Le Guarattelle

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Le Guarattelle

Il guarattino almeno a Napoli e fino agli anni 30 del ‘900 è la versione testuale e dialettale formato dalla flessione napoletana del termine italiano di burattino.

Burattino a sua volta fonda le radici nella lingua italiana in continua evoluzione del tardo Quattrocento e via a via conosce diverse forme che lo rapprentano in temini di lessico: il fantoccio, il fracurrado, in questo caso utilizzato per disprezzarne la forma ed in genere buratto su ispirazione del “buratto” come stoffa camustra dei mastri fornari utilizzata per la setacciatura a mano della farina mista alle pampuglie.

Effettivamente non è corredata da nessuna prova, le fonti dal documentario tacciono la derivazione del termine guaratto dal buratto italiano.

Nonostante tutto è certa da fonti letterali presunte una prosecuzione secentesca meridionale o a carattere meridionalistico che identifica con guaratto la parola stessa di buratto.
Ed in definitiva guaratto è in sé da considerarsi, guarattella, il pupazzo vestito di pezze ed impagliato a mezzo busto preso in prestito dai teatrini di posa sorti nella tradizione del meridione d’Italia alla fine del Cinquecento, avente il suo culmine tra le stradine di Napoli.


Scene di vita popolare e malcontento prendono forma tra i pupazzi di strada.

Col solo scopo e proposito di raccontare agli illetterati i dissensi del popolo contro i governi e le classi ad essi subalterne.

  • Anche se non si farà mai riferimento a guaratto singolarmente e per capacità prorpia del napoletano si parlerà quasi sempre di guarattelle. Brevi cenni storici Le gurattelle erano teatrini di posa composta di pupazzi sorti a Napoli nel 1600 o qualche decennio più tardi; collocati nel cosiddetto panchetto, una sorta di scatola vuota in legno1, manovrati a mano, inguantati dalla parte inferiore della pezza che li rivestiva, animavano scene di vita ora campestre ora regale avente per obiettivo la critica agli usi e ai costumi dell’epoca e quasi sempre finivano in sfottò alle classi governanti verso le quali mai fu sedata la particolare avversione dei più poveri2. Quel che coplisce più di tutto sono le due versioni d’arte povera che adottarono la singolare forma di protesta: la maestrìa dei burattinai e la poesia che di forza dovette aderire allo stile di vita dei guarattellari oppure, come da ultima fonte idiomatica anche nella versione “guarattieri”. E’ vero infatti che spesso chi conduceva il teatrino da solo si componeva i suoi pupazzi e i testi, ovviamente mai scritti, da recitare in pubblico. Poichè sarà sempre e solamente il pubblico a decidere cosa sentirsi dire dai pupazzi: il guarattellaro o “guarattiere” fino all’inverosimile ripeteva sempre le stesse strofe, senza mezzi e senza misure, a memoria, per il semplice fatto che questo o quel racconto divertiva gli spettatori; letteralmente li faceva ridere. Oltre al consenso di pubblico, il teatrino inevitabilmente venne tradotto anche come piccola risorsa economica: l’attore o gli attori che improvvisavano le scene dedicavano moltissime ore del proprio tempo a detrimento di altre attività più proficue: giusto apparve dunque che lo stesso pubblico contribuisse inizialmente in pane e focaccia.

Molto tempo dopo, di padre in figlio, la trovata ebbe una propria costituzione.

E si passò dai viveri alle monete, fatto per cui avvenne in città che molti preferirono dedicarsi a questo nuovo mestiere: il guarattellaro.

