Il Libro Rosso di Carl Gustav Jung

Il Libro Rosso di Carl Gustav Jung

 

Il libro rosso. Liber novus

È importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute. L’uomo deve sentire che vive in un mondo che, per certi aspetti, è misterioso; che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili. Solo allora la vita è completa”. Nel 2009 viene esposto a New York per la prima volta il Libro rosso o “Liber Novus” di Carl Gustav Jung (1875-1961). Dopo aver passato 23 anni in un caveau svizzero per volontà degli eredi, ne viene finalmente autorizzata la pubblicazione (è stata curata in Italia dalla Bollati Boringhieri). In esso ci sono i temi centrali e più intimi del suo lavoro, un’autoanalisi che segna il distacco da Freud, l’esercizio spirituale che ognuno dovrebbe fare su di sé; un’elaborazione estetica delle sue fantasie. Scritto tra il 1913-14 e il 1930 dopo una visione che anticipava la prima guerra mondiale, è rilegato in pelle rossa, trascritto in caratteri gotici, ornato da fregi e disegni sul modello dei manoscritti medievali, corredato da dipinti mandala. Tormentato da «un flusso incessante» di visioni e voci che esistevano solo nella sua testa, Jung prese appunti per oltre 16 anni, fino al 1930. Pagine che poi rielaborò per comporre questo particolarissimo libro. Un’operazione che gli costò uno sforzo mentale e fisico immane. Ancora in tardissima età egli lo definì una sorta di presagio numinoso, l’opera di fondazione in cui aveva deposto il nucleo vitale e di pensiero della sua futura attività scientifica. Nondimeno, non volle mai autorizzarne la pubblicazione, e dopo di lui anche gli eredi si attennero alla consegna.

Il volume, 205 grandi pagine scritte in tedesco, è un fac-simile che riproduce fedelmente l’originale e raccoglie appunti e disegni di Jung. È un viaggio nella mente dello psichiatra che nel 1913, anno in cui ruppe i rapporti con Freud, entrò in crisi.

Il manoscritto originale è stato esposto per la prima volta al pubblico al Rubin Museum of Art di New York nella mostra «The Red Book of C.G. Jung. Creation of a New Cosmology» (che si è chiusa il 25 gennaio 2010), in coincidenza con la sua prima pubblicazione integrale da parte dell’editore W.W. Norton.
“La presente edizione – scrivono i curatori-, comprensiva della riproduzione in facsimile dell’originale e corredata da un ampio saggio di contestualizzazione storica e da un ricchissimo apparato di commento, segna ora un punto di svolta, inaugurando una stagione nuova ne gli studi junghiani.
Grazie alla pubblicazione di questo che è l’inedito forse più importante nella storia della psicologia, diviene infatti possibile ricostruire le fasi dell’autosperimentazione di Jung – e dunque comprendere la genesi e l’articolazione dell’opera successiva – sul la base di una fonte documentaria di prima mano, e non di congetture fantasiose e pettegolezzi.
Il Libro rosso è, in effetti, il libro segreto di Jung. Ma segreto soprattutto in quanto riproduzione simbolica di un universo altro, rappresentazione di un significato esistenziale che è e deve rimanere ignoto. Le immagini interiori in esso evocate e personificate provengono infatti da un aldilà mitico, in cui si caricano di una potenza numinosa che le rende a un tempo guaritrici e pericolose: operatori magici di forze psichiche autonome che solo attraverso un corpo a corpo con l’inconscio è possibile neutralizzare e incanalare in un percorso terapeutico. Quella che Jung chiamerà più tardi «immaginazione attiva», è appunto lo strumento inedito di cui egli si servì, nel corso della sua «discesa agli inferi», per suscitare i contenuti archetipici della psiche e oggettivarli attraverso il dialogo interiore, la scrittura, la pittura. Con il suo tesoro di esperienze iniziatiche e meditazioni sapienziali e con il suo corredo di immagini fantasmagoriche e virtuosismi calligrafici, il Libro rosso si situa dunque al centro di una straordinaria sperimentazione artistica e psicologica che ne fa un unicum nel panorama novecentesco. Esso rinnova la tradizione del manoscritto miniato medievale, riprendendone tecniche scrittorie, schemi di impaginazione e moduli di decorazione pittorica e ornamentale. È a tutti gli effetti un libro d’arte di superiore qualità, e volutamente prezioso: perché messo al servizio di un progetto esistenziale il cui scopo è il compimento del proprio mito personale, l’automanifestazione della Vita entro una vita.

