto con compiaciuto
assenso da una coppia
di gabbiani incerti

tra seduzione e stasi.
Il caldo eccita il frinire
delle cicale e sulla terra
coperta di foglie lucertole

guizzano ebbre
intorno al tuo giaciglio
regale di sogni.
Il leggero venticello

di brezza sfiora la pelle
come una carezza
prolungata e le palpebre
lasciano filtrare

il movimento delle luci
in un caleidoscopio
che invita a una quieta
meraviglia.
Il tempo si fa ondivago
e lo spazio si dilata:
è tutto lontano
e tu lo senti.

I tuoi spiriti protettori
vigilano sul tuo corpo
di terra con i loro mille
occhi sorridenti.

INDECISO

E la sua assenza
la sento più viva
di mille presenze,
e mi sembra allora

che si svolga, forse,
come una metamorfosi
dell’assenza in essenza,
così mi appare,

quasi la vedo,
ma non la metamorfosi: lei,
vedo lei, insieme
alla metamorfosi

che di lei è specchio,
quasi, e allora penso,
mentre all’alba
mi frantumo e mi sciolgo

nelle mille schegge di luce
di un giorno
oscuramente luminoso,
annusando l’ambiguo

odore del freddo
che stordisce e ristora
-dopo una notte in bianco-
penso, ma non so cosa penso,

e nemmeno lo so se penso,
e si fa riempire, il tempo,
della sua assenza,
ma è un’impressione,

come il ricordo
incombente
della sua presenza.
Indeciso.

VIA TVERSKAIA A MOSCA

In una elegante caffetteria
di via Tverskaja a Mosca
un grandioso infuso alla menta
mi separa da una ragazza bella come il sole.
E’ un sabato sera di un anno speciale.

Le parlo in fantasia in un russo

stralunato e divertito

bevendo il suo sorriso.

SOLO ATTESA

Quando ti penso
il mondo mi sorride dentro.
Quando ti sento
è come se si fermasse il tempo.
Quando ti percepisco
ascolto il fruscio delle ali,
come una sorpresa.

Quando ti sento
so cos’è un canto.
Quando ti muovi
so cos’è la danza.
Quando ti abbraccio
mi dimentico di esistere,
sono solo attesa.

Quando ti lascio
è come uscire dal mondo.
Quando ti rivedo
è come un raggio d’inverno.
Quando chiudi la porta
so come è esser soli
all’inizio di una discesa.

Quando ti annuso
scivolo dentro un sogno.
Quando ti sogno
è come perdere il centro.
Quando ti penso,
mi dimentico di esistere,
sono solo attesa.

RESPIRO

Mi immergo nel tuo respiro
ebbro di sensazioni
inconsuete, a tratti fugaci.

I tuoi battiti del cuore,
sono l’unico ritmo che ascolto,
lontano dal mondo consueto.

All’ inizio mi eri quasi indifferente,
poi poco a poco mi hai invaso
e solo allora ho capito che cedevo.

Si era aperto un varco nella diga,
crollava il mio vecchio passato,
mi si schiudeva un mondo nuovo.

Ora lo so che non posso fare altro,
ora lo so che sono andato,
ora posso solo ubriacarmi di te.

DESIDERIO

Sei nei biscotti che inzuppo nel latte
nella chiave di accensione,
sei nel frigorifero e nel portone,
nei passi all’addiaccio,
sei in ogni cosa che faccio.

Ti transustanzi a colazione
con rito leggero e fuggitivo.
Ti raddoppi all’ora dell’aperitivo,
triplicandoti a cena.
Sei nei sogni che spero.
Sei in ogni mio singolo pensiero.

UNA MUSICA SENZA NOME

Le parole fuori circuito,
quelle che non servono più,
senza funzione,
di puro piacere,

di duemila anni
o di dieci minuti appena,
si alzano come
lucciole incantate

su per la collina e formano
a quest’ora una costellazione
di pura bellezza,
una musica senza nome.

