Antonio De Lisa- San Pietroburgo nella letteratura – Санкт-Петербург в литературе

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Antonio De Lisa- San Pietroburgo nella letteratura – Санкт-Петербург в литературе

San Pietroburgo, città elegante, signorile, è una delle città più cantate dai poeti di ogni epoca, generando dagli inizi della sua fondazione una tradizione letteraria tanto ricca da dare vita, nel corso dei tre secoli, a quello che viene definito il “mito di Pietroburgo”.

Nei poeti e negli scrittori del Settecento si percepisce un sincero entusiasmo per la nascita della nuova capitale e per la sua vita culturale: nelle odi pietroburghesi ricorre il tema della “legge divina” che ha permesso di creare la splendida città in un luogo così desolato ad opera di un grande zar, come testimoniano i versi di Vasilij Trediakovskij, Michail Lomonosov, Aleksandr Sumarokov, Gavrila Deržavin e Nikolaj Karamzin. Questi primi cantori nel corso del Settecento si appellano all’immagine di Pietro, ripresa e ampliata da Aleksandr Puškin nell’Ottocento che è anche il primo a cogliere le contraddizioni di Pietroburgo nella sua duplice immagine, facendone una sintesi nel suo poema Il cavaliere di bronzo, in cui sottolinea il conflitto tra un abitante qualunque della città (Evgenij) e la statua di bronzo (Pietro) e ciò che essi simboleggiano: lo scontro del principio individuale con quello collettivo.

Secondo lo sudioso Ettore Lo Gatto, lo sviluppo del mito di Pietroburgo è strettamente legato proprio al poema Il cavaliere di bronzo di Aleksandr S. Puškin, in particolar modo alla figura di Pietro il Grande delineata dal poeta. «Costruttore taumaturgo» e «Anticristo» sono gli epiteti che vennero associati a Pietro per la fondazione di Pietroburgo dai suoi contemporanei: due visioni estreme e opposte fra loro, entrambe presenti nell’opera di Puškin, che compone un’esaltazione del sovrano e della sua impresa unita però ad una riflessione critica riguardo alle tante sofferenze che comportò la decisione del monarca.

Nel poema si racconta di un impiegato che perde la findanzata nella inondazione di Pietroburgo nel 1825 e impazzito per il dolore, passando davanti al monumento, leva il pugno contro l’imperatore che si stacca dal piedistallo animandosi e inizia a inseguirlo per le strade della città. Fino ad ucciderlo.

Con tutto altro umore e piglio, invece, Nikolaj V. Gogol ci fa trottolare tra le strade della città con i Racconti di Pietroburgo . Da “La Prospettiva Nevskij” (Viale della Neva), a “Il diario di un Pazzo”, “Il ritratto”, “Il naso”, “Il calesse”, “Il cappotto”. Sono tutti accomunati da un’unica ambientazione: San Pietroburgo, con le luci dei palazzi, la Prospettiva Neva (il grande corso centrale) che fiancheggia il fiume e che ad ogni ora si riempie prima di giovani, poi di scapoli, poi di anziani, a differenza della Moraskaja, della Gorochovja, di corso Litejnij dove il flusso è continuo a tutte le ore del giorno.

È tra le strade della città che si perdono il naso dell’assessore Kovaljov (finito per errore nel panino del barbiere Ivan Jakovlevic) mentre il fantasma dell’impiegato statale Akakij Akakievic Basmackin gira terrorizzando i cittadini e rubando i loro cappotti per strada, per vendicarsi del furto subito e che gli ha causato la morte per freddo.

Pietroburgo viene raccontata da Dostoevskij nel suo Le notti bianche, romanzo in cui si toccano i picchi dell’amore che sorprende e dell’abbandono che distrugge. Il racconto si svolge in quattro notti. Il protagonista camminando per le strade, le piazze, i ponti di San Pietroburgo, incontra lei, la donna con cui avrà un rapporto intenso, seppur breve.

Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?”.

Alla Venezia del Nord, lo storico Nikolaj Anciferov (1889-1958 ) ha dedicato vari libri, fra cui L’anima di Pietroburgo e La Pietroburgo di Dostoevskij, oggi riscoperti da Felici Editore e riuniti nel volume Pietroburgo. Passeggiate letterarie, sorta di livre de chevet che è in parte una guida per il viaggiatore raffinato, e in parte un’antologia della letteratura russa dell’Ottocento.

Nelle opere dei simbolisti tornano i temi fondanti del mito di Pietroburgo, filtrati attraverso le opere di Puškin, Gogol’ e Dostoevskij, ad indicare come anche nel Novecento la città e le leggende ad essa legate, costituiscano fonte di ispirazione e riflessione.

L’immagine di Pietroburgo che scaturisce dalle liriche di poeti come Blok, Brjusov, Belyj, Gumilëv, Achmatova non è però univoca. I motivi tradizionali di Pietroburgo, quello della “Palmira del Nord”, della solennità dei monumenti, degli abitanti-fantasma della capitale restano i protagonisti delle opere simboliste, ma vengono rielaborati in maniera differente dai singoli poeti, che ne mettono in luce aspetti diversi a seconda della propria sensibilità.

