Filologia slava

MODULO 1

NOZIONI STORICO-CULTURALI

 

La filologia slava è un argomento più ampio rispetto alla filologia romanza o germanica; mentre per noi la filologia è una branca dello studio della lingua (che analizza i testi antichi per ricostruire le lingue scomparse), nei Paesi slavi la filologia comprende tutte le materie linguistiche, corrispondendo circa al nostro indirizzo di lettere.

La filologia slava nacque tra il ‘700 e l’ ‘800, quando i popoli slavi, tranne i russi, non avevano una nazione propria ed erano “separati” dalle dominazioni (per esempio i polacchi erano dominati dall’Impero Austro-Ungarico e dalla Prussia). In questo periodo il contesto culturale pre-romantico esaltava lo studio delle origini del proprio popolo, e ciò portò ad un intenso studio delle culture slave, che negli anni ’20 e ’30 dell’ ‘800 diede vita al movimento slavofilo; questo nuovo interesse per le proprie origini portò un primo senso di appartenenza comune nei popoli slavi, divisi dalle dominazioni.

Nell’ ‘800 la filologia slava si occupò di ricostruire la prima lingua slava scritta, il paleoslavo (le antiche popolazioni slave parlavano lingue diverse, ma scrivevano tutte in paleoslavo). Questa lingua risale all’ ‘800 d.C. e venne usata in letteratura per mille anni, fino a inizio ‘800; la storia dei popoli slavi prima dell’adozione del paleoslavo ci è stata tramandata da resoconti latini, germanici e turchi.

 

L’Indoeuropeo aveva due ramificazioni, definite dal modo di dire “cento”: il greco, il latino, e le lingue romanze sono lingue “kentum (la lettera iniziale è “k” o “c”, come in “cento”), mentre protoslavo, paleoslavo e lingue slave moderne sono lingue “satem (la lettera iniziale è “s” o “z”, come in “cтo”). La forma “kentum” è più antica della forma “satem”, in quanto le lingue passano dalle consonanti dure (“k”) a quelle dolci (“s”), ma mai il contrario.

 

Per via delle mescolanze avvenute nel corso dei secoli non si può definire con certezza dove iniziano e dove finiscono i popoli slavi, e inoltre non c’è una relazione univoca tra popolo e lingua: per esempio i bulgari sono slavi, eppure prima, per via dell’invasione ottomana, una parte di loro parlava una lingua turca, che poi è stata soppiantata da quella slava.

L’area slava è cambiata molto nel tempo, infatti nell’Alto Medioevo arrivava fino al fiume Elba: ciò è testimoniato dalla presenza del Polabo e del Serbo-lusaziano, due lingue slave parlate in Germania. Inoltre tutt’oggi ci sono significative minoranze slave in Friuli Venezia-Gliulia.

Le lingue slave sono divise in 3 macrogruppi, derivanti dalla somiglianza di alcuni aspetti linguistici tra le lingue che li compongono (per esempio tutte le lingue slave meridionali usano come standard l’aggettivo breve); questi macrogruppi sono:

 

Lingue slave orientali (russo, bielorusso, ucraino): è il gruppo di lingue con più somiglianze. Le lingue slave orientali si sono differenziate più tardi e meno marcatamente rispetto alle altre perchè all’inizio erano comprese in un’unica nazione (la Русь di Kiev). La loro differenziazione iniziò nel ‘300, con l’invasione di una parte della Русь da parte del Regno Polacco-Lituano.

 

Lingue slave occidentali (polacco, slovacco, ceco, serbo-lusaziano): fino all’ 800 d.C. gli slavi arrivavano molto più a ovest rispetto ad adesso (fino alla Sassonia, nella Germania centrale); ciò è dimostrato da alcuni toponimi: per esempio “Lipsia” deriva da “lipa”, parola slava che significa “tiglio”, e “Berlino” deriva da “berlo”, che in slavo antico significava “palo”. La passata presenza slava in Germania è testimoniata anche dalla presenza di alcune lingue dette lechitiche, cioè che assomigliano al polacco (Leh è il mitologico progenitore dei polacchi); queste lingue sono:

serbo-lusaziano: è parlato in Sassonia, e le sue prime tracce scritte risalgono al ‘700. Il serbo-lusaziano, o sorabo, è diviso in “alto” e “basso”: l’alto sorabo è influenzato dal ceco, mentre il basso sorabo è influenzato dal polacco. Oggi il serbo-lusaziano conta circa 50.000 parlanti: fino all’ ’89 erano molti di più perchè il regime comunista tutelava le minoranze linguistiche, mentre con l’unificazione della Germania, per motivi economici, si spinse per l’omogeneizzazione della lingua tedesca in tutta la nazione.

 polabo: la parola “polabo” deriva dal prefisso slavo “po”, che significa “lungo”, e “labe”, che era il nome slavo del fiume Elba: infatti questa lingua veniva parlata nell’area dell’Elba e si estinse nell’ ‘800.

 kashubo: è stato riconosciuto come lingua vera e propria nel 2005, ed è parlato nella zona di Danzica, in Polonia.

 

Lingue slave meridionali (sloveno, croato, serbo, bosniaco, bulgaro, macedone, albanese): al contrario delle lingue slave orientali, quelle meridionali sono molto diverse tra loro, perchè in quei territori si incontrarono diversi imperi con diverse lingue. Le lingue slave meridionali sono:

sloveno: si è sviluppato per motivi religiosi, attraverso la traduzione in volgare dei testi sacri, dovuto al fatto che veniva rifiutata l’intermediazione del latino (in quanto il re di Pannonia, che corrisponde grossomodo all’antica Slovenia, venne convertito da Costantino, che appunto diceva che il rito e gli scritti religiosi dovessero essere nella lingua locale). Lo sloveno è l’unica lingua slava che conserva il duale.

  croato e serbo: fino all’ ‘800 il popolo croato e quello serbo subivano due dominazioni differenti (i croati erano parte dell’Impero Asburgico e i serbi erano parte dell’Impero Ottomano): questa diversità diede vita a due lingue separate. Tuttavia nell’ ‘800 si cercò di avvicinare questi due popoli costituendo un’unica lingua, il serbo-croato. Questa lingua però era più che altro simbolica, infatti rimanevano delle discrepanze nel lessico tra i parlanti croati e quelli serbi. Questa unione tra Serbia e Croazia durò 150 anni, fino al disfacimento della Jugoslavia; oltre che per motivi politici, questi due paesi si separarono per motivi culturali e religiosi (i croati erano cattolici e i serbi ortodossi).

bosniaco: i bosniaci sono musulmani da secoli, per via dell’influenza dell’Impero Ottomano. Il bosniaco venne riconosciuto ufficialmente come lingua dopo la guerra in Jugoslavia.

  bulgaro: nacque come lingua a sé quando i russi sconfissero i turchi e diedero l’indipendenza alla Bulgaria.

 macedone: all’inizio era considerato un dialetto bulgaro. Sotto il dominio turco nacque un movimento indipendentista che voleva il macedone come lingua vera e propria, ma questo avvenne solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Macedonia di oggi è molto diversa da quella dell’antichità: prima era una regione della Grecia, e nel corso del tempo alcune popolazioni slave si proclamarono macedoni. Per questo motivo quando i macedoni chiesero di essere riconosciuti come nazione la Grecia temeva che avrebbero rivendicato i territori della Macedonia greca (quella “vera”). E sempre per questo il territorio che chiamiamo in modo informale “Macedonia” in realtà si chiama FYROM.

 

Tutte le lingue slave si servono dei casi, tuttavia più si va verso sud, più i casi si “semplificano”, fin quasi a scomparire; inoltre compare l’articolo, che è posposto. In diverse lingue balcaniche come bulgaro, macedone e serbo, non esiste l’infinito dei verbi.

 

Nell’ ‘800 ci si chiese dov’è nato il popolo slavo, e si ipotizzò che l’area d’origine fosse tra Ucraina, Polonia e Bielorussia, e che in seguito gli slavi siano migrati a est (Russia), a ovest (Polonia e metà Germania) e a sud (Macedonia e Bulgaria).

Le prime società slave erano organizzate in clan famigliari, molto uniti e articolati: ciò si vede ancora oggi nei nomi di parentela, che sono molto specifici e spesso fanno distinzione tra parenti del marito e parenti della moglie. Una volta diventate sedentarie le tribù si svilupparono in principati, che avevano rapporti con popolazioni turco-iraniche, germaniche e baltiche (oggi le lingue baltiche sono solo l’estone, il lettone e il lituano, ma prima esisteva anche l’antico prussiano). Per un certo periodo i rapporti tra popolazioni slave e popolazioni baltiche furono molto stretti, e per questo si è ipotizzato che dalle lingue slave sarebbero derivate le lingue baltiche.

Prima della conversione al cristianesimo i principi slavi erano chiamati “Kagàn” (parola di origine turca), e con la nascita della Русь presero il nome di “Князь; questa parola deriva dal germanico “Künigas”, infatti in tedesco “Re” si dice “König” e in inglese “King”. Verso il ‘500, durante l’età dei principati, il sovrano prese il nome di “Царь: questa parola deriva da “Цезарь” (“Cesare”), che all’inizio veniva usata per indicare i sovrani stranieri. La differenza tra “Князь” e “Царь” è che “Князь” indica un principe “qualunque”, mentre “Царь” indica un sovrano scelto direttamente da dio. Invece “Король” deriva da “Karl”(Carlo Magno), e indicava i re europei o della slavia cattolica (polacchi o boemi). In paleoslavo si pronunciava [‘Korl], che poi diventò “Krol” (in polacco si dice ancora così); in seguito la parola si è evoluta in “Kral” nelle lingue slave meridionali, e nelle lingue slave orientali è diventata “Король”.

