Antonio De Lisa- Ruins. Concerto spettacolo

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Antonio De Lisa-  Ruins. Concerto spettacolo

“Ruins” è un concerto in forma di spettacolo proposto dal Lost Orpheus Ensemble. Si tratta di una serie di pezzi vocali e strumentali intrecciati intorno al tema dell’abbandono riguardo alla situazione della Basilicata. “Abbandono” perché la gente se ne va, “abbandono” perché nessuno si interessa più alle sorti di questa regione. I primi a soffrirne sono i giovani, la cui unica ambizione è andarsene, emigrare, fuggire. Il concerto è pensato in forma spettacolare, con una Voce recitante e il complesso del Lost Orpheus, che si richiamano a vicenda. Relativamente alla musica del Lost Orpheus Ensemble, un critico ha parlato di Orphic Rock, definizione che riguarda il modo di pensare e realizzare i pezzi da parte di questo gruppo, costruiti intorno a una serie di simbolici rimandi interni. I pezzi sono tutti originali, nei testi e negli arrangiamenti musicali. La musica risulta sempre accattivante, pur non rinunciando a certo spessore compositivo.


I

MUSICA
1) “Tonight “ (strumentale)


II

VOCE RECITANTE

Mi piace entrare in una città
dal lato popolare,
dove i bar citano canzoni di mare,
Reginé, Dicitincillo vui,
ma noi abbiamo strada da fare.

Sono ottanta chilometri andata e ritorno,
ma con questa fatica accumulata pesano.
Sto andando nella Val d’Agri,
una delle grandi valli lucane,
in cui è stato scoperto il più grande
giacimento petrolifero dell’Europa continentale,
in un territorio ormai diradato e disadorno.

Il paese è all’inizio della valle,
il paesaggio agreste è attraversato
dai super-Tir che vanno a prendere
il liquido prezioso e diventa ogni giorno
più pestifero, tra grandi fiammate.
Marsico Nuovo è alle pendici orientali
del monte Volturino – aggrappato
a uno sperone roccioso.

La prima infrazione la commetto
alle sette e trenta.
Ci sono troppi super-Tir sulla
Potenza-Brienza-Marsico-Taranto.
Mi concedo una piccola licenza
in deroga al codice della strada
e sono già alla terza sigaretta.

CANTO

2) Due derive

Siamo come due derive

Nel vento di mare dell’ora sonora
del tramonto.
Affondiamo incuranti dell’ora.

Siamo come due derive.

Ma non vorrei, non vorrei
essere in nessun altro posto
con nessun’altra persona.
In nessuna altra memoria.
Con nessun’altra fermare il mio tempo,
dire addio alla storia.

Siamo come due derive.


III

VOCE RECITANTE

Sono le solite sette del mattino.
Il traffico è intenso.
Difficili i sorpassi sulla Basentana.
Attraverso il cimitero industriale
di Tito Scalo. In questa zona
c’è il più alto numero di fabbriche
chiuse dell’intera provincia di Potenza.
Un’enorme perdita di lavoro.
Sono queste le nostre ROVINE.
E’ questo il nostro deserto.
Qui niente ha più senso.

Il traffico è notevole,
siamo come mosche
che non sanno più dove sbattere.
Come me, del resto.
Da Tito fino a Brienza
mi trovo dietro un grande pullman.
Mi fermo per prendere un caffè,
proprio dietro il pullman
da cui scendono i passeggeri.
Hanno tutti la stessa tuta.
Sono vestiti uguali.
Sembrano i membri di una squadra di calcio.
Sono operai della SATA di Melfi. Operai FIAT.
San Nicola di Melfi è lontano,
il viaggio lungo.
Hanno la barba non rasata,
lo sguardo stanco.
Le tute sono chiazzate
di macchie scure da meccanici.

MUSICA

3) Ruins

Sono le nostre rovine
a venirci dietro meste,
sembrano sepolcri al confine,
la gente scappa da tale peste.

Non si vede più nemmeno
una pietra rimasta in piedi,
solo veleno nel terreno,
solo petrolio e leccapiedi.

