Antonio De Lisa- I colori del mare

C’è una cosa che faccio da ragazzo: passeggiare nel mare. In acqua. Proprio dentro il mare, soprattutto quando è basso e si spinge al largo, gradualmente inabissandosi.

Entro per circa quattro-cinque metri e passeggio per centinaia di metri in parallelo alla battigia.

Osservo il colore del mare.

Ma il mare che colore ha?

Il mare è metamorfosi.

Una continua, cangiante metamorfosi. Una metamorfosi simbiotica col cielo.

Entrambi dipendenti dalla potente luce del sole.

Ma visto da dentro, il mare è soprattutto sensazione di forza. Esprime una sensazione tattile, più che visiva. La forza che spinge sui muscoli.

Quando ci stai dentro il mare è una massa di colore.

Nel tardo pomeriggio assume una consistenza muschiosa. Sembra verde smeraldo, soprattutto quando si piega a creare le onde, su acque basse.

Quel verde è solidale al colore terra di siena chiara della sabbia sottostante.

Di mattina, prima del sorgere del sole, il mare è vitreo, freddo, di un azzurro lontano. Quando si prepara al tramonto è caldo, materno, confidenziale.

Anche le onde sono inoffensive, ti scodinzolano intorno come cagnolini festosi. La natura si compiace di se stessa, accogliendoti nel suo grembo.

Quando passeggi nel mare hai la visione netta di due universi: da un lato l’immensità, dall’altro la spiaggia affollata di gente.

Hai la visione di quello che è e di quello he potrebbe essere. La natura infinita e immutabile dell’essere; la mutevole esperienza umana, il regno della contingenza.

Sulla spiaggia l’umanità appare meno ringhiosa che nel traffico urbano, dove una precedenza mancata o un sorpasso fanno salire il livello della bile. La calma sembra regnare, anche quando la gente si scatena in danze da spiaggia, ignorando la cellulite.

Mi sono procurato maschera, boccaglio e pinne per esplorare i fondali. Giro intorno agli scogli, approfittando anche del fatto che non c’è molto traffico di barche e motoscafi. Non rischio di essere travolto.

Quando si entra in acqua agli scogli, il fondale appare subito frastagliato, pieno di insenature, dirupi sottomarini, speroni di roccia muschiosa, canali di alghe che volteggiano sotto la spinta delle correnti, che pettinano quel mondo subacqueo immerso in un costante blu-verde opaco.

I movimenti del palombaro incantato sono lenti, circospetti. Avendo il boccaglio, non mi lascio tentare dalla profondità, che tuttavia non è molto significativa. Il fondo è ricoperto da campanule di un banco traslucido sfogliate dal flusso incessante del moto ecquoreo, che accarezza le cime degli strapuntoni disposti in fecondo disordine come a rappresentare un paesaggio scosso da onde telluriche.

Essendo fuori allenamento, ho tutti i muscoli indolenziti, mentre il sole mi ammicca nel suo percorso di immersione.

Nell’immersione personale di stamattina, mi sono riconciliato con gli dei del luogo, che non conoscono riti mondani, ma selvagge incursioni nel profondo.

Qui la bellezza ha qualcosa di selvaggio, archetipico, ancestrale. Più sublime, che bellezza, in termini kantiani. E in questo mi somiglia, ci somigliamo.

Arte è profondità, non chiacchiera mondana, come la natura selvaggia che si erge dalla terra a voler sfidare il cielo.

Una musica dolce pervade il meriggio profumato di salsedine, nella tremolante ombra degli alberi screziata di raggi riarsi e assetati.

E’ l’ora dei miracoli diurni, quando le ombre della mente fanno filtrare l’eco di una quieta accettazione di tutte le cose che esistono. Sulla spiaggia frastornata da mille marosi il tempo rallenta, la brezza lieve e gentile cura le anime, il mondo sonnecchia ai confini della coscienza. La musica portata da lontano culla i pensieri.

Da dove sto in questo momento il silenzio amoreggia con lo sciabordio delle onde sulla costa. E’ un amore leggero, incantato, partecipe. Ti fa venire voglia di partecipare, anche se da lontano, quasi di nascosto.

E’ incredibile quanto la natura riesca ad essere “artistica”: o è solo un capovolgimento di prospettiva.

La notte si fa complice e copre di veli discreti gli amori furtivi.

Il mare lascia sprigionare la seduzione dei richiami, ammalianti.

Si può dedicare una canzone di amore sconfinato a un posto, a un paesaggio, a uno stato d’animo? E’ quello che sto facendo adesso, con le prime note di un sax innamorato.

Un canto d’amore che sgorga leggero dal cuore, mentre il sole si accinge a intraprendere la sua discesa al di là dell’orizzonte.

Solo una certa poesia è riuscita a raccontare i percorsi sulla soglia, solo una certa musica a farceli quasi percepire. Su quella soglia ho indugiato, tanto da far acquistare un sapore diverso a ogni istante della vita.

Per una scottatura da sole (non mi succedeva da decenni) stanotte ho stentato ad addormentarmi e ora sono un po’ stordito. Mi attende una giornata di spostamenti e di mare, devo stare in forma.

Per via dell’insonnia da dolore di spilli – per la scottatura- mi sono svegliato anche tardi, molto più tardi del solito, scoprendo che in fondo questo bisognerebbe fare d’estate: svegliarsi tardi.

Sono stato talmente ingolfato dal lavoro, negli ultimi anni, che avevo dimenticato come si fa.

Come si fa a fare cosa?

A stare contenti con poco.

Il ritmo del lavoro e le sue angosce portano ad allontanarsi sempre più da se stessi, nel tentativo di essere efficienti e non si riesce a staccare neanche d’estate.

La via più breve per finire in ospedale.

Al contrario, sapersi accontentare, di un bagnetto con gli amici, di una tirata tardi la notte, di un pigro risveglio la mattina.

Riuscire a non vergognarsi di una certa indolenza, con le preoccupazioni (la cura della vita) che volano via come corvi.

Tutto questo, anche se per poco, ha un effetto lenitivo – se non curativo- sul proprio stato d’animo.

Ieri sera sono stato ospite della barca di certi miei amici, a pesca.

Non è che io ami la pesca, amo il mare e qualsiasi pretesto è buono per una traversata.

Poi, il mare di notte è incantevole, misterioso e plumbeo: una roccia liquida. All’imbrunire il traffico nel porto è sostenuto, ma la nostra barca scivolava quieta sulle acque dai colori cangianti.

Avevo portato un lettore CD, con la musica bassa e ammaliante.

La costa punteggiata delle prime luci si esibiva come su una passerella di bellezza.

Le operazione strettamente pescatorie le ho affidate ad alti, con un braccio proteso a solcare la superficie delle onde, a toccare la materia, sentire la sua pressione sulle dita.

Mi sono detto che se le cose fossero andate male quando sono stato male l’anno scorso queste cose non le avrei potuto più gustare. Mai più. E allora questo contatto lo prendo come un regalo.

Riconoscente.




Categorie:A20.04- NARRATIVA / Liquido - Racconti di mare

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