Antonio De Lisa- L’incanto di Sophie

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AntonioDe Lisa- L’incanto di Sophie

Da lontano si pensa meglio,
specie camminando,
con Sophie accanto
che è muta, sotto la pioggia,
come un oltraggio.

Sera incantata

Ti devo portare nella
necropoli d’incubo di R’lyeh
-Sophie era d’accordo
quella sera incantata-
è lì che giacciono
il grande Cthulhu e le sue orde.
Eravamo stati rapiti da Dublino,
la tristezza, la malinconia,
la compostezza della gente
(tranne che nei pub, ma va bene).
La sera del nostro arrivo,
dopo tre bicchieri al Temple Bar,
sarà stata la stanchezza
(o forse il fatto che non erano proprio tre)
vedemmo la necropoli d’incubo di R’lyeh.
Faceva un freddo cane,
ma non lo sentivamo.

“A Terrible Beauty”

“A Terrible Beauty”
la mostra di Francis Bacon
alla “Dublin City Gallery” di Dublino.
A Terrible Beauty
è quella di Sophie.
Vertiginosa come una droga.

Bacio mortale

Nel “Dublin Writers Museum”
c’e’ una prima edizione
del “Dracula” di Bram Stoker,
che ovviamente era di Dublino.
In nessun altro posto poteva nascere
l’autore di un libro come quello.
Ma chi, tra noi due,
darà il bacio mortale?

Nella notte di Dublino

A Dublino la prima notte
ha segnato il cammino,
le altre le sono state sorelle
dispettose e inquietanti.
Ma quella prima notte
-e quando la rievochiamo
io e Sophie sogniamo
da svegli, ipnotizzati-
quella prima notte è stata l’alba
di un mondo, ma nato che era già finito,
ornato da ridenti cristalli di ghiaccio
ma già ombrato da quella vena
di rimpianto che avrebbe poi
conquistato la scena.
Dublino complice e spettrale,
diafana come una vestale.

La chiave d’argento

Ci siamo fermati in un pub
e a un certo punto Sophie
dice qualcosa, ma strascicando
le parole, confuse in una specie
di cappuccino.
“A trent’anni Randolph Carter
perse la chiave della porta dei sogni…”
Non riesco a seguirla,
ma riprende:
“a cinquant’anni disperava ormai
di trovare quiete e appagamento
in un mondo che era divenuto
troppo affaccendato
per apprezzare la bellezza
e troppo smaliziato per sognare”.
Faccio finta si aver seguito,
ma in realtà non è così,
mi sporgo per leggere il titolo
del libro da cui sta citando,
poi capisco, è H.P.Lovecraft,
“La chiave d’argento”.

Nightfall

Trasmettono Sister Nightfall dei Sirenia.
Nightfall è il calar delle tenebre.
I poeti quando ancora esisteva
la poesia nel mondo
la chiamavano “occaso”, il tramontare.
Come il sole a occidente.
E’ l’habitat naturale di Sophie,
e un poco anche il mio,
come luogo del tramonto può andare.
Benvenuta Sister Nightfall.

Un posto e la fine di tutte le cose

Anche se è ancora praticamente
buio alle 9.30 del mattino
(siamo un’ora indietro)
un po’ ci dispiace lasciare
questo posto, Dublino.
Certo, Edimburgo e soprattutto
Big City (Londra)
saranno più frizzanti,
ma è qui che si pensa bene.
Da qui si potrebbe assistere
alla fine di tutte le cose.

Lungo il Royal Mile

Sophie detesta la folla
e non è facile con lei
attraversare il Royal Mile
di Edimburgo.
Oltre al solito pallore
esibisce una freddezza
provocante e altera.

Nemmeno quando le parlo
dei tre grandi scrittori
scozzesi Robert Burns,
Walter Scott e soprattutto
di Robert Louis Stevenson
riesco a scuoterla
dal suo malumore.

Ma giù per i gradini di Lady Stair’s Close,
di fronte al Writers’ Museum
sento che un po’ si scioglie
e mi fa qualche domanda
ma con occhiate di traverso
come una ragazzina bizzosa,
subito contraddicendomi
sul vero significato del Mr. Hyde.

Di solito, quando parlo mi si attenuano
le sensazioni, ma questa volta
è diverso. Sento il suo profumo
misto a un certo odore di freddo,
che mi arriva da un altro universo.

Vento sul Walkway

Il vento si insinuava
leggero lungo
il Water of Leith Walkway
ma alterava  gli spiriti vitali
e scuoteva a tratti
le parole dei giovani amanti
insinuandosi nelle felpe
e amoreggiando con la sera
incipiente.

Ma quel gelido fruscio
sembrava placare
l’ansia incombente
di Sophie, lontana dalla folla.

E questo mi bastava.

In questa celtica follia
nuotava piano
il mio spirito latino,
smarrito ma affascinato,
fors’anche disposto
sommessamente al dialogo
con spettri gotici
dalle parole gentili
ma affilate come lame.

Ma non fu facile
riportare Sophie sulla terra,
e quando lei vi fu,
fui io a volare.

Whitehorse Close

Lambisco appena con un’occhiata
i frontoni con ornamenti a gradini
di Whitehorse Close, con i lucernari
e i piani superiori sporgenti
e le scale esterne
quando Sophie sembra voler
dire qualcosa. E’ di un pallore mortale,
come quello di una sacerdotessa
di una religione ancestrale.

Scosta dall’orecchio l’auricolare
dell’I Pod. E’ uno strano colore
quello che brilla sulle sue labbra,
ma di una bellezza miracolosa.
Non mi aspetto molto, ma a me basta
guardarla. Non dice una parola,
né io forse voglio sentirla.

Si limita a lambire col suo mignolo il mio,
un gesto più dolce del miele, più aspro
e amaro dell’assenzio.
Una preghiera totemica a un lontano dio.

Non è scalfibile il suo male,
accarezzato, cullato dalla mia mite tristezza.

Siamo come due derive
che fendono il gelo che arriva
dal Mare del Nord nell’ora sonora
del silenzio e del tramonto. Vi affondiamo
incuranti dell’ora; ma io non vorrei
essere in nessun altro posto,
con nessun’altra persona.
In nessun’altra memoria.
Con nessun altra fermare il tempo.
Dire addio alla storia.


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