Antonio e Lisa- Confini/Borders. Poema geografico

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Antonio e Lisa- Confini/Borders. Poema geografico

 

I mille volti della Cina

Leggendo i giornali mi è capitato
di ripercorrere con la memoria
un viaggio di qualche anno fa in Cina,
che è lo scenario in cui è esplosa la Sars.
Precisamente nel sud e nel centro
della Cina e a Hong Kong.
Quando si arriva in vista
del Mar Cinese Meridionale
si ha l’impressione di nuotare in un acquario.
Un acquario gelatinoso, melmoso, soffocante.
E’ certo una prima impressione,
ma è difficile scrollarsela
di dosso definitivamente.
Incide senz’altro il clima tropicale,
il traffico, la ristrettezza degli spazi.
La città si sviluppa tutta verso l’alto.
A Hong Kong avevamo qualche amico,
così risulta in un certo senso tutto più facile.
Gli arranco dietro.
Con gli occhi di oggi rifletto su che cosa
debba significare per quella città asiatica
lo scoppio del contagio da Sars:
un incubo; con 105 casi di morte
sui 1.458 casi registrati in quella città.
Un vero incubo.
L’ex colonia britannica è la città
del “non luogo” metropolitano,
così come l’ha definito un sociologo francese.
Il più evidente è lo shopping center.
Enormi shopping center sono collegati
l’uno all’altro da strade pedonali sopraelevate.
E’ come una rete di labirinti.
Ma in questo “non luogo” persiste
una credenza antica,
geomantica e superstiziosa,
il “feng shui”, il buon auspicio,
che ingarbuglia con le sue regole
capricciose la rete dei labirinti urbani.
Se un terreno risulta privo di buon auspicio
non vi costruiscono sopra,
col risultato di intasare le zone di buon auspicio
elevando grattacieli giganteschi.
Eccoci, dopo un avventuroso viaggio
su un bimotore da Hong Kong, a Canton (Guangzhou),
una delle capitali, con Pechino e Shangai,
della nuova Cina.
Canton non è trendy come la città
più “americana” della Cina, Shangai,
dove ai tavoli dei megaristoranti
(il “Red snapper” può ospitare 3.000 persone)
i ravioli al vapore ripieni
di brodo di carne e polpa di granchio (“jiao zi”)
vengono serviti da camerieri su pattini a rotelle,
ma è sempre un grande laboratorio
del paese dell’estremo oriente
che si appresta a sfidare il mondo occidentale
sul suo stesso terreno,
quello della competizione commerciale.
L’amico orientale ci fa da Cicerone,
esaudendo divertito le mie richieste:
la televisione, l’università, le biblioteche,
i luoghi di ritrovo dei giovani.
Mi interessa in particolare il ruolo dei media.
La Cina inaugurò la sua prima stazione televisiva
solo nel 1958, e fino al 1979, in tutto il paese
col suo miliardo di abitanti,
c’erano meno di cinque milioni di apparecchi.
Tuttavia oggi i cinesi stanno diventando
fanatici della televisione
quanto gli americani e i giapponesi,
per lo meno nelle zone urbane
dove si concentra il maggior numero di televisori.
Quando una stazione di Pechino
mandò in onda il suo primo programma americano,
una serie di telefilm di fantascienza
che ha come protagonista un uomo
che sa nuotare come un pesce,
“The Man from Atlantis”,
il numero delle persone
che il sabato sera rimase in casa
per seguire il programma fu tale che i cinema,
di solito superaffollati, rimasero vuoti
e il numero dei crimini a Pechino scemò di colpo,
come mi racconta un giornalista
dello studio televisivo.
Mi incuriosiva sapere perché le autorità
politiche del paese avessero scelto
un programma così strano,
per non dire inverosimile,
come prima serie regolare di telefilm stranieri.
Lo sceneggiato, privo
di qualsivoglia messaggio sociale,
mostrava gli occidentali,
in questo caso americani,
in ambientazioni ricche, seducenti e avventurose,
niente che scoraggiasse l’invidia
per il modo di vivere di quei paesi.
La ragione, mi spiega il giornalista,
risiedeva nel fatto che la stazione televisiva
governativa disponeva di un bilancio ristretto