UN PIANOFORTE A TASHKENT

Qualcuno sta suonando
un piano un po’ scordato
nella sala di entrata
dell’albergo  di Tashkent.

Siamo giusto in quattro:
noi due tiriamo sempre un po’ tardi;
una coppia di russi che gorgoglia
vezzeggiativi in una angolo.

I camerieri, dai lineamenti
disperatamente mongolici,
sonnecchiano dietro snack bar deserti
sognando yurte immerse nel silenzio.

Suoni lenti cavalcano
la notte della steppa.
Tra i tappeti dell’Asia centrale
questa musica non ci sta male.

GHIACCIO

Nel deserto di ghiaccio
scricchiolano lusinghe
e gemiti; cristalline
escrescenze lunari
si affilano nelle carni,
appuntite e sonore, ma calme.
L’impassibile notte
cela lo sguardo, ferma
i gelidi passi
nello stupore incantato
che muta con lo sguardo.
Il cielo è pieno di segnali.

SAMARCANDA

A Samarcanda anche i pensieri
si pongono in prospettiva.
Le cose importanti perdono senso,
le piccole cose ne acquistano.

Ma devi avere la giornata tutta per te.
Misurare le distanze.
Inoltrarsi nel mercato
sfavillante si spezie.

Lo spazio ti riempie.

SOLE D’INVERNO

Sulla spiaggia due giovani efebi
si lanciano una sfida di salti
a torso nudo, a bruciare
le distanze delle giravolte
nel brillio della luce dorata.

Il mare d’inverno
mormora piano il suo
canto mattutino
intorno ai nostri piedi,
resi timidi dallo stupore
di essere lì fuori stagione.
E’ la stupefazione dell’ora

Siamo noi gli intrusi,
con una chitarra
ad intonare
il pigro movimento della risacca.

I pensieri volano piano
nella tersa luce dell’inverno,
conoscono la virtù riparatrice
degli sguardi.

UN CALCIO AI PROBLEMI

Non era un poema
ma è stato bello
quasi tutto e per intero:
l’alberghetto improbabile,
dove si mangiava male
e non scherzo, parlo sul serio,
la spiaggia d’inverno,
un calcio ai problemi.

IL MARE D’INVERNO

Nella luce che scheggia il manto
di neri detriti ti sei avvolta
con pacata lussuria,
con splenetica ingordigia.

Io invece sembro un cane zoppo
e ansimante; ma solo da vicino,
da lontano posso anche
apparire un dio ignaro

che accarezza la riva.
Così appare la spiaggia
a chi d’inverno
muove lento i pensieri,

spoglio di desiderio.
Ma a me basta il rumore
della forte risacca
per rievocarne il lontano splendore.

UNO STRANO SOLE

Finalmente è sceso il buio.
Ho qualche remora ancestrale
a mettermi a letto con la luce del sole.

Sembra di profanare i confini rituali
di divinità apotropaiche.
Non ci si mette a letto con la luce del sole.

In Norvegia è una specie di lucernario,
che si pavoneggia all’orizzonte,
vanitosissimo e innocuo.

Tinge i capelli delle bellissime
ragazze nordiche,
ma non ferisce nel profondo.

L’ONDA DEL FIATO

Perfetto sull’onda del fiato
senti il suono, tutto un canto.
Volteggia divina e altera,
tocca il piano come furia

e accende la notte e l’amore.
Tasti bianchi, tasti neri.
La musica come un delirio.
Cenni solo a me diretti

si lascia sfuggire talvolta,
madrigali sospirosi,
fraseggio e concerto d’amore
come quelli di una volta

prima di passare
al cospetto
da amante
a spettatore.