 

 

STORIA DELLA SLAVIA ORTODOSSA:

 

Si ipotizza che inizialmente le popolazioni slave fossero concentrate in un unico territorio, e che una volta rafforzatesi abbiano iniziato a migrare; le migrazioni avvennero dal 200 d.C. all’ 800 d.C.. In questi secoli nacquero degli Stati slavi, che spesso avevano vita breve. Il maggior nemico degli slavi era il Sacro Romano Impero che, con l’incoronazione di Carlo Magno, iniziò ad espandersi verso est convertendo le popolazioni sottomesse.

Fino all’ 800 d.C. gli slavi erano pagani e politeisti, e della loro religione non si sa molto. Nel 1950 il “Mito di Veles”, ritenuto il relitto di un racconto epico slavo, fu riconosciuto come un falso storico.

Nell’ 800 d.C. gli Stati slavi erano: Grande Moravia, che durò poco e di cui non si conoscono gli esatti confini (corrispondeva grossomodo all’attuale Repubblica Ceca), Stato Croato e Khaganato di Bulgaria, grande potenza che separava la Grande Moravia dall’Impero Ottomano (era quindi una “barriera” tra l’area slava e quella turca). Inoltre nella seconda metà dell’ 800 d.C. nacque la Русь, la cui capitale era Kiev. Si pensa che la Русь sia nata per una colonizzazione di variaghi e vichinghi sulle popolazioni slave autoctone; il nome “Русь” deriverebbe da “Rus“, che nelle lingue scandinave significava “rematori”. La Русь era estesa circa come Ucraina e Bielorussia, ed era governata da un Principe (“Князь”), e ogni regione aveva un principe sottoposto che la governava.

La Grande Moravia era governata da Ratislav, che nell’ 863 d.C. chiese all’ Impero Bizantino l’invio di missionari per convertire il suo Stato al cristianesimo: il fatto che la Grande Moravia si rivolse all’ Impero Bizantino, e non al vicino Sacro Romano Impero, fu una mossa molto importante, in quanto così prese una forte posizione, “rifiutandosi” di avvicinarsi all’influenza del Sacro Romano Impero, che in quel tempo era la maggiore potenza d’Europa. La richiesta di missionari fu molto importante, perchè la conversione che ne seguì portò anche la scrittura, sancendo così la fine della preistoria slava. Bisanzio mandò i fratelli Costantino (in seguito Cirillo) e Metodio: Costantino creò l’alfabeto glagolitico, il primo alfabeto slavo.

Costantino e Metodio avevano intenzione di andare a Roma perchè la liturgia slava, in quanto diversa, rischiava di essere dichiarata eretica, e i due fratelli volevano parlare con il Papa perchè questo non avvenisse. A Venezia Costantino ebbe una disputa con i trilinguisti, una setta cristiana che considerava lingue sacre solo il greco, il latino e l’ebraico. Arrivati a Roma, Costantino e Metodio ricevettero il totale appoggio del Papa.

In seguito Costantino si fece monaco e si chiamò Cirillo; Metodio invece diventò Vescovo di Sirmio (nell’odierna Serbia).

I discepoli dei due fratelli (Gorazd, Naùm e Clemente) vennero cacciati dalla Moravia quando questa venne conquistata dal Sacro Romano Impero, e vennero accolti in Bulgaria. Qui si stabilirono a Preslav, da poco capitale del Khaganato. Il Khagan di Bulgaria, Boris, si convertì al cristianesimo nel 885 d.C. e assunse il nome di Michele; a Preslav i tre discepoli crearono un nuovo alfabeto, il cirillico. In seguito i discepoli andarono a Ohrid, in Macedonia: mentre in Bulgaria si usava il cirillico, in Macedonia si usava il glagolitico, che si diffuse fino in Croazia (la Croazia era cattolica, ma con lo Scisma d’Oriente iniziò ad usare il glagolitico come alfabeto ecclesiastico, e lo usò fino all’ ‘800).

Nel X secolo nacque il Principato di Boemia (attuale Repubblica Ceca), che aveva stretti rapporti con il Sacro Romano Impero. La Polonia, per opporsi simbolicamente all’influenza boema e germanica, quando si convertì al cristianesimo (966 d.C.) adottò la dottrina romana.

La Русь fu l’ultima nazione slava a convertirsi, nel 988 d.C.: a lungo la Русь fu il punto di riferimento nella cristianità slava, perchè era l’unica nazione slava a non essere sotto dominio di altri.

La cristianizzazione dei paesi slavi aprì a questi nuove interazioni con le altre nazioni cristiane (Roma, Sacro Romano Impero, Impero Bizantino). Per il primo millennio non ci furono grandi divergenze tra Chiesa d’Occidente e Chiesa d’Oriente, almeno fino allo Scisma d’Oriente (1056), che divise la fede in cattolica (“universale”) e ortodossa (“che segue la vera via”). Perfino lo Scisma veniva considerato reversibile, almeno fino alla “Quarta Crociata”, nel ‘200: dei cavalieri dell’Europa occidentale saccheggiarono Bisanzio, e ciò indignò e allontanò la Chiesa ortodossa perchè questi cavalieri avevano saccheggiato una città cristiana come loro stessi, era come aver aggredito un proprio fratello. Dopo questo evento la Chiesa ortodossa non volle più comunicare con la Chiesa di Roma.

La fede cattolica e quella ortodossa si differenziano perchè:

La Chiesa ortodossa era molto più refrattaria alle innovazioni rispetto a quella cattolica, infatti riconosceva solo le decisioni dei primi 7 concili, mentre la Chiesa cattolica accettò ulteriori innovazioni.

Mentre la Chiesa cattolica era centralizzata, ammettendo il Papa come unico capo della Chiesa, quella ortodossa era policentrica, infatti ogni nazione ortodossa aveva il suo Patriarca.

La fede ortodossa rifiuta il purgatorio: nel mondo cattolico l’idea del purgatorio portò al diffondersi della compravendita delle indulgenze, e quindi alla corruzione del clero, che fu il motivo della nascita della Chiesa protestante.

La figura di Maria viene vista in modo diverso: mentre nella dottrina cattolica è considerata quasi come una divinità autonoma, in quella ortodossa è solo un intermediario tra dio e l’uomo, colei che ha permesso a dio di scendere in terra e attuare il suo piano. Infatti in italiano si dice “Madonna” (“mia signora”), mentre in slavo Maria è chiamata “Богородица” (“colei che ha dato vita a dio”).

 

Dopo lo Scisma le differenze si acuirono anche all’interno dell’area slava, tanto che ad un certo punto si distinse tra slavia latina (composta da Slovenia, Slovacchia, Polonia, Croazia e Boemia) e slavia ortodossa (composta da Русь, Serbia, Bulgaria e Macedonia). La slavia latina non era chiamata così perchè faceva riferimento a Roma (infatti comprendeva anche dei territori slavi di confessione protestante), ma perchè usava il latino nella liturgia e negli scritti.

Sia nella slavia ortodossa che nella slavia latina ci furono delle proteste, come nel caso di Ian Hus, un riformatore boemo che diceva che la liturgia doveva essere in slavo, e non in latino; per questo modificò l’alfabeto latino aggiungendo i segni diacritici, adattandolo così ai suoni delle lingue slave. L’uso dell’alfabeto latino era ciò che distingueva la slavia latina da quella ortodossa, che invece usava l’alfabeto cirillico o quello glagolitico. Quindi, ricapitolando, la slavia latina utilizzava l’alfabeto latino con i segni diacritici, mentre la slavia ortodossa utilizzava il glagolitico e il cirillico.

La slavia latina, per la sua vicinanza culturale e religiosa con l’Europa occidentale, potè “usufruire” delle innovazioni culturali dell’occidente, seppur con degli anni di ritardo; inoltre ebbe ruoli importanti nelle dinamiche europee, per esempio per un pò un boemo fu re del Sacro Romano Impero. Invece nella slavia ortodossa le cose erano diverse, infatti essa subì diverse invasioni: per esempio la Bulgaria cadde in mano ottomana nel ‘200; sempre nel ‘200 la Русь, già indebolita da delle lotte interne, fu facilmente sottomessa dai Tartari. I Tartari non risiedevano nei territori conquistati, ma riscuotevano le tasse; proprio per pagare queste tasse venne istituita la servitù della gleba. La prima vittoria dei principati russi contro i Tartari, guidati dal principato moscovita, fu la Battaglia di Kulikovo. Questa vittoria diede prestigio a Mosca, che riunì tutti i principati e creò così una nuova Русь, nuovo punto di riferimento della cristianità ortodossa. Nel ‘300 nacque il Regno Polacco-Lituano, che era nemico della Русь moscovita a livello militare e culturale (il Regno Polacco-Lituano era cattolico, la Русь ortodossa). Inoltre, sempre nel ‘300, nella slavia ortodossa ci fu una riforma linguistica, attuata dal patriarca Eutimio, che semplificò l’ortografia del paleoslavo.

 

La Русь aveva una visione fortemente provvidenziale: si pensava infatti che la Русь non fosse sotto dominio altrui perchè non commetteva peccati, e perciò dio la difendeva; uno dei tanti motivi della scarsa innovazione all’interno della Chiesa ortodossa era proprio la paura di “fare un passo falso” e perdere così la benevolenza divina. Questa visione provvidenziale venne proiettata anche sulla caduta di Bisanzio in mano turca, infatti quest’evento generò sentimenti contrastanti: da una parte la Русь considerava i bizantini come fratelli, in quanto anch’essi erano ortodossi, ma dall’altra era convinta che la conquista di Bisanzio fosse una punizione di dio per i peccati commessi dai bizantini.