(trasmetteva una quantità minima di pubblicità)
e “The Man from Atlantis” era la serie più economica
che la Cina avesse potuto comperare ad Hollywood.
E’ la volta di una biblioteca.
Nello schedario del dipartimento di storia
cerco la scheda di Trotsky, così, per curiosità,
ma la scheda rimanda a Lev Bronstein,
il suo nome d’origine.
Vado a cercare Bronstein e la scheda rimanda a Trotsky.
In seguito un laureando mi dice che lo stratagemma
è il residuo di un recente passato,
in quanto le autorità politiche cinesi
erano fino a non molto tempo fa ancora
pieni d’ammirazione per Stalin
e consideravano Trotsky un apostata.
Quelle schede sono semplicemente non aggiornate,
perché ora anche Stalin è scomparso dai punti di riferimento.
Fuori campeggiano grandi cartelloni pubblicitari
di marche giapponesi e dentro le carte
disputano ancora dell’ortodossia di Trotsky,
ma sono solo carte;
la vera Cina ha fatto un passo in avanti
e nessuno può prevedere quello
che ci riserverà in un immediato futuro,
anche se oggi ha ricevuto un duro colpo
dall’epidemia della polmonite atipica.
Poi, questo gioco di carte
può stupire soltanto chi non sa che l’Oriente,
da quello vicino a noi, il Medio Oriente,
a quello più lontano, viveva e ancora vive
– sia pure in maniera diversa –
in un perenne stato di scissione mentale:
da un lato si avverte l’esigenza di salvaguardare
quello che si è acquisito con tanti sacrifici,
un’identità nazionale e politica (Cina e Vietnam),
talvolta con caratteristiche etniche e religiose
(mondo islamico, India),
dall’altra si guarda con ammirazione a Occidente.
Certi fenomeni sono normali,
anche se possono apparire curiosi;
questo mi è capitato di vederlo
in Tunisia come in Turchia,
in India come in Tibet e in Cina.
Certe titubanze nel rivelare
i dati del contagio derivano anche da questo.
Sempre sul filo della memoria
mi capita di spostarmi nelle pianure del sud-est cinese,
per poi risalire verso il Sichuan,
proprio i luoghi di incubazione del terribile virus Sars,
la cosiddetta polmonite atipica.
Il 17 maggio 2003 le statistiche
hanno fanno registrare 7.761 casi di contagio da Sars.
Sembra che il responsabile della Sars
non sia stato un solo virus,
ci sono stati forti sospetti sul corona,
della famiglia dei virus che danno banali raffreddori.
Forse erano implicati altri microrganismi complici
ed è quasi certo che si fosse trattato
di un nuovo ceppo di corona mutante.
Il bollettino dell’Oms di quel giorno
parlava di 33 nuovi casi in più rispetto
al venerdì precedente, concludendo
che l’epidemia stava frenando,
se si tiene conto del fatto che fino a quel momento
il contagio viaggiava alla media di 100 casi al giorno.
Intanto il totale era salito a 623 vittime.
Sabato c’erano stati 12 morti,
7 in Cina e 5 ad Hong Kong.
Ma il capo degli ispettori dell’Oms,
il dottor Daniel Chin, frenava gli ottimismi:
“Basandoci sugli ultimi dati,
riteniamo che il calo dei nuovi casi di infezione
registrato negli ultimi giorni non derivi purtroppo
da un reale contenimento dell’epidemia.
Abbiamo ragione di ritenere che,
da qualche tempo, i medici negli ospedali di Pechino
abbiano cominciato a non dichiarare i casi sospetti
che manifestano sintomi lievi o allo stato iniziale,
come invece facevano prima,
e come richiesto dal nostro protocollo di analisi.
Quindi, per ora, riteniamo che la situazione
non sia realmente migliorata rispetto
a quando si registrava una media
di 100 nuovi casi al giorno”.
Il corona era mutato rispetto
a quelli umano e animale noti,
diventando nei passaggi più cattivo.
Una delle caratteristiche dei coronavirus
era di far evolvere la struttura del loro genoma,
acquistando nuova virulenza.
Lo hanno fatto attraverso vari meccanismi,
come ricombinandosi con altri virus.
Per questo aveva un genoma voluminoso:
il doppio rispetto ai virus influenzali e all’hiv.