Chorus
Lucania antica
come ti sei ridotta?
Vivi con poco,
un po’ razzista e un po’ bigotta.

La rete stradale scadente,
fra straripamenti e frane,
ponti e treni sospesi sul niente,
non ci si vede neanche un cane.

Gli operai per malasorte
sono tornati contadini.
Tutto ha sapore di morte
tra gli sfigati degli Appennini.

Chorus
Lucania antica
come ti sei ridotta?
Sembri una vecchia strega
puzzolente e un po’ mignotta.

Il chiacchiericcio inconcludente
fra pettegolezzi e sere mondane,
fiumi di parole che dicono niente,
solo da noi le cose sono così strane.

Non si assume più nessuno,
migliaia di giovani sono a spasso,
la laurea procura digiuno
non insegna l’arte del furto con scasso.

Chorus
Lucania antica
come ti sei ridotta?
Vivi con poco,
un po’ razzista e un po’ bigotta.


IV

Riparto. Il caffè preso
nel bar di Brienza era ottimo.
In cinquanta metri ci sono tre bar, penso.
Il bar in questi paesi
è una valvola di sfogo sociale,
un rito, il centro dell’aggregazione serale.
La gente va a lavorare a San Nicola di Melfi,
e al ritorno si trasforma
da proletario in “paesano”,
scioglie le sue fatiche
facendo battute sulle partite
di calcio del campionato giocando a Tressette.
Tutto si riassorbe in Basilicata,
anche la morale.
E’ tutto sommerso, sotto traccia.
Chiesa e metano.

Intanto sfrecciano le bisarche
con le “Punto” prodotte
nello stabilimento di Melfi,
su strade tra filari di viti
ordinatissimi e ben curati.
Quando si attraversa un paese,
Pergola, Paterno, Sasso di Castalda,
si vedono le tendine alle finestre,
con qualche vaso di gerani.
La gente cerca di essere
dignitosa nella miseria.
In una mite quiete campestre.

CANTO

4) Fast fud

Lento il treno solca le vallate lucane,
sonnacchioso e indolente,
ogni fermata uno sbadiglio.

Il sole ha il tepore delle vacanze sospese.
Lunghe misteriose epocali
le fermate alle stazioncine locali.

Quando vedi il Sele vuol dire che sei
quasi a Eboli, nei pressi di Salerno,
lì dove si era fermato il padreterno.

A Battipaglia c’era un negozietto di sfogliatelle,
calde e untuose come un dolce messicano,
ora al suo posto c’è un fast fud americano.


V

VOCE RECITANTE

La valle dell’Agri sta subendo
una lenta metamorfosi.
Questa era una delle più belle
culle naturali della regione,
benché una parte di territorio,
tra Viaggiano e Corleto Perticara,
ora legato allo sfruttamento
degli idrocarburi.
Palazzi gentilizi, chiese
e castelli medievali
sono scrigni di storia,
assieme ai santuari mariani
e luoghi di fede legati
all’antica transumanza.
Qui si snodava anche la via Herculea,
tra la via Appia e la via Popilia.
Lungo questa strada,
che tagliava la Basilicata da nord a sud,
i Romani costruirono, sulla confluenza
del torrente Sciàura con l’Agri,
la città di Grumentum,
nella prima metà del terzo secolo a.C.

Seguendo il corso dell’Agri,
si incontra un susseguirsi
spettacolare di cime,
interrotte da valichi e passi:
il monte Volturino,
la montagna sacra di Viaggiano,
sulla cui vetta splende
il santuario della Madonna Nera,
il Sirino, spruzzato di bianco in inverno.
Da qui i monti iniziano
a precipitare a picco sul mare,
fino alla bella costa di Maratea.

L’umidità avvolge il paese
come un velo da sposa,
sensibile solo alla brezza
che si alza dal mare,
miracolosa.

MUSICA

5) “Senza di te” (strumentale)

VOCE RECITANTE

Col sole aranciato basso sull’orizzonte
procediamo lenti e sorpassati dai padrepii
disegnati sulle fiancate dei tir.