IL PAESE DELLE OMBRE

Quando sei con lei
nel paese delle ombre

la sera ce l’hai già dentro e ti avvolge
con lievi fruscii e silenzi dorati:

il sontuoso preludio della notte
è avvolto in una nuvola di echi

come uno sciame che vibra ai tuoi passi
e scuote lo sciame dei tuoi pensieri

dalla loro distratta fissità
sconvolgendone e mischiando le orme.
E’ la metamorfosi delle ombre.

LE CORDE DI UNA CHITARRA

Nei movimenti senza senso
di una notte senza sonno
capita di sfiorare
le corde di una chitarra,

e dal nulla si materializza
un canto vertiginoso,
come quella volta
che l’ha urlato
con tutta la tua forza,

nel fiume di gente,
in un mare di sensazioni.

Due in uno, quell’uno
che stenta a raccontarsi
e a riconoscersi ora
nel momento dell’assenza.

PERSEPOLI

La splendida Persepoli,
i resti della città regale
– della città abitata dal popolo
non è rimasto nulla-
realizzata per volontà di Dario,
che predispose la dislocazione palaziale
a illustrazione della magnificenza persiana,
fu letteralmente depredata da Alessandro Magno.

Qualcuno ha scritto che quel gesto
intendeva vendicare,
da parte del condottiero macedone,
l’incendio di Atene appiccato dai persiani.

Persepoli è come una specie
di gigantesco monumento
al grande scontro,
Persia contro Grecia.

Le porte di Persepoli
sono rivolte verso Occidente:
è lì il nemico.

WADI RUM

Un amico mi ha voluto
fare una sorpresa,
riprendendomi da dietro

mentre cerco di darmi
un contegno in sella a un dromedario
nel deserto del Wadi Rum.

Ci sarebbero da fare mille considerazioni
su che cosa significhi viaggiare
a dorso di dromedario
nella solitudine del deserto;
quali sensazioni evochi;

quali pensieri riesca a far emergere
dal profondo di se stessi.

E’ come navigare al largo nell’oceano.
Lontano.
Molto lontano.

In fondo gli oceani si somigliano,
quello d’acqua e quello di sabbia.

Sono l’immagine stessa dell’infinito.
E nell’infinito si può abitare solo in spirito.

L’ORA DELL’ADDIO

Muscat, Oman, l’ora dell’addio.
Arriva sempre questo momento.
Prima o poi.
La sensazione relativa a quest’ora
dipende da tante cose,
se sei stato bene,
se hai imparato qualcosa nella ruota della vita,
se hai capito qualcosa di più di questo mondo,
che è il motivo stesso per cui si viaggia.

Sì, sono stato bene, qualcosa ho capito;
ma chi ha vissuto l’esperienza
di un viaggio in Oman una cosa soprattutto
si porterà nel cuore: la sua gente.

Non ha un grande artigianato,
la sua storia di fango e gloria
è stata interamente ricostruita nelle sue fortezze,
nei suoi villaggi.

L’Oman non è la Persia,
ma nemmeno Samarcanda.
L’Oman è il suo spazio, la sua gente.
Tranquilla, discreta, pulita. Accogliente.

SUONO E SILENZIO

Il silenzio circonda interamente la tua solitudine.
Ora capisco perché il libro sacro, il Corano,
è pieno di avvertenze, come per esempio:
qualsiasi cosa fai, sappi che Dio ti vede.
Il pastore arabo o il beduino considera queste frasi
come una consolazione (non sei solo)
e una minaccia (se tenti di uccidere qualcuno).
Non si è mai soli se reciti sui grani del tuo rosario.
Il mormorio continuo della fede
è il tuo compagno di viaggio.

UN PIANOFORTE A TASHKENT

Qualcuno sta suonando il pianoforte
nella sala di entrata dell’albergo  di Tashkent.
Il piano è un po’ scordato ma non fa niente,
anche la musica è un po’ scordata ma non fa niente.
Tra i marmi e i tappeti dell’Asia centrale
questa musica non ci sta male.

Siamo giusto in tre:
io qui perché è l’unica zona con il wi-fi.
Una coppia di moscoviti che gorgoglia
vezzeggiativi in una angolo,
immemori della passata grandezza
della loro patria.