Qualcuno ha sostenuto che le pianure
del sud-est della Cina, appunto,
dove “l’uomo convive in promiscuità
con oche, volatili e maiali”
abbiano costituito un habitat ideale.
Ma perché proprio lì?
Non è certo l’unico posto in cui
si verificano queste circostanze.
Ma purtroppo la società dell’informazione,
che sembra sapere tutto di tutto,
quando si verifica un episodio del genere
va letteralmente in tilt.
Più che informazione, infatti, possiamo
parlare di propaganda,
a oriente come a occidente.
I ricordi cinesi sfumano,
continuando a sfogliare giornali,
in quelli scolastici.
Che cosa ci fa venire in mente la parola contagio?
Lucrezio, Boccaccio, Poe, Manzoni.
E poi i grandi storici, antichi (Tucidide) e moderni.
Nei sintomi la sindrome asiatica
somiglia alla peste ateniese:
occhi rossi, febbre, starnuti, raucedine;
poi il morbo scende agl’intestini (Tucidide, II, 49).
Nella tempesta delle fortune saltano gli equilibri,
cadono i motivi inibitori,
sparisce la pietà e la benevolenza;
lo scioglimento dei connettivi civili
libera cariche aggressive latenti;
ognuno diventa predone (II, 53).
Lucrezio da parte sua postulava un “morbidus aer”
o effluvi dalla terra imputridita
sotto “intempestivae pluviae”
ovvero arsa dal sole
(“De rerum natura”, VI, 1093-1102)
e anch’egli descriveva l’effetto
del morbo sul consesso umano.
La città degli uomini va in sofferenza
e l’ordine civile cede il posto alla barbarie.
Così come l’ha descritto Boccaccio nel “Decameron”
parlando della Firenze colpita
dalla peste a metà Trecento.
Non si sfugge al morbo, muoiono ricchi e poveri.
E non c’è solo Firenze,
l’intera penisola è colpita e a ondate nel tempo.
A metà Seicento si verifica un altro grande
episodio di recrudescenza.
In una prospettiva di lunga durata
le epidemie giocano sul tavolo della storia
lo stesso ruolo delle grandi battaglie
e delle alleanze politiche.
Questo è vero soprattutto per il passato,
ma non mancano casi anche nella storia recente.
Si pensi alla cosiddetta “spagnola”,
che dal 1918 al 1920,
subito dopo la Prima guerra mondiale
sembra abbia mietuto
dalle 20 alle 40 milioni di vittime.
O al virus influenzale dell’asiatica,
che uccise nel 1957 un milione di persone.
Nel 1968 il ceppo virale della “Hong Kong”
(ancora questo nome), originato
come quello precedente dagli uccelli,
causò più di 700 mila vittime.
Nel 1977 la combinazione micidiale di ceppi
delle due precedenti influenze provocò
il destarsi della “russa”.
Infine, nel 1997, per la prima volta
un ceppo virale ritenuto esclusivo
degli uccelli passa all’uomo senza mutare.
Qualcuno mi ha detto che il “must”
della Honk Kong di oggi è il Felix,
all’ultimo piano del grandioso Peninsula Hotel
(progettato da Philippe Starck),
il bar-ristorante più “cool” della città.,
mentre nella Cuaseway Bay
si espongono le creazioni ispirate all’Oriente
della stilista Vivienne Tam,
cinese d’origine ma trapiantata a New York.
Anche l’arte contemporanea,
che non ha mai avuto un grande mercato a Hong Kong,
mostra o mostrava una certa controtendenza,
con le gallerie dei giovani artisti di Para/Site e Laspace.
Ma dietro l’ottimismo ufficiale
e le ufficiose preoccupazioni
emerge il volto inquieto della Cina d’oggi.
Nel cinema di Wong Kar-wai e John Woo
si manifesta la perdita d’identità di questo paese,
segnato da “non luoghi” metropolitani,
da scenari iperrealisti e da personaggi-fantasma
che attraversano inquieti megalopoli
punteggiate da luci al neon.
Tuttavia all’ora di pranzo i manager
e i dirigenti di un certo livello
si tolgono la cravatta e vanno
in palestra a praticare il “kung fu”,
più una filosofia di vita che una lotta.
Ma com’è il “kung fu” praticato con una mascherina?
Non lo sapremo mai.
I cinesi sono molto discreti e riservati,
specie nei confronti degli occidentali.
Ne hanno viste tante.