In quegli anni di disorientamento, al limite del crollo psichico, Jung conduce «il suo esperimento più difficile» alla ricerca di un proprio mito personale. Ne deriva un testo complesso. Stratificato dal punto di vista cronologico e strutturale, ma anche da quello stilistico ed espressivo. Nella «nota alla traduzione» Maria Anna Massimello e Giulio Schiavoni (ai traduttori va aggiunto Giovanni Sorge) ricordano opportunamente come Jung avesse dichiarato di prediligere nella sua scrittura uno stile «equivoco e ambiguo», ricco di sottintesi, evocativo, più «letterario che scientifico», «per rendere giustizia alla natura della psiche». E traducendo Il libro rosso individuano la compresenza di almeno tre registri espressivi: quello letterale-narrativo, quello di commento analitico-concettuale e quello mantico-profetico. Le influenze e i riferimenti, spesso impliciti, sovrabbondano. Sono evidenti quelle dello Zarathustra di Nietzsche, del Faust di Goethe, della Commedia di Dante. È forte la coloritura religiosa, biblica, gnostica, cabalistica, ma anche orientale, hindu e buddhista. L’influsso della mitologia. L’associazione di testo e immagine ricorda le opere di William Blake, ma il segno pittorico anche le coeve avanguardie artistiche. Dinnanzi a un simile testo, multimediale e multiculturale ante litteram, può sembrare retrospettivamente chiaro come in esso siano contenute, allo stato nascente, tutte le linee-guida della psicologia analitica junghiana, la parte consistente del suo metodo.

Il curatore

SONU SHAMDASANI, eminente storico della psicologia e della psichiatria, insegna al Wellcome Trust Centre for the History of Medicine dello University College di Londra. È cofondatore ed editor generale della Philemon Foundation, un’organizzazione costituita allo scopo di promuovere una nuova edizione storico-critica delle opere complete di Jung, comprensiva anche di tutti i testi (manoscritti, seminari, carteggi) ancora inediti. Due le principali linee direttrici lungo cui si muove la ricerca di Shamdasani: la ricostruzione del processo di formazione delle discipline psicologiche e degli indirizzi terapeutici dalla metà del xix secolo a oggi, e, all’interno di questo quadro, la ricostruzione della genesi del pensiero di Jung sulla base di fonti documentarie di prima mano. Tra le sue opere, sono tradotti in italiano i volumi: Fatti e artefatti. Su C. G. Jung, sul Club psicologico e su un culto che non è mai esistito (2004), Jung e la creazione della psicologia moderna. Il sogno di una scienza (2007), Jung messo a nudo dai suoi biografi, anche (2008). Per Bollati Boringhieri è apparso, a sua cura, il seminario di Jung La psicologia del Kundalini-yoga (2004).

Carl Gustav Jung, Il libro rosso. Liber novus, a cura di Sonu Shamdasani (Das Rote Buch: Liber novus, Stiftung der Werke von C.G. Jung, Zürich, 2009), traduzioni di Giovanni Sorge, Maria Anna Massimello, Giulio Schiavoni; consulenza linguistica di Liselotte Mangels Giannachi, Bollati Boringhieri, 2010.

Le Opere di Jung sono pubblicate da Bollati Boringhieri a cura di Luigi Aurigemma (24 voll., 1965-2007).

Estratti

Quando, nell´ottobre 1913, ebbi la visione dell´alluvione, mi trovavo in un periodo per me importante sul piano personale. Allora, all´età di quarant´anni, avevo ottenuto tutto ciò che mi ero augurato. Avevo raggiunto fama, potere, ricchezza, sapere e ogni felicità umana. Cessò dunque in me il desiderio di accrescere ancora quei beni, mi venne a mancare il desiderio e fui colmo d´orrore. La visione dell´alluvione mi sopraffece e percepii lo spirito del profondo, senza tuttavia comprenderlo. Esso però mi forzò facendomi provare un insopportabile, intimo struggimento, e io dissi: «Anima mia, dove sei? Mi senti? Io parlo, ti chiamo… Ci sei? Sono tornato, sono di nuovo qui.  Ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino; dopo lunghi anni di lunghe peregrinazioni sono ritornato da te.

Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me? Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo? Ma una cosa devi sapere: una cosa ho imparato, ossia che questa vita va vissuta. Questa vita è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino. Non c´è altra via. Ogni altra strada è sbagliata. Ho trovato la via giusta, mi ha condotto a te, anima mia. Ritorno temprato e purificato. Mi conosci ancora? Quanto a lungo è durata la separazione! Tutto è così mutato. E come ti ho trovata? Com´è stato bizzarro il mio viaggio! Che parole dovrei usare per descrivere per quali tortuosi sentieri una buona stella mi ha guidato fino a te? Dammi la mano, anima mia quasi dimenticata. Che immensa gioia rivederti, o anima per tanto tempo disconosciuta! La vita mi ha riportato a te. Diciamo grazie alla vita perché ho vissuto, per tutte le ore serene e per quelle tristi, per ogni gioia e ogni dolore. Anima mia, il mio viaggio deve proseguire insieme a te. Con te voglio andare ed elevarmi alla mia solitudine».

Questo mi costrinse a dire lo spirito del profondo e al tempo stesso a viverlo contro la mia stessa volontà, perché non me l´aspettavo. In quel periodo ero ancora totalmente prigioniero dello spirito di questo tempo e nutrivo altri pensieri riguardo all´anima umana.

Pensavo e parlavo molto dell´anima, conoscevo tante parole dotte in proposito, l´avevo giudicata e resa oggetto della scienza. Credevo che la mia anima potesse essere l´oggetto del mio giudizio e del mio sapere; il mio giudizio e il mio sapere sono invece proprio loro gli oggetti della mia anima. Perciò lo spirito del profondo mi costrinse a parlare all´anima mia, a rivolgermi a lei come a una creatura vivente, dotata di esistenza propria. Dovevo acquistare consapevolezza di aver perduto la mia anima. Da ciò impariamo in che modo lo spirito del profondo consideri l´anima: la vede come una creatura vivente, dotata di una propria esistenza, e con ciò contraddice lo spirito di questo tempo, per il quale l´anima è una cosa dipendente dall´uomo, che si può giudicare e classificare e di cui possiamo afferrare i confini. Ho dovuto capire che ciò che prima consideravo la mia anima, non era affatto la mia anima, bensì un´inerte costruzione dottrinale. Ho dovuto quindi parlare all´anima come se fosse qualcosa di distante e ignoto, che non esisteva grazie a me, ma grazie alla quale io stesso esistevo.

Giunge al luogo dell´anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori. Se non la trova, viene sopraffatto dall´orrore del vuoto. E, agitando più volte il suo flagello, l´angoscia lo spronerà a una ricerca disperata e a una cieca brama delle cose vacue di questo mondo. Diverrà folle per la sua insaziabile cupidigia e si allontanerà dalla sua anima, per non ritrovarla mai più. Correrà dietro a ogni cosa, se ne impadronirà, ma non ritroverà la sua anima, perché solo dentro di sé la potrebbe trovare. Essa si trovava certo nelle cose e negli uomini, tuttavia colui che è cieco coglie le cose e gli uomini, ma non la sua anima nelle cose e negli uomini. Nulla sa dell´anima sua.

Come potrebbe distinguerla dagli uomini e dalle cose? La potrebbe trovare nel desiderio stesso, ma non negli oggetti del desiderio. Se lui fosse padrone del suo desiderio, e non fosse invece il suo desiderio a impadronirsi di lui, avrebbe toccato con mano la propria anima, perché il suo desiderio ne è immagine ed espressione.

Se possediamo l´immagine di una cosa, possediamo la metà di quella cosa. L´immagine del mondo costituisce la metà del mondo.

Chi possiede il mondo, ma non invece la sua immagine, possiede soltanto la metà del mondo, poiché l´anima sua è povera e indigente. La ricchezza dell´anima è fatta di immagini. Chi possiede l´immagine del mondo, possiede la metà del mondo, anche se il suo lato umano è povero e indigente.

Ma la fame trasforma l´anima in una belva che divora cose che non tollera e da cui resta avvelenata. Amici miei, saggio è nutrire l´anima, per non allevarvi draghi e diavoli in cuore.


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Categorie:K05- Le maschere tra inconscio e metafora, T01- Psicologia e Psicoanalisi

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