Il sonno di noia è senza sogni,
la fame senza spasimi,
il pullman ha una direzione ignota.

Riempio di carboidrati, zuccheri
e grassi l’attesa e fuori piove.
Risalendo, siamo rimasti in due.

L’autista indifferente mette nell’impianto
stereo del colosso a motore
una canzoncina mielosa di Ligabue.

E’ naturale dimenticare
l’ultimo problema esistenziale
in un’area di sosta autostradale,

tra gli sbuffi dei freni a pressione
dei tir a lunga percorrenza, di notte.
La sola compagnia di un passeggero

incupito nelle sue cuffie color latte
e l’autista, che fuma una sigaretta dopo l’altra,
mi ricordano l’Epiro o la Tunisia meridionale.

Il pullman delle linee “Ventre”
scarica gli operai
dello stabilimento SATA di Melfi,
gli operai FIAT,
uno dopo l’altro.
Picerno, Tito, e così via.
Hanno disegnata sulla tuta la “P” di Punto
che è la stilizzazione
di un guidatore col volante.
Quelli che vedo sono gli operai
del turno di notte,
entrano in fabbrica alle dieci di sera.

La nebbia avvolge il paesaggio,
come uno stato d’animo.
Quando si dirada
durante il viaggio si comincia
a vedere il sole,
proprio sotto le prime
propaggini della Sellata,
che si scorge in lontananza.
Un’immagine di sfolgorante bellezza,
destinata ad essere inghiottita
dalla nuova ignoranza.

 


VI

MUSICA
6) “Calanchi” (strumentale)

VOCE RECITANTE

Lungo il Sinni misantropico,
quasi inerte, duro e assolato
la natura si raccoglie
in piccole isole di attività.

Il resto è arcaico silenzio,
che si modula oscuro in base
alle tonalità della voce delle Ore,
le divinità del luogo.

E’quando dai monti dell’interno
discendiamo a Maratea
che la tastiera si apre
come un ventaglio plaudente.

Qui il sole dà il meglio:
luccicante sugli scogli aguzzi,
cauto e melodico sulle piccole
spiagge sedotte dalle acque.

Guizzante in mare aperto,
in preda a una frenesia
fragorosa, ebbra della
mia stessa vitalità.

Ora la voce delle Ore tace,
ammutolita da un più vasto disegno,
che delinea e confonde
il confine tra passato e futuro.

L’intero complesso “Centro Olio Val d’Agri‘
occupa circa 180.000 metri quadrati a Viggiano.
Nel Centro avviene il trattamento dell’olio
qui convogliato per mezzo della rete di raccolta.
Il fluido estratto dal giacimento
e in arrivo al Centro è una miscela “multifase‘,
oleosa, acquosa e gassosa.
Il trattamento che avviene all’interno del Centro
consiste nella separazione dell’olio estratto
dal gas e dall’acqua di strato cui è associato,
per poter esportare olio stabilizzato e gas.
Dopo il trattamento si ottiene l’olio greggio
stoccato in appositi serbatoi e quindi trasferito,
tramite oleodotto, alla Raffineria Eni di Taranto
per le successive lavorazioni;
poi il gas naturale (metano), desolforato, disidratato
e opportunamente condizionato, immesso tramite
una stazione di pompaggio presente nel Centro
nella rete di distribuzione nazionale Snam Rete Gas;
infine l’acqua di strato, trattata all’interno del Centro
al fine di eliminare i residui di idrocarburi
e di gas e poi, per mezzo di una condotta interrata,
inviata al pozzo reiniettore Costa Molina 2.
Qui viene reiniettata nel giacimento
da cui era stata estratta insieme all’olio e al gas.


VII

CANTO

07) Petrolio

E’ l’alba di un nuovo giorno
in Val d’Agri, ma sembra la fine,
tra nebbia, interruzioni, copertoni,
gallerie interminabili senza luce,
e fiumi di fumo di catrame bruciato.