Nel ‘500 ci furono stretti rapporti tra Русь moscovita (cultura ortodossa) e Regno Polacco-Lituano (cultura occidentale), che sfociarono nell’invasione della Русь moscovita da parte del Regno Polacco-Lituano. Questa invasione portò alla costituzione dell’Unione di Brest, un’unione tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa: gli ortodossi che vivevano nei territori conquistati dal Regno Polacco-Lituano erano autorizzati a mantenere il loro rito liturgico, ma dovevano riconoscere l’autorità del Papa.

Questa forte interazione tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa portò al dibattito tra ortodossi e gesuiti (una setta cattolica): i gesuiti erano “avvantaggiati” perchè sapevano il latino e di conseguenza avevano facile accesso alla cultura occidentale. Per colmare questa mancanza, nel 1682 a Mosca nacque la prima accademia, che era riservata ai sacerdoti: in questa accademia si studiava latino, greco, retorica. L’istituzione di questa accademia fu il primo segno di occidentalizzazione della Russia.

Il ‘500 portò molte innovazioni nella letteratura della slavia ortodossa, ma prima di queste innovazioni le opere maggiori erano il Tetravangelo (una raccolta dei 4 vangeli), l’Aprakos (letteralmente “non lavoro”, veniva letto di domenica), l’Apostol (una raccolta di atti e di lettere degli apostoli) e le “летопись”,opere che corrispondono circa ai nostri annali: sono infatti un elenco dei maggiori eventi politici, culturali e naturali scritti anno per anno. Le летопись partivano dalla creazione del mondo (che si credeva fosse avvenuta 5508 anni prima di Cristo), e raccontavano anno per anno gli avvenimenti; le ultime летопись arrivano fino a Pietro il Grande. Inoltre anche nella slavia ortodossa, come nel resto d’Europa, erano diffusi bestiari e racconti di viaggio.

La grande innovazione del ‘500 fu che nacquero testi non religiosi, di carattere epico-guerresco; tuttavia questi scritti prendevano come modello la bibbia e spesso ne riportavano alcuni pezzi: per questo la “Schiera di Игорь”, il più importante scritto del ‘500, viene quasi considerato uno scritto sacro (es: il presagio della sconfitta di Игорь è dato da un’eclissi, lo stesso fenomeno che preannunciava le Piaghe d’Egitto).

Quindi nel ‘500, con la nascita dei testi non religiosi, in Russia convivevano 3 generi:

Testi sacri: Bibbia, Tetravangelo, Apostol e Aprkaos.

Житие, cioè il racconto della vita dei santi.

Летопись, cioè gli annali.

Слово e Сказание, che potevano essere un racconto epico-storico o la vita di re e principi. Questi due generi nacquero dal racconto annalistico, e furono i primi a presentare aspetti lirici e psicologici. A questi due generi appartengono i primi scritti non religiosi. Gli слово più importanti sono:

La Battaglia di Kulikovo”, che racconta la sconfitta che inflisse Дмитрий Донской ai Tartari nella Battaglia di Kulikovo del 1380.

La Schiera di Игорь”: questo scritto parla del principe della Русь Игорь (cristiano), che, preso dalla superbia, viene sconfitto in battaglia e fatto prigioniero dai Cumani (musulmani); in seguito Игорь riesce a tornare a casa, e il suo ultimo atto prima di morire è chiedere perdono a dio per la sua superbia.

“La Schiera di Игорь” è ritenuta da alcuni un falso storico, perchè:

la copia originale è andata distrutta.

non si sa con precisione quando è stato scritto.

va contro la tradizione, raccontando di un sovrano cristiano che fa una guerra in nome di dio e perde.

Con il tempo l’ipotesi che “La Schiera di Игорь” sia un falso si è affievolita, soprattutto perchè sono state trovate analogie tra questo scritto e “La Battaglia di Kulikovo”.

 

Le riforme più radicali erano fatte solo dagli studiosi più autorevoli: quando ritenevano che uno scritto non era più adeguato essi lo riformavano, “riadattandolo” al contesto storico in cui vivevano. La riforma più importante fu quella di Nikon, nel ‘600: egli riformò il rito liturgico ortodosso; ciò portò ad uno “scisma” tra i seguaci di Nikon (i “Nuovi Credenti”) e i seguaci della tradizione (i “Vecchi Credenti”). Quando i Nuovi Credenti si diffusero i Vecchi Credenti furono perseguitati, e per questo si isolarono o emigrarono. Inoltre Nikon vide che i testi sacri erano cambiati molto nel corso dei secoli, percui cercò di riportarli a com’erano in origine ritraducendoli direttamente dal greco.

Le riforme dei manoscritti sacri si facevano perchè così si pensava di riportarli al loro stato originale, ma in realtà li si modificava ulteriormente, perchè l’idea di come un testo fosse in origine cambia nel tempo.

Coloro che copiavano i manoscritti erano uomini di grande cultura, che conoscevano a fondo l’argomento che trattavano, percui si sentivano “autorizzati” a fare delle modifiche per rendere il testo più chiaro a chi leggeva; queste modifiche sono:

Correggere i piccoli errori, come i lapsus e l’aplografia (cioè dimenticarsi una sillaba quando una o due parole ne hanno due identiche. es: “teleologia” – “teologia”).

Sostituire delle parole con dei sinonimi più comprensibili: il paleoslavo era simile alle lingue slave parlate medievali, tuttavia a volte i copisti sostituivano una parola troppo obsoleta con un’altra più recente; ciò portò a differenze tra un manoscritto e la sua copia perchè, nella vasta area in cui si usava il paleoslavo, una parola veniva “tradotta” in modo diverso in base all’area geografica.

Oltre alle riforme di Nikon nel ‘600 Pietro il Grande occidentalizzò la Russia: ciò portò all’introduzione nella lingua russa di molte parole di origine latina, e quindi negli scritti si resero necessarie le glosse, cioè sinonimi o piccole spiegazioni di parole di difficile comprensione. Oltre alle conseguenze linguistiche, l’opera di occidentalizzazione attuata da Pietro portò anche conseguenze culturali: per secoli in Russia si contarono gli anni a partire dalla creazione del mondo, che si credeva fosse avvenuta nel 5508 a.C., percui quando Pietro il Grande adeguò il sistema di datazione al resto d’Europa fu uno “shock culturale” (in realtà le istituzioni che avevano a che fare con le altre nazioni contavano già gli anni a partire dalla nascita di Cristo, ma Pietro il Grande rese la cosa ufficiale). Questo gesto era fortemente simbolico: con esso Pietro si “appropriava” del tempo, che fino ad allora era stato indiscutibilmente di dio.

Nel 1709  Pietro riformò l’alfabeto: i pochi alfabetizzati e lo Stato usavano l’alfabeto riformato, mentre la Chiesa continuò a usare quello vecchio.

Si dice che la slavia ortodossa fosse la continuazione della cultura bizantina, ma questo è vero solo in piccola parte, perchè i paesi ortodossi non assimilarono la letteratura e la filosofia greca, in quanto pagana. Così facendo la slavia ortodossa, ed in particolare la Russia, si isolò dal mondo culturale europeo. Tuttavia nel ‘600 l’Ucraina diventò un canale culturale tra la Polonia e la Russia: ciò portò alla diffusione in Russia di molte opere occidentali, tra cui le poesie (genere prima sconosciuto nella slavia ortodossa; il primo poeta slavo fu Simeone da Poloz), e alla nascita delle prime grammatiche (prima della nascita delle grammatiche si imparava a scrivere dai manoscritti già esistenti, leggendoli e imparandoli a memoria). Inoltre nacque la повесть come primo genere letterario basato sulla fantasia dell’autore (fino ad allora la letteratura ortodossa consisteva nella copiatura degli scritti sacri).

E’ difficile dare una definizione di “повесть”, in quanto è un genere che non ha equivalenti nella cultura europea occidentale e che comprende caratteristiche di altri generi letterari:“повесть”deriva dal verbo paleoslavo “поведати”, che significa “raccontare”, quindi indica un genere narrativo. La повесть è più lunga del рассказ (“racconto”) e più corto del роман (“romanzo”). Nel Medioevo il termine “повесть” era ancora più ambiguo, perchè spesso era usato al posto di “сказание”(“saga”) o “житие”(“vita di un santo”), oppure il titolo di un’opera conteneva entrambi i termini.

Fino al ‘600 nell’area ortodossa la poesia non esisteva: tutta la letteratura era in prosa, con l’unica eccezione degli inni religiosi. L’assenza del concetto di “poesia” che, opponendosi, definisse quello di “prosa” permise a quest’ultima di assumere elementi tipicamente poetici, come un ritmo ben definito, un richiamo tra le parole e la ridondanza dei concetti. Nel Medioevo i manoscritti erano fatti per fissare i concetti da tramandare oralmente (es. un manoscritto liturgico: il sacerdote, leggendolo, tramanda ai fedeli il sapere religioso); per questo motivo era essenziale che gli scritti fossero chiari e facilmente memorizzabili da chi ascoltava: questo era possibile attraverso la frequente ripetizione delle parole chiave e la preferenza della paratassi (coordinazione) sull’ipotassi (subordinazione).

 

Nella slavia latina la lingua scritta era il latino (tranne nella liturgia, per via della riforma di Ian Hus), tuttavia questa lingua era vista come estranea alla cultura slava, percui influenzò poco lo sviluppo delle nuove parole; invece nella slavia ortodossa la lingua scritta era il paleoslavo, che era visto come “parente” delle lingue parlate all’epoca, motivo per cui il paleoslavo influenzò molto la creazione di parole nuove.

La slavia ortodossa non conobbe le stesse tappe culturali del resto d’Europa, perchè la religione invadeva tutti gli aspetti della vita e bloccava qualsiasi innovazione: per questo nella slavia ortodossa non ci fu il Rinascimento e movimenti come il barocco furono sterilmente importati. Ciò prolungò il Medioevo ortodosso fino al ‘600.

