Antonio De Lisa- L’incanto di Sophie

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AntonioDe Lisa- L’incanto di Sophie

Personaggi:

Marcello
Sophie


La scena è relativamente spoglia. I due attori si muovono su due piani completamente diversi come se ognuno parlasse per conto proprio. I motivi sono intrecciati ma il dialogo è sfasato rispetto all’azione. L’attore parla sia al tempo presente sia al passato, rievocando la sua storia con Sophie. Sophie dal canto suo è perduta in un mondo di puro lirismo e di malinconia. Un accorgimento particolare va riservato alle luci, che dovrebbero sopperire alla scarna scenografia. Sarà compito del regista di volta in volta valutare che tipo di elementi mettere in scena.

Scena Prima

Marcello
(entrando in scena lentamente, quasi con fare indeciso)
Da lontano si pensa meglio,
specie camminando,
con Sophie accanto
che è muta, sotto la pioggia,
come un oltraggio.

Sophie
(è presente in scena quando entra Marcello, fa un cenno come a voltarsi verso di lui, ma poi ci ripensa)
Solo gli oggetti sono nitidi e vividi
ai riflessi di luci trasognate
nella dolce tragedia di nottate
abbandonate dal sonno.

L’inizio è duro, quando sembra
che tu solo stia a vegliare
in un mondo appagato
che se di uno sguardo ti ha degnato
lo ha fatto per cortese abitudine
prima di volgersi da un altro lato.

Senti il duro peso dell’ingiustizia
come un’offesa inferta ai tuoi desideri
ma è quando anch’essi ti abbandonano
che lentamente la notte si svela
– notte che non è il rovescio del giorno
ma la netta antitesi, la negazione.

Spazio lascivamente improduttivo
in cui danzano fantasmi dimenticati
lontane erranze
brandelli di addii.

Marcello
(rievocando l’esperienza)
Ti devo portare nella
necropoli d’incubo di R’lyeh
-Sophie era d’accordo
quella sera incantata-
è lì che giacciono
il grande Cthulhu e le sue orde.
Eravamo stati rapiti da Dublino,
la tristezza, la malinconia,
la compostezza della gente
(tranne che nei pub, ma va bene).
La sera del nostro arrivo,
dopo tre bicchieri al Temple Bar,
sarà stata la stanchezza
(o forse il fatto che non erano proprio tre)
vedemmo la necropoli d’incubo di R’lyeh.
Faceva un freddo cane,
ma non lo sentivamo.

Sophie
(spettrale, muovendosi verso il proscenio)
Nel deserto di ghiaccio
scricchiolano lusinghe
e gemiti; cristalline
escrescenze lunari
si affilano nelle carni
appuntite e sonore ma calme.

L’impassibile notte
cela lo sguardo, ferma
i gelidi passi
nello stupore incantato
che muta con lo sguardo.
Il cielo non dà segnali.

Marcello
(riprende la rievocazione)
“A Terrible Beauty”
la mostra di Francis Bacon
alla “Dublin City Gallery” di Dublino.
A Terrible Beauty
è quella di Sophie.
Vertiginosa come una droga.

Pausa

Nel “Dublin Writers Museum”
c’e’ una prima edizione
del “Dracula” di Bram Stoker,
che ovviamente era di Dublino.
In nessun altro posto poteva nascere
l’autore di un libro come quello.
Ma chi, tra noi due,
darà il bacio mortale?

Pausa

A Dublino la prima notte
ha segnato il cammino,
le altre le sono state sorelle
dispettose e inquietanti.
Ma quella prima notte
-e quando la rievochiamo
io e Sophie sogniamo
da svegli, ipnotizzati-
quella prima notte è stata l’alba
di un mondo, ma nato che era già finito,
ornato da ridenti cristalli di ghiaccio
ma già ombrato da quella vena
di rimpianto che avrebbe poi
conquistato la scena.
Dublino complice e spettrale,
diafana come una vestale.

Pausa

Ci siamo fermati in un pub
e a un certo punto Sophie
dice qualcosa, ma strascicando
le parole, confuse in una specie
di cappuccino.

Sophie
“A trent’anni Randolph Carter
perse la chiave della porta dei sogni…”

Marcello
Non riesco a seguirla,
ma riprende:

Sophie
“a cinquant’anni disperava ormai
di trovare quiete e appagamento
in un mondo che era divenuto
troppo affaccendato
per apprezzare la bellezza
e troppo smaliziato per sognare”.

Marcello
(rivolge lo sguardo per un attimo a Sophie, ma poi riprende il suo monologo guardando altrove)
Faccio finta si aver seguito,
ma in realtà non è così,
mi sporgo per leggere il titolo
del libro da cui sta citando,
poi capisco, è H.P.Lovecraft,
“La chiave d’argento”.

Sophie
(non dà cenno di aver per un attimo intrecciato la conversazione con Marcello, riprendendo il suo spettrale monologo)
Mi godo la sospensione
di un’ora senza minuti
nel non-tempo
di un mondo parallelo.

Un’apnea dei pensieri
dove non fa freddo né caldo
dove non si è tristi
né allegri.

(con maggior espressione)
E latita la dannazione
dei desideri.

(riprendendo il tono uniforme)
I colori hanno un’apparenza
svagata e insincera
nella zona di confine
tra il giorno e la sera
e i suoni tendono al grave
ma senza intenzione
per forza naturale.

