Schede di letteratura russa contemporanea: poesia

 

Schede di letteratura russa contemporanea: poesia


Velimir Chlébnikov (Велими́р Хле́бников)

Velimir Chlebnikov, pseudonimo di Viktor Vladimirovič Chlebnikov (1885 –1922), è stato un poeta russo, uno dei principali futuristi del suo paese. Chlebnikov apparteneva al più importante gruppo futurista russo, Hylaea, insieme con Vladimir Majakovskij, Aleksej Kručënych, Davyd Burljuk e Benedikt Livšic, ma già in precedenza aveva scritto molte opere significative. Tra i contemporanei, era considerato “un poeta per poeti” (così Majakovskij nel suo necrologio) e un genio squilibrato.

Nella sua opera abbondano le sperimentazioni linguistiche, con l’invenzione di un numero enorme di neologismi. Insieme a Kručënych, diede vita alla lingua poetica detta zaum o zanghesi (Зангези).

Scrisse anche saggi sulle future, possibili evoluzioni dei mezzi di comunicazioni (“La Radio del Futuro”), dei trasporti e delle abitazioni (“Noi stessi e i nostri edifici”). Descrisse un mondo in cui la gente vive e viaggia in cubi di vetro mobili e in cui tutta la conoscenza umana può essere diffusa attraverso la radio e mostrata automaticamente su giganteschi pannelli simili a libri collocati per strada.

Negli ultimi anni fu affascinato dalla mitologia slava e dalla numerologia pitagorica e disegnò grandi “Tavole del Destino” scomponendo gli intervalli storici in funzioni dei numeri 2 e 3.

Chlebnikov morì di paralisi, dovuta a inedia e malnutrizione, mentre era ospite in casa del suo amico Pëtr Miturič, nei pressi di Krestcy (Governatorato di Novgorod).


Sergej Gandlevskij

Sergej Gandlevskij vive a Mosca, dove è nato nel 1952. Durante il primo anno della Facoltà di Letteratura russa conosce Aleksandr Soprovskij, Aleksej Cvetkov, Bachyt Kenžeev, con i quali fonda la rivista samizdat Moskovskoe vremja e il gruppo letterario omonimo. Dai primi anni Ottanta pubblica nelle riviste d’emigrazione e solo alla fine degli anni Ottanta viene pubblicato in patria. Tra le sue raccolte poetiche: Rasskaz (Racconto, 1989), Prazdnik (Festa, 1995), il volume di poesie, saggi e recensioni Najti ochotnika (Trovare il cacciatore, 2002). Autore di prosa e saggistica, nel 1996 arriva l’importante riconoscimento Malyj Buker per il racconto lungo “Trepanacija Čerepa” (“La trapanazione del cranio”). Nel 1998 esce il libro Poetičeskaja kuchnja (Cucina poetica), raccolta di saggi e articoli sulla poesia. Nel 2002 pubblica il romanzo ([Lacuna]), che alla Fiera internazionale del libro di Mosca è definito “opera in prosa dell’anno”. Numerosi i suoi riconoscimenti letterari, tra cui il prestigioso Premio Poet nel 2010. Le sue poesie sono tradotte nelle maggiori lingue europee, in cinese e giapponese. In italiano sono disponibili le antologie Festa e altre poesie, a cura di Elisa Baglioni (Passigli, 2017) e La ruggine e il giallo. Poesie 1980-2011, a cura di Claudia Scandura (Gattomerlino, 2014).

© Foto di Kristina Kolesnikova


Arkadij Dragomošcenko

Parlare di poesia significa parlare del nulla;
forse della delimitazione esterna
(nella quale la lingua divora se stessa),
che palesa/stabilisce il desiderio
di penetrare in questo niente, nella legge, nella pupilla,
per incontrare la propria presenza – è possibile.
La morte non si scambia con niente.
La sincerità è l’azione insaziabile
del passaggio, dell’oscillazione verso l’opposto.
Anzi: io-ti-amo-non-ti-amo-io-non
sbiadisce nella periferia della coscienza.

Per una dichiarazione non rimane tempo,
giacché essa è sequestrata dalla simultaneità.
Dove trovare una persona che danza come una candela?
Ascolta come già dal secondo millennio
l’acqua lecca la riva con le alghe.
Il polline secca le tue labbra impollinando le ginocchia,
le gambe aperte e le spalle.

Ricordo il tempo in cui in un freddo lilla
notturno una lampada a cherosene verdeggiava con il bordo.
La zona di luce a cherosene, una semisfera smeraldina,
richiamava le farfalline dal buio.
L’arco agostano dello zenit come una falce di stelle
indicava loro la via della rivelazione della sostanza che ha reciso le palpebre.

Lo schermo e le lettere sono la storia,
il nadir pulsante dell’archivio, nel quale come la bruciatura
delle farfalline compare la descrizione della notte.
Si infiammano le ciocche del giardino,
si rivelano i campi magnetici delle parole, che coprono il niente.
Che cosa devo dire ancora? Che proferire?
Scivolando in te, che apri te stessa in un interfluvio,
come un arco, la cui corda è troncata dal silenzio.