La rigidità religiosa condizionò anche l’arte, infatti la scultura venne quasi bandita, perchè le statue erano quasi considerate idoli pagani; inoltre la forte influenza religiosa portò ad una grande produzione di icone, che non erano opere d’arte decorativa ma avevano lo scopo di diffondere il messaggio religioso. Le icone dovevano rispettare rigidi canoni (per questo sembrano tutte uguali) e non dovevano rappresentare la realtà ma l’essenza del messaggio cristiano. Nel ‘300 ci fu un’evoluzione dell’arte figurativa, infatti nacquero le serie di icone che raccontavano avvenimenti religiosi: queste erano sempre condizionate da canoni rigidi, tuttavia l’artista aveva più “libertà” in quanto poteva inserire scene di vita quotidiana.

Anche l’arte scritta (письменность) subiva la rigidità religiosa, infatti lo scrittore non esprimeva sé stesso ma la propria religione (per arrivare alla литература, cioè alla letteratura in cui l’autore esprime sé stesso, bisogna aspettare fino all’ ‘800). Se l’autore “osava” dare un’impronta soggettiva allo scritto commetteva il peccato di superbia e veniva bandito. I manoscritti non si realizzavano per non dimenticare gli avvenimenti sacri, ma per rendere tali avvenimenti patrimonio di tutti; ciò rendeva questi scritti al pari di un’icona, e infatti venivano esposti entrambi durante la liturgia.

La nostra conoscenza di uno scritto antico non è immutabile, cambia nel caso vengano scoperti nuovi testi ad esso riferiti: in questi casi si rianalizza lo scritto alla luce delle nuove scoperte, proprio come si fa con una teoria scientifica.

Per ricostruire le modifiche che un testo ha subito nel corso del tempo nacquero le edizioni critiche: esse si basavano sull’analisi delle discrepanze che c’erano tra una copia di uno scritto e la successiva.

Nella tradizione occidentale ci sono molte più edizioni critiche rispetto alla tradizione ortodossa, perchè i filologi occidentali analizzavano scritto per scritto, mentre quelli slavi raggruppavano gli scritti dello stesso periodo e li analizzavano tutti insieme.

 

Il paleoslavo era una lingua slava meridionale: venne creato nell’ 800 d.C. sul modello del dialetto macedone dai fratelli Costantino (poi chiamatosi Cirillo) e Metodio. Nel tradurre i testi sacri dal greco al paleoslavo i due fratelli crearono parole che nella realtà slava non esistevano, e lo fecero attraverso:

Prestiti (es: in greco “angelo” significava “messaggero”, parola che le lingue slave avevano; tuttavia si decise di importare la parola “ангел” per indicare un messaggero celeste, e una parola che esprimesse ciò nelle lingue slave non esisteva).

Calchi (es: inizialmente in slavo “filosofia”,cioè “amore per il sapere”,era espresso attraverso un calco,“любомудрие”, e solo dopo alcuni secoli si importò la parola “философия”).

Il paleoslavo nacque come lingua scritta, ma siccome tutti i letterati erano uomini di chiesa diventò presto la lingua ecclesiastica. Nel corso dei secoli il paleoslavo rimase quasi invariato, mentre le lingue orali si differenziarono molto tra loro. Le poche evoluzioni del paleoslavo ci furono perchè chi copiava i testi a volte sostituiva una parola con un sinonimo della propria lingua parlata, al fine di renderla più comprensibile a chi leggeva (es: un copista russo avrebbe sostituito i termini locali bulgari con sinonimi dell’area russa, come per esempio хладно-холодно). Queste variazioni erano tollerate, quindi non venivano corrette.

La lingua usata nei testi sacri, che ormai non era più il paleoslavo “puro”, venne chiamato slavo ecclesiastico. Lo slavo ecclesiastico era esattamente come il latino medievale: era usato solo nei testi sacri ed era leggermente differente di nazione in nazione; l’unica differenza è che il latino diede origine ad altre lingue (le lingue romanze), mentre lo slavo ecclesiastico no.

Le prime lingue slave nazionali si svilupparono da dei dialetti che acquisirono prestigio e si diffusero a tutta la nazione: per esempio il Principato di Mosca guidò la vittoria sui mongoli, e per questo acquisì prestigio e la sua parlata diventò la lingua nazionale della nuova Русь.

Insieme al paleoslavo Costantino creò un alfabeto che fosse in grado di rappresentare i fonemi delle lingue slave: questo alfabeto è il glagolitico. Il cirillico invece nacque nel X secolo in Bulgaria, creato dai seguaci di Costantino.

L’alfabeto glagolitico aveva 44 lettere, e ogni lettera aveva un significato: per esempio la “a”, pronunciata [aзу], significava “io”, la “b”, pronunciata [буки], significava “faggio”, ecc.. Queste lettere rappresentavano anche i numeri, proprio come le lettere latine (es: V=5, X=10, C=100, ecc.).

Sia il glagolitico che il cirillico vennero creati sul modello dell’alfabeto greco, perchè in Bulgaria, dove nacquero entrambi gli alfabeti, l’influenza e il prestigio della lingua greca erano molto forti. Le lettere che esprimevano suoni che in greco non esistevano furono prese da altri alfabeti (per esempio la ш venne presa dall’alfabeto ebraico).

Nel momento in cui nacque il glagolitico e il cirillico in greco non esisteva più la “b”: c’era la “beta”, ma ormai veniva pronunciata [v]; in glagolitico la “beta” veniva ancora considerata come “b”, e per questo la “b” del glagolitico conservava il valore di 2 della “beta” greca; invece in cirillico la “beta” veniva considerata come “v” perchè tale era pronunciata, e per questo la “b” venne creata ‘da zero’. Questa “nuova b” non aveva valore numerico: mentre in greco e in glagolitico “alfa”(“a”) valeva 1 e “beta”(“b”) valeva 2, in cirillico “a” valeva 1, “b” non rappresentava nessun numero, “v” valeva 2 e così via. Anche altre lettere in cirillico vennero create ‘da zero’, e anche quelle non avevano valore numerico.

Si ritiene che l’alfabeto glagolitico sia più antico del cirillico, e ciò è provato da due elementi:

Nell’alfabeto glagolitico le lettere hanno un valore numerico crescente  ininterrotto (1, 2, 3, 4, 5…100, 200, ecc.), mentre in cirillico non è così (1,-,2,3,4,5,- 6,7,ecc.)

I palinsesti, che letteralmente significa “scrivere due volte”, sono documenti in cui sotto le scritte visibili ce ne sono altre visibili solo con i mezzi moderni (raggi X, ecc.): questo perchè le pergamene erano molto costose, percui per risparmiarle si eliminavano le scritte con oggetti appuntiti e poi le si riutilizzavano. Analizzando i palinsesti si è visto che prima  erano scritti in glagolitico e, dopo essere stati “cancellati”, vennero riscritti in cirillico: non c’è nessun palinsesto in cui l’ordine è invertito, e ciò significa necessariamente che il glagolitico è più antico del cirillico.

Per giustificare le somiglianze tra le lingue slave orali si è ipotizzata l’esistenza di un protoslavo, una lingua parlata da cui tutte discenderebbero. A differenza del paleoslavo, il protoslavo è una mera supposizione, in quanto non esistono documenti scritti in protoslavo che ne provino l’esistenza. Ipoteticamente il protoslavo viene prima del paleoslavo.

Per motivi di orgoglio nazionale a metà del ‘700 nacquero le prime grammatiche delle lingue slave (la prima fu creata da Ломоносов nel 1755). La grammatica è un testo “facoltativo” che mette per iscritto le regole ortografiche, grammaticali, morfologiche e sintattiche di una lingua, e che talvolta ha carattere normativo (cioè illustra come la lingua deve essere utilizzata, cosa è corretto dire e cosa non lo è). Tuttavia questo genere di scritti non riesce a rappresentare per intero l’uso della lingua,in quanto essa è fluida e cambia continuamente.

 

 

SCHEDA DELL’ALFABETO GLAGOLITICO [23/10]:

Questa scheda compara le lettere glagolitiche (e il loro valore numerico) con quelle cirilliche; quelle che non hanno una spiegazione sono passate da un alfabeto all’altro senza differenze:

 

BUKY (n°2): in cirillico non ha valore numerico perchè è stata ‘inventata’, dato che il greco non aveva più la “b” (la “beta” ormai si pronunciava [v]); in glagolitico invece la “beta” era considerata ancora “b”, percui questa lettera ne conservava il valore di 2.

JESTЪ (n°6): si pronunciava [è], e solo a inizio di parola diventava [ie].

ŽIVETE (n°7): come la “buky”, in cirillico questa lettera non aveva valore numerico perchè non aveva un corrispondente nell’alfabeto greco (in greco non esisteva il suono [ж]).

DZELO (n°8): questa lettera è la “z” sonora: nei testi russi questa lettera si scriveva, ma veniva pronunciata [з], percui presto scomparve.

IŽE e I (n°10 e 11): esprimono entrambe [i], e poteva essere usata l’una o l’altra senza distinzione. L’unica differenza è il loro valore numerico: la “ize”valeva 10 e la “i” valeva 20.

DERV (n°12): è l’unica lettera glagolitica che non ha un corrispondente in cirillico; questa lettera si usava nelle parole prese dal greco che contenevano Г+ vocale dolce(“i” o ”e”),come per esempio “ангел”.La “derv” si pronunciava [дь].

ONЪ e OTЪ (n°17 e 26): proprio come “ize” e “i”, ci sono due diverse “o” per influsso del greco. La “oтъ” deriva dalla “omega”.

UKЪ (n°22):questa è la “u”, ed è raffigurata con due segni, ”  ” e “  ”, che possono essere utilizzati indifferentemente.