India

L’India nella stagione di “chaitra” (la nostra primavera)
è una sinfonia di suoni, colori e sapori
prima dell’arrivo della stagione dei monsoni,
distruttiva e vitale per questo paese
che deve dar da mangiare a un miliardo di persone.
In due settimane non ne potrò cogliere
che qualche vago accenno.
Si tratta di capire dove realmente sia il confine,
dove realmente il contatto con il sub-continente cominci.
Sulla scaletta dell’aereo dell’Air India
che da Roma ci porterà a New Dely e poi a Bombay,
mi precede una giovane donna in “sari”
(il costume tradizionale indiano)
con in braccio la figlioletta di quattro o cinque anni
che si gira verso di me, che le sono dietro, e mi sorride.
Sulla fiancata dell’aereo, a metà della scaletta d’imbarco,
leggo la scritta in inglese: “Your Palace in the Sky”.
Quel sorriso, quella scritta sono di buon auspicio,
come direbbe un hindu.
Senza che me ne sia accorto, sono dentro.
La Madre India mi ha sussurrato il suo benvenuto.

La mia compagna di viaggio è una signora inglese
di Manchester che va a Bombay,
ribattezzata oggi Mumbay.
Ha un completo nero e le scarpe rosse;
le si indovina un’antica bellezza.
Nella fila centrale due coppie di indiani,
lenti e solenni nei preparativi del viaggio.
Un signore più indietro indossa il turbante,
il segno distintivo dei Sikh.

L’idea è quella di fare un’escursione nell’India del sud
attraverso tre stati, il Tamil Nadu, il Kerala e il Karnataka,
dalla costa del Coromandel
nel golfo del Bengala (India sud-orientale)
a quella del Malabar nel Mar Arabico (India sud-occidentale).
In queste zone si conservano meglio
che altrove le testimonianze più importanti
dell’arte e dell’architettura templare induista.
Infatti il periodo di massimo splendore
dell’architettura sacra induista dell’India settentrionale
ebbe termine nel XIII secolo a causa della conquista musulmana,
che comportò l’arresto della costruzione di nuovi templi
e la distruzione sistematica di molte strutture preesistenti.
Al sud, invece, dove la conquista musulmana non giunse
o non fu predominante,
si è continuato a erigere templi fino a tempi recentissimi.

L’India meridionale è la culla di quella
che gli stessi indiani chiamano musica “karnatica”,
la musica classica indiana,
che ha caratteri propri e diversi rispetto
alla musica “hindustan” del Nord,
che ha subito, come la lingua,
le influenze della musica centro-asiatica,
musulmana e persiana,
portata dai conquistatori turchi
nell’epoca delle invasioni dei Moghul.
Al Sud tutto è più puro da un punto di vista induista.
La devozione religiosa, chiamata “bhakti”,
è intensa, vissuta, pervasiva.
Qui l’aspetto severamente monistico
dell’essere supremo brahmanico appare
in una debordante proliferazione di dei, figure divine ed emblemi.
Le figure più importanti della mitologia hindu sono tre (la “trimurti”  induista): Brahman, il dio creatore, la cui sposa o “paredra” è Sarasvati, dea della musica; Vishnu, il dio conservatore, che ha nove “avataras” (incarnazioni), la più importante delle quali è Krishna, protagonista, insieme all’eroe Arjuna, del più grande poema epico indiano, il “Mahabarata”. Sposa o paredra di Vishnu è Lakshmi, la dea della ricchezza; Shiva, il dio distruttore, la cui sposa è Parvati. La coppia ha due figli: Skanda, dio della guerra e Ganesh, il dio della prosperità e della buona fortuna, fatto segno dagli indiani di un culto del tutto speciale.

