William Shakespeare- Macbeth

William Shakespeare

MACBETH

Tragedia in cinque atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale: MACBETH

NOTE PRELIMINARI

Il testo inglese adottato per la traduzione è quello curato dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare – “The Complete Works”, Collins, London & Glasgow, 1951/60, pagg. XXXII1370), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello dell’edizione dell'”Oxford Shakespeare” curata da G. Welles & G. Taylor per la Oxford University Press, New York, 1988/94.

Alcune didascalie ed indicazioni sceniche (stage instructions) sono state aggiunte dal traduttore per la migliore comprensione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente intesa ed ordinata. Si è lasciato comunque invariato, rispettivamente all’inizio ed alla fine di ciascuna scena – o all’entrata ed all’uscita dei personaggi nel corso della stessa scena – la rituale indicazione Exit / Exeunt, avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata ed uscita, potendosi dare che i personaggi cui essa si riferisce o si trovino già in scena all’inizio di essa, o vi restino al termine.

Il metro è l’endecasillabo sciolto, alternato da settenari.

I nomi dei personaggi che si prestano alla italianizzazione (Duncano, Fleante) sono resi nella forma italiana.

Dalla citata edizione dell’Alexander è anche riprodotta la divisione in atti e scene (che, com’ è noto, non si trova nell’in-folio, ma è stata elaborata, con l’elenco dei personaggi, da diversi curatori nel tempo, con varianti talvolta cospicue).

Per esigenze di metrica, i nomi propri inglesi di più sillabe, alla pronuncia inglese sdruccioli, bisdruccioli e perfino trisdruccioli (come tutte le parole di questa lingua monosillabica) sono accentati diversamente, secondo la cadenza nel verso (Màcbeth e Macbèth; Màcduff e Macdùff; Dùnsinane e Dunsinàne).

PERSONAGGI
DUNCANO, re di Scozia

MALCOLM

DONALBANO, suoi figli
MACBETH

BANQUO, generali dell’esercito del re

MACDUFF

LENNOX

ROSS

MENTEITH

ANGUS

CAITHNESS, nobili di Scozia
FLEANTE, figlio di Banquo

SIWARD, conte di Northumberland, generale dell’esercito inglese

SEYTON, ufficiale al servizio di Macbeth

Un ragazzo, figlio di Macduff

Un sergente

Un portiere

Un vecchio

Un medico inglese

Un medico scozzese
LADY MACBETH

LADY MACDUFF

Una dama al servizio di Lady Macbeth

Le Fatidiche sorelle

Lo spettro di Banquo e altre apparizioni

Lords, gentiluomini, ufficiali, soldati, sicari, persone del seguito e messi
LA SCENA: In Scozia ed in Inghilterra

ATTO PRIMO
Scena I
Luogo aperto. Tuoni e lampi.

 

Entrano tre STREGHE.
1ª STREGA -Quando noi tre ci rivedremo ancora?

Con tuono, lampo o pioggia? Quando, allora?
2ª STREGA -Quando sarà finito il parapiglia,

e sarà vinta o persa la battaglia.
3ª STREGA -Sarà al calar del sole, questa sera.
1ª STREGA -E il luogo?
2ª STREGA – Alla brughiera.
3ª STREGA -Laggiù dobbiamo andare

Macbeth ad incontrare.
1ª STREGA -Vengo, Gattaccio.(1)
2ª STREGA – Ci chiama Ranocchio.(2)
3ª STREGA -Veniamo subito, in un batter d’occhio!
TUTTE E TRE – “Per noi il bello è brutto, il brutto è bello”

fra la nebbia planiamo e l’aer fello.

(Svaniscono nell’aria)

SCENA II –
Campo presso Forres. Segnale d’allarme all’interno.(3)

 

Entrano RE DUNCANO, MALCOLM, DONALBANO, LENNOX, gente del seguito del re. S’incontrano con un soldato tutto sanguinante per le ferite.
Duncano -Chi è quest’uomo così insanguinato?

A giudicar da come si presenta,

ci può informar sugli ultimi sviluppi

della rivolta.
MALCOLM – Questo è l’ufficiale

che da bravo soldato s’è battuto

per evitare che mi catturassero.

Salve, mio prode amico!

Di’ al re quello che sai della battaglia,

come tu l’hai lasciata.
UFFICIALE -Incerte erano ancora le sue sorti,

come due nuotatori che, sfiniti,

cercano d’avvinghiarsi l’uno all’altro,

affogando la loro abilità.

Lo spietato Macdonwald

(che sembra fatto per esser ribelle

perché son tante le scelleratezze

che natura gli fa sciamare addosso)

aveva ricevuto dei rinforzi

di kerni e galloglassi(4) provenienti

dall’isole a occidente,(5)

e talmente arrideva la Fortuna

alla dannata sua contestazione,

che sembrava la ganza d’un ribelle.

Ma non gli è valso nulla; ché Macbeth,

il prode – e di tal titolo è ben degno –

a spregio della sorte, spada in pugno,

di cruenti massacri ancor fumante,

quasi fosse il pupillo della Gloria,

s’apre un varco nel mezzo della mischia

fino a trovarsi quel ribaldo a fronte;

né gli porse saluto né congedo

finché non l’ebbe tutto dilaccato

dall’ombelico in giù fino alle chiappe,

infiggendone poi la testa mozza

sui nostri spalti, alla vista di tutti.
DUNCANO -Prode cugino!(6) Degno cavaliere!
UFFICIALE – Senonché, come avviene che dal punto

dove il sole s’irradia sulla terra

si scatenano i grossi fortunali

che squassano le navi,

e balenano i fulmini tremendi,

così accadde che proprio dalla fonte

donde sembrava venirci sollievo,

traboccò lo sconforto. Ascolta, ascolta,

o re di Scozia: non sì tosto il braccio

della giustizia, armato di valore,

avea costretto i saltellanti kerni(7)

ad affidarsi alle loro calcagna,

che il signor di Norvegia,

valutando il momento favorevole,

decide di sferrare un nuovo assalto

con truppe fresche ed armi ben forbite.
DUNCANO – E questo non ha forse scoraggiato

Banquo e Macbeth, i nostri generali?
UFFICIALE – Sì, come un passero scoraggia un’aquila

e una lepre un leone.

A voler dire quello che sembravano,

eran due colubrine a doppia carica,

tanti erano i lor colpi, sempre doppi

e raddoppiati menati al nemico.

Salvo che non avessero intenzione

di farsi il bagno in fumanti ferite

e far rivivere un nuovo Golgota,(8)

non saprei proprio dire… Ma io svengo,

le mie ferite gridano al soccorso.
DUNCANO -Queste parole bene ti si addicono,

come le tue ferite: l’une e l’altre

traspirano valore…
(A quelli del seguito)
Andate, voi,

a procurargli subito un dottore.

 

(Esce l’ufficiale, sorretto da soldati)
Chi viene?
Entrano ROSS e ANGUS

MALCOLM – Il nobile Thane(9) di Ross.
LENNOX – Che urgenza nel suo sguardo!

Come di chi abbia fretta d’annunciare

chissà quali notizie strabilianti.
ROSS -(Inchinandosi a Duncano) Dio salvi il nostro re!
DUNCANO -Degno Thane di Ross, da dove vieni?
ROSS -Da Fife,(10) augusto sire

dove i vessilli norvegesi insultano

il nostro cielo e il loro svolazzare

raggela l’animo del nostro popolo.

Forte di un grosso esercito, il Norvegia(11)

aiutato da quel gran traditore,

del thane di Cawdòr, sferrò un attacco

che minacciava d’esser disastroso,

finché quel giovin di Bellona sposo(12)

armato a tutta prova,

non l’affrontò da solo, punta a punta

e braccio di ribelle contro braccio,

piegando infine il suo smodato orgoglio.