FRЪTЪ e FERTЪ (n°23): rappresentano la “f”. All’inizio in slavo la “f” non esisteva (la si pronunciava “p”), ma queste due lettere vennero importate perchè il greco aveva molti nomi che contenevano questo suono (es: Filippo).

N°24: questa lettera non ha nome, e rappresenta il suono inglese [θ].

ŠTA (n°27): si legge [sht], ed è rimasta in bulgaro e macedone; in russo si è trasformata in Щ.

JER твёрдый (n°31): è il “твёрдый знак” del russo; inizialmente era una vocale, e tale è rimasta in bulgaro. Si pronuncia [ə], e deriva dalla “u” breve.

JER мягкий (n°33): è il “мягкий знак” del russo, e deriva dalla “i” corta.

JATЬ (n°34): in greco non esisteva. Inizialmente questa lettera si pronunciava [iè], con la “e” molto aperta fin quasi a diventare “a”, e fu per questo che Costantino non creò la “я”; con il passare dei secoli la “jatь” assunse una diversa pronuncia a seconda della regione: in ucraino diventò “i” e in russo si sovrappose con la “e iotizzata”, tanto che ad un certo punto non venne più utilizzata.

ĘSЪ, OSЪ, JĘSЪ e JOSЪ (n°38, 39, 40, e 41): sono vocali nasali, oggi scomparse (solo in polacco è rimasta la ęsъ).

N°42: questa lettera non esisteva in glagolitico, c’era solo nell’alfabeto cirillico ed era facoltativa; si pronunciava [ks]. Per via delle regole sillabiche delle lingue slave antiche, questa lettera era difficile da pronunciare, e spesso la si rimpiazzava inserendo “ъ” tra [k] e [s], così da creare due sillabe separate (es: “Alexandr”- “Алекъсандр”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MODULO 2

GRAMMATICA DEL PALEOSLAVO

 

Nell’ ‘800 i filologi slavi cercarono di ricostruire il paleoslavo nella sua forma più “pura”, libera cioè dalle contaminazioni degli elementi regionali (anche se un paleoslavo “puro” non esisteva); per fare questo gli studiosi ricercarono in tutta l’area slava (e non solo) i documenti meno “contaminati”. Quasi tutti i documenti ritrovati erano scritti in glagolitico (essendo più antichi non “fecero in tempo” ad essere influenzati dalle parlate locali), ma ce n’erano anche alcuni scritti in cirillico.

Nel monastero sul Monte Athos venne ritrovato il “Codex Marianus”, un tetravangelo risalente al X secolo scritto in cirillico. Il Codex Marianus è il manoscritto con meno contaminazioni regionali ritrovato finora, e per questo, insieme ad altri manoscritti realizzati tra il 900 d.C. e il 1100, esso fa parte del “Canone paleoslavo”, un gruppo di manoscritti che costituiscono il punto di riferimento nella ricostruzione del paleoslavo “puro”.

Il [testo 25/10] è l’inizio del 28° capitolo del Codex Marianus: il croato Ватрослав Ягич lo traslitterò dal glagolitico al cirillico nell’ ‘800. Inoltre nella versione originale (non traslitterata) del documento le parole erano tutte attaccate: fu Ягич a separarle. Nel Codex Marianus la punteggiatura non esprimeva la sintassi, ma l’intonazione, in quanto questo manoscritto era destinato ad essere letto ad alta voce.

 

Sia le parlate slave antiche che il paleoslavo si basavano su due regole fondamentali:

Regola della sonorità crescente: la sillaba doveva iniziare con un suono sordo e finire con un suono sonoro, cioè doveva avere l’ordine ‘consonante sordaconsonante sonoraconsonante sonorantevocale‘ (es: ‘sbra’). Uno di questi suoni poteva mancare (es: ‘sba’), ma il loro ordine non poteva variare. Questo è il motivo per cui le parole greche davano problemi quando venivano importate nelle lingue slave: suoni come [ps] e [cs] erano impronunciabili perchè trasgredivano questa regola. Per ovviare a questo problema si spezzava la sillaba aggiungendo “ъ” tra un suono e l’altro (es: пси/хо/ло/гия – пъ/си/хо/ло/гия).

Con la legge della sonorità crescente sorsero dei problemi in quelle parole in cui la vocale precedeva la sonorante (es:”melko”); per rispettare la sonorità crescente allora si invertirono i due suoni (“mleko”). Il polacco non fece ulteriori trasformazioni, mentre le lingue slave meridionali, il ceco e lo slovacco aggiunsero la metatesi: trasformarono la vocale lunga in “a”, e la vocale breve in “o”(“mleko” → “mlako”). Oltre alla metatesi, nelle lingue slave orientali si realizzò anche la pleufonia: essa consiste nell’aggiungere una vocale prima della sonorante, così da spezzare il dittongo (“mlako” → “молоко”). In russo sono presenti entrambi i fenomeni, ma la metatesi è usata in contesti aulici (es:”город”/”град”).

Regola della sillaba aperta: tutte le parole dovevano finire in vocale: ciò distinse le parlate slave da lingue come il latino e il greco, le cui parole finivano invece in consonante. Per rientrare in questa regola le parole latine o greche che venivano assimilate dalle parlate slave subivano delle modifiche.

Se una parola iniziava con una vocale potevano avvenire 2 fenomeni: o la vocale veniva iotizzata (es: “его” [jego]) o veniva preceduta da в- (es: “осьмъ” in russo è diventato “восемь”).

 

Intorno all’ XI secolo queste due regole andarono in crisi e si verificò la vocalizzazione: ъ e ь diventarono vocali piene nelle posizioni forti, cioè in sillaba accentata (es: сън → сòн), e non vennero più pronunciate nelle posizioni deboli, cioè in sillaba atona o a fine parola (es: сънà → снà). I segni ъ e ь si sono trasformati diversamente da lingua a lingua, e ciò portò ad una prima differenziazione delle lingue slave: per esempio la ъ è diventata “o” in russo e “a” in croato.

In russo la ъ è diventata “o” in posizione forte ed è scomparsa in posizione debole, mentre la ь è diventata “e” in posizione forte, ma in posizione debole non ha conservato un proprio suono, addolcisce il suono della consonante precedente (es: день).

Oltre alla differenziazione di ъ e ь in vocali piene, i fenomeni che differenziarono le lingue slave furono:

Cambiamento del numero di sillabe, dovuto alla vocalizzazione (es: съ/нa – снa).

Comparsa o modifica di una vocale tematica,dovuta a metatesi e pleufonia(es:”mleko”–”mlako”/хладно – холодно).

Riduzione della vocale in posizione debole (“Акание”); es: вода [va.’da]. L’aкание è presente in russo e in bulgaro, sebbene in forme diverse, ed è importante nelle lingue ad accento mobile in quanto permette di distinguere due parole diverse (es: зàмок/castello – замòк/serratura).

 

 

CARATTERISTICHE DEL PROTOSLAVO:

Vocali nasali: nacquero nel protoslavo per rispettare la regola della sonorità crescente, e scomparvero dalle lingue slave nel ‘300 (solo il polacco conserva ancora la “e” nasale); le varie lingue hanno sostituito le vocali nasali in modi diversi, e ciò ha contribuito a differenziarle.

Dittonghi: il protoslavo aveva dei dittonghi costituiti da ‘vocale + й‘ (“ой” e “ай”) e dei dittonghi ‘vocale + sonorante‘ (“or”,”ol”,”om”,”on”/”er”,”el”,”em”,”en”).

I dittonghi entrarono in conflitto con la legge della sonorità crescente, in quanto alteravano la sequenza sonora delle sillabe; per questo i dittonghi vennero modificati in base al tipo:

I dittonghi “ой” e “ай” diventarono ъ o и.

I dittonghi “or” e “ol”/”er” e “el” vennero modificati attraverso la metatesi (vocale e sonorante vennero invertiti). Es: Korl → Krol (Re). In tutte le lingue slave, tranne il polacco, ci furono ulteriori modifiche.

I dittonghi “on” e “om”/”en” e “em”, quando precedevano una vocale, non davano problemi perchè la sonorante veniva “assimilata” dalla sillaba successiva (es: [‘te.na]); invece se questi dittonghi precedevano una consonante sorgevano dei problemi, in quanto non si poteva fare né [‘te.nta] né [‘ten.ta].Per questo si unirono i due suoni del dittongo, creando le vocali nasali (es:[‘tѫ.ta]).

Quando le vocali nasali caddero in disuso il russo le rimpiazzò in questo modo: ѩ → я, ѫ → y, ѭ → ю.

Palatalità omogenea della consonante: significa che una vocale palatale (dolce) rende la consonante precedente palatale,e una vocale velare (dura) rende velare anche la consonante precedente (es: день – “d” dolce/ дом – “d” dura). Questa regola di pronuncia creava problemi quando, nelle parole importate dal greco, c’era una consonante dura (г, к, х)+ vocale dolce (е, и), come nel caso di “ангел”; per risolvere questa cosa si creò la “versione dolce” delle consonanti (“prima palatalizzazione”): dalla к si formò la ч, dalla х si nacque la ш e dalla г nacque la ж.

La legge della sonorità crescente trasformò i dittonghi  “aй” “ой” in “ъ” o in “и”, e ciò portò di nuovo le consonanti dure in contatto con le vocali dolci: così le consonanti  г, x e к vennero trasformate nuovamente, ma con esiti diversi:

г → з, x → c, к → ц (“seconda palatalizzazione”). Oltre che con ‘consonante dura + ъ/и‘, la seconda palatalizzazione avveniva anche con consonante dura + в (es: квойтъ –  цвет).