I pesanti Tir vanno a prelevare petrolio,
una grande ricchezza che scorre in mani
di società multinazionali lontane,
lasciando sull’asfalto e sui campi scie
di chiazze inquinanti oleose e malsane.

Chorus
A noi tocca la fine per cancro.
le famiglie distrutte e i torti.
Ma tranquilli, egregi signori,
non daremo più fastidio,
fra poco saremo tutti morti.

Siamo nella Chernobyl lucana.
A nessuno importa che qui c’è gente
sull’orlo di un disastro ambientale.
Farà la fine dei propri nonni
in una nuova migrazione meridionale.

I paesi giacciono in fin di vita
e sul paesaggio tanto decantato
ma che è ormai solo un malato
neanche il cielo è più sincero,
chiazzato di offese e maltrattato.

Chorus
A noi tocca la fine per cancro.
le famiglie distrutte e i torti.
Ma tranquilli, egregi signori,
non daremo più fastidio,
fra poco saremo tutti morti.

Intorno al “Centro Oli” di Viggiano
non cresce più neanche una mela.
Era un terreno fertilissimo,
ci hanno buttato tanto veleno
da farlo diventare una discarica.

I contadini vendono i terreni,
non servono più a niente,
la storia delle generazioni svanita,
qui niente ha ormai più senso,
nemmeno forse la vita.

Chorus
A noi tocca la fine per cancro.
le famiglie distrutte e i torti.
Ma tranquilli, egregi signori,
non daremo più fastidio,
fra poco saremo tutti morti.


VIII

VOCE RECITANTE
Nella luce che scheggiava il manto
di neri detriti mi sono avvolto
con pacata lussuria,
con splenetica ingordigia.

Sembravo un cane zoppo
e ansimante; ma solo da vicino,
da lontano potevo anche
apparire un dio ignaro

che accarezza la riva.
Così appare la spiaggia
a chi d’inverno
muove lento i pensieri,

spoglio di desiderio.
Ma a me è bastato il rumore
della forte risacca
per rievocarne il lontano splendore.

CANTO

08) Notte di sortilegi

Notte di sortilegi
cielo di fregi, sulla costa
fra raffiche impetuose di vento,
vento di terra che frena il mare,
vento che porta fuoco nel rogo
e incendia la notte di San Lorenzo,
vento che scuote
in una moltitudine di scintille,
fosca la notte nel fuoco dei fuochi
che dipinge di sue vampe
il mare atterrito. Le stelle perdono
la scena spaurite tra folate che rotolano
sassi in un groviglio di alberi allampati,
tra spire che vorticano come baccanti.
Fuoco che brucia nel caldo
vento che non tace.


IX

VOCE RECITANTE

Sono accompagnato dal dolce ronzio
di un canestro per la spesa
che esibisce glorioso la vertigine
di una gru da cortile,
indifferente al suo carico di mulignane.

Quest’alberghetto a Villa d’Agri
ospita una comunità
discretamente cosmopolita,
solo l’ascensore sembra
una prigione dell’Isis.

Nella domenica di settembre
il golfo lancia prepotenti richiami
con le sue onde splendenti
come sirene.
Non hanno pietà di un ulisside
inchiodato al suo tavolino da lavoro,
impegnato con una lingua
indecifrabile e arcana.

Una signorina lievemente
obesa e tutta vestita di nero
gioca a nascondino con l’ascensore a vista
del palazzo di fronte, poi si cheta,
salendo scaloni che come minimo
risalgono al millesettecento.

Qui i cortili interni
sono tutta una famiglia;
ricevo parecchi saluti
quando mi affaccio a fumare,
solo che vorrei tanto vedere il mare.

La figlia della proprietaria
oggi è partita per Milano
e la madre ne ha fatto un dramma.
Milano è lontana, ora vedrà la figlia
a Natale e Pasqua.
E poi, le spese.
Ma non c’è stato niente da fare,
è voluta andare a Milano,
alla Bocconi.
Chi rimane indietro è uno sfigato, ha detto.

