Antonio De Lisa- Un teatro senza né capo né coda

 

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Antonio De Lisa- Un teatro senza né capo né coda

Al di là delle battute non è facile spiegare perché molto del teatro d’oggi non ha né capo né coda. Ma bisogna pur addentrarsi su questo terreno scivoloso per cercare di capire qualcosa. Una prima considerazione che si può fare è riferibile a una perdita di drammaticità dello spettacolo teatrale. Voglio dire che spesso manca proprio l’elemento fondamentale: la drammaturgia. Molti teatranti sottovalutano il problema del testo drammatico, del copione. Uno spettacolo senza un copione coerente non funziona. Punto. Aveva un senso negli anni Sessanta smantellare la centralità del testo drammaturgico; oggi no, non ha più senso. Spesso dei registi collezionano testi tratti da due o tre poeti e pretendono che quello sia la drammaturgia, sottovalutando l’intelligenza dell’ascoltatore. Chi paga non va a teatro per sentire declamare frammenti di testi poetici, ma per assistere a un dramma o a una commedia coerenti, per assistere cioè a una messa in scena teatrale. Da un altro punto di vista, spesso i registi indulgono a una specie di teatro cabarettizzato: secondo questa illusoria prospettiva basta collazionare due scenette ironiche per dire che quello è teatro. Tutto ciò è pericoloso per lo stesso futuro del teatro: sembra che basti invitare un comico televisivo per riempire le sale.

Le considerazioni che seguono in queste note non vogliono essere inutilmente polemiche, ma un tantino provocatorie sì, provocatorie per suscitare una riflessione, non per affossarla. Si diceva della perdità della centralità del copione, del testo teatrale, della dimensione drammaturgica. Sembra quasi scontato sottolineare che molta della responsabilità cade sulla figura del regista. I registi d’oggi, specie quelli più giovani, fanno teatro guardando alla televisione. Negli anni scorsi guardavano al cinema, oggi guardano alla televisione. In molti spettacoli si ha la sensazione di assistere a un frammento di una serie televisiva: recitazione uniforme, ambientazione realistica, citazioni improprie, volti dall’espressione immutabile, uso delle luci approssimativo. In molti spettacoli o si assiste a un falso tardo-avanguardismo o a una scena da serie televisiva. Manca l’invenzione scenica, o langue, non c’è fantasia, e allora perché qualcuno dovrebbe andare a vedere queste cose? Da un punto di vista tecnico si potrebbero ancora trovare strade interessanti in campo registico se non ci si chiudesse in una specie di autoreferenzialità narcisistica. Il regista nella maggior parfte dei casi non sa scrivere di teatro (anche se sa metterlo in scena) lo facesse fare a chi sa farlo. Ha altri meriti, ma soprattutto una funzione di mediazione tra testo e attori che sembra del tutto smarrita.

Dalle righe precedenti sembra che si voglia addossare al regista le pecche del teatro d’oggi, ma non è così, si vuole solo mettere in risalto il dato (abbastanza obiettivo) che non sa più dove guardare: o si volta indietro, al repertorio, o fa in in proprio, cucendo dei copioni teatrali che fanno acqua da tutte le parti. La scomparsa della figura del drammaturgo nuoce insieme al regista in particolare e al teatro in generale. C’è però un’altra figura del mondo dello spettacolo che avrebbe qualcosa da dirsi se riuscisse ad uscire dal suo ruolo e guardare in faccia la realtà: l’attore. Molte volte è l’attore o l’attrice a spingere il regista a cucire uno spettacolo in qualche modo per permettergli di brillare sulla scena. Il problema degli attori spesso nasce dalle cosiddette scuole di teatro che, dopo due mesi di esercitazione pretende di dare patentini di teatro a chiunque abbia potuto pagarselo. A fare teatro seriamente ci vogliono anni, decenni. Chi esce da quelle scuole vuole monetizzare subito la “competenza” acquisita, circuendo qualche registra compiacente per montare uno spettacolo. Se trova qualche forma di finanziameneto assistiamo a spettacoli che è meglio non definire con qualche attributo. C’è troppa gente che si butta nell’agone senza competenza, troppa improvvisazione, amore di sé, protagonismo mal riposto. La conseguenza è che la gente a teatro non ci va più.

Ciascuno di noi conosce qualche critico teatrale, per frequentazione, contatto casuale, o semplicemente perché si frequentano gli stessi ambienti. Una delle prime cose che guardo in un giornale è la pagina degli spettacoli. Mi interessa andare a teatro, conoscere le novità, guardarmi intorno e perciò voglio essere informato. Ma le speranze restano per la maggior parte delle volte deluse. Dalle recensioni non si riesce quasi mai a capire di cosa abbia parlato un particolare spettacolo teatrale. Ci sono molte eccezioni e spesso di grande rilievo, ma la tendenza è al ribasso. Interessi di consorteria spingono qualche crtiico a parlare bene di spettacoli anche se vorrebbero tanto parlarne male. Il critico nel giro milanese copre favorevolmente gli spettacoli milanesi, quello romano i romani, quello napoletano i napoletani. Per quanto riguarda i festival, quelli veramente importanti ricevono talmente tanti soldi che si possono permettere di invitare Peter Brook o Necrosius, e chi ha il coraggio di parlar male di un festival che invita Peter Brook o Necrosius? Che sia in una grande città o in una realtà di provincia? Probabilmente quella del critico non è la figura determinante nella crisi del teatro, ma un tantino di coraggio in più nelle recensioni mi farebbe trarre una boccata d’ossigeno. A me e a chi il teatro lo ama.

Si sa che è scomparsa la figura dell’impresario e da decenni, ma c’è un’altra figura che ne ha preso il posto: l’organizzatore di teatro. Qui bisogna stare molto attenti nel giudizio perché senza di loro spesso le città rimarrebbero senza teatro. Hanno dedgli interessi, come tutti, ma gli spettacoli li fanno girare. Non è tanto questa figura che vorrei mettere sotto i riflettori, fa il suo mestiere. Semmai si dovrebbe spingerlo a osare di più nella programmazione, ma la crisi del teatro non è tutta colpa sua. Biosgna riferirsi alla pirateria festivaliera per capire perché intere manifestazioni sponsorizzatissime dagli enti locali fanno pià male che bene alla vita del teatro e alla sua fruizione. Ci sono festival che un anno parlano di una cosa e l’anno dopo di un’altra e magari quando mettono al centro il teatro propongono dei cartelloni astrusissimi, con scelte di spettacoli che nemmeno Grotowksy o al contrario il drammetto tanto carino, ma carino perché l’ha scritto l’amico o l’amica. Nessuna coerenza ma manifesti 3X6, la città invasa, i giornali pieni di intervistone. Botta al muro dimenticata la settimana successiva. Il giro dei finanziamenti teatrali sfiora la schizofrenia per la sua incomprensibilità e dopo tanti anni ancora non siamo riusciti a capirne la logica.


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