In breve, nostra è stata la vittoria.
DUNCANO – Oh, gran ventura!
ROSS – Ed ora il norvegese

re Sveno, chiede di scendere a patti;

e noi nemmeno gli avremmo concesso

di dare sepoltura ai suoi caduti,

se prima, all’isola di Santa Colma,(13)

non ci avesse sborsato, uno sull’altro,

pel nostro erario, diecimila talleri.(14)
DUNCANO – Avrà finito, quel Thane di Cawdor,

di recar danno agli interessi nostri.

Sia condannato ad immediata morte,

e si saluti Macbeth col suo titolo.
ROSS – Provvederò che sia fatto senz’altro.

DUNCANO – Quello ch’egli oggi ha perso

il valoroso Macbeth l’ha acquistato.

(Escono)

SCENA III –
Una brughiera. Vento e tuoni.

 

Entrano le TRE STREGHE
1ª STREGA – Dove sei stata di bello, sorella?

2ª STREGA – A scannar maialetti.
3ª STREGA – E tu, sorella?
1ª STREGA – La moglie d’un capitano di mare(15)

aveva in grembo(16) un bel po’ di castagne,

e masticava e poi rimasticava:

“Dammene” – dico – “Via, strega, va’via!”,

grida quella rognosa naticona.

Il marito è salpato per Aleppo

al comando d’un barco a nome “Tigre”;

e lo farò, lo farò, lo farò!(17)
2ª STREGA – Io ti do il vento.
1ª STREGA – Grazie. Sei gentile.
3ª STREGA – E io un’altro.
1ª STREGA – Grazie pure a te.

Tutti gli altri li ho io al mio comando,

ed anche tutti i porti dove soffiano,

e le quarte che sono a loro note

segnate sulle mappe delle rotte.

Voglio ridurlo secco come fieno

e far che mai sulle sue stracche ciglia

discenda sonno, né giorno ne notte;

deve vivere come un fuorilegge,

stanco ed affranto; dopo aver vegliato

novantanove volte sette notti,

dovrà languir di fame, allampanato,

da ridursi allo stremo delle forze;

sarà squassato da mille burrasche.

(Mostra loro qualche cosa)

Guardate qui che ho.
2ª STREGA – Sì, sì, vediamo.
1ª STREGA – È il dito pollice d’un timoniere

naufragato nel suo ritorno a casa.

(Rullo di tamburo all’interno)
3ª STREGA – Un tamburo! È Macbeth!
TUTTE E TRE – (In ridda)

“Così le tre fatidiche sorelle(18)

“la mano nella mano,

“per mare e terra van girovagando,

“in giro, giro tondo,

“tre volte intorno a te,

“tre volte intorno a me,

“e per far nove ancor tre volte tre”.

Silenzio!… Il sortilegio s’è compiuto!

Entrano MACBETH e BANQUO

MACBETH – Un giorno brutto e bello come questo

non l’avevo mai visto.
BANQUO – A che distanza saremo da Forres?(19)

(Vedendo le streghe)

Oh, diamine, che esseri son quelli,

così grinzi e selvatici d’aspetto

da non avere alcuna somiglianza

con gli esseri che vivon sulla terra

sulla quale si trovan tuttavia?

(Alle streghe)

Siete viventi? Siete voi qualcosa

cui si possa rivolgere domanda?

Sembra che abbiate inteso,

se ciascuna s’è posto il dito scarno(20)

con ratta mossa sulle labbra vizze.

Alla vista, dovreste essere femmine,

ma quelle vostre barbe

mi fan pensare che non siete tali.
1ª STREGA – Salute a te, Macbeth, Thane di Glamis!
2ª STREGA – Salute a te, Macbeth, Thane di Cawdor!
3ª STREGA – Salute a te, Macbeth, futuro re!
BANQUO – (A Macbeth)

Mio signore, ti vedo trasalire

ed anche in preda ad un certo timore

a udir sì grati annunci. Perché mai?

(Alle streghe)

In nome della santa verità,

siete immagini della fantasia,

o siete proprio quello che apparite?

Salutate il mio nobile compagno

col suo titolo attuale, e col preannuncio

d’un più elevato stato nobiliare,

e di speranze di regalità,

si ch’egli sembra come andato in estasi.

E a me non dite niente.

Se davvero potete penetrare

entro i semi del tempo,

e predire qual grano cresca, o no,

parlate a me, che né chiedo né temo

da parte vostra odio o simpatia.
1ª STREGA – Onore a te!
2ª STREGA – Onore!
3ª STREGA – Onore a te!
1ª STREGA – Minore di Macbeth, eppur più grande!
2ª STREGA – Non sì felice, eppure più felice.
3ª STREGA – Padre di re, se pur non re tu stesso.

Così, salute a Voi, Banquo e Macbeth!

1ª STREGA – Banquo e Macbeth, salute!
MACBETH – Rimanete, incompiute parlatrici,

e ditemi di più. Thane di Glamis

io so già d’essere, erede di Simel;(21)

ma perché lo sarei anche di Cawdor?

Il signore di Cawdor vive a prospera,

e quanto ad esser re,

è prospettiva fuori del credibile,

come dell’essere io Thane di Cawdor.

Dite, a qual fonte siete debitrici

di queste singolari predizioni?

E perché su quest’arida brughiera

venite ad arrestare i nostri passi

con un tale profetico saluto?

Parlate, insomma, dite, ve lo impongo!
(Le streghe svaniscono nell’aria)
BANQUO – Bolle d’aria ha la terra, come l’acqua.

Tali eran queste. Dove son svanite?
MACBETH – Nell’aria, e ciò che d’esse aveva corpo

s’è dissolto, come respiro al vento.

Come vorrei che fossero restate!
BANQUO – Ma davvero eran qui, davanti a noi,

quelle cose di cui stiamo parlando?

O non avremmo noi forse mangiato

una qualche malefica radice

che ci tien prigioniera la ragione?
MACBETH – Saranno re i tuoi figli…
BANQUO E re tu stesso, ed anche Thane di Cawdor…

Non è così che han detto quelle tre?
MACBETH – Così, stesse parole, stesso accento.

Ma chi è che ci viene adesso incontro?
Entrano ROSS e ANGUS
ROSS – Macbeth, il re con grande gioia ha appreso

la notizia del tuo grande successo;

e a legger della tua intrepidezza

in questa guerra contro i rivoltosi

stupore e lode in lui sono in conflitto

per stabilire quale sia per te,

quale per lui; e mentre ripercorre,

ammutolito in questo interno dubbio,

l’ultime fasi di quella giornata(22)

ti rivede combattere frammezzo

alle agguerrite schiere norvegesi,

inpavido, per nulla intimidito

da ciò che tu facevi di tua mano,

straordinarie immagini di morte.

A lui giugevano messi dal campo

l’un dopo l’altro, fitti come grandine,

ciascun recando di te nuove lodi

sulla fiera difesa del suo regno,

e tutte riversandole ai suoi piedi.
ANGUS – E noi siam qui mandati

a nome del regal nostro signore,

per porgerti i suoi ringraziamenti;

d’alcun altro compenso incaricati,

che quello d’annunciarti alla sua vista.
ROSS – Però come arra di più grandi onori,

il re mi incaricò si salutarti

per suo decreto thane di Cawdor;

e con tal titolo, che adesso è tuo,

nobilissimo thane, io ti saluto.
BANQUO – Che! Può dunque il demonio dire il vero?
MACBETH – Il Thane di Cawdor vive e respira;

perché dovrei vestire abito altrui?
ANGUS – Vive e respira il fu Thane di Cawdor,

che trascina però, sotto il fardello

d’una condanna a morte, un’esistenza

il cui filo ben merita di perdere.

S’egli sia stato in sotterranee intese

con quelli di Norvegia,

o s’abbia dato man forte ai ribelli

fornendo aiuti per traverse vie,

e se in entrambi i modi abbia tramato

alla rovina del proprio paese,

non so, ma capitale tradimento

confessato e provato, l’ha spacciato.
MACBETH – (Tra sé)

Glamis e Thane di Cawdòr… e dietro,

l’onore massimo..