CANTO

09) Bocconiana

Sei bella, tosta e tutta in nero ora.
Al pensiero del tuo amore alla deriva
ti batte quel maledetto cuore ancora
e per ripicca ti vesti come una diva.

Metti insieme a caso happy hour
e ormoni col sapore dei soldoni
ma sembri molto giù in questo tour,
anche tutta “discoteche e Bocconi”.

Chorus
Mentre citi l’economia di mercato
e ti chiedi “l’amore che cos’è?”
versi lacrime di dolore insensato
ma è quell’amore che ora non c’è.

T’ho visto a lezione piegata e mesta
sullo smart del tuo amore andato a male,
una selfie strappata in una patetica festa
fatta durante le vacanze di Natale.

Hai troncato la tua adolescenza
e ora che da lontano guardi i messaggi
a novecento chilometri di distanza
capisci cos’è la visione dei miraggi.

Chorus
Mentre citi l’economia di mercato
e ti chiedi “l’amore che cos’è?”
versi lacrime di dolore insensato
ma è quell’amore che ora non c’è.

Ora sei sola nei tuoi vestiti a tiro,
studi in una città molto molto su
-anche se c’è qualcuno che ti prende in giro –
ma ormai non ci credi nemmeno tu.

Chorus
Mentre citi l’economia di mercato
e ti chiedi “l’amore che cos’è?”
versi lacrime di dolore insensato
ma è quell’amore che ora non c’è.


X

VOCE RECITANTE

I viaggi di ritorno in Basilicata
(o forse andata) mimano eterni
sospiri pazienti su strapuntini
erranti e senza gloria di corriere
scotellariane e contadine,
con panini avvolti nei fazzoletti,
in pesanti atmosfere da rifugio sotterraneo.
Le vicissitudini della cronaca
ci spingono continuamente dentro
e fuori dalla storia.

Le strade sono deserte.
La stanchezza ha raggiunto
livelli di guardia.
La lancetta è costantemente sul rosso.
Il paesaggio sta cambiando:
dal verde al giallo estivo.
La regione d’estate si veste d’oro,
soprattutto nelle valli.
Nessun Tir sulla Basentana,
solo qualche raro passante.
Fra poco, probabilmente,
le strade si riempiranno
di vacanzieri della domenica,
in direzione Metaponto, Pisticci,
Scanzano, Policoro
da un lato e Paestum
e il Cilento dall’altro.
Metto la musica “a palla”
e lancio l’auto verso l’orizzonte.
Nonostante la stanchezza.
Sfiorandomi la fronte.

Mi perdo pigramente
dietro a racconti di preparazione
del pasto della sera,
minuziosi ed eruditi:
qualcuno ha a cena una parente.

Nel cortile
tutte le finestre sono aperte,
ascolto inascoltato i discorsi di tutti,
di chi prepara qualcosa in bagnomaria
e di chi sta vincendo una partita a tressette.

CANTO

10) Oil Trip SS 598

E’ verde questa valle,
più verde delle mie speranze,
ma non me la conta giusta
questa esse esse cinque nove otto.

Non si vede quello che c’è sotto,
tra i prati e le colline
e speriamo che presto
non diventi rosso.

Rosso come i tumori in seno,
rosso come queste fiamme,
vampate che spengono il cielo
nei pressi del Centro Olio.

Esse esse cinque nove otto,
qualcosa si muove qua sotto.
Sta per piovere a dirotto
Esse esse cinque nove otto,

Si erge come una centrale
nucleare nel deserto,
questa cattedrale
alle soglie dell’inferno.

Se si inquinano le falde
qui saranno dolori per tutti,
ammalano l’acqua,
inquinano il domani.

Quanto ci vuole per far diventare
nero tutto ciò, come il petrolio?
Nero come il senso di colpa,
di un consiglio di amministrazione?

Esse esse cinque nove otto,
qualcosa si muove qua sotto.
Sta per piovere a dirotto
e va tutto a quarantotto.

 


Stacchi di Ruins

 

 

 


Antonio De Lisa
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