(Più piano)
E’ la lenta scansione
dello zero-time.

(Pausa un po’ più lunga)

La quiete dell’equilibrio
il circuito chiuso dell’oblio
il campo delimitato dell’addio.

Marcello
(alza un braccio come a voler indicare qualcosa, ma poi lo abbassa deluso)
Trasmettono Sister Nightfall dei Sirenia.
Nightfall è il calar delle tenebre.
I poeti quando ancora esisteva
la poesia nel mondo
la chiamavano “occaso”, il tramontare.
Come il sole a occidente.
E’ l’habitat naturale di Sophie,
e un poco anche il mio,
come luogo del tramonto può andare.
Benvenuta Sister Nightfall.

Sophie
(parla a se stessa, ma con un atteggiamento più concitato)
Ti dicono una parola
e diventa un boato, i sussurri
più tenui vorticano di decibel.
Il ritmo lento dell’attesa
scandisce pulsazioni sincopate
lì, nella parte sinistra della testa.
E’ l’ostinata nevralgia
che pullula di eventi insospettati.
Intanto il nome: nevralgia evoca
un tappeto di nervi in fiamme
un mare di fiammelle
che guizzano caotiche ma a tempo.
Così il poeta immagina la scena
illudendosi di esorcizzarne
l’oscura, elettrica fiammazione
mentre i medici parlano di freddo.

(rallentando e più piano)

Ma questa è opera di magia
magia di rito vespertino:
tutti i giorni alla stessa ora
come un orologiaio indispettito.
Il ritmo lento dell’attesa
scandisce pulsazioni
sincopate, lì, nella parte
sinistra della testa.

Marcello
(conversevole)
Anche se è ancora praticamente
buio alle 9.30 del mattino
(siamo un’ora indietro)
un po’ ci dispiace lasciare
questo posto, Dublino.
Certo, Edimburgo e soprattutto
Big City (Londra)
saranno più frizzanti,
ma è qui che si pensa bene.
Da qui si potrebbe assistere
alla fine di tutte le cose.

(Pausa)

Sophie detesta la folla
e non è facile con lei
attraversare il Royal Mile
di Edimburgo.
Oltre al solito pallore
esibisce una freddezza
provocante e altera.

Nemmeno quando le parlo
dei tre grandi scrittori
scozzesi Robert Burns,
Walter Scott e soprattutto
di Robert Louis Stevenson
riesco a scuoterla
dal suo malumore.

Ma giù per i gradini di Lady Stair’s Close,
di fronte al Writers’ Museum
sento che un po’ si scioglie
e mi fa qualche domanda
ma con occhiate di traverso
come una ragazzina bizzosa,
subito contraddicendomi
sul vero significato del Mr. Hyde.

Di solito, quando parlo mi si attenuano
le sensazioni, ma questa volta
è diverso. Sento il suo profumo
misto a un certo odore di freddo,
che mi arriva da un altro universo.

Sophie
(ancora più distaccata)
Quando sei su nel paese delle ombre
la sera ce l’hai già dentro e ti avvolge
con lievi fruscii e silenzi dorati:
il sontuoso preludio della notte
è avvolto in una nuvola di echi
come uno sciame che vibra ai tuoi passi
e scuote lo sciame dei tuoi pensieri
dalla loro distratta fissità
sconvolgendone e mischiando le orme.
E’ la metamorfosi delle ombre.

Marcello
Il vento si insinuava
leggero lungo
il Water of Leith Walkway
ma alterava  gli spiriti vitali
e scuoteva a tratti
le parole dei giovani amanti
insinuandosi nelle felpe
e amoreggiando con la sera
incipiente.

Ma quel gelido fruscio
sembrava placare
l’ansia incombente
di Sophie, lontana dalla folla.

E questo mi bastava.

In questa celtica follia
nuotava piano
il mio spirito latino,
smarrito ma affascinato,
fors’anche disposto
sommessamente al dialogo
con spettri gotici
dalle parole gentili
ma affilate come lame.

Ma non fu facile
riportare Sophie sulla terra,
e quando lei vi fu,
fui io a volare.

(Pausa)

Lambisco appena con un’occhiata
i frontoni con ornamenti a gradini
di Whitehorse Close, con i lucernari
e i piani superiori sporgenti
e le scale esterne
quando Sophie sembra voler
dire qualcosa. E’ di un pallore mortale,
come quello di una sacerdotessa
di una religione ancestrale.

Scosta dall’orecchio l’auricolare
dell’I Pod. E’ uno strano colore
quello che brilla sulle sue labbra,
ma di una bellezza miracolosa.
Non mi aspetto molto, ma a me basta
guardarla. Non dice una parola,
né io forse voglio sentirla.

Si limita a lambire col suo mignolo il mio,
un gesto più dolce del miele, più aspro
e amaro dell’assenzio.
Una preghiera totemica a un lontano dio.

Non è scalfibile il suo male,
accarezzato, cullato dalla mia mite tristezza.

Siamo come due derive
che fendono il gelo che arriva
dal Mare del Nord nell’ora sonora
del silenzio e del tramonto. Vi affondiamo
incuranti dell’ora; ma io non vorrei
essere in nessun altro posto,
con nessun’altra persona.
In nessun’altra memoria.
Con nessun altra fermare il tempo.
Dire addio alla storia.


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