La nuova poesia russa (Crocetti, 2003), a cura di P. Galvagni


Bella Achatovna Achmadulina (Белла Ахатовна Ахмадулина)

Bella Achatovna Achmadulina (1937 – 2010) è stata una poetessa russa. Nata da padre tataro e da madre italo-russa, con la raccolta di liriche La corda (1962), improntate a un arduo tecnicismo verbale, si pose in prima fila, insieme a Evtušenko (che fu suo primo marito) e Andrej Voznesenskij, nella nuova generazione poetica poststaliniana, cui il recente disgelo aveva consentito una certa libertà di ispirazione e il distacco dalla retorica ufficiale. Nell’ambito di un severo, tradizionale impianto metrico, la Achmadulina ha condotto un’originale ricerca sul linguaggio, attenta alle inflessioni gergali, ma sempre guidata da un’ansia di purezza espressiva e della fede nella funzionalità simbolica della parola. Nelle sue raccolte più recenti (Lezioni di musica, 1969; Poesie, 1975; Il mistero, 1983), così come nelle liriche apparse su giornali e riviste (anche nel circuito clandestino del samizdat), esprime la meditazione sul destino dell’intellettuale nel mondo moderno e il virtuosismo stilistico lascia il posto a una più contenuta maturità d’espressione. Altre sue opere furono Tormenta (1977), nell’almanacco Metropol (Mosca 1979), il racconto Molti cani e un cane. Le poesie di Bella Achmadulina sono state pubblicate in Italia nelle raccolte Poesie scelte (a cura di Donata De Bartolomeo, pubblicato dalla Fondazione Marino Piazzolla, 1993) e in Poesia (Spirali 1998).


Evgenij A. Evtušenko

Evgenij A. Evtušenko interno poesia
Non capirsi è terribile
non capirsi e abbracciarsi,
ma benché sembri strano,
è altrettanto terribile
capirsi totalmente.

In un modo o nell’altro ci feriamo.
Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l’incomprensione,
né con la comprensione uccidere.

Poesie d’amore (Newton Compton, 1986) trad. it. E. Pascucci

Post originale del 2 aprile
3poesia più letta del 2017

 

Iosif Brodskij


In Italia

a Roberto e Fleur Calasso

Vivevo anch’io in una città dove spuntano statue
sopra le case e al grido: “Corrompere! corrompere!”, per le strade
correva il filosofo locale, scuotendo la barbetta,
e il lungofiume infinito faceva breve la vita.

Ora, accecando cariatidi, declina il sole laggiù.
Ma coloro che mi hanno amato più
di se stessi non sono ormai tra i vivi. I cani, perduto
il contatto con l’oggetto della caccia, fiutano avanzi,

in questo simili alla memoria, alla vita delle cose. Tramonto,
in lontananza voci, grida tipo: “Vattene, mostro!”
in un’altra parlata. Ma non c’è nulla di più comprensibile.
Con la sua colombaia d’oro la laguna più bella

manda bagliori, velando la pupilla. Quando arriva
al punto in cui non lo si può più amare, l’uomo,
disdegnando di risalire a nuoto
la corrente indemoniata, si nasconde nella prospettiva.

Poesie italiane (Adelphi, 1996), trad. it. di Giovanni Buttafava, Serena Vitale

Marina Cvetaeva


Affido questo libro al vento
e alle cicogne di passo.
Un tempo – gridando il distacco –
la voce ho spezzato.

Getto questo libro come una bottiglia
in mare, nel vortice delle battaglie.
Ché viaggi, come un cero votivo,
passando di mano in mano.

O vento, vento, mia fedele scolta,
ai miei cari riporta
come ogni notte in sogno io compia
la via che da Nord a Sud mi scorta.

Il Campo dei cigni (Nottetempo, 2017), a cura di Caterina Graziadei

Osip Mandel’štam


1

Amo l’apparizione del tessuto
quando una, due, più volte
manca il fiato e infine arriva
il sospiro che risana.

E tracciando verdi forme,
quasi archi di vele in regata
gioca lo spazio assonnato,
bambino ignaro della culla.

*

11

E dallo spazio esco nel giardino
incolto delle grandezze,
strappo l’immaginaria costanza,
l’autoconsenso delle cause.

E il tuo manuale, infinità, io leggo
da solo, lontano dagli uomini:
selvaggio erbario senza foglie,
libro di problemi delle radici enormi.

Quasi leggera morte (Adelphi, 2017), a cura di Serena Vitale

Sergej Georgievič Stratanovskij


Dio è nelle cose di ogni giorno:
nei magazzini d’ortofrutta, nelle fabbriche
nel caos degli incontri calcistici
nel boccale di birra di un chiosco
Nella noia, nelle lacrime scorate
nelle lettere di un’offesa amorosa
nei recessi delle querce bibliche
nel tremito della carne esangue di paura
l’umile colcosiano osserva
la Sua tenda di tessuto fine
nello studio ha impastato i Suoi colori
un pittore dalla vista acuta
chi è Costui? Un Padre dai tanti volti
dentro occhiute cattedrali
o un bambino che gioca
con una nuova stella del mattino?

Buio Diurno (Einaudi, 2009), a cura di A. Niero


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