I camerieri dai lineamenti
disperatamente mongolici,
ma che parlano in russo,
sonnecchiano dietro snack bar deserti
sognando yurte immerse nel silenzio.
Suoni lenti cavalcano la notte della steppa.

UNA FAVOLA ANDINA

La compagnia aerea con cui volo
verso l’Argentina,
verso una Patagonia
sognata da una vita,
ha orari bislacchi a bordo:
hanno portato la cena
praticamente
alle tre di notte (ora italiana).

Io avevo già cenato
(una entrecote dall’aspetto equivoco,
tirata fuori da un contenitore di plastica,
ma rivelatasi buonissima),
nell’aeroporto di Madrid,
e quindi ho saltato,
ma avrei dovuto ricenare,
ho avuto fame per tutta la notte,
senza nemmeno una dormita.

Ogni tanto sorvegliavo dal finestrino
il mondo che si svolgeva lento
nel buio della notte planetaria:
l’Africa notturna è priva di luci,
come l’oceano atlantico,
di più sul Brasile.

E il sorgere del sole
ha avuto le movenze
di una favola andina.

PONTI

Lo sciabordio dell’acqua sulla sponda
è rinfrescante e tranquillizzante.

Sui ponti che si susseguono
in lontananza
continua a scorrere il traffico,
ma da qui è attutito.
Tutto è pace e silenzio
ai bordi del Nilo
e in questi momenti tutto è niente.

Non deve essere diversa,
questa fase contemplativa,
da quella di un vecchio che vedo
sulla seggiola sul balcone di casa.

Riuscire a raggiungere
questa tranquilla accettazione
del proprio destino per lui
forse è stata una necessità,
per me una conquista.

Non si può chiedere di più,
questa è la radice dell’ansia
e della depressione;
qualche volta forse
bisogna imparare
a chiedere di meno,
o a non chiedere e basta.

VIAGGIO NOTTURNO

Sugli scogli che affiorano pigri
tenero è il sussurro del vento
per onde che fremono cantilenanti
nella scia della barca che solca
la notte.

Nel mare una distesa di silenzio
complice delle ombre sulla costa
in un manto che nasconde le anse
come una coperta di affanni.

Il viaggio notturno cerca
l’orizzonte
e la tua concava malinconia
nella brezza ondivaga e mutevole
delle tue diecimila direzioni.

IL SOFFIO DELLA VITA

Inutile chiedersi cosa sia, in
fondo, la medicina. La medicina d’og-
gi. Mio padre con i suoi metodi anti-
quati ti auscultava con lo stetoscopio,
tamburellava un dito sull’altro
per controllare la risonanza
degli organi interni, appoggiava
l’orecchio alla schiena e al cuore
per ascoltare il soffio della vita;
un modo accogliente per l’entrata
in un mondo terribilmente sacro:
il corpo, la malattia, la guarigione.
Questi medici che sto conoscendo
si limitano a toccarti con una
specie di mouse pieno di gel
per mandare segnali a una macchina.
Quei gesti parlavano la lingua che
il corpo si attende, nel suo urlo
di dolore e di speranza, esorcizzando
la paura del paziente di non uscirne più.
Questi, della piena efficienza del guarire.
Ma quelli bravi si riconoscono subito,
ieri come oggi, per i quali le macchine
sono solo strumenti. Esculapio non è morto.
Non si è spento il soffio della vita.

LE GIOVANI PARCHE

Il gioco crudele delle giovani Parche
sembra indistinguibile dal caso:
tirano a sorte per decidere
chi deve vivere o morire?
O seguono un imprescruta-
bile disegno chiamato “destino”?
Non mi può rispondere colui
a cui hanno appena applicato due by-pass.
E’ stato colto da un infarto su un’auto-
strada di grande traffico,
mentre guidava un camion.
Peggio di così non gli poteva an-
dare, ma si è salvato.
E’ più giovane di me, ma fa una vita
dura, massacrante. Sono contento
che le giovani Parche gli abbiano
regalato un benevolo sorriso.