Il polacco Boudouin De Cordenay parlò di una “terza palatalizzazione”: questa è secondaria alle altre due perchè, mentre quelle si verificavano sempre, questa avveniva solo in situazioni specifiche, cioè con la desinenza -a. La “terza palatalizzazione” aveva gli stessi esiti della seconda, ma invece di verificarsi con г/к/ч + vocale dolce si verificava con  vocale dolce + г/к/x + a: se l’ultima lettera era ъ (residuo dell’antico suffisso -us) la consonante rimaneva г/к/ч, se invece l’ultima lettera era “a” avveniva la seconda palatalizzazione. Es: “учебник”: il suffisso è rimasto -ик perchè in protoslavo era -икъс, ma con la regola della sillaba aperta cadde la -c, e con il tempo la ъ non venne più pronunciata; “тигрица”: inizialmente era -икa, ma essendo la vocale -a, per effetto della terza palatalizzazione la к diventò ц.

Le tre palatalizzazioni sono alla base delle alternanze consonantiche di oggi (es: короткий → короче: prima palatalizzazione).

 

 

CARATTERISTICHE DEL PALEOSLAVO:

Il paleoslavo eliminò la differenza tra vocali brevi e lunghe: la “a” e la “o” lunga diventarono “a”, mentre la “a” e  la “o” breve diventarono “o”.

In protoslavo le parole, oltre alla desinenza, avevano una vocale tematica, che si trova tra la radice e la desinenza

(es: жен – жен-а-с). In paleoslavo, per via della regola della sillaba aperta, la consonante finale scomparve e la vocale tematica diventò parte integrante della radice (es: жена).

Vocali brevi o lunghe: si suppone che l’Indoeuropeo e il protoslavo facessero distinzione tra vocali brevi e vocali lunghe,mentre il paleoslavo eliminò questa differenza.

Desinenza -y: sebbene il modello principale del genitivo fosse la desinenza -a, alcune parole adottarono la desinenza -y; nel corso dei secoli questo modello non scomparve mai del tutto, e per questo lo si può vedere ancora oggi: per esempio in polacco alcune parole hanno il genitivo in -y e altre in -a, mentre in russo ci sono poche parole che hanno entrambe le forme (es: чая/чаю). Le parole con entrambi i modelli sono tutti alimenti, e il genitivo in -y indica “una certa quantità di” (es: сто граммов сахару). Inoltre, in russo, con alcuni sostantivi la desinenza -y esprime il caso prepositivo, ma solo nel significato locativo (es: “на мосту”,“в лесу”, ma “о лесе”).

Caso vocativo: il protoslavo e il paleoslavo avevano il vocativo, che oggi è rimasto solo in alcune esclamazioni

(es: “Боже мой!”).

Duale: protoslavo e paleoslavo avevano singolare, plurale e duale, che esprimeva una coppia di oggetti; il duale è ormai scomparso, tranne in sloveno e in serbo-lusaziano. Il duale, che era applicato a sostantivi, aggettivi e verbi, aveva la desinenza -a, e dopo un po’ questa desinenza venne sentita come quella del genitivo singolare; in russo, per analogia, la desinenza del genitivo singolare venne applicata anche ai numeri 3 e 4.

Numerali: in paleoslavo “1” era un aggettivo (come oggi in russo); “2” reggeva il duale, che è scomparso quasi del tutto; “3” e “4” reggevano il nominativo plurale, com’è tutt’oggi in polacco; dal “5” in su si usava il genitivo plurale, in quanto si considerava un “gruppo” di oggetti (es: “пять девушек”=”una ‘cinquina’ di ragazze”).

Categoria dell’animatezza: l’animatezza nacque con il paleoslavo: nelle lingue con i casi c’è una grande mobilità dei sintagmi, e ciò può essere un problema quando si parla di due esseri viventi, perchè non si capisce chi fa l’azione e chi la subisce; per poter distinguere il soggetto dal complemento oggetto si creò questa categoria, che dà al complemento oggetto animato, cioè “vivente”, la desinenza del genitivo (es: “Павел ненавидит Петра”). La decisione di usare la desinenza del genitivo, invece di altri casi, è data dal fatto che il genitivo era già utilizzato per altri scopi al di fuori del complemento di specificazione, cioè per le frasi negative (es: “У Петра нет отца”).

Nomi di parentela in -r : in paleoslavo i sostantivi dei componenti della famiglia finivano in -r (es: “патр”,“матр”, “братр”), ma poi questa lettera scomparve; in russo – r è mantenuta in certe declinazioni (es: “матери”,”дочери”). Un’ altra caratteristica ereditata dal paleoslavo è il suffisso -нок/ -ята, che indica esseri giovani (es: “ребёнок”/“ребята”).

 

STRUTTURA DEL PALEOSLAVO:

Forma breve/lunga degli aggettivi: il paleoslavo usava di norma aggettivi a forma breve, che avevano la stessa desinenza del sostantivo (es: “новъ домъ”/”нова гроба”). La forma lunga nacque quando Costantino, nel tradurre i testi sacri dal greco, ebbe l’esigenza di esprimere l’articolo determinativo in paleoslavo, che fino ad allora non esisteva. L’aggettivo lungo si formava dall’aggettivo breve + una particella che indicava l’articolo determinativo; in questo modo la desinenza breve esprimeva l’articolo indeterminativo, mentre la desinenza lunga esprimeva quello determinativo (es: “новъ домъ”=”una nuova casa”/”новъи домъ”=”la nuova casa”). Queste due forme vennero usate con criterio nei primi secoli, ma poi iniziarono ad essere confusi e venivano usati quasi a caso. I casi diversi dal nominativo invece si formavano con ‘suffisso + pronome personale’, e questa desinenza aveva valore anaforico, cioè si riferiva a qualcosa detto in precedenza (es: “новъѥгo”=”il nuovo di lui”→“del nuovo”).

Pronome dimostrativo: in paleoslavo c’erano 3 pronomi dimostrativi: uno indicava un oggetto vicino (“съ”), uno un oggetto lontano (“тъ”) e uno a distanza indefinita (“онъ”); quest’ultimo è scomparso in quasi tutte le lingue slave, e in russo la forma “съ” è stata sostituita da “это”, tranne in rarissimi casi come “сейчас”,“сегодня” e “до сих пор”.

Terza persona singolare: essa, anche nelle lingue non slave, deriva spesso dal pronome dimostrativo (es: “egli” deriva dal latino “ille”, cioè “quello”, mentre “oн” deriva dal paleoslavo “oнъ”); questo perchè la comunicazione ha bisogno per forza di un “io” e di un “tu” per avere luogo e “egli”,che non è strettamente necessario,viene visto come “quello”.

Его / него: in russo il pronome personale è  “него” (es:“У него три собаки”) mentre il pronome possessivo è “его” (es:”Я вышел из его дома”). Questo perchè in protoslavo c’erano le preposizioni “вън”(il russo “в”) e “cън”(il russo “c”); con la legge della sillaba aperta la -н cadde, tuttavia quando queste due preposizioni si legavano con un pronome personale la -н tornava, perchè i parlanti sentivano preposizione e pronome come un’unica parola (es:“cъ + ими” → “cъними”, che in russo è diventato “с ними”). Le preposizioni non acquisiscono la -н  con i pronomi possessivi perchè essi sono dei genitivi (es: “В его книге есть …”=”nel libro di lui c’è …”). Con il tempo la -н venne estesa a tutte le preposizioni, anche a quelle che in origine non la richiedevano (es: “к”,”по”,”y”), e anche ai verbi (es:’cъ + имати’ = “ cънимати”, che in russo è diventato “снимать”).

Sistema verbale: il sistema verbale del paleoslavo era molto più complesso di quello del russo di oggi, e aveva già la categoria dell’aspetto (in realtà l’aspetto è presente anche in italiano, ma nelle lingue slave è diventata una norma grammaticale, con risultati diversi da lingua a lingua).

I verbi del paleoslavo erano suddivisi in 5 classi:

1° classe: la radice del verbo finisce in consonante (es: нести).

2° classe: all’infinito, tra la radice e la desinenza -ти c’è un suffisso, solitamente -но-.

3° classe: la radice del verbo finisce in -a- (es: знати).

4° classe: la radice del verbo finisce in -и- (es: молити).

 5° classe: è composta da 5 verbi: avere, essere, dare, sapere, mangiare. Essi compongono una classe a parte perchè seguono una declinazione particolare.

I tempi verbali del paleoslavo erano:

PRESENTE: inizialmente esisteva il presente imperfettivo e quello perfettivo, ma ben presto il presente perfettivo iniziò ad indicare il futuro.

PARTICIPIO: in paleoslavo esistevano 5 tipi di participio: presente attivo, presente passivo, passato attivo, passato passivo e una forma che veniva usata esclusivamente per i verbi composti (passato aoristo e futuro anteriore), e che quindi non poteva essere usato da solo. Questo participio si creava sostituendo la desinenza dell’infinito con -лъ/-ла/

-лo/-ли (es: “Азъ ѥсмъ писалъ”=”io ho scritto”). Il participio svolgeva anche la funzione di gerundio; solo con la nascita delle prime lingue slave nacque un gerundio vero e proprio: dalla desinenza -ѭший del participio si tolse -ший, e rimase -ѭ, che in russo diventò -я (es: “читаѭши”→”читаѭ”→” читая”).

PASSATO: il passato aveva dei tempi in forma sintetica (il morfema fa parte del verbo, come in “вынуть”) e dei tempi in forma analitica (il morfema è staccato dal verbo, come in “буду ждать”);

i passati in forma sintetica sono:

passato imperfetto, formabile solo dall’ aspetto imperfettivo.

passato aoristo, simile al passato remoto dell’italiano; esistono due forme di aoristo (aoristo sigmatico e aoristo tematico), entrambe formabili sia dall’imperfettivo che dal perfettivo.

