Antonio De Lisa- L’ombra del genio. Michelangelo e l’arte a Firenze dal 1537 al 1631

Antonio De Lisa- L’ombra del genio. Michelangelo e l’arte a Firenze dal 1537 al 1631

Tra le manifestazioni più importanti dell’estate si può annoverare quella dedicata a “L’ombra del genio. Michelangelo e l’arte a Firenze dal 1537 al 1631” in corso dal 13 giugno al 29 settembre in Palazzo Strozzi a Firenze. La mostra si articola in otto sezioni ed è basata su più di 150 opere tra dipinti, disegni, sculture, arazzi, vetri, porcellane, pietre dure, reliquari provenienti da importanti musei italiani e stranieri. L’allestimento è degno delle grandi occasioni e offre una cornice per godere al meglio il percorso espositivo. La mostra documenta l’influenza dell’opera di Michelangelo (Firenze 1473-Roma 1564) sugli artisti, operanti nella città toscana tra i primi trent’anni del ‘500 e i primi del ‘600, che la critica ha ormai stabilmente storicizzato nella categoria del Manierismo: Baccio Bandinelli, Benvenuto Cellini, Bartolomeo Ammannati e Giambologna fra gli scultori; Agnolo Bronzino, Giorgio Vasari e il Pontormo tra i pittori. Il 1537 è l’anno dell’insediamento di Cosimo I de’ Medici a duca di Firenze, cui faranno seguito Francesco I e Ferdinando I. Proprio in quegli anni il Buonarroti lasciava Firenze per Roma, dove darà vita alla grande stagione rinascimentale pontificia di Giulio II; quindi la mostra vuole documentare, sulla scia del “David”, il lascito fiorentino di Michelangelo, fatto proprio dalla cerchia medicea a scopo celebrativo, per tentare di portare e poi mantenere Firenze al centro del gioco politico italiano.

Nella prima sala ci sono alcuni esempi della produzione del maestro. Vi troviamo tra gli altri l’”Apollo/David”, scolpito in marmo di Carrara nel 1525-30 circa e che attualmente si trova nel Museo Nazionale del Bargello. Con questa scultura possiamo subito capire cosa intendeva Michelangelo quando parlava delle figure “serpentinate”, che secondo lui dovevano caratterizzare i suoi nudi dinamici nello spazio. Le figure si avvitano su se stesse a spirale, con una delle due che riceve una spinta dal basso verso l’alto più forte della precedente. Questa pratica avrà una grande influenza sugli artisti in mostra. Inoltre, l’”Apollo/David” costituisce uno degli esempi di “Prigioni”, cioè di una statua non finita, parte abbozzata e parte terminata, dove la rappresentazione sembra quasi mettere in scena la lotta della figura per sottrarsi e liberarsi dalla materia.

La seconda sezione testimonia l’influenza di Michelangelo sui pittori, Bronzino e Pontormo in particolare. Nella sua celebre “Vita dei pittori”, Giorgio Vasari parlerà dell’arte del Buonarroti come del culmine della pittura moderna, il momento in cui l’arte potrà dire di essere di nuovo all’altezza di quella antica. Nella celebrazione del Vasari, che non manca certo di un’intenzione “politica”, cioè quella di celebrare la Firenze medicea di Cosimo I come la nuova Atene d’Italia, si parla della caratteristica michelangiolesca dell’accostamento dei colori, il cui esempio più alto è  nel “Fondo Doni”, dove plasticità visiva delle figure e luminosità coloristica convergono verso la padronanza assoluta del disegno, che è la caratterista fondamentale dello stile fiorentino.

La terza e la quarta sezione documentano la produzione delle arti minori, grandemente favorite da Cosimo I, Francesco I e Ferdinando I de’ Medici. L’attrazione tipicamente signorile  per la rarità degli elementi naturali e per i manufatti preziosi trionfa nel celebre Studiolo di Palazzo Vecchio. Nella quinta si evidenziano le caratteristiche del collezionismo delle altre grandi famiglie fiorentine e nella sesta la creazione del “giardino all’italiana”, idea che trova la sua massima espressione nel Giardino di Boboli. Sculture e disegni per fontane, progetti per feste, cerimonie e spettacoli teatrali testimoniano della costante qualità artistica perseguita anche nel campo dell’effimero e del voluttuario. Qui è più evidente per seguaci ed epigoni far emergere quello che Michelangelo non voleva o poteva dire. Prendiamo il bronzo qui presente dedicato a Ercole e Anteo. E’ un gruppo scultoreo di richiamo classico, ma nel groviglio “serpentinato” delle due figure miitiche colpisce l’atteggiamento di Ercole. Appoggia la testa sul torso guizzante di Anteo con un’espressione di dolente e trattenuta passione un attimo prima di strin,gere l’abbraccio in una stretta fatale, quasi a coglierne l’ultimo respiro.

Nella settima si documentano le manifatture granducali. Nella sezione otto si tratteggia il lento declino di una grande stagione artistica. Con il nuovo secolo la dinastia medicea celebra se stessa in importanti cicli pittorici a Palazzo Pitti e alla Villa della Petraia e rinnova i propri fasti grazie ad una produzione di manufatti sempre più preziosi, stravaganti e bizzarri, fra cui ex-voto, scrigni, corone, corazze, scudi, reliquari. Ma l’arrivo di Pietro da Cortona a Firenze svela agli attardati artisti fiorentini la maniera moderna e innovativa del barocco romano. La grande arte abita ormai altrove.

Antonio De Lisa


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