Antonio De Lisa- Elogio della lentezza

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Antonio De Lisa- Elogio della lentezza

C’è un modo per muoversi ma nello stesso tempo non sentire troppo la metamorfosi del movimento: andare in bici. La velocità della bici può essere regolata sul passo umano o poco più. Si può spingere anche discretamente oltre; ma se la regoli sul passo umano la gente la guardi negli occhi.

Che cosa si vede negli occhi della gente? Quella signora sta piegando la testa rispondendo al cellulare, risponde piano, un momento fa rideva con un’amica con la quale faceva jogging. Ora si apparta a un lato del marciapiede, oscurata da una notizia dall’altro capo del telefono, con un’ombra sul viso. E’ come una pioggia estiva, che oscura per un momento la lucentezza del paesaggio. Speri per un attimo che altrettanto veloce sia il sentimnto provocato da quella notizia. Radente la spiaggia passa borbottando una barchetta a motore.

La bici ha il passo lento dell’attesa, il giro della pedalata non ha fretta, si avvolge pigro su stesso. AL tempo giusto per assistere inconosciuto a una litigata gentile fra due coniugi, che non hanno più bisogno di alzare la voce, basta un grugnito, uno sguardo per esprimere un dissapore. Sembra di capire che la questione riguarda uno dei figli, protetto dalla madre nonostante il suo giro lungo di lune. Forse ha bisogno di soldi, forse sta per separarsi. La madre se lo coccola come in anni lontani. Solo, con un cruccio in più.

Nella letteratura cinese due espressioni caratterizzano più di altre il rapporto tra la vita degli uomini e il mondo circostate. “Diecimila esseri” chiamano il mondo brulicante della vita, mentre “la polvere del mondo” serve a caratterizzare quello che c’è la fuori: il mondo. Sul lungomare, immobile in un caldo assoluto, i diecimila esseri cercano conforto nelle ore vespertine a contatto con le acque per tirare il fiato, respirare, inalare una boccata d’ossigeno, mentre la polvere del mondo si alza a coprire come un telo la fine del giorno. Si nota uno strano contrasto tra il movimento frenetico delle spiagge, sulle spiagge, tra giochi e balli di gruppo e il fiume serale che attraversa la via. Due mondi separati. A tratti solidale.

Di fronte al Charlie Brown, che è un ritrovo per ragazzi, la cui media si aggira sui 14-15 anni, soprattutto ragazzine, scorgiamo un gruppetto di diciottenni, che parlano accanto a due moto parcheggiate. Si preparano a staccarsi dal branco per andare a Palinuro, nella notte cilentana: sembra che stasera si esibisca un famoso rapper. Sono cambiati i tempi, non ci sono più “complessi beat” che si esibiscono davanti a un pubbico intenazionale, ora sono i rapper che la fanno da padroni. E non ci sono più nenche Benelli 125 che sfrecciano nella notte. La notte si produce in mille metamorfosi.

Un amico che non vedevo da una vita mi ha invitato a suonare due note con la chitarra sulla spiaggia. Siccome la chitarra ce l’ho sempre con me, una Takamine zoppicante e tutta scheggiata, che tuttavia regge miracolosamente l’accordatura, ho acconsentito, leggermente titubante sull’effetto complessivo che avremmo prodotto. Nessuno suona più la chitarra sulla spiaggia. Nella prossima missione spaziale alla ricerca di vite ulteriori dovrebbero mettere anche una fota di un falò con chitarra sulla spiaggia: siamo stati anche questo nel corso della nostra storia. Dunque, a chitarra. Si riesce a immaginare cosa significa suonare uel fragile strumento tra casse che sparano a tutto volume dei bassi potenti e vertiginosi? Ma a un certo hanno taciuto anche quelli e abbiao potuto far sentire qualche accordo e qualche canzone. Si è fermato il traffico del lungomare per lo stupore. Non si ferma nel fragore, perché in reltà non sente più niente, si ferma con qualche canzonica d’epoca. Dinosauri. Specie estinta. Inguaribili sognatori.

Sto passando l’estate immerso in un contesto low tech di cui solo ora mi accrgo: una bici bianca, una chitarra acustica un po’ malandata. Fanno bene quei ragazzoni che mi passano accanto con bicipiti da urlo e tatuaggi iper-japan a guardarmi un tantino perplessi, quelle ragazze che mi svettano accanto su tacchi da scalat alpina ad allontanarsi il più presto possibie. Non è bello sentirsi un fossile, se paragonato ai loro gadget all’ultimissima moda, una specie in via di estinzione. Non potrei giocare a beach volley, o ballare fino alle sei di mattina, io vado solo in bici e molto lentamente.

Tra i lidi che punteggiano il lungomare, ce n’è uno che ha una particolarità: il proprietario deve essere passabilmente nostalgico, non manda musica da balli latini, manda nell’aere immobile e pur dolce della sera pezzi di un’altra epoca, che non molti che fanno jogging hanno la possibilità di capire, per un motivo o l’altro, ma sopattutto per motivi anagrafici. E così mentre la bici bianca misura il perimetro della pista ciclabile, con discrezione, per non dare fastidio, per non invadere lo spazio, mentre la bici bianca drizza la prua verso il faro di Palnuro, veniamo colti da una musica una volta famosa, Baker street, con quello struggente solo di sax contralto da far venire i brividi. Dolce e calma è la notte e senza vento.

Il faro di Palinuro, davanti al cui scoglio il mito vuole che sia affogato il nocchiero di Enea, fende con le sue lame di luce il cielo del golfo mentre si placa l’affanno del giorno. La sabbia comincia a raffreddarsi, celando nel suo grembo il calore accumulato, la spiaggia comincia ad essere popolata dalle prime avanguardie che l’abiteranno la notte di ferragosto. Si vedono i primi fuochi, la musica non viene da registrator a cassette, ma da smartphones di utima generazione, ma lo spirito è quello, come un rito propiziatorio: passare la notte sulla spiaggia, svegliarsi col sole, dormire tutti insieme, festeggiare fino a tardi.

E’ strano vedere un ragazzino di nemmeno 15 anni con la maglietta che reca impressa la linguaccia dei Rolling Stones. Che significato avrà per lui quel logo, che rappresenta il senso stesso del rock’n’roll, che è uno sberleffo al mondo perbenista e borghese degli adulti? Una linguaccia sparata in faccia al mondo. Chi frequenta i concerti dei gruppi rock conosce questo linguaggio, ma ultimamente sembrava essere passato un po’ di moda: è sprofondato nell’abisso rave delle nottti senza ritorno. Starebbe bene nelle piazze, gridato da migliaia di persone, non affogato nei vicoli della droga pesante. Elogio del ragazzino con la maglietta dei Rolling Stones.


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Categorie:E02- Movimento lento, Uncategorized

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