DIAGNOSI

La diagnosi esatta, che una volta
era un vanto anche per sempli-
ci medici condotti,
come lo era mio padre,

ora sembra basarsi su una nu-
vola di probabilità quantica:
si è rotto un muscolo, ma ti
si spalanca davanti il cimitero.

Anche il mugugno refertoria-
le scribacchiato su un pezzetto
di carta intestata annuncia di-
sastri di cui ignori il significato.

Sembra alludere a un’angina,
parola terribile a sentirla pro-
nunciare, come l’inizio di periglio-
se avventure e odissee ospedaliere.

E’ qualcosa che ha a che fare
con arterie  profonde,
un tumulto cardio-vascolare,
qualcosa che si ottura,

con un’incombente minaccia per
l’organismo e conseguenze nefaste.
Ma non ci sono i sintomi: il sudore,
il vomito; il dolore sì, però.

Mi produco in una spericolata
semeiotica dell’infarto e
delle sue evidenze, ma si sa che
in medicina non c’è mai la parola fine.

VIAGGIATORI

Dopo una vita di lavoro
finiscono in un reparto d’ospedale.
Non dico di me, in fondo
mi sono divertito.
Parlo di gente che ha cominciato
a lavorare quando io andavo a ballare.
Ci siamo dati appuntamento
in questo particolare momento.
Mi trovo bene con i camionisti
con cui condivido le luci notturne,
la razione di pillole
e il cicaleccio con le infermiere.
In fondo siamo tutti viaggiatori.
Il bagno in perfetto ordine
sembra la toilette
di un Autogrill autostradale.

SANGUE ILLUMINATO

Una triplice convulsione
mi conduce dalla sala d’attesa
nelle volute di un mondo do-
ve le dimensioni del corpo

sono materiate di soli nomi
e di circostanze aggravanti:
coaguli, enzimi positivi,
blocco di Branca, infezioni.

Sono introdotto all’eco-doppler vasco-
lare, una vera macchina parlante, un
congegno super sofisticato che ti
esplora il sistema sanguigno a colori

con lucine rosse e blu che si accen-
dono quando il bravo medico ti preme
vene e arterie. Comincio a preoccuparmi
quando non si accende qualche luce.

Nelle mie astrazioni intellettuali
il sangue entra come una metafora.
In questo caso, invece, le tracce
diventano scie di sangue illuminato.

Ma lo specialista mi assicura
che va tutto bene, c’è solo
qualche arteria bloccata, ma pic-
cola. Solo una feritina piccolina.

Nessun segno di danni maggiori.
Alzo gli occhi al cielo,
anche se sono steso in mutande
sul lettino. Non devo sembrare

un granché. Qui non ci sono meta-
fore. Il monitor descrive i percorsi
del sangue ed è anche amplificato:
diastole e sistole come sfiati di balene.

In fondo, è solo sangue,
e non lo devo neanche vedere dal vi-
vo, ne seguo solo le giravolte
ma perché mi viene da vomitare?

Gli occhi che avevo alzato al cielo
si abbassano nel reparto intensivo
su petti traforati di persone
con molte arterie bloccate e cieche.

Il cuore è la prima vittima del ritmo
forsennato con cui conduciamo la vi-
ta. Non si ha mai tempo per niente,
non c’è mai sosta, è tutto uno scappar via.

CENERE

Il caffè è spasmogeno
e le sigarette tossiche.
Va bene, concedo.
Ma per chi si reggeva
su questi due pilastri
è come pretendere
di muovere la macchina
senza ruote.
Quella che resta è una carcassa
che si aggira come un fantasma
nicotinico dipendente in astinenza
caffeina dipendente arenato.
Una cosa alla volta:
non dovevate vietarmi
in un colpo solo
sigarette e caffè.
M’avete ridato la vita,
ma tolta la voglia.