Cennay (Madras)

Madras, ribattezzata Cennay (gli indiani stanno cambiando nome a molte città), città affacciata con le sue spiagge e i suoi cinque milioni di abitanti sul golfo del Bengala, capitale della regione del Tamil Nadu, è la nostra prima vera tappa su suolo indiano. Appare grande, immensa, formicolante. Ma nonostante l’apparenza non c’è molto da vedere, se si esclude un museo in pessimo stato di conservazione, il “Government Museum”, con la sua splendida raccolta di bronzi dell’India meridionale tra le quali il simbolo di tutta l’arte indù: lo “Shiva nataraja” (Shiva danzante) e quella della statua di Ardhanishvara, il “Signore la cui metà è femminile”, unione di Shiva e della sua “shakti”, eseguita nell’XI secolo nella zona di Tanjore. Questo paese, che ha una memoria portentosa, una memoria di tremila e cinquecento anni, ha in compenso un debole senso della storia. Per un hindu ha un senso solo quello che possiede una funzione attuale: le formule vediche per le preghiere (il più antico dei “Veda”, libro rituale fondamentale dell’induismo, per fare un esempio, il “Rig-Veda”, è del X secolo a.C.). I templi per le funzioni sacre, e ce ne sono di antichissimi, sono conservati in ottimo stato. Un museo, invece, che rientra nelle categorie della storia e non in quelle della memoria funzionale al culto, è cadente e visitato solo da turisti.

La memoria storica di Madras ci racconta che nel 1640 divenne la prima sede della “Compagnia britannica delle Indie orientali”. Inoltre, una leggenda vuole che vi sia morto, su una collina, l’apostolo Tommaso (Mount Saint Thomas). Nel XIX secolo fu la sede della Presidenza di Madras, una delle quattro divisioni della British Imperial India. Scivolando da Madras passiamo nel quartiere di Adayar con le sue dimore coloniali inglesi, in una delle quali è ospitata la “Theosophical Society”, fondata a New York nel 1907 da H. Olcott e Helena Petrovna Blavatsky, la cui sede fu trasferita ad Adayar nel 1882. Mi vengono in mente le speculazioni del musicista Alexadr Skriabin, uno dei tanti toccati dall’India. Fantastico, per associazione di idee, sulle letture wagneriane del “Mahabarata”. Forse è tutta da scrivere la storia dei rapporti tra la musica occidentale e la cultura indiana.

Kanchipuram

Per arrivare a Kanchipuram attraversiamo la campagna indiana, con i suoi villaggi, le sue case sul bordo della strada. E’ molto presto, la gente ha appena finito, per chi ha voluto, la “puja”, la preghiera rituale del mattino. Sulle soglie delle povere case a un piano, ornate da disegni geometrici in gesso per buon augurio (questo è un giorno di buon auspicio), la gente è intenta al “dantha-devana” (pulizia dei denti), che avviene con le foglie di un albero particolare, camminando davanti all’ingresso, tra bambini che giocano e donne che vanno ad attingere l’acqua nel pozzo. E’ uno sfavillio di colori. Fa già molto caldo. A un incrocio un brahmino (sacerdote induista) recita una preghiera davanti al tempietto di un serpente, nella destra il fuoco, nella sinistra una campanella.