I passati in forma analitica sono:

passato perfetto (‘verbo essere al presente + “quinto participio“‘: es.“Азъ ѥсмъ писалъ”=”io ho scritto”’)

passato piuccheperfetto (‘verbo essere all’ imperfetto + “quinto participio”‘).

Il russo adottò questi tempi per formare il passato imperfettivo, ma con delle modifiche: infatti in russo si sottintende il verbo “essere”, e ciò rese indispensabile il soggetto per far capire chi fa l’azione (es: “я писал”/”ты писал”).

FUTURO: il tempo futuro è trattato dalle lingue di tutto il mondo in modi molto differenti: per esempio in russo e in italiano esistono delle forme specifiche, mentre in bulgaro il futuro è espresso da una particella che indica “volere”; addirittura per esprimere un’azione futura è sufficiente usare il presente con un avverbio che faccia capire quando l’azione si svolgerà (es: “Domani vado al cinema”). Questo ci dice che il futuro è una categoria secondaria e relativamente recente. In paleoslavo i tempi futuri erano:

futuro semplice: era composto da un avverbio che indica volontà + infinito del verbo; in bulgaro questa forma è rimasta ed è diventata la norma.

futuro anteriore: era formato da ‘verbo “essere” al futuro + “quinto participio”‘ (es: “Азъ бѫдѫ писалъ”=”Io avrò scritto”); in russo questo tempo è stato modificato (si è sostituito il “quinto participio” con l’infinito), e questa forma esprime il futuro imperfettivo (es: “ Я буду ждать”).

AORISTO: esisteva in due forme: aoristo tematico e aoristo sigmatico:

aoristo tematico: si applica solo ai verbi la cui radice termina in consonante; l’aoristo tematico si chiama così perchè inserisce una vocale tematica dopo la radice del verbo (“o” oppure “e”). L’aoristo tematico si creava solo dai verbi la cui radice finiva in consonante,come per esempio il verbo идти;questo verbo subì delle modifiche:inizialmente era “идом”–”идec”–”идeт”, ma con la legge della sillaba aperta diventò “идъ“(o → ъ) –”идe“–”идe“: quelle che inizialmente erano vocali tematiche diventarono desinenze.

aoristo sigmatico: nacque dopo l’aoristo tematico, e si chiama così perchè inserisce una -s- dopo la radice del verbo (nella I persona singolare inserisce ‘-s- + vocale tematica‘); se prima della -s- c’è “k”,”u”,”i” oppure “r”, essa diventa [h] (es:“бысом”→”быxъ”). In paleoslavo il verbo “essere” aveva l’aoristo sigmatico: in origine era “aзъ бысом”–“ты бысс”–“он быст”; con la legge della sillaba aperta la consonante finale cadde, e nella I persona singolare la “o” diventò “ъ” e la -с-, siccome era preceduta da “ы”, diventò [h] (“бысом”→”быxъ”), mentre la II e la III persona singolare diventarono “бы”, e come tutti i verbi monosillabi presero il suffisso -стъ, diventando “быстъ”. Il verbo “essere” aveva l’aoristo perfettivo (“быстъ”=”fu”) e l’aoristo imperfettivo (“бъ ”=”era”).

I due tempi rimanenti sono l’imperativo e il supino.

 

Dall’aoristo si formava il participio, aggiungendo il suffisso -oнт- (presto la -т- diventò -ш-). Per rispettare la legge della sonorità crescente -oн- si fuse in un unico suono e diede vita a una vocale nasale, diventando così -ѫш- (nelle prime 3 classi. es: знаѭши). Invece nei verbi della 4° classe comparve una “jotъ” dopo la radice: ciò avrebbe dovuto dare “-ѭш-“, ma invece si sostituì la “ё” con la “e”, quindi il suffisso diventò -ѧш- (es: молѩши).

La “jotъ” modificava sempre la lettera precedente:

In paleoslavo  т +“jotъ”= ш  e  д +“jotъ”= жд

In russo  т +“jotъ”= ч (es: “светja”→”свеча”)  e  д +“jotъ”= ж

In polacco  т +“jotъ”= ц  e  д +“jotъ”= dz

La “jotъ” diede origine alla declinazione debole: le parole la cui radice finiva in “jotъ” richiedevano una vocale dolce, quindi in tali parole da -o-, -a-, -y- si passò a -e-, -я-, -ю-.

 

In russo il suffisso del participio presente era -тjий, che quindi diventò -чий (es: inizialmente “горячий” era un participio presente); in seguito si adottò il suffisso del paleoslavo -ѫший, che si modificò in -ющий. Invece la forma del participio passato nacque da una categoria di verbi minoritaria, cioè quelli la cui radice finisce in vocale: l’antico suffisso del participio -cъ- diventò -ъш-, ma quando la radice finiva in vocale si aggiungeva -в- tra radice e suffisso (es: знавщи). Per analogia questa forma -въщ- si estese a tutti i verbi e diventò la norma.

Il fatto che il gerundio deriva dal participio è dimostrato dal fatto che in russo la desinenza del gerundio passato è -в (es: “купив”), la stessa del suffisso -вщ-; inoltre alcuni verbi hanno una forma arcaica molto simile al participio passato (-вши).

 

La particella riflessiva “cѧ” aveva una forma lunga e una forma breve; in russo è rimasta solo la forma lunga (“себя”), mentre la forma breve è diventata un suffisso (-cя).

In paleoslavo il verbo “andare” aveva due radici: ид- e ход- (infatti in russo c’è la coppia идти/ходить). Siccome dopo la “x” non poteva esserci una consonante dolce, la “x” divento “ш” ( ход- → шед-). In paleoslavo шед- era la radice dell’aoristo, infatti in russo i verbi di moto ‘prefisso + шёл‘ sono perfettivi e il participio passato dei verbi di moto ha il suffisso -шед- (es: “пришедший”).

 

 

 

 

 

 

 

 

MODULO 3

SCRITTI IN PALEOSLAVO

 

Oltre alle traduzioni dei testi sacri, nell’area ortodossa si diffuse l’acrostico. In un acrostico ci sono due messaggi, quello “orizzontale” (il testo) e quello “verticale”, costituito dalla prima lettera di ogni riga. L’acrostico si diffuse nella slavia ortodossa per via dell’influenza culturale bizantina; esso si serviva di espedienti tratti dalla retorica per poter creare il “messaggio verticale”, nonostante la cultura ortodossa la osteggiasse (questa retorica era “tollerata” perchè non era fine a sé stessa ma portava un messaggio religioso).

 

PREGHIERA ALFABETICA” [testo 20/11]:

Uno dei primi acrostici realizzati nella slavia ortodossa fu la “Preghiera Alfabetica[testo 20/11], che probabilmente all’inizio fu realizzata in glagolitico. Essa è il prologo di una raccolta di sermoni, chiamata “Vangelo Didattico“. La “Preghiera Alfabetica” è impostata come un’opera in versi (tuttavia non lo si può considerare una poesia), e guardando la prima lettera di ogni riga viene fuori la sequenza alfabetica del cirillico. In questo prologo l’autore chiede ispirazione a dio e racconta di come gli slavi si siano potuti avvicinare al cristianesimo grazie all’ alfabeto (che viene rappresentato come un dono divino, ricevuto tramite Costantino/Cirillo).

La “Preghiera Alfabetica” venne scritta a Preslav probabilmente da Costantino, un discepolo dei fratelli Costantino e Metodio. Si pensa che questo manoscritto sia stato realizzato tra l’885 d.C. e l’893 d.C.: non può essere prima

dell’ 885 d.C. perchè in quell’anno la missione dei due fratelli era terminata da poco, e non può essere dopo l’893 d.C. perchè nella “Preghiera Alfabetica” Costantino parla di Naùm, un altro discepolo che in quell’anno si trasferì a Ohrid (quindi Costantino e Naùm poterono interagire solo fino all’893 d.C.). Della “Preghiera Alfabetica” sono arrivate fino a noi 40 copie, di cui la più antica, che è stata chiamata “Copia Sinodale”, è del 1100. Quasi tutte queste copie provengono da Kiev, Mosca o Novgorod: questo perchè vennero realizzate in Bulgaria, ma vennero spostate a Kiev quando i bizantini distrussero Preslav nel 1095, e poi vennero spostate a Mosca e a Novgorod quando quando i Tartari invasero Kiev nel ‘200. Nelle copie successive, realizzate nell’area russa, i copisti variarono i testi a seconda delle esigenze religiose e ideologiche della loro epoca.

La “Preghiera Alfabetica” ebbe successo tra i Vecchi Credenti (quelli che rifiutavano le innovazioni liturgiche introdotte da Nikon a metà ‘600), in quanto vedevano questo testo come rappresentativo della loro identità.

Con i testi ortodossi medievali è difficile risalire all’autore, in quanto spesso le opere erano anonime: questo perchè chi scriveva non esprimeva sé stesso ma la propria fede (non importava sapere chi aveva scritto l’opera, ma solo cosa c’era scritto). Inoltre raramente arriva fino ai giorni nostri un manoscritto originale: il più delle volte abbiamo delle copie riscritte da qualcun altro, e in questo modo nascono inevitabilmente delle differenze con l’originale, che rendono difficile risalire all’autore. Queste differenze avvenivano alla luce delle condizioni religiose, politiche e linguistiche del momento in cui la copia veniva scritta.

Nell’ ‘800 sorsero dei dubbi su chi fosse il Costantino autore della “Preghiera Alfabetica”: analizzando il passaggio <Procedo seguendo le tracce dei due maestri (genitivo duale)> l’autore sembra essere il Costantino discepolo; tuttavia quel genitivo duale può essere interpretato anche come un dativo singolare: <Procedo seguendo le tracce al (verso il) maestro (cioè Gesù)>; in questo caso l’autore sarebbe Costantino/Cirillo.