(A Ross e Angus)

Signori miei,

grazie del vostro premuroso annuncio.

(A Banquo)

Non hai tu la speranza

che i figli tuoi saranno fatti re,

se quelle stesse tre

ch’han salutato te Thane di Cawdor

hanno non meno ad essi preannunciato?
BANQUO – Quella lor previsione,

se da te fosse creduta verace,

potrebbe pure accenderti nel cuore

oltre al Thane di Cawdor, la corona.

Però che stravaganza

che spesso gli strumenti della Tenebra

per trarci alla rovina

si servono dei più innocenti trucchi,

per poi tradirci in più serio malanno…

(A Ross e Angus)

Cugini, per favore, una parola.

(Si appartano)
MACBETH – (Tra sé)

Due verità sono state enunciate,

quasi augurali prologhi d’un tema

il cui crescendo culmina nel trono…(23)

(Forte)

Signori, vi ringrazio.

(Tra sé)

Questo presagio soprannaturale

non può essere tristo,

non può essere buono; ché, se tristo,

perché darmi già un pegno di successo

cominciando con una verità?

Giacchè vero è ch’io son Thane di Cawdor.

Se buono, perché cede la mia anima

ad una suggestione(24), la cui immagine

mi fa drizzare i capelli sul capo

e fa che questo mio pur saldo cuore

si metta a sbatacchiare tra le costole

in una innaturale agitazione?

L’orrore per qualcosa di visibile

ha sull’animo nostro meno presa

che non quello per ciò che uno immagina.

Il mio pensiero, dove l’assassinio

è sol fantasticato, scuote già

a tal punto la mia essenza d’uomo,

da soffocarne quasi ogni funzione

nel fumo d’un idea senza contorni;

e nulla è, tranne ciò che non è.
BANQUO – (A Ross e Angus)

Guardate il mio compagno: com’è assorto,

quasi rapito nel fantasticare(25).
MACBETH – (Sempre tra sé)

Se il fato vuole ch’io diventi re,

ebbene il fato mi può incoronare,

senza ch’io abbia a muovere un sol dito.
BANQUO – (c.s.)

Gli onori che gli son piovuti addosso

gli stanno come a noi certi vestiti,

che non s’adattan bene alla vita

se non con l’uso.
MACBETH – (Sempre tra sé)

Vada come vada,

il tempo e l’ore trascorron lo stesso

anche lungo il più ruvido dei giorni.

BANQUO – Macbeth,noi siamo qui in attesa

del tuo buon gradimento.
MACBETH – Chiedo scusa.

Il mio cervello s’era avviluppato

distrattamente in cose trapassate.

Cortesi amici, le vostre premure

son tutte debitamente annotate

in un registro di cui ogni giorno

sfoglio le pagine, e le rileggo.

Andiamo insieme ad incontrare il re.

(A Banquo, a parte)

Ripensa a quello che ci è capitato;

a miglior tempo ne riparleremo

e ne discuteremo a cuore aperto,

dopo che avremo avuto tempo e modo

di soppesarlo.
BANQUO – Certo, con piacere.
MACBETH – Fino ad allora, silenzio assoluto!
(Forte, agli altri due)

Venite, amici, andiamo incontro al re.
(Escono)

SCENA IV
Forres. Il palazzo di Banquo.

 

Squillo di tromba.

Entrano DUNCANO, MALCOLM, DONALBANO, LENNOX e seguito
DUNCANO – La condanna di Cawdor fu eseguita?

E coloro che n’ebbero l’incarico

sono tornati?
MALCOLM – Non ancora, Sire.

Ma ho parlato con uno ch’era lì

al momento che è stato giustiziato,

ed ho saputo ch’egli ha confessato

apertamente il proprio tradimento

implorando in extremis il perdono

dalle mani di vostra maestà,

mostrandosi contrito nel profondo.

Nulla, nella sua vita, l’ha onorato

come il modo col quale l’ha lasciata:

è morto come uno che in sua morte

sapesse di gettare via da sé

la cosa più preziosa in suo possesso,

e di gettarla via come un nonnulla.
DUNCANO – Non c’è arte che valga ad insegnare

a scoprir l’altrui animo dal volto.

Ed io avea riposto su quell’uomo

la fiducia più piena ed assoluta.
Entrano MACBETH, BANQUO, ROSS e ANGUS
Oh, glorioso cugino!

Già mi pesa sulla coscienza, sempre,

il peccato dell’irriconoscenza

verso la tua persona;

ma adesso tu ti levi così in alto

che a raggiungerti ormai non basta più

l’ala del più veloce guiderdone.

Se avessi tu meritato di meno,

il rapporto fra merito e compenso

sarebbe volto ancora a mio favore;

ma ora non mi resta altro da dire

se non che t’è dovuto per compenso

assai di più di quanto io possa darti.
MACBETH – Il dovere e la fedeltà di suddito

ch’io vi debbo hanno già il lor compenso

nel fatto stesso d’esservi prestati.

Vostra parte è ricevere da noi

i servigi dovuti; e quei servigi

sono soltanto figli e servitori

del trono e dello Stato, che son vostri;

e non fanno che adempiere ad un dovere

nel fare tutto ciò che sia motivo

d’affetto e lode dalla vostra parte.
DUNCANO – Benvenuto tra noi. Ho messo già

dentro di me a dimora la tua pianta

e farò del mio meglio, t’assicuro,

perch’essa cresca sana e rigogliosa.

E tu, nobile Banquo,

che non hai acquistato minor merito,

né devi meritare minor fama

di quanta spetti a quello che hai compiuto,

ch’io t’abbracci e ti stringa forte al cuore!
BANQUO – Se la mia pianta darà qui il suo frutto,

a voi spetta il raccolto.
DUNCANO – La gioia che trabocca dal mio cuore,

da troppa plenitudine inebriata,

vuol celarsi tra gocciole di pianto.

Figli, congiunti, e voi, Thani di Scozia,

che per rango mi siete più vicini,

sappiatelo: è la nostra volontà

che il regno vada al nostro primogenito

Malcolm, che chiameremo, d’ora innanzi,

col titolo di Principe di Cumberland;

la quale dignità, ciònondimeno,

non resterà una nomina isolata

ad investir la sua sola persona;

segni di nobiltà dovran rifulgere

come altrettante stelle

su tutti che ne siano meritevoli.

(A Macbeth)

E adesso ce ne andremo ad Inverness

per stringere con te più saldi nodi.
MACBETH – Il riposo è fatica,

se non è usato al fine di servirvi.

Io stesso vi farò da battistrada,

ad allietar l’orecchio di mia moglie

con l’annuncio di questa vostra visita.

Umilmente perciò prendo congedo.
DUNCANO – Nobile Cawdor!
MACBETH – – (Tra sé)

Principe di Cumberland!…

Un gradino su cui dovrò inciampare,

o dovrò superarlo con un balzo,

perché si piazzerà sul mio cammino.

Stelle, oscurate il vostro fiammegiare,

che la luce non penetri i segreti

dei neri, tenebosi miei propositi!

L’occhio non veda quel che fa la mano;

ma si compia quell’atto che, compiuto,

l’occhio avrà orrore pur di riguardare!

(Esce)
DUNCANO – È vero, degno Banquo, egli è quel prode

che tu descrivi, e a sentirlo elogiare

io nutro di delizia la mia anima

come seduto ad un grande banchetto.

Ora conviene metterci in cammino

sulla sua scia, poichè la sua premura

l’ha fatto andare per arrivar prima

e darci il benvenuto a casa sua.

È davvero un cugino impareggiabile!

(Squillo di tromba. – Escono)

SCENA V
Inverness. Il castello di Macbeth.

 

Entra LADY MACBETH, leggendo una lettera
LADY MACBETH – (Legge)
“Mi si son fatte incontro
“il giorno stesso della mia vittoria,

“ed ho appreso, da fonte assai credibile,

“ch’hanno in sé facoltà di conoscenza

“al dilà dell’umano.