Kanchipuram, detta anche Shiva Vishnu Kanchi, è una delle sette città sante dell’induismo, capitale dei Pallava, dei Chola e dei Vijianagar, una spettacolare città templare irta di “Gopuram” (templi).  E’ una delle più antiche città dell’India del sud, associata nella “Bhagavata Purana” a Kamakati, la dea shivaitica Kamakshi. Si dice che vi avrebbe soggiornato il Buddha. A Kanchipuram ci sono due templi di assoluto interesse: il Tempio di Ekambareshwara e il Tempio del Kailashanatha.

La sera torniamo a Covelong, dov’è il nostro albergo, un vero incanto: si chiama  “Fischerman’s Cove. Non conserva tracce del turismo religioso occidentale degli anni Sessanta, quando era possibile vedere, mi dicono, intere città notturne di sacchi a pelo sulla spiaggia. A Covelong decidiamo di comune accordo, per una modica spesa in “rupie” (la moneta indiana), di fare i turisti. Cena sulla spiaggia del golfo del Bengala, a base di granchi e di ogni specie di pesci e di frutta. Fa molto caldo, circa 36 gradi di giorno, 26 di notte. Vorremmo fare il bagno nell’oceano indiano, ma non si può, è pericoloso. Ripariamo sulla piscina a tre livelli, ma l’acqua è più calda della notte indiana.

Gli “shore temples” di Mahabalipuram

Mahabalipuram, sulla costa, 320 Km a nord di Tanjore e 54 Km a sud di Madras è famosa per i suoi “shore temples” (templi sulla spiaggia). A Trichy c’è il  “Rock Fort Temple”, monumento appollaiato su una roccia, e si può vedere una centrale nucleare, da lontano l’isola di Srirangam, a pochi chilometri da Trichy, dove sorge un’immensa città-tempio dedicata a Vishnu; cinta da sette giri di mura è un vero e proprio dedalo di strade, con negozi, case e templi.

Qualcuno della comitiva di italiani cui mi sono aggregato nella visita alla regione del Tamil Nadu osserva che l’indomani è il 5 aprile, la Pasqua dei cristiani. Voci di consenso e di dissenso. Quel qualcuno chiede in giro, in un inglese approssimativo,  se ci sia una chiesa cattolica e riceve una risposta affermativa. L’andiamo a vedere: è un’immensa costruzione in stile gotico ma senza guglie e tutta dipinta di giallo, con le modanature più scure, sul marrone. Fa un certo effetto. L’indomani ci presentiamo alla funzione, che si tiene alle otto di mattina. L’interno produce un effetto migliore. Non ci sono panche o sedili. I fedeli sono inginocchiati per terra. Vestono in “sari” le donne, gli uomini hanno abbandonato per un attimo il gonnellino (“doti”) che è il costume maschile nazionale del Tamil Nadu e indossano dei calzoni, ma sono scalzi.

Anche la madonna sull’altare è acconciata in un “sari” multicolore. Il sacerdote è molto professionale, addobbato con i paramenti sacerdotali, ma scalzo. La messa è in lingua “tamil”, una lingua “dravidica” di origine non “arya”, è la lingua dei sottomessi, non dei conquistatori. La messa mi sembra del tutto conforme; ma il gesto di pace della stretta di mano è sostituito da quello del “namaskar” indiano, il saluto a mani giunte. La musica è su ritmi popolari “tamil”, ma fatta con strumenti elettronici.

Usciamo dalla chiesa senza dire una parola. Senza dire una parola saliamo sul pulman. Solo il nostro corrispondente locale, che ci ha raggiunto in chiesa, mi rivolge la parola. Si chiama Joseph. Siamo diventati amici. E’ un cattolico indiano. “Strano, vero?”. Gli faccio cenno di si con un movimento della testa.