  • O per l’appunto sta ben detto: il “guarattiere”. L’atteggiamento degli astanti sempre più colti dalla frenesia dei pupazzi, il prolificare dei guarattellari agli angoli delle vie superò la semplice trovata comica ed in alcuni casi molti perfezionarono strumenti di lavoro e soprattutto aggiornarono anche le recite che divennero di fatto veri e propri atti. A partire dalle premesse che le esibizioni miravano al discretico del re o dei suoi sudditi, molti guarattellari finirono incarcerati e il banco di lavoro distrutto. Le conseguenze furono che tutti si adattarono alle esigenze e le esibizioni proseguirono nascoste tra la calca dei mercatini, a riparo dalla soldataglia. Curioso che non vi siano custodite nel documentario cartaceo bolle e decreti reali che proibissero questa forma marionettistica di teatro pubblico. La perizia dei molti che solevano piuttosto realizzare vere e proprie tendenze e stili di vita dettati dall’arte più che dalla bisogna di denaro, trasformarono le pezze di cui eran vestiti i pupazzi e li rivestirono di candidi e morbidi canovacci: saranno gli antenati di Pulcinella. La prosa anch’essa subì i rimaneggiamenti invertendo la rotta verso una rappresentazione essenziale del carattere napoletano, trascurando, è il caso di dirlo, sotto banco, l’interesse iniziale di screditare il re. Roberto Vernetti da notizia del pulcinella, anch’esso figlio dell’arte guarattiera: “A partire dal XV secolo i burattinai napoletani viaggiarono in lungo e in largo. Spesso insieme ad altri artisti di strada (commedianti, suonatori ambulanti, ciarlatani, saltimbanchi) i burattinai giravano da una città all’altra, da un paese all’altro, al seguito di fiere e mercati, facendo conoscere ed apprezzare la loro arte non solo lungo i confini del territorio italiano, ma in tutta l’Europa e anche oltre. Così si è esportato il Rinascimento italiano, e il teatro dei burattini ha avuto evoluzioni molteplici. Dal burattinaio Giovanni Briocci, poi conosciuto come Jean Brioche a Parigi, poi Inghilterra Pulcinella diviene prima Punchinello e in seguito Punch. In Spagna Pulcinella ha preso le sembianze di don Cristobal, in Olanda è conosciuto come Pekilaring, Petruska in Russia, Karaghens in Turchia, e, come ultimogenito, Vaino in Finlandia Pulcinella ha assunto le forme di Polichinelle. “

 


Spazio note

(1) E’ vero infatti che i panchetti in legno vengono ancor’oggi considerati col nome simpatico di Sancarlini stante ad indicare i piccoli San Carlo su ispirazione del Massimo teatro napoletano. Ma questo accadde solo a partire dalla metà degli anni 20 dell’800.
(2) Secondo una interpretazione ulteriore le guarattelle sono gli attrezzi del bagatto; la prima carta dei tarocchi, mago e giocoliere, è simbolo di vitalità, manifestazione di dinamismo, audacia ed entusiasmo; i suoi strumenti altro non sono che gli elementi basilari dell’universo. Le guarattelle quindi sono rappresentazione della vita. A dirlo è Roberto Venetti. Roberto Vernetti da 25 anni ha ripreso e rilanciato l’antica tradizione delle guarattelle, rappresentando i suoi spettacoli in Italia e nel mondo e formando i giovani internazionali a questa arte. Roberto Vernetti dirige il centro polifunzionale del Comune di Napoli, Santa Sofia: Centro Laboratorio – burattini – ombre – musica; qui –unico rappresentante istituzionale- conduce laboratori sul teatro di figura e in particolare sulla costruzione e uso dei burattini a guanto. Nel 2000 dà vita al Pulcinella finlandese, Vaino, introducendo l’arte delle guarattelle nella cultura finnica.

Bibliografia:

Fonti: Roberto De Simone, Gennaro Vallifuoco, “Le guarattelle”, Sorrento, Franco Di Mauro Editore, 2003

Alessandra Ghidini, Francisco Javier Alvarez Garcia, “Fare teatro”, Bologna, Edizioni del Borgo, 2002

Alessandro Gilleri, Per Paolo Bisleri, “Lo spettacolo va in scena”, Milano, Franco Angeli, 2014

 

Fonte: https://www.storiacity.it/guide/961-le-guarattelle



Categorie:J10- Teatro di figura

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