PRIMI PASSI

A comprare i giornali
ci vado da solo e presto,
cammino come uno zombie,
auscultandomi dall’interno.
I primi passi sull’asfalto
raccontano la fragilità
e insieme la resistenza
del corpo umano: aperto
a imprevedibili insulti
ma anche capace di reagire.
Però, bisogna sempre rico-
minciare?
Dalla vita activa sprofondare
nell’inerzia, a periodi obbli-
gati?
Quale dio
hai offeso con le tue azioni?
O forse ci sono solo ripartenze
nella vita? Si comincia o ricomincia
e non si arriva mai?

O DI QUA O DI LA’

C’è un certo punto in cui decidi:
o di qua o di là,
o ti converti definitivamente
o fai il salto nel nulla.
Lo si vede in corsia, nei reparti
a rischio, quando un diacono
porta l’ostia della comunione.
Forse è l’ultima scelta,
il rientro sulla grande via
della consolazione.
Chi non ha niente da decidere,
perché è stato sempre di là,
una fitta la sente comunque un po’,
si sente ancora una volta estraneo.
Ma è solo un fugace palpito di pensiero,
immagina cosa gli direbbe
il suo amico musulmano.

VETRO RIGATO

Com’è la gente che incontri
nelle tue prime passeggiate
da convalescente un po’ imbranato?
Ti guarda strano e ha un tono
di voce più alto,
sembra che si muova a scatti
e che ti debba urtare
da un momento all’altro.
Nella pioggia di primavera
tutto sembra fluire come
da dietro un vetro rigato.

LE LUCI DELLA SERA

E le parlo piano. A lei piace
raccontarmi i suoi sintomi,
minuziosamente, da esperta.
E sprofondare in se stessa.

Quando esagera con le dosi dice
che non riesce più a sognare,
vede soltanto un grande tunnel ne-
ro, interminabilmente buio e profondo.

Le luci della sera ora entrano nella stan-
za, quiete e defilate ma troppo lontane.
Sono luci che non illuminano,
come parole che non dicono.

SILENZIO

Come un adolescente
schiaccio il naso
sul vetro della finestra

Dell’ospedale
mentre fuori il mondo
si stiracchia in un nuovo inizio.
Le auto sono rade,
la pioggia intermittente;
qualche goccia
rimbalza sul vetro,
come a volermi destare
dal sogno a occhi aperti.

UNA MADELEINE AL MIRTO

La mia piccola Madeleine
odierna è un biscottino di mirto.
Non so bene Madeleine di cosa.
Più che di memoria di luoghi

è memoria di poesia.
Un frutto che rimanda a rime
e ritmi dannunziani, a mitologici
splendori versiliesi; sa di macchia

e di languori pomeridiani
e di sensuosi abbandoni.
E’  dolcezza di una poesia
senza complicazioni;

sa di baci e di carezze
tra cespugli e anfratti
in una nuvola di rime
e di suoni.

SHANGAI SONG

Dalla finestra di un hotel
a un piano qualsiasi
di un grattacielo di Shangai
osservo una fanciulla che fa yoga
nell’ appartamento di fronte.

Dopo la serata nel vecchio quartiere
francese e una notte insonne
fatico a tenere aperti gli occhi.
Non riesco a distinguere
la realtà dalla visione,
il sogno dall’ immaginazione.

La mattinata grigia spegne lo scintillio
di Pudong, dove sembra
di essere a New York,

ma sono di nuovo

nell’altra parte del mondo.
L’apparizione mi sembra
più vera della realtà,
più immaginosa dell’apparenza.

Come la mia vita,

che sembrava prendere

un’altra direzione.

ANTONIO DE LISA

Tutti i diritti riservati



Categorie:A03- POESIA / Un secondo orizzonte (poesie 2012-20) - A second horizon (Poems 2012-20)

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