Madurai

Madurai, “benedetta dal nettare che sgocciolò dalla capigliatura di Shiva”, importante centro di cultura tamil, è una città di un milione di abitanti. Visitiamo il tempio più importante. Quello di Meenakshi-Sundareshvara è un santuario doppio, costruito nel XVII secolo, di stile Vijanagar, consacrato a Sundareshvara (Sundareshvara è una poetica attribuzione di Shiva che significa “Il Signore dal bell’aspetto”) e alla sua “paredra” o sposa Meenakshi (“Colei che ha l’occhio in forma di pesce”), in realtà una divinità autoctona che in seguito è stata  assimilata all’energia femminile (“shakti”) del dio: una grande madre acquatica che veglia sulle creature con occhi bene aperti (come quelli di un pesce). Nella mitologia hindu il volto femminile del dio diventa la sua sposa Parvati. Come si è detto, il tempio è “doppio”, una metà dedicato a Shiva, l’altra a Parvati

Stato del Kerala

L’indomani varchiamo le frontiere dello Stato del Kerala, che presenta un paesaggio molto diverso dal Tamil Nadu. Dopo aver attraversato la barriera dei Gats occidentali, che si sviluppano in altura, l’aria è molto più rarefatta. La riserva di  Periyar comprende principalmente un ampio lago artificiale intorno al quale nidificano numerose specie di uccelli, anche del tutto particolari, come il bucero e il gufo di palude. La riserva è un ottimo habitat per l’elefante asiatico. Uno scRoscio d’acqua verso il tramonto ne porta verso la riva un gruppetto. Li vediamo, mentre la barca scorre lentamente sotto un cielo minaccioso. Vi sono poi tigri, leopardi, bisonti, sciacalli, lucertole, serpenti volanti, pitoni, cobra.

Thekkady

Thekkady pullula di negozi per turisti, non tutti di cattivo gusto: vendono “chappals”  (i sandali in pelle di bufalo), e cuoiami in genere, sempre di bufalo, ovviamente, gilet del Kashmir, bijiotteria varia, tappeti, miniature su seta spacciate per antiche, incrostazioni in marmo, oggetti in cartapesta, ceramiche, oggetti metallici, soprattutto in rame e ottone, dai candelabri alle tazze, ai vassoi, gioielli, figure di bronzo, sculture in legno, abiti e “sari”. I tessuti esposti provengono dai villaggi della zona. La produzione tessile in loco si chiama “khadi”.

L’abbondanza di oggetti è un dato che si riscontra praticamente dappertutto, infatti l’India è una grande produttrice di oggetti e manufatti  artigianali.  Poi ci sono anche dei posti interessanti per altri motivi. Uno spaccio di medicina “ayurvedica”, un centro massaggi sempre ayurvedico, sgabuzzini dove vendono le spezie che si producono in loco. Entriamo in uno di questi posti, ma dobbiamo contrattare al lume di candela perché l’amministrazione comunista dello stato raziona l’energia elettrica: mezz’ora a turno.

Tempio di Belur

Mentre ci dirigiamo al Tempio di Belur facciamo sosta in una specie di bar lungo la strada a bere il “chai”, il té indiano fatto bollire nel latte, che ha un sapore discutibile. E’ più graziosa la manovra di raffreddamento da parte di chi lo prepara, che passa il liquido da un bicchiere all’altro, tenuti a grande distanza. La televisione è accesa. Nessuno di noi si aspetta di capire granché in un telegiornale in “kannada”, la lingua del Karnataka. Ma all’improvviso si sente parlare inglese. E’ il portavoce del ministro degli esteri indiano che annuncia impassibile: “Dopo undici mesi e undici giorni, alle undici di mattina l’India ha fatto esplodere nello Stato dell’Orissa una nuova testata nucleare”. Ci guardiamo costernati. Sullo schermo appare la sagoma del missile, con il suo nome bene in evidenza: Agni II. Agni è il dio del fuoco nella mitologia hindu.

E’ ancora senza una sola parola che risaliamo sul pulman. Le contraddizioni dell’India ci sembrano insormontabili. Nei campi i contadini spingono ancora a braccia le vacche da traino per arare la fertile terra indiana. Vijipayee, il capo del Bjp e del governo, fa esplodere le testate nucleari.