Nell’avanguardia russa degli eredi di Gogol’ e di Dostoevskij si giunge alla formalizzazione dei giochi di scissione uomo-spazio, alle iperboli cerebrali dello sdoppiamento. Andrej Belyj ad esempio non lascia alcuno spazio all’unità nel romanzo Pietroburgo (1913), in cui ogni personaggio possiede una visione completamente distorta della realtà: Pietroburgo in questo senso diventa una vera e propria macchina teatrale, una città di cartone, mentre l’esistenza stessa dei personaggi e dell’azione è immersa perennemente nel dubbio:

«Le strade di Pietroburgo posseggono una indubbia qualità: trasformano in ombre i passanti».

(A. Belyj, Pietroburgo).

Un altro esempio è costituito dalle opere di Aleksandr Blok , in cui la percezione di Pietroburgo cambia nel tempo, secondo l’ispirazione del poeta, che passa dal nucleo della “bellissima Dama”, ad una visione più prosaica della città. Come Lo Gatto osserva, Blok fu un grande conoscitore della città, inizialmente ne riprese il tema della bellezza, descrivendola secondo motivi più tradizionali; successivamente si fece sentire sempre più forte l’influenza della Pietroburgo di Dostoevskij e la questione dell’ingiustizia sociale, anche se: «è sbagliato insistere sul carattere realistico di figure e di sfondi senza tenere nel dovuto conto la trasfigurazione simbolica delle immagini, per quanto concrete possano apparire a prima vista».

Intriso di simbolismo, e per questo di difficile interpretazione, è il poema I dodici (Двенадцать), scritto nel 1918. Pietroburgo è lo sfondo della marcia di dodici guardie rosse all’indomani della rivoluzione del 1917, e secondo Lo Gatto, quest’opera di Blok rappresenta l’unica degna immagine della Pietroburgo ai tempi della rivoluzione.

Differente, invece, diventa l’approccio al mito della città degli acmeisti, in particolare di Osip Mandel’štam e di Anna Achmatova. Come scrive Giovanna Spendel in un bell’articolo dedicato all’argomento, nell’opera di quest’ultima Pietroburgo cessa di essere minacciosa per acquistare i tratti di un intimo vissuto. Quando Lenin trasferì nel 1918 il Governo a Mosca, l’ex capitale rinunciò al primato politico ma non a quello culturale nel quale fin dagli inizi la stessa Anna Achmatova ebbe un ruolo fondamentale:

«Un tempo diverso s’avvicina,
Il vento della morte già raggela il cuore,
Ma la sacra città di Pietro
Sarà per noi un monumento suo malgrado».

(Anno Domini MCMXXI).

Per ultimo possiamo citare Il maestro di Pietroburgo di John Maxwell Coetzee. Un omaggio del premio nobel sudafricano al grande Dostoevskij. In esilio a Dresda, Dostoevskij ritorna a Pietroburgo sotto falsa  identità, dopo la morte dai contorni poco chiari del figliastro. Lo  scrittore  si stabilisce nell’appartamento che era stato di Pavel e ossessivamente,  insegue il fantasma del figlio per scoprire che cosa veramente  gli sia capitato, indagando negli ambienti rivoluzionari di Nechaev. E lì rivive una serie di passioni: amore, voglia di fuga, contrasto, ossessione.

I LIBRI CONSIGLIATI

Aleksandr S. Puškin,

Il cavaliere di bronzo [Медный всадник], 1833.

Nikolaj V. Gogol’,

I racconti di Pietroburgo

Fëdor M. Dostoevskij [Фёдор Михайлович Достоевский], Mosca, 1821 – San Pietroburgo, 1881.

Le notti bianche [Белые ночи], 1848.

Delitto e castigo [Преступление и наказание], 1866.

Nikolaj Anciferov,

Pietroburgo. Passeggiate letterarie

Andrej Belyj,

Pietroburgo (1913)

Innokentij F. Annenskij,

Aleksandr A. Blok,

I dodici [Двенадцать], 1918.

Vladimir V. Majakovskij,

J.M. Coetzee,

Il maestro di Pietroburgo


Abstract

In quest’articolo si parla del mito di Pietroburgo, così come si è svolto dalla fondazione della città ad oggi. Viene proposta una sequenza di opere che parlano di Pietroburgo, che è una delle città più cantate dai poeti e dagli scrittori russi. L’inizio del mito è rintracciabile ne “Il cavaliere di bronzo di Puškin e attraversa tutta la letteratura russa dell’Ottocento, in particolare nelle opere di Gogol’ e Dostoevskij. Non mancano anche esempi moderni, nelle opere dei simbolisti e delle avanguardie.


Pезюме

В этой статье мы рассказываем о мифе о Петербурге, который проходил с момента основания города до сегодняшнего дня. Предлагается последовательность работ, которые говорят о Петербурге, который является одним из самых популярных городов русских поэтов и писателей. Начало мифа можно проследить до «бронзового рыцаря Пушкина» и всей русской литературы девятнадцатого века, особенно в работах Гоголя и Достоевского. В произведениях символистов и авангардистов также есть современные примеры.


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Categorie:R04- Letteratura russa - Русская литература

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