Antonio De Lisa- Note a margine del recital-concerto dei Lost Orpheus

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Antonio De Lisa- Note a margine del recital-concerto dei Lost Orpheus 

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Il Teatro Stabile di Potenza è un edificio ottocentesco modellato sul San Carlo di Napoi, più in piccolo ma con la stessa architettura. Per molti anni è stato abbandonato, prima del recupero e della valorizzazione. Da un po’ di tempo vi si svolgono manifestazioni di tutti i generi. Ieri sera è toccato a noi, il gruppo musicale Lost Orpheus. Il fatto che sentivamo questo concerto quasi a livello gastrico era segnalato dallo stato di tensione che ci ha accompagnato per settimane. Non potevamo fallire. Non potevamo perdere l’occasione. Noi siam oun gruppo rock ma con venature di tutti i generi, dallo sperimentale all’indie. Manteniamo una nostra linea, ma ci piace spaziare, il collante è costituito dai testi. Raccontiamo storie dei nostri tempi, di giovani, di donne, di terre, di ambienti …

Raccontiamo storie, qualche volta col ritmo della ballata, qualche altra col ritmo rock più duro. Spaziamo da atmosfere magiche e notturne alla durezza della vita quotidiana espressa con un sound particolare. Quancuno spesso ci chiede: di che cosa parlate nelle vostre canzoni? Noi partiamo sempre dal testo ma è la musica che sostanzia il discorso. Non vogliamo fare retorica, vogliamo fare musica. Ieri sera avevamo l’obbligo di dimostrare tutto ciò. Prima dell’estate abbiamo pubblicato un CD ma è solo ora che sta decollando. Il campo musicale in Italia è difficilissimo, figuriamoci qui da noi al sud …

All’inizio di uno spettacolo hai un livello di adrenalina talmente alto che ti si aggrovigliano le viscere. Dura il tempo di un inizio e poi passa, ma è quel momento che spesso ti fa sperare che si tratti solo di un sogno, che puoi tornare indietro, che quella non è la realtà. L’hanno detto tutti: quando si entra in scena si inscena una piccola morte. E’ vero, non dura moltissimo, il tempo di bere due-tre bottigliette di acqua minerale perché ti si è azzerata la salivazione, ma quel momento è fulminantre. Il magico momento dell’inizio. Da quel momento in poi tutto può succedere.

E ovviamente ieri sera è successo. Il primo pezzo, “Tonight”, era filato liscio, ma in quel pezzo ho suonato il sax. Il problema nasce quando imbraccio la chitarra. Do il primo attacco di chitarra e la chitarra non suona. Avevamo provato il chek sound per ore, tutto era filato (quasi) liscio, ma quando faccio il primo accordo la chitarra risponde con un ghigno silenzioso. Panico totale. Tutti in platea e nei palchetti del teatro guardano solo te, illuminato impietosamente dalle luci di scena, organizzate per l’occasiobne. Sei tu e il mondo, rappresentato da centinaia di paia di occhi che scrutano la tua mossa sull’orlo dell’abisso. Non so cos’era successo, ma è successo. Fortuna che il service ci mette riparo e parte la musica. Avevamo scelto un pezzo veloce ma facile armonicamente per scaldare noi stessi e il pubblico: Oil trip, e il pezzo va, ma prudentemente tengo basso il potenziometro del volume. Ho una Ibanez da anni, che non mi ha mai tradito, questa volta la scruto con sospetto. Mi viene voglia di sfasciarla alla maniera degli Who anni settanta …

“Oil trip” è un pezzo volutamente duro, parla del petrolio in Basilicata. Il sottotitolo è “SS598”, la sigla della strada che porta a Viggiano (Centro oli) e Taranto. Tutti i giorni esce sul giornale una notizia che riguarda il petrolio in terra di Lucania e spesso con risvolti negativi, ma sembra che qui questo non interessi a nessuno. E’ una cosa allucinante. Ecco perché abbiamo scritto quel pezzo, quasi un urlo. Intanto il pezzo scorre, Noemi alle tastiere, Emanuele al violoncello e Jacopo alla batteria fanno la loro parte. Poi facciamo il terzo pezzo, “Orizzonte sotterraneo” e sembra che il cielo si sia rischiarato, ma manca ancora la prova del nove: un pezzo veloce e deciso con la chitarra.

E’ il momento di “Bocconiana”. Questo pezzo parla di una ragazza che dal sud è andata a Milano per studiare alla Bocconi, ma si è lasciata col fidanzato, cosa che le era sembrato facile all’inizio, ma di cui si pente amaramente. Non si scherza coi sentimenti. Non si può rincorrere un mito (la Bocconi, il successo) mettendo a tacitare le ragioni del cuore, prima o poi la paghi: “Sei bella, tosta e tutta in nero ora. / Al pensiero del tuo amore alla deriva / ti batte quel maledetto cuore ancora / e per ripicca ti vesti come una diva”.

E su “Bocconiana” ruoto il potenziometro del volume con un gesto di sfida, o io o lei, ormai, lei è la chitarra. E questa volta lei risponde. Sembrava che volessimo rompere il nostro amoroso rapporto, ma lei risponde, mi riconosce, sa che ho un modo particolare di suonare la chitarra, non da virtuoso, piuttosto da compositore, cerco accordi e sonorità particolari, e lei risponde. Il concerto sta decollando …

Ora è il momento di sfoggiare la nostra vena melodica (e disperatamente romantica). Sulla melodia si giocano le intenzioni dei musicisti. La melodia o ce l’hai (dentro) o non ce l’hai, non si può costruire a tavolino. E noi ce l’abbiamo, si tratta solo di farla arrivare al pubblico, compito non facile in un periodo in cui si fa musica per etichette: se non rispondi a una determinata etichetta (indie, rap, disco) non conti. Noi non sembriamo molto etichettabili, abbiamo solo una domanda: si può fare musica perché si ha qualcosa da dire? O è solo commercio?