Mumbai (Bombay)

L’aereo che da Bangalore, la città dell’industria elettronica, una delle più avanzate del mondo, ci riporta a Bombay vola nella notte indiana, calma, tranquilla, piena di luci. E’ Bombay all’arrivo che esplode di suoni come a mezzogiorno. L’atrio è assiepato da pellegrini musulmani che attendono il ritorno in patria dei loro congiunti partiti per il pellegrinaggio rituale alla Mecca. La religione in India muove le forze dei popoli con un’attrazione contagiosa. Per avere un qualche paragone bisogna immaginare l’Europa dei Anni Dieci e Venti, l’Europa dell’ingresso di grandi masse sulla scena della storia. In India è la religione che muove la storia. Lo si vede dappertutto, lo si respira nell’aria. A tutti i livelli della vita sociale.

La casa dove ha vissuto a Bombay, ospite di un amico, il Mahatma Gandhi, è di una spoglia bellezza. La brandina per terra, l’arcolaio. Su una scansia tre libri: la Bibbia, il Corano e Il “Bagavat-Gita” (Il Canto del divino Signore), che è considerato il Vangelo degli hindu. Il “Bagavat-Gita”, che è una sezione del grande poema indiano “Mahabarata”, è un libro bellissimo. Krishna rivela ad Arjuna, che è un guerriero di casta kshatrya, la seconda per importanza nel sistema delle caste indiane, dopo quella dei brahmani e prima di quella dei commercianti e dei coltivatori, i doveri della pietà e dell’azione. Dare un’occhiata al “Bagavat-Gita” nella casa di Gandhi fa una certa impressione. I colori del tramonto sul golfo di Bombay si impastano con le sensazioni più diverse, comprese quelle suscitate dallo spettacolo di un’umanità miserabile che si assiepa sulla strada che conduce all’aeroporto. Con i bambini che razzolano sui bordi di scoli a cielo aperto. Mi viene in mente il sorriso di quella bimba sulla scaletta dell’aereo, gli occhi dei bambini incontrati lungo il viaggio, che nel sud sono neri di pelle e che spiccano illuminati da una luce particolare. C’è qualcosa in quella luce. Come in questa terra, dove è possibile cogliere il senso delle cose e della vita e il suo assoluto abbrutimento. Mi chiedo -forse inutilmente- se riuscirò mai a capire l’India, nonostante tutti gli studi, nonostante tutti i viaggi, nonostante tutta la mia voglia di comprenderla. Quello che mi rimane è un senso quasi di incompiutezza. Ma che appartiene all’angolo visuale delle mie domande e non a quello che vedo.

Di Nuova Delhy percepiamo solo l’alone di una città immensa. In fondo è solo uno scalo per questa volta. Ma anche qui l’atrio è animato da voci, presenze, volti religiosi. Un gruppo di fedeli lascia vibrare nell’aria corolle di petali di fiori. Hanno il turbante dei Sikh, accolgono il loro capo spirituale di ritorno da un viaggio e gli si prosternano toccandogli la punta dei piedi in segno di rispetto.

Con la lettura dei giornali sull’aereo del ritorno (“The Hindu”, “Hindustani Time”) riprende il sordo brontolio delle notizie della guerra del Kossovo. L’India è severamente critica con la NATO e gli Stati Uniti. Ma le dimissioni di un piccolo partito alleato del Bjp (il partito nazionalista hindu di Vijipayee), un partito proprio del Tamil,  sembra che provocherà la crisi del governo. Si affaccia la possibilità che la palla torni nelle mani del Partito del Congresso e quindi in quelle dell'”italiana”, come la chiamano a New Delhi, Sonja Gandhi.

Ma penso che la preoccupazione principale di un contadino del Tamil o del Kerala in questo momento sia riferita piuttosto alla natura e alla portata del Monsone in arrivo. Sulle strade di montagne dei Gats occidentali, fra Tamil e Kerala,  si vedeva già qualcuno pronto al rito propiziatorio.

Antonio De Lisa

(India del sud- Marzo-aprile 1999)

 

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