Il romanzo postmoderno russo: Pelevin, Sorokin, Bolmat, Erofeev

Il romanzo postmoderno russo: Pelevin, Sorokin, Erofeev


Victor Pelevin

Lo scrittore Victor Pelevin (1962), con formazione di ingegnere elettromeccanico, è degno di nota per i suoi testi stratificati postmoderni che fondono elementi della cultura pop e filosofie esoteriche. La sua opera più famosa è forse il romanzo Generazione P (1999).

La P di Pepsi, come dimostra la frase di apertura: “C’è stato in Russia una vera e spensierata, giovane generazione che guardava con un sorriso all’estate, al mare e al sole, e ha scelto la Pepsi”. Seguita da una satira esilarante di un poeta che finisce nel mondo della pubblicità e diventa molto ricco.

Nato nel 1962, abbandona gli studi di ingegneria per dedicarsi alla letteratura e si iscrive, come la Stepnova, all’istituto Gorky di Mosca. Vince il primo premio letterario nel 1992: si aggiudica il Russian Little Booker Prize con la raccolta di racconti brevi “La lanterna blu”. Il libro che lo ha reso noto in Russia è stato però “Mignolo di Buddha”, pubblicato nel 1996. Pelevin è un appassionato di filosofia orientale ed è poco propenso ad apparire in pubblico. Nei suoi romanzi gioca un ruolo fondamentale l’elemento fantastico: nel suo ultimo romanzo, S.N.U.F.F. si parla di un mondo distopico e delle relazioni esistenti tra guerra e tecnologia.


Vladimir Sorokin

Sorokin è oggi, insieme a Pelevin, Vladimir Sorokin è l’autore russo piú importante; nel romanzo Il Libro Ghiaccio descrive il disastro della Russia dei giorni nostri attraverso le vicende di una violenta setta antitecnologica; mettendo sottosopra i tabú culturali, gli imperativi morali e i codici letterari della sua patria. Per le strade di Mosca una setta misteriosa rapisce uomini e donne. Lo scopo? Sterminare l’umanità corrotta dal sesso e dalla violenza, e ricostruire la società a partire da una base di eletti. Le vittime vengono sequestrate, legate e colpite nel centro del torace con un martello di ghiaccio: solo gli “eletti” sopravvivono. Saranno cosí accolti dalla comunità che li inizierà a una nuova vita, alla lingua del cuore. Quelli che risultano “vuoti” vengono lasciati morire nel luogo della tortura. “Ghiaccio” è un romanzo violento ed enigmatico che mescola numerosi stili e generi (fantastico, satirico, picaresco, poliziesco). È la critica feroce di un’epoca dove il sacro sembra essere scomparso, e in cui ogni aspirazione alla purezza è mortifera e ogni ideologia è totalitaria. Una anti-utopia in stile Ballard o Dick; un thriller a metà strada tra fiaba politica e romanzo di fantascienza, dal piú luciferino e fantasioso autore russo contemporaneo.

200

Probabilmente la definizione più azzeccata di Vladimir Sorokin l’ha coniata Viktor Erofeev:”un romantico deluso che si vendica della bruttezza ontologica del mondo”. Sorokin, con Pelvin e Bolmat negli anni Novanta del secolo scorso ha ripensato la letteratura nella Russia post-sovietica mescolando memorie antiche e fenomeni moderni, ispirazione mistica e icone popolari secondo un metodo molto variegato e nutriente. Sono scrittori indipendenti che cercano la loro ragion d’essere, al di là delle fonti che utilizzano, servendosene in modo assolutamente consapevole e plateale. Per Sorokin non si tratta di imitare uno stile o una attitudine, ma di rifare il verso a certi codici (e a volte stereotipi) culturali per superarli e creare qualcosa di profondamente nuovo e originale. Se ne ha una robusta conferma con l’arrivo in libreria del bellissimo La tormenta (Bompiani, pag. 198 euro 17). In un perido storico indefinito (potrebbe essere oggi, ma anche domani), il medico Platon Il’ic Garin tenta, fra mille difficoltà, di raggiungere il villaggio di Dolgoe dove una misteriosa epidemia sta facendo strage fra la popolazione. Porta il vaccino e la speranza di guarigione, ma una tempesta di neve gli rende il viaggio infernale. Che effettua su una diligenza, una “propulsomezzi” tirata da decine di 201minuscoli cavallini. Nel suo grottesco peregrinare finisce a letto con una gigantesca mugnaia, incoccia in quattro “vitaminder” (fabbricatori di droga), scopre il cadavere di un gigante…Alla fine raggiunge un altro villaggio dove si parla pure il cinese. Sorokin ha dichiarato a La Repubblica che:”in questo libro ci sono due figure archetipiche del russo di provincia: l’intellighent (ndr intellettuali e professionisti impegnati nel sociale) e il contadino. I rapporti tra loro due non sono cambiati in questi ultimi duecento anni. L’intellighenzia russa contemporanea imita quella dell’Ottocento, con la sua fede nell’istruzione del popolo e in un futuro luminoso, anche se nella Russia post-sovietica non esiste più il popolo.” Come al solito Sorokin clona e rigurgita generi letterari e figure (retoriche e non) in un testo caotico e denso (un plauso alla bravissima traduttrice Denise Silvestri). Procede per strappi improvvisi, cannibalizza le vestigia del tempo passato in un’abbuffata di codici e fonti, al Guardian ha detto:”Per me i classici della letteratura sono carne viva di cui cibarmi”. Per questo chi sento l’eco, coglie il riverbero dei giganti, Cechov e Tolstoj su tutti, non sbaglia. Qui siamo, di nuovo, agli altissimi livelli di La coda, dove Sorokin elevava il linguaggio di strada a nobile materia narrativa e scompariva volontariamente dietro il processo di trascrizione della pluralità di voci e punti di vista delle persone in coda davanti a un grande magazzino. Se in La coda orchestrava una polifonia stridente, in La tormenta costruisce una temeraria prospettiva prima interiore, poi sociale, tanto vera da apparire irreale.