“Ma allor che più mi sentivo bruciare

“dalla voglia d’interrogarle ancora,

“si mutarono in aria, dissolvendosi.

“Ero ancora stordito, sbigottito

“dallo stupore per un tal prodigio,

“quando giungon dal re dei messageri

“che mi salutano Thane di Cawdor:

“con quello stesso titolo, poc’anzi,

“m’ero pure sentito salutare

“da quelle tre fatidiche sorelle,

“che, alludendo al futuro, aveano aggiunto:

“Salute al re che tu diventerai!”

“Di tutto ciò ho creduto di informarti,

“mia diletta compagna di grandezza,

“affinchè tu non sia per restar priva

“della parte di gioia che ti spetta,

“restando ignara dell’augusta sorte

“che t’è stata promessa.

“Serba, per ora, questo nel tuo cuore,

“e stammi bene. Addio.”

Glamis sei ora, e Cawdor: sarai presto

tutto quello che t’è stato promesso.

Ma non mi fido della tua natura:

troppo latte d’umana tenerezza

ci scorre, perché tu sappia seguire

la via più breve. Brama d’esser grande

tu l’hai e l’ambizione non ti manca;

ma ti manca purtroppo la perfidia

che a quella si dovrebbe accompagnare.

Quello che brami tanto ardentemente

tu vorresti ottenerlo santamente:

non sei disposto a giocare di falso,

eppur vorresti vincere col torto.

Vorresti, insomma, avere, grande Glamis,

chi fosse lì a gridarti:

“Devi fare così, per ottenerlo!”;

quando ciò che vorresti fosse fatto

hai più paura tu stesso di farlo

che desiderio che non venga fatto.

Ma affrettati a tornare,

ch’io possa riversarti nelle orecchie

i demoni che ho dentro,

e con l’intrepidezza della lingua

cacciar via a frustate

ogni intralcio tra te e quel cerchio d’oro

onde il destino e un sovrumano aiuto

ti voglion, come sembra, incoronato.
Entra un Messo
Ebbene, che notizie?
MESSO Il re stasera sarà qui, signora.
LADY MACBETH – Che dici, sei impazzito?
Non sta forse con lui il tuo padrone?

M’avrebbe certamente già avvertita,

per preparare.
MESSO – È così, se vi piaccia.

Il nostro Thane sta venendo qui.

Un mio compagno, spedito d’urgenza

innanzi a lui, è qui arrivato per ora,

quasi sfinito per la grande corsa,

e con appena il fiato sufficiente

a dar l’annuncio.
LADY MACBETH – Dategli ristoro.

Ci ha recato una splendida notizia.

(Esce il messo)

Anche il corvo, con la sua voce rauca,

gracchia il fatale ingresso di Duncano

sotto i miei spalti… O spiriti

che v’associate ai pensieri di morte,

venite, snaturate in me il mio sesso,

e colmatemi fino a traboccare,

dalla più disumana crudeltà.

Fatemi denso il sangue;

sbarratemi ogni acesso alla pietà,

e che nessuna visita

di contriti e pietosi sentimenti

venga a scrollare il mio pietoso intento

e a frapporre un sol attimo di tregua

tra esso e l’atto che dovrà eseguirlo.

Accostatevi ai miei seni di donna,

datemi fiele al posto del mio latte,

voi che siete ministri d’assassinio,

e che, invisibili nella sostanza,

siete al servizio delle malefatte

degli uomini, dovunque consumate.

Vieni, o notte profonda, e fatti un manto

del più tetro vapore dell’inferno,

così che l’affilato mio coltello

non veda la ferita che produce,

e non si sporga il cielo

dalla coltre della notturna tenebra

a gridare al mio braccio:”Ferma! Ferma!”
Entra MACBETH
O grande Glamis! O nobile Cawdor!

E ancor più grande di questi due titoli,

secondo quel profetico saluto!

Il tuo scritto m’ha tratto oltre i confini

dell’ignaro presente,

ed io già sento il futuro dell’attimo.
MACBETH – Amore mio carissimo,

Duncano sarà qui da noi stasera.

LADY MACBETH – Per ripartire quando?
MACBETH – Domani…almeno questa è l’intenzione.

LADY MACBETH – Oh, quel domani non vedrà mai il sole!
La tua faccia, mio Thane, è un libro aperto,

dove ognuno può legger strane cose.

Per ingannare l’ora,

è necessario assumerne l’aspetto:

il benvenuto portalo negli occhi,

portalo nella mano, sulla lingua;

datti l’aria d’un innocente fiore,

ma sii la serpe che si cela sotto.

Colui che sta per giungere

va ricevuto come si conviene;

stasera affiderai alle mie mani

la grande impresa che dovrà ottenere

alle future nostre notti e giorni

il dominio e la signoria sovrana.
MACBETH – Bisognerà che ne parliamo ancora.
LADY MACBETH – Sì, ma vedi di stare più sereno:

mutar colore è segno di paura.

E per il resto lascia fare a me.

(Escono)

SCENA VI
Inverness. Davanti al castello di Macbeth.

 

Entrano DUNCANO, MALCOM, DON ALBANO, BANQUO, LENNOX, MACDUFF, ROSS, ANGUS, e seguito
DUNCANO – Questo castello è posto in sito ameno;

L’aria s’accorda, dolce carezzevole,

ai nostri molli sensi.
BANQUO – La rondine(26), quest’ospite d’estate,

che sceglie a sua dimora questo sito

è la conferma che il celeste effluvio

s’effonde qui odoroso ed allettante:

non v’è sporgenza, fregio, contrafforte,

o cantuccio che appena sembri adatto,

dove l’uccello non abbia intessuto

con grande amore il suo pendulo letto

e n’abbia fatto una feconda culla;

ed ho osservato che ove questi uccelli

fanno il lor nido e figliano,

l’aria intorno è più dolce e più leggera.
Entra LADY MACBETH
DUNCANO – Chi vedo: l’onorata ospite nostra!

L’amore che ci muove e ci accompagna

spesso è importuno, ma è pur sempre amore,

e come amore grati lo accogliamo:

voglio con ciò insegnarvi

come dobbiate voi pregare Iddio

che ci ripaghi di questa molestia,

e ringraziare noi

per il disagio che qui vi arrechiamo.
LADY MACBETH – Tutto che noi facciamo per servirvi,

anche se a volta a volta raddoppiato,

sarebbe sempre una misera cosa

a confronto dei vasti ed alti onori

di cui la maestà vostra ha ricolmato

la nostra casa: per quelli passati,

e per le più recenti dignità

che son venute ad aggiungersi ad essi,

vi restiamo devoti zelatori.
DUNCANO – Dov’è il Thane di Cawdor?

Noi gli siamo venuti alle calcagna

col proposito d’essere noi stessi

i suoi forieri; ma cavalca bene,

ed il suo grande affetto

affilato non meno del suo sprone,

l’ha portato sicuramente a casa

prima di noi…Mia bella castellana,

stanotte noi saremo ospiti vostri.
LADY MACBETH – I vostri servitori, che noi siamo,

hanno anch’essi la loro servitù;

e le loro persone e i loro averi

sono sempre alla vostra discrezione,

sì da renderne conto a Vostra Altezza

quando e dove gli sia di gradimento,

pronti a rendere a voi quello che è vostro.
DUNCANO Porgetemi la mano,

e vogliate condurmi dal mio ospite.

Gli vogliamo un gran bene,

e gli seguiteremo a conservare

le nostre grazie. Con licenza vostra….

 

(Escono)

SCENA VII
Inverness. Il castello di Macbeth.

 

Suoni d’oboe. – Torce accese. – Un maggiordomo(27) con alcuni servitori recano piatti e vivande, traversando a vicenda la scena; poi entra MACBETH
MACBETH – Se il fatto, quando fosse consumato,

restasse in sé conchiuso,

tanto varrebbe consumarlo subito.