Con il pezzo che segue mostriamo la parte forse più vera di noi stessi, si intitola “La danza, il buio, l’infinito” e queste sono le parole: “A vederti ballare / col tuo passo lieve e disinibito / che scivola in un modo indefinito // vorrei dirti tre e tre volte amore, / ma mi basta uno sguardo / perché so che i tuoi passi dorati / a me son dedicati e a nessun altro. / Mi faccio spettatore, / in una folla di umori appagati, / come il muto bersaglio della freccia. / E’ scoccata verso un nuovo invito, / come la danza, il buio, l’infinito”. Ci siamo, ci stiamo mettendo a nudo. E sembra che il pubblico gradisca.

Con i pezzi che seguono torniamo a raccontare storie: “Simil rave”, “Katia”, “Vincenti e perdenti”. “Simil rave” è ambientata durante un rave party, Katia parla di una donna che passa le sue nottate a chattare su Facebook con degli sconosciuti. La parte più incisiva di “Simil rave” è il ritornello: “Mondo Di Merda, Amami, / come t’ho amato io / in quella notte in cui / mi sono sentito dio. Le iniziali di “Mondo di Merda, Amami richiamano la sigla MDMA, con cui sono conosciute le anfetamine che girano nelle biblioteca.

“Vincenti e perdenti” parla di una ragazzo che si è laureato con fatica in ingegneria ma che è rimasto a spasso, è diventato un friggitore di patatine. Questo ragazzo si chiama Marco ed è letteralmente disperato. Ne conosciamo tanti, che frequentano la città di notte, che qualche volta attraversiamo anche noi e negli stessi luoghi. Sappiamo chi è Marco e perché si sta lasciando andare. Marco è uno di noi, Marco “con il precariato in testa non andrà lontano”.

Con “Fast fud” e “Calanchi” si rientra in un contesto territoriale lucano. “Fast fud” è il racconto blues di un viaggio interminabile con i treni lenti tra le montagne lucane con una conclusione a sorpresa: a Battipagnia c’era un negozietto di sfogliatelle buonissime, ora al suo posto c’è un fast faood americano. In “Calanchi” abbiamo cercato di lavorare sul suono trasformando – con l’aiuto del Lexicon-  il suono del sax in un suono di ciaramella o zampogna.

“Erasmus generation” parla di una coppia divisa dall’Erasmus:  “Ora ti vedo come una pianta sradicata, / che aleggia in un orizzonte incerto, / precario in carriera o una foglia schiacciata, / come un pellegrino smarrito in un deserto”.

“The sounds of the night” è l’unico pezzo in inglese del recital: “The sounds of the night / have something of the music / and something of the randomness / of the noise”.

“Commando”, “Viaggio notturno” e “Ruins” chiudono il recital-concerto. “Commando” parla di un commando di camorra: “Sono in quattro nella BMW, / li vedo arrivare da lontano, / in un primo momento non ci avevo fatto caso, / ora mi accorgo che stanno cantando a perdifiato. / Non realizzo subito la situazione. / Quattro ragazzoni, con qualcosa in mano, / qualcosa che sembra un’arma da gioco, / ma è un’arma vera, è proprio un mitra / con la sua bocca di fuoco / e i proiettili in canna. / Il guidatore canta a squarciagola / lo vedo che scala la marcia … / hanno solo vent’anni … / hanno solo vent’anni …”

“Viaggio notturno vira su una situazione evocativa: “Sugli scogli che affiorano pigri / tenero è il sussurro del vento / per onde che fremono cantilenanti / nella scia della barca che solca la notte. / Nel mare una distesa di silenzio / complice delle ombre sulla costa / in un manto che nasconde le anse / come una coperta di affanni. / Il viaggio notturno cerca l’orizzonte / e la sua concava malinconia / nella brezza ondivaga e mutevole / delle sue diecimila direzioni”.

Il concerto ha preso piede, il gruppo fila, passo dalla chitarra al sax con sempre maggior scioltezza, anche se ogni tanto mi dimentico di cambiare trimbro e preset alla pedaliera della chitarra. Qualsiasi ragazzino sa usare questi aggeggi meglio di me. Io appartengo a una generazione che non aveva bisogno di pedaliere. Ora se entri in un negozio di musica non si parla d’altro: amplificatori valvolari, catene di effetti, pedaliere, suoni di Cubase. Una specie di supermercato per bypassare le vere difficoltà dello strumento. Si cerca di rendere tutto più facile per venderle queste benedette chitare, che costano sempre di più. Anche io avevo una Fender stratocaster con relativo amplificatore valvolare Marshall, ma me l’ha fregata mio figlio. Ora sto suonando con un amplificatore Meteoro a transistor, voglio vedere che succede a non dare retta ai negozianti. La musica si è molto tecnicizzata, sembri veramente molto out se non ti tieni aggiornato sul mercato dell’elettronica. Ma la chitarra? Progredisce il modo di suonare la chitarra? Progredisce il modo di scrivere i pezzi? Progredisce la musica, o è sempre la stessa, con un sound appena variato? Non lo so, non mi pongo questi problemi mentre suono, li lascio a dopo, a quando rientriamo nello studio e ricominciamo a provare. E allora mi dico che sono felice così, di avere un gruppo con cui provare, di sentire il piacere di fare musica insieme. Il resto non conta. E nemmeno il successo.


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