Sergej Bolmat

Sergej Bolmat è nato a Leningrado nel 1960. Ha lavorato per riviste di moda, nel cinema e per la televisione per cui ha realizzato scenografie, sceneggiature e regie. Nel 1986 ha girato il suo primo cortometraggio. Si è trasferito a Köhln [Germania] nel 1988. Qui ha scritto e pubblicato il romanzo I ragazzi di Pietroburgo (Sami po sebe, 2000) per la casa editrice Ad Marginem (Mosca). Il romanzo è stato pubblicato prima su Internet e ha conosciuto subito un vasto successo: i lettori si riconoscevano tra loro grazie a un cd che portavano al collo e che conteneva il libro in formato elettronico.
Dal 1989 si è dedicato prevalentemente alla pittura, ha allestito oltre 14 mostre in Russia e all’estero. Ha vissuto a Stoccolma, Vienna e New York. Dal 1998 vive stabilmente a Colonia.
Alla fine dell’anno 2003 è uscito il suo secondo romanzo “Vosduche” per l’editore Inostranka (Mosca) e per Veck (Germania).

Un critico tedesco ha parlato, a proposito del primo libro di Bolmat che “Nabokov incontra Tarantino”. Insomma, l’incontro tra la cultura americana e cinematografica di “Pulp fiction” (Tarantino) e la nuova Russia dell’arricchimento e della rincorsa a tutti i piaceri portati dal denaro. Molti personaggi ricordano gli anti-eroi di Bret Easton Ellis o del pirmo Jay McInterney: sono tutti impegnati a seguire nuove modi e oggetti, gli status symbol diventati senso della vita. Non mancano i riferimenti ironici alla tradizione recente della Russia. L’inizio stesso del romanzo è un ironico “Che fare, eh?” che rimanda smarcatamente al titolo del romanzo di Cernyscenskij (1863) rirpeso poi da Lenin. La domanda simbolo del travaglio dell’intellighenzia, che diventa aprodia: i ragazzi di Bolmat si chiedono che fare non per cambiare il mondo ma per essere ricchi e, così credono, felici.


Viktor Erofeev

Viktor Vladimirovič Erofeev (Виктор Владимирович Ерофеев; Mosca, 1947) è uno scrittore, critico letterario e giornalista russo noto anche nel resto d’Europa, soprattutto in Francia.

Ha trascorso gran parte della propria infanzia a Parigi, poi è tornato in Patria. Laureatosi nel 1970 in Letteratura e Linguistica, ha continuato tuttavia gli studi letterari e pochi anni dopo, nel 1975, ha ottenuto la cattedra di Filosofia grazie ad una tesi su Dostoevskij e l’Esistenzialismo francese. È diventato quindi critico letterario; si occupa soprattutto di Šestov e Donatien Alphonse François de Sade, collaborando inizialmente con le principali riviste letterarie del Regime, poi con i vari samizdat; si dedicò, inoltre, allo studio delle opere degli autori a lui contemporanei, quali Vasilij Pavlovič Aksënov, Andrej Georgievič Bitov, Bella Achmadulina…

Data la sua collaborazione con i dissidenti e per aver organizzato l’almanacco letterario “Metropol” è stato espulso dall’Unione degli Scrittori Sovietici e le sue opere, principalmente saggi, romanzi e racconti, sono state bandite dalle stampe sino al 1988, quando Gorbaciov è diventato Presidente; tre anni dopo la Federazione è stata sciolta. Attualmente vive a Mosca, sua città natale, e collabora periodicamente con l’emittente televisiva Kultura. Nel 2001 il suo best seller Russian Beauty (La bella di Mosca) viene portato sul schermo in un film diretto dal regista italiano Cesare Ferrario. La prima importante coproduzione italo-russa dopo la Perestroyka. Nel 2009 ha vinto il Premio Mondello.

 


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