Se l’assassinio una volta compiuto,

potesse intramagliar tutti i suoi effetti,

e, finito, ghermire il suo obbiettivo,

e questo solo colpo

fosse l’inizio e la fine di tutto,

qui, su quest’arida proda del tempo,

noi rischieremmo la vita a venire(28).

Ma sempre in questi casi

andiamo incontro alla condanna eterna,

ché non facciamo che insegnare sangue,

ed il sangue insegnato torna sempre

ad infettar colui che l’ha insegnato.

Questa giustizia dalla mano equanime

ritorce sulle nostre stesse labbra

gli ingredienti che abbiamo misturato

nel calice che abbiamo avvelenato.

Egli si trova qui, sotto il mio tetto,

protetto da una duplice fiducia:

primo, perché gli son parente e suddito,

e son già questi due buoni motivi

perch’io rifugga dal compiere l’atto;

secondo, perché, come suo ospitante,

dovrei io stesso sbarrare l’ingresso

a chiunque volesse assassinarlo;

e non brandire io, tra le mie mani,

il coltello che lo dovrebbe uccidere.

Eppoi, questo Duncano, in verità,

è stato un tal benevolo sovrano,

dotato d’un tal senso di giustizia

nell’esercizio del suo alto ufficio,

che arringheran per lui le sue virtù

come tube celesti in bocca agli angeli,

a chieder la più nera dannazione

per chi avesse attentato alla sua vita;

e la pietà, come un puttino nudo

che cavalcasse in groppa all’uragano,

e i cherubini dal cielo, in arcione

ai corsieri invisibile dell’etere,

soffieranno negli occhi della gente

così forte l’orribile misfatto,

che le lacrime affogheranno il vento.

Altro sprone non ho,

da conficcar nei fianchi al mio proposito

se non la volteggiante mia ambizione

che, nella smania di balzare in sella,

rischia di male misurar lo slancio,

e andare a ricader dall’altra parte.
Entra LADY MACBETH
Ebbene?
LADY MACBETH – Sta finendo di cenare.

Ma perché sei uscito dalla stanza?
MACBETH – M’ha cercato?
LADY MACBETH – Dovevi pur saperlo.
MACBETH – Non s’ha da andare avanti in questo affare.

M’ha ricolmato ancora d’altri onori;

e, grazie a lui, mi sono conquistata

una fama preziosa come l’oro

presso la gente d’ogni condizione.
LADY MACBETH – Era dunque l’effetto d’una sbornia

la speranza di cui ti sei vestito

fino a questo momento?

S’era assopita ed ora si ridesta

per riguardar con quella cèra pallida

ciò ch’è stata sì pronta a concepire?

Da qui innanzi farò lo stesso conto

dell’amor tuo. Ti fa tanta paura

mostrarti nell’azione e nel coraggio

quello stesso che sei nel desiderio?

Tu vuoi avere quello che consideri

l’ornamento di tutta un’esistenza,

e intanto vuoi continuare a vivere

stimandoti un ingnobile vigliacco,

lasciando che il “non oso”

sia sempre agli ordini dell'”io vorrei”,

come il povero gatto della favola?(29)
MACBETH – Taci, ti prego: so d’aver coraggio

quanto basta per fare nella vita

quel che s’addice a un uomo;

chi ardisce più di questo, non è uomo.
LADY MACBETH – Davvero? E allora che bestia era quella

che ti indusse a svelarmi il tuo disegno?

Uomo, sì, tu lo eri

quando avevi il coraggio di eseguirlo!

E tanto più tu lo saresti adesso,

se dimostrassi d’esser più d’allora,

quando non t’erano così propizi

né il momento né il luogo,

e tu te li volevi render tali;

ed ora che ti si offrono da soli

a te propizi, e il fatto che lo sono

ti deprime e ti priva di coraggio.

Ho allattato, e conosco la dolcezza

d’amare il bimbo che ti succhia il seno;

e tuttavia, mentr’egli avesse fiso

sul mio viso il faccino sorridente,

avrei strappato a forza il mio capezzolo

dalle sue nude tenere gengive,

e gli avrei fatto schizzare il cervello,

se mai ne avessi fatto giuramento,

come tu m’hai giurato di far questo!
MACBETH – E se poi non riesce?
LADY MACBETH – Non riuscire?
Ti basterà avvitare il tuo coraggio

e un solido sostegno, e riusciremo.

Quando Duncano sarà sprofondato

in un sonno pesante,

come è molto probabile lo inviti

la fatica del viaggio, io dal vino

e dalla crapula farò troncare

la fibra di quei due che son di scorta

alla sua camera sì che in entrambi

la memoria, guardiana del cervello

abbia a svanire come andata in fumo

e l’abitacolo della ragione

sia ridotto ad un semplice alambicco.

E quando l’affogata lor natura

s’affonderà in un maialesco sonno,

un sonno molto simile alla morte,

che cosa non potremo, tu ed io,

sul corpo incustodito di Duncano?

E che cosa non addossare, dopo,

a quelle spugne dei suoi guardacamera,

si’da accollare tutta su di loro

la colpa di quel nostro grande scempio?
MACBETH – Tu devi partorire solo maschi!

Ché solo a maschi potrebbe dar forma

la tua matrice di femmina indomita!…

Sì, quando avremo imbrattato di sangue

quei due che dormono nella sua camera,

dopo che avremo usato per ucciderlo

le stesse loro spade,

chi può dire che a compiere quell’atto

non siano stati proprio loro due?
LADY MACBETH – E chi oserebbe pensare altrimenti,

quando ci veda ruggir di dolore

e lacrimare sopra la sua morte?
MACBETH – Bene, ho deciso. Tutte le mie forze

sono sottese a questo orribil atto.

Ma adesso andiamo ad ingannar l’ambiente

dandoci un’apparenza di lietezza.

E celi un falso volto un falso cuore.

(Escono)

ATTO SECONDO
SCENA I
Inverness. Cortile nel castello di Macbeth.

 

Entrano BANQUO e FLEANTE, che ha in mano una torcia
BANQUO – Figlio, a che ora siamo della notte?
FLEANTE – Non ho sentito l’ora, ma la luna

è già calata.
BANQUO – Cala a mezzanotte.
FLEANTE – Direi ch’è un po’ più tardi, padre mio.
BANQUO – Toh, prendi la mia spada.

Stanotte in cielo si fa economia:

hanno smorzato tutte le candele.

Toh, prenditi anche questo.

(Gli dà il mantello)

Mi sento addosso uno strano torpore,

pesante come piombo;

eppure non vorrei addormentarmi.

O voi, potenze misericordiose,

frenate in me i pensieri maledetti

che la natura disfrena nel sonno!
Entra MACBETH, con un servo che gli tiene una torcia
Dammi la spada!…Chi va là?
MACBETH – Un amico.
BANQUO – Com’è, signore, non ancora a letto?

Il re dorme; ha trascorso un lieto giorno,

insolito per lui; e ai tuoi famigli

ha voluto donare riccamente.

Questo diamante, poi,

lo manda per omaggio alla tua sposa,

sua ospite squisita,

com’egli la chiamata, a conclusione

d’una piacevolissima giornata.
MACBETH – Se non ci avesse còlti impreparati

e se la nostra buona volontà

non avesse dovuto soggiacere

alla scarsezza dei rifornimenti,

sarebbe stata ben più liberale.
BANQUO – È andato tutto bene.

La scorsa notte ho rivisto, nel sogno,

quelle tre magiche sorelle: a te

dissero cosa risultata vera.
MACBETH – Bah, non ci penso più.

Comunque quando avremo l’occasione

di riempire ancora un’ora insieme,

potremo, sempre che tu lo gradisca,

utilizzarla a parlare di questo.
BANQUO – A tuo buon gradimento.
MACBETH – Se poi, quando sarà giunto il momento,

vorrai prendere parte ai miei progetti,

potrà venirne onore anche per te.
BANQUO – A patto che, per cercare di accrescerlo,

non abbia a perdere quello che ho,

e ch’io mantenga libera coscienza

e leal sudditanza al mio sovrano,

mi lascerò guidar dai tuoi consigli.

