Antonio De Lisa- Sulla fedeltà o infedeltà al testo teatrale

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Antonio De Lisa- Sulla fedeltà o infedeltà al testo teatrale

Vuole una norma retorica di captatio benevolentiae (anche per non farsi troppi nemici) che prima di dichiarare le proprie opzioni su qualsiasi argomento si faccia un lungo e sapiente giro fra i pro e i contro della questione e poi con una lieve allusione finale si concluda trionfalmente il pezzo senza scontentare nessuno ma con la coscienza pulita di chi ha avuto il coraggio di manifestare le proprie opinioni. Mi dispiace ma io non appartengo a simile categoria. Per me tradire il testo teatrale nella messa in scena è un oltraggio intollerabile che grida a gran voce vendetta. Non riesco a trovare nessun motivo che giustifichi la trasfcormazione, menomazione, arrangiamento, decurtazione, poetizzazione, giornalistizzazione, sociologistizzazione di un testo teatrale. O si decide a mettere mano a un nuovo testo o lo si lascia così com’è.

In una malintesa pratica di modernariato teatrale si crede di poter supporre che fa molto figo mettere mano, chessò, in un testo di Sofocle o Shakespeare. Peter Brook ha lavorato una vita su Shakespeare ma sarebbe l’ultimo e sotto gravissima minaccia di perigliosa morte a toccare una sola virgola del Bardo. Invece si nota vieppiù che si crede di poter toccare i venebaili testi senza nemmeno aver fatto un esame di Storia del Teatro all’Università o in Accademia. Chille è l’ignoranza, dichiara Eduardo de Filippo nel “Sindaco del Rione Sanità” e mai citazione teatrale sembra più congrua alla bisogna. Altra questione sarebbe di interpretare registicamente un testo di quella grandezza. E ma qui occorre bruciare di sacro fuoco, essere ispirati dalle Muse. L’idea registica innovativa ed efficace è di per sé teatro, va coltivata a lungo tra le pareti più segrete delle meningi, studiarsela e rigirasela e rimirarsela a lungo prima di sputarla fuori in un impeto di sfida agli dei superni. Ma non sembra che ce ne sia molto in giro di tale genìa.

C’è una cosa che mi mette una tristezza infinita quando si apre il sipario di uno spettacolo teatrale o, se non c’è un sipario (perché si è “veramente moderni”), quando si accendono le luci sul palco: vedere una triste seggiolina anche un tantino malridotta in un angolo a rappresentare la “Scenografia” dello spettacolo. Fa veramente figo a quelli che sono veramente “moderrni” (ahò). Costa nulla ma rende un sacco. Vuoi mettere l’immagine veramete “pazzesca” che metaforizza quella seggiolina! Problemi esistenziali, incomunicabilità condominiali, crisi epocali, sbarchi di clandestini, angosce notturne e sudori freddi la mattina, inappetenza e crisi di coppia. Una seggiolina e il mondo. Il regista di un simile spettacolo spesso poi ci aggiunge un agghiacciante senso di periferie abbandonate con un uso della luce di scena da brividi. Uno straccetto in un angolo, la sggiolina, la lucetta. Beckett si rivolta nella tomba in preda alla probabile sensazione che non voleva dire quello, che forse non è stato capito.

Se dobbiamo veramente dirla tutta, allora diciamola. Quest’inverno ho assistito a una messa in scena della “Tempesta”, che se l’avessero fatta i miei ragazzi avrebbero sentito urla e rimproveri per mesi. Siccome quello è un testo un tantino lunghetto, il regista l’ha interrotto a metà, con gli attori in scena a darsi la mano sotto una traballante struttura in ruvido legno (si sa che bisogna rappresentare il “primitivo” nella Tempesta, vuoi mettere!) con in sottofondo non mi ricordo più se un vociare confuso o una musichetta incongrua. E uno spettacolo del genere prende anche i finanziamenti dal ministero. Un attore famoso (e immobile) al centro (sulla suddetta catasta di legno da fuoco (accidenti al “primitivo”!) e intorno un gruppo di amici trovati al bar che sembravano attraversare la scena con l’aria di pendolari in ritardo.

 


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