 

Preghiera Alfabetica” [testo 20/11]:

In questo testo “Io” si dice “Aзъ”: in bulgaro è rimasto così, ma nelle altre lingue si è passati a “Я”; questo perchè ad un certo punto davanti ad “Aзъ” comparve la “jotъ”: “Aзъ” → “Язъ”. Successivamente, per via della legge della sillaba aperta, cadde -зъ e rimase “Я”.

“Бог”: è una parola di origine iranica, come “туман” e “деньги”. Si pronuncia [‘boh] e non [‘bok] perchè nel ‘600 la Russia importava studiosi e teologi dall’Ucraina, appena annessa, perchè essa aveva un’istruzione più avanzata. Siccome in ucraino la “г” non esiste e viene sostituita dalla “x”, i teologi ucraini dicevano [‘boh], e questa pronuncia diventò la norma anche in Russia. Inoltre in paleoslavo il vocativo di “Бог” era [‘bo.dze], che con la prima palatalizzazione diventò [‘bo.je]; sebbene nelle lingue slave di oggi il vocativo sia scomparso, l’esclamazione “Боже!” è rimasta come espressione fissa.

“Зиждительно”: -жд- è tipico delle lingue slave meridionali: è presente anche nelle lingue slave orientali (es: дождь), ma il più delle volte si è trasformato in -ж-.

“Дух”: in protoslavo significava “soffio”: quando Costatino e Metodio tradussero gli scritti greci in paleoslavo, usarono “дyx” per indicare l’anima (intesa come “soffio della vita”); oggi “дyx” significa “spirito” e “душа”, che deriva da “дyx”, significa “anima”.

 

 

TRATTATO DI HRABR“:

Il “Trattato di Hrabr” è un manoscritto bulgaro risalente all’800 d.C.. Questo trattato è una difesa dell’alfabeto glagolitico rispetto all’alfabeto greco (tuttavia essendoci pervenute solo copie in cirillico viene considerato una difesa delle lettere cirilliche). Hrabr dice che con la cristianizzazione gli slavi ricevettero la scrittura; siccome dio non voleva che i suoi figli (gli slavi) fossero senza intelletto, mandò Costantino in terra (paragone con Cristo) e lo incaricò di creare un alfabeto. Hrabr racconta la nascita del glagolitico come un evento naturale e quasi spontaneo, infatti Costantino lo crea in una sola notte; inoltre per la nascita del glagolitico Hrabr usa il verbo “creare” (implica un intervento divino), mentre per l’alfabeto greco usa il verbo “inventare”, che indica un prodotto umano, e quindi imperfetto.

 

 

RACCONTO DI BORIS E GLEB” [testo 27/11]:

Il titolo originale di questo manoscritto è “Сказание и страсть и похвала святюю мученику Бориса и Глеба” (“Narrazione e passione e elogio ai due martiri Борис e Глеб”); già nel titolo vengono annunciati i generi che rientrano in questo manoscritto:

Сказание: non c’è differenza tra cказание e повесть; inoltre entrambi sono generi difficilmente inquadrabili, a metà tra il racconto, la narrazione e il resoconto storico.

Cтрасть: vuol dire “passione”, e racconta l’infanzia, la vita e il martirio di un santo (è molto simile al житие).

Похвала: deriva dal verbo “хвалить”, ed è un elogio ad una figura importante.

Questo manoscritto è un “capitolo” di “Повесть Временных Лет”, una raccolta di annali scritto nell’area russa che racconta gli avvenimenti dall’inizio del mondo all’anno 1117. In particolare la parte intitolata “Racconto di Boris e Gleb” racconta la vita di Владимир, il Principe della Русь che portò il cristianesimo in Russia, e dei suoi figli (in particolare di Борис e Глеб, i primi due santi russi).

Prima di convertirsi al cristianesimo, Владимир uccise suo fratello Ярополк e sposò sua moglie Рогнеда, che aspettava un figlio, Святополк. Oltre a Рогнеда, Владимир ebbe numerose mogli provenienti da tutte le nazioni slave; da queste mogli ebbe molti figli. Nel 1015 Владимир morì e Святополк, per prendere il potere, uccise i suoi fratellastri, tra cui Борис e Глеб (vennero fatti santi perchè invece di ribellarsi con le armi andarono incontro alla morte, vedendola come un disegno di dio). Con la santificazione di Борис e Глеб si ebbero i primi due modelli della cristianità russa. Святополк prese il potere, ma fu ucciso da uno dei suoi fratellastri, Ярослав. Ярослав regnò fino al 1054, e il suo regno fu importante a livello politico, culturale e religioso: infatti con Ярослав la Chiesa ortodossa diventò indipendente da quella di Bisanzio.

La copia più antica di “Сказание Бориса и Глебаrisale al 1100 e fu scritta nell’area russa. Questo scritto presentava caratteristiche mai viste prima, che vennero riprese solo diversi secoli dopo: infatti sono presenti elementi lirici e psicologici, oltre a delle chiavi di interpretazione, le prime in tutta la tradizione letteraria ortodossa.

Il messaggio di fondo di questo scritto è che Святополк, uccidendo i suoi fratelli, ha trasgredito alla legge morale e a quella divina (infatti nella bibbia è scritto di rispettare l’autorità dei propri fratelli), e per questo sarà maledetto.

Il “Racconto di Boris e Gleb” presenta diverse caratteristiche tipiche delle lingue slave orientali: per esempio in v/p/m/b + vocale palatale (e,я,ю) si inserisce -л- (es: земля / благословление), oppure nella 3° persona singolare/plurale la desinenza non è più -тъ ma -ть (es: онъ видетъ → он видеть).

 

 

VITA DI COSTANTINO” [testo 4/12 e 11/12]:

Mentre “Сказание Бориса и Глеба” è un racconto (cказание), la “Vita di Costantino” è una житие, un genere letterario che racconta la vita dei santi, evidenziandone la vocazione religiosa e le opere misericordiose.

La copia più antica della “Vita di Costantino”, oggi conservata a Zagabria, risale al ‘300; sebbene questa copia sia del ‘300 le sue caratteristiche letterarie e le citazioni che contiene suggeriscono che lo scritto risalga circa al periodo di Costantino. Inoltre non si sa con certezza da dove proviene quest’opera: inizialmente si pensava che fosse stata creata in Bulgaria, ma in base a certe caratteristiche linguistiche è più probabile che provenga dall’area serba. In base all’accuratezza con cui vengono raccontati i fatti si crede che l’autore di questo manoscritto fosse una persona molto vicina a Costantino, forse suo fratello Metodio o qualche suo discepolo.

La “Vita di Costantino” è un’opera piuttosto lunga, la cui introduzione consiste in una lode a dio e in cui si dice che Costantino è stato mandato da dio per illuminare, attraverso la conversione e il dono della scrittura, il destino degli slavi. Nella “biografia”vera e propria viene riportato il viaggio di Costantino in Europa e in Asia Minore per convertire i popoli al cristianesimo (fece gran parte della sua opera nella Grande Moravia). Dopo aver convertito il re di Pannonia (attuale Slovenia), Costantino ebbe una disputa con i trilinguisti a Venezia (i trilinguisti erano una setta cristiana che diceva che le uniche lingue degne di trasmettere il messaggio di dio fossero l’ebraico, il greco e il latino); ai trilinguisti il santo disse che il rito cristiano andava diffuso attraverso le lingue del popolo, e non attraverso l’ebraico, il greco e il latino, in quanto è inutile professare qualcosa in una lingua che non viene capita. Arrivato a Roma Costantino incassò una grande “vittoria”, in quanto il Papa lo accolse calorosamente e gli assicurò il suo sostegno. Durante il ritorno verso Bisanzio Costantino si fermò in Crimea e trovò le reliquie di Papa Clemente I.

Dopo il ritorno in patria di Costantino c’è un capitolo che esce dall’argomento principale (la vita del santo), e si pensa che questo breve “off-topic” servisse a separare i due periodi della vita di Costantino: questo capitolo parla della leggendaria coppa di Salomone, la quale si diceva che avesse un’iscrizione che profetizzava la venuta di Cristo. Forse questo capitolo venne aggiunto successivamente da qualche copista.

 

 

I DIZIONARI DELLE LINGUE SLAVE ANTICHE:

Fino a poco tempo fa non esisteva un “dizionario del paleoslavo”, in quanto ogni lingua slava lo considerava parte della propria lingua antica: da qui sorge il problema di separare il paleoslavo dall’ antico volgare slavo.

A questo proposito la Scuola di Praga ha creato un dizionario della lingua russa del 1000-1200; tuttavia questo non è l’unico, ci sono anche:

Словарь Русского Языка ”(non è ancora completo, arriva fino alla “T”).

Dizionario di Срезневский”(per alcune parole non dà la definizione, ma soltanto un sinonimo in greco o latino).

Материалы для Словаря Древнерусского Языка

 

Sono stati realizzati anche dizionari sulla lingua russa del ‘700; essi sono difficili da realizzare perchè nel ‘700 il russo era una lingua molto “arbitraria”, nel senso che importava molte parole dalle altre lingue, anche se non ce n’era effettivamente bisogno (per esempio nel contesto marinaio molte parole erano italianismi o olandismi): in questo molto il vocabolario della lingua si espandeva e complicava a dismisura.

Русбленский diceva che nella Russia del ‘600 c’era una diglossia, cioè che il russo e lo slavo ecclesiastico erano ormai così diversi da essere ormai due lingue diverse e separate; invece Живов disse che non è così, in quanto nel contesto giuridico c’erano molti termini slavo-ecclesiastici che venivano ancora usati.

 

Fonte: https://www.docsity.com/it/filologia-slava-1/629682/



Categorie:R07- Filologia slava - Филология славы

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