(Escono Banquo e Fleante)
MACBETH – (Al servo)

Va’ dalla tua padrona,

e dille di suonare la campana

quando la mia pozione sarà pronta.

Poi vattene a dormire.

(Esce il servo)

È un pugnale ch’io vedo innanzi a me

col manico rivolto alla mia mano?…

Qua, ch’io t’afferri!…No, non t’ho afferrato…

Eppure tu sei qui, mi stai davanti…

O non sei percettibile alla presa

come alla vista, immagine fatale?

O sei solo un pugnale immaginario,

un’allucinazione della mente,

d’un cervello sconvolto dalla febbre?

Ma io ti vedo, ed in forma palpabile,

quanto questo ch’ho in pugno, sguainato.

E tu mi guidi lungo quella strada

che avevo già imboccato da me stesso,

pronto ad usare un analogo arnese…

O gli occhi miei si son fatti zimbello

di tutti gli altri sensi,

o la lor percezione è così intensa

che a questo punto li soverchia tutti:

perch’io t’ho qui, dinnanzi alla mia vista,

e sulla lama e sull’impugnatura

vedo del sangue che prima non c’era….

Ma no, che una tal cosa non esiste!

È solo la mia impresa sanguinaria

che prende una tal forma agli occhi miei.

A quest’ora, su una metà del mondo

la natura par quasi che sia morta,

ed empi sogni vanno ad ingannare

il sonno chiuso dietro le cortine(30).

Le streghe celebran le loro ridde

ad Ecate la pallida;(31) svegliato

dall’allarme della sua sentinella

l’ululato del lupo – l’assassinio

s’avvia furtivamente alla sua impresa,

come un fantasma, a passo lungo e lieve,

come il lascivo andare di Tarquinio.(32)

Tu, però, solida e sicura terra,

non seguire i miei con l’ascolto,

che le tue stesse pietre

non denuncino il luogo ov’io m’aggiro

e tolgano al silenzio di quest’ora

l’orrore che sì bene gli si addice.

Ma io minaccio, e lui continua a vivere.

Le parole, sul fuoco dell’azione

soffiano un’aria troppo raggelante.

(S’ode una campana)

Vado, ed è fatto. La campana chiama.

Duncano, non udirla: il suo rintocco

ti chiama al paradiso od all’inferno.

(Esce)

SCENA II
Inverness. Il Castello di Macbeth.
Entra LADY MACBETH

LADY MACBETH – Quello che ha reso ubriachi quei due

ha fatto ardita me;

quello che ha spento la lor vigilanza

ha dato fuoco a me. Silenzio! Ascolta!
(S’ode il verso d’una civetta)
Quella era la civetta,

la campanara sinistra il cui strido

porge la più crudele “buona notte”.

In questo istante egli s’accinge all’atto;

le porte sono aperte; i servitori

abbuffati di vino e di vivande

russano, a beffa delle lor consegne.

Ho mescolato ai loro beveraggi

alcune droghe d’una tal potenza,

che morte e vita adesso si contendono

se i loro corpi sono vivi o morti.
MACBETH – (Da dentro)

Chi è la?..Che cosa?…Oh!…
LADY MACBETH – Maledizione!

Sta a veder che si sono ridestati

senza che nulla qui sia stato fatto.

Il tentare ci perde, non l’agire!

Ho messo a loro accanto i lor pugnali:

non ha potuto non averli visti.

Io stessa l’avrei fatto,

se nel sonno non somigliasse tanto

a mio padre…Ma ecco mio marito…
Entra MACBETH
Fatto?
MACBETH – Fatto! Hai udito dei rumori?
LADY MACBETH – Una civetta ed il cantar dei grilli.

Eri tu che parlavi?
MACBETH – Quando?
LADY MACBETH – Adesso.
MACBETH – Mentre scendevo?
LADY MACBETH – Sì. Odi anche tu?
MACBETH – Chi è che dorme nella stanza accanto?
LADY MACBETH – Donalbano.
MACBETH – (Guardandosi le mani insanguinate)

Oh, miseranda vista!
LADY MACBETH – Che stolta idea ti fa dire così?
MACBETH – Uno è scoppiato a ridere nel sonno,

l’altro gridò sì forte: “All’assassino!”,

che si sono svegliati l’un con l’altro.

Io stavo lì, immobile, in ascolto,

ma quelli han biascicato una preghiera

e si son subito riaddormentati.
LADY MACBETH – Eh, già, dormono insieme in quella stanza.
MACBETH – Uno ha gridato: “Dio ci benedica”,

e l’altro gli ha risposto con un'”Amen”,

come si fossero visti a fronte me,

me e queste mie mani di carnefice.

Ed io, assorto nelle lor paure,

non son riuscito a biascicare un “Amen!”

quando hanno detto “Dio ci benedica!”.
LADY MACBETH – Beh, non star lì ad almanaccarci sopra.
MACBETH – Ma perché non fui buono a dire un “Amen”?

Ne avevo, in quel momento, un gran bisogno;

ma quell'”Amen” mi s’è strozzato in gola.
LADY MACBETH – Non sono cose da prender così,

altrimenti s’arriva alla pazzia.
MACBETH – M’è parso inoltre d’udire una voce

che mi gridava: “Più non dormirai!”

Macbeth ha ucciso il sonno;

è l’assassino del sonno innocente,

il sonno che ravvia, sbroglia, dipana

l’arruffata matassa degli affanni,

ch’è morte della vita d’ogni giorno,

è lavacro d’ogni affannosa cura,

balsamo d’ogni ferita dell’animo,

secondo piatto nella grande mensa

della Natura, nutrimento principe

al banchetto dell’esistenza umana.
LADY MACBETH -Che intendi dire?
MACBETH – “Più non dormirai!”

gridava quella voce, in tutta casa;

e ancora:”Glamis ha scannato il Sonno,

E perciò Cawdor più non dormirà,

non dormirà più Macbeth!”
LADY MACBETH – Ma chi era, a gridare in questo modo

Animo, animo, nobile Thane!

Tu, facendo così,

disfibri la tua tempra generosa

con questi dissennati pensieracci.

Va’, procurati subito dell’acqua

e lava questo sporco testimone

dalla tua mano… Ma questi pugnali

perché portarli via dal loro posto?

Và, riportali là, e con del sangue

imbratta quei due servi addormentati.
MACBETH – No, no, là dentro non ci torno più.

ll solo ripensarci, a quel che ho fatto

mi mette addosso un’immensa paura

Non oso più veder quello spettacolo.
LADY MACBETH – Uomo senza fermezza

Dammi qua quei pugnali;

un uomo morto e un uomo addormentato

son fantasie. E il diavolo dipinto

spaventa solo l’occhio dell’infanzia.

Se ancora sanguina, io con quel sangue

imbratterò le facce dei due servi,

e saran loro due e nessun altro

ad apparir gli autori del delitto.

(Escono)

 

(Bussano dall’interno)

MACBETH – Che colpi sono questi?….Da chi vengono?…

Ma che diavolo mi sta succedendo,

che il minimo rumore mi raggela?

Che sono queste mani?…

Ah, ch’esse quasi mi strappano gli occhi!

Potrà mai il gran mare di Nettuno

lavar dalle mie mani questo sangue?

No, ché sarà piuttosto questa mano

a tinger del suo rosso

le variegate acque degli oceani(33)

e far del loro azzurro tutto un rosso.
Rientra LADY MACBETH
LADY MACBETH – Eccole, vedi, adesso le mie mani

han lo stesso colore delle tue;

ma mi vergognerei d’avere in petto

un cuore così bianco.
(Bussano ancora)

Sento che bussano all’entrata a sud…

Ritiriamoci nelle nostre stanze.

Ci basterà un po’ d’acqua

a mondarci di questa nostra azione:

lo vedi com’è semplice!

La tua fermezza ti ha abbandonato.
(Bussano ancora)

Senti! Altri colpi. Indossa la vestaglia,

che non si creda che fossimo svegli,

se mai qualcuno dovesse venire.

Non perderti così meschinamente

nei tuoi pensieri!
MACBETH – Saper quel che ho fatto!

Meglio sarebbe non saper chi sono!
(Altri colpi alla porta)

Sveglia Duncano, con questo bussare!

Ahimè, magari lo potessi fare!
(Escono)

SCENA III
La stessa
Entra un PORTIERE, mentre si bussa sempre dall’interno.
PORTIERE – Eh, questo sì che si chiama bussare

Un cristiano che fosse, putacaso,

a custodir la porta dell’inferno,

starebbe bene a girare la chiave!

(Bussano ancora)

Bussa, bussa! Chi è là, per Belzebù?

Forse sarà un fattore di campagna

che s’è impiccato nella vana attesa

d’un raccolto abbondante…Avanti, avanti!

Caschi al momento buono;

porta con te abbastanza fazzoletti:

qua ci sarà da sudare un bel po’.

(Bussano ancora)

E toc, e toc! Chi è per l’altro diavolo?

Parola mia, costui è un lestofante

di quelli che ti giurano su un piatto,

della bilancia contro l’altro piatto

e viceversa; che in nome di Dio

cometton ruberie a non finire

ma che alla fine ad imbrogliare Iddio

non ce l’han fatta! Oh, vieni, lestofante!

(Bussano ancora)

Toc, toc! E bussa, bussa! Chi va là?

Scommetto che stavolta è un sarto inglese

arrivato quaggiù perché ha rubato

su qualche paio di braghe francesi.

Accòmodati, sarto: qui avrai modo

di ben scaldar il tuo ferro da stiro.

(Bussano ancora)

Bussa, bussa!…Mai pace!…E tu chi sei?

In verità, per essere l’inferno,

questo posto mi pare troppo freddo.

Basta di fare il diavolo-portiere!

Me l’aspettavo che avrei fatto entrare

uomini e donne d’ogni professione

che su un sentiero fiorito di primule

se ne van tutti all’eterno falò.

(Bussano ancora)

Un momento, un momento, vengo subito!

(Apre la porta)

 

Entrano MACDUFF e LENNOX
Non vi dimenticate del portiere!(34)
MACDUFF – Sei dunque andato a letto così tardi,

compare, da restare addormentato?
PORTIERE – S’è brindato, signore, in verità,

sino al secondo cantare del gallo;

ed il bere si sa, causa tre cose.
MACDUFF – E quali?
PORTIERE – Beh, signore: naso rosso,

gran voglia di dormire e pisciarella.

La lussuria la provoca e la sprovoca;

perché ne provoca, bensì, la voglia,

ma ne impedisce poi l’esecuzione.

Si può dire perciò che il troppo vino

si diverta a imbrogliarla, la lussuria;

la fa e disfà, la tira su e l’abbatte,

l’eccita e la diseccita; la drizza,

e poi non sa più mantenerla su.

In conclusione a forza di imbrogliarla,

e, dopo averla bene sbugiardata,

la pianta in asso.
MACDUFF – Ho idea che questa notte

abbia dato anche a te la sbugiardata.
PORTIERE – L’ha fatto eccome, signore; ma io

ho risposto alla sua sbugiardatura

come si meritava; e perché ero

troppo di lui più forte, come credo,

qualche volta m’è pure riuscito

di metterlo d’un colpo spalle a terra!(35)
MACDUFF – È in piedi il tuo padrone?
PORTIERE – L’hanno svegliato i vostri bussa-bussa.

Eccolo infatti.
Entra MACBETH
LENNOX – Buongiorno, signore.
MACBETH – Buongiorno a entrambi.
MACDUFF – Il re s’è gia levato.

nobilissimo Thane?
MACBETH – Non ancora.
MACDUFF – M’aveva incaricato, ieri sera,

di venirlo a chiamare di buon’ora:

sono alquanto in ritardo.
MACBETH – Vi ci porto.
MACDUFF – So di darvi un piacevole disturbo,

ma pur sempre un disturbo.
MACBETH – La fatica ch’è fatta con piacere

è ad essa farmaco. Questa è la porta.
MACDUFF – Mi farò tanto ardito di svegliarlo

perché così mi fu da lui ordinato.
(Esce, entrando nella porta indicatagli da Macbeth)
LENNOX – Parte oggi il re?
MACBETH – Così almeno ha deciso.
LENNOX – È stata una nottata scatenata:

là dove noi stavamo, il forte vento

ha abbattuto i comignoli sui tetti,

e s’udivano gemiti nell’aria

strane urla di morte, come dicono,

e voci che, con paurosi accenti

pronosticavano atroci conflitti

e l’avvento di eventi tempestosi

a render gramo questo nostro tempo.

L’uccello della tenebra ha gridato

tutta la notte; e c’è pure chi dice

che la terra tremasse dalla febbre.
MACBETH – Brutta nottata, sì.
LENNOX – La mia memoria,

pur giovane, non ne conosce eguale.

Rientra MACDUFF

MACDUFF – Orrore! Orrore! Orrore! Oh quale lingua,

quale cuore saprebbe concepirti,

o solo nominarti!
MACBETH e LENNOX – Che è successo?
MACDUFF – Lo scempio ha fatto il suo capolavoro!

Il più empio assassinio ha profanato

il sacrario dell’Unto del Signore

e ne ha rubato la vita!
MACBETH – La vita!

Che dici? Intendi forse Sua Maestà?
MACDUFF – Avvicinatevi a quella stanza

e struggetevi gli occhi

alla vista di una novella Gòrgone!(36)

Non chiedetemi di parlare. Entrate,

e parlate voi stessi.

(Escono Lennox e Macbeth)

Sveglia, sveglia!

Si suoni la campana dell’allarme!

Assassinio! Assassinio e tradimento!

Malcolm, Banquo, Donalbano, sveglia!

Scuotetevi dal vostro molle sonno,

ch’è morte finta, e guardatela in faccia

la morte vera! Svegliatevi tutti

a contemplare il Giudizio Finale!

Malcolm, Banquo, alzatevi,

come sorgeste dalle vostre tombe,

e andate camminando come spettri

per conformarvi a quest’orrida scena.
(Campana d’allarme)

 

Entra LADY MACBETH
LADY MACBETH – Che succede? Perché questa campana

che quale lugubre squilla di morte

chiama a raccolta l’assonnata gente

di questa casa? Dite, su, parlate!
MACDUFF – Oh, mia signora, quel che posso dire

non è cosa che voi possiate udire:

ripeterlo all’orecchio d’una donna

sarebbe ucciderla…
Rientra BANQUO

Oh, Banquo, Banquo!

Il regal nostro sire è assassinato!
LADY MACBETH – Oh, sventura! E come! In casa nostra?
BANQUO – Troppo atroce dovunque.

Smentisciti all’istante, caro Duff,

e dì che non è vero, te ne prego!
Rientrano MACBETH e LENNOX
MACBETH – Fossi morto soltanto un’ora prima

che questo succedesse, avresti vissuto

un’esistenza lieta; ormai per me

la vita non ha più nulla che valga

perché in essa c’è solo vanità:

onori, fama, sono cose morte.

Il vino della vita

per noi ormai è stato tutto spanto

e sol possiam sperare di trar vanto

della feccia rimastaci in cantina.
Rientrano MALCOM e DONALBANO
DONALBANO – Che cos’è che va male qui?
MACBETH – Va male,

per te, e tu ancora non lo sai:

la sorgente, la polla, la fontana

del tuo sangue s’è spenta, disseccata,

s’è disseccata la sua stessa vena.
MACDUFF – Il tuo regale genitore è ucciso.
MALCOM – Oh! E da chi?
LENNOX – Da quelli ch’eran lì

a guardar la sua camera, si pensa;

le loro mani, come i loro volti

erano tutti imbrattati di sangue

e così i lor pugnali, ancor non tersi,

che abbiam trovato sui loro cuscini;

e fissi e stralunati i loro sguardi.

Nessuna vita d’uomo

si doveva affidare a quella gente
MACBETH – Ah! Ch’io mi pento adesso della fretta

che, nella furia, m’ha spinto a ucciderli!
MACDUFF – Perché l’hai fatto?
MACBETH – E chi può stare a un tempo

savio e sconvolto, calmo e furibondo,

fedele ed impassibile? Nessuno!

L’irruente mio affetto

ha rotto il freno di quella ragione

che suggerisce all’uomo d’ indugiare.

Qui giaceva Duncano,

la sua pelle d’argento ricamata

d’un merletto del suo prezioso sangue

e le ferite simili a una brecccia

che fosse stata aperta alla natura

per far entrar rovina e distruzione;

là stavan gli assassini,

i loro corpi intrisi della tinta

del lor mestiere, intrisi i lor pugnali

oscenamente di sangue aggrumato.

E chi, che avesse un cuore per amare,

ed il coraggio di mostrarne il palpito,

si sarebbe potuto trattenere?
LADY MACBETH -Aiuto! Fatemi andar via di qui…
MACDUFF – Qualcuno s’occupi della signora.
MALCOM – (A parte, a Donalbano)

E noi, stiamo in silenzio?

Noi che il diritto avremmo, più degli altri,

d’interloquire in questa circostanza?
DONALBANO – (A parte, a Malcolm)

E che potremmo dire, proprio qui,

dove il nostro destino sta in agguato

nascosto dentro un foro di trivella

pronto a sbucare da un momento all’altro

e ghermirci d’un balzo? Andiamo via,

piuttosto; non è ancor tempo di piangere.(37)
MALCOM – (c.s.)

Né al nostro acerbo duolo

è tempo ancora di manifestarsi.
BANQUO – Badate alla signora…

(Lady Macbeth è portata fuori)

E quando avrem coperto il nostro corpo

la cui fral nudità(38) soffre ad esporsi

così all’aperto, troviamoci subito

per indagare intorno a questa impresa

quant’altra mai scellerata e cruenta,

per veder di conoscerne di più.

Ora ci scuotono timori e scrupoli.

Io m’affido alla gran mano di Dio,

e sotto la sua ala(39) lotterò

contro qualsiasi oscuro infingimento

della doppiezza traditrice.(40)
MACDUFF – Anch’io.
TUTTI – E così tutti.
MACBETH – Ciascuno di noi

vada ora a rivestirsi dei suoi panni

e di virile determinazione,

e ritroviamoci nella sala grande.
TUTTI – Va bene. Siamo intesi.
(Escono tutti, tranne Malcom e Donalbano)
MALCOM – Che intendi fare adesso?

Associarsi con loro, non è il caso.

Far mostra d’un dolore non sentito

è una parte che san bene recitare

gli ipocriti. Io vado in Inghilterra.
DONALBANO – Io in Irlanda: sorti separate

ci renderanno entrambi più sicuri.

Perché qui dove siamo

luccicano pugnali nei sorrisi:

più vicini per sangue,(41)

più vicini a finire sanguinanti.
MALCOM – Questa freccia mortale ora scoccata

ancora non s’è scaricata a terra,

e la via più sicura per noi due

è di scansarci dalla sua gittata.

Perciò a cavallo! E senza preoccuparci

dei soliti congedi.Via, furtivi:

non c’è furto nell’involar se stessi

quando non c’è garanzia di pietà.
(Escono)

SCENA IV
Inverness, Nel castello di Macbeth.

 

Entrano ROSS e UN VECCHIO(42)
VECCHIO – I miei trascorsi settanta e dieci anni

li ho ben presenti; e in tutto questo tempo

ho visto ore tremende e strani eventi;

ma questa orrenda notte

me le fa diventar cose da nulla.
ROSS – Ah, buon padre(43), tu vedi come il cielo

quasi sdegnato dell’agir dell’uomo

distenda tutto un velo minaccioso

sopra questo spettacolo di sangue.

Per l’ora è giorno, eppur l’oscura notte

soffoca la pellegrinante lampada.(44)

È la notte che ha preso il predominio,

o è la terra che si copre il volto

per vergogna nel tempo che baciato

dovrebb’ essere dalla viva luce?
VECCHIO – È un fenomeno fuor della natura

come l’atto che qui s’è consumato.

Martedì scorso, un falco

che volteggiava in cielo a grande altezza

toccato ch’ebbe l’apice del volo

fu raggiunto da un gufo cacciatore

e assalito ed ucciso.
ROSS – E similmente – strano ma pur certo

e provato – i cavalli di Duncano,

rari esemplari della loro razza

quanto a bellezza ed a velocità,

son ritornati allo stato selvaggio,

hanno rotto gli stalli e son fuggiti

all’aperto, ribelli a ogni comando,

quasi volessero scendere in guerra

contro l’umanità.
VECCHIO – E si sono sbranati l’un con l’altro,

come ho sentito dire.

ROSS – È vero, infatti:

l’ho visto, sbalordito, coi miei occhi.
Entra MACDUFF
Ecco Macduff. Ebbene, buon signore,

come vanno le cose?

MACDUFF – E non lo vedi?
ROSS – S’è poi saputo chi è stato l’autore

di questo gesto più che sanguinario?
MACDUFF – I due che poi Macbeth ha trucidato.
ROSS – Accidenti! E che cosa s’aspettavano

di tanto vantaggioso?
MACDUFF – Sicuramente furon subornati.

Malcolm e Donalbano,

i due figli del re, sono fuggiti,

e ciò fa ricadere ogni sospetto

sopra di loro.
ROSS – Ancor contro natura!

Scialacquatrice ambizione degli uomini,

che ti divori per avidità,

gli stessi mezzi che ti danno vita!

Così stando le cose, è assai probabile

che la corona cada su Macbeth.
MACDUFF – Egli è già stato designato re;

è andato a Scone per l’investitura.(45)
ROSS – E il corpo di Duncano dove sta?
MACDUFF – È stato trasportato a Colum-cille(46)

nel sacrario dei suoi predecessori,

dove son custodite le loro ossa.
ROSS – Vai a Scone anche tu?
MACDUFF – Io no, cugino;

io vado a Fife.(47)
ROSS – Io ci vado invece.
MACDUFF – Possa tu assistere a cose ben fatte,

laggiù…purchè le nostre vecchie vesti

non si scopran migliori delle nuove….

Ti saluto.
ROSS – (Al vecchio)

Buon padre, statti bene.
VECCHIO – Che la benedizione del Signore

vi sia compagna, come a tutti gli altri

che vogliono mutare il male in bene,

e convertire i nemici in amici.
(Escono)

ATTO TERZO
SCENA I
Forres, il palazzo

 

Entra BANQUO
BANQUO – Ora hai tutto: corona, Cawdor, Glamis,

tutto, come t’avevan profetato

le tre sorelle; ma, per ottenerlo,

temo tu abbia barato di brutto.

Fu detto anche però che tutto questo

non sarebbe passato alla tua stirpe,

ma che padre e radice d’assai re

sarò io stesso. Se da quelle tre

ci fu predetto il vero

(come le lor profetiche parole

risplendono, Macbeth, ora su te),

perché, se furon con te veritiere,

non posson esserlo con me altrettanto

ed infondermi un raggio di speranza?
Allarme. Entrano MACBETH in veste regale,LADY MACBETH, LENNOX, ROSS, nobili e seguito.
MACBETH – (Indicando Banquo)

Eccolo, il più importante ospite nostro.
LADY MACBETH – Quale vuoto, nel nostro gran festino,

sarebbe stato, a scordarci di lui!

Si sarebbe sciupato tutto il bello!
MACBETH – Sì, questa sera diamo un gran banchetto

ed io ti chiedo d’essere dei nostri.
BANQUO – Me l’ordini, piuttosto, Vostra altezza

ché legati a voi sono i miei doveri

in modo indissolubile e perenne.
MACBETH – Esci a cavallo questo pomeriggio?
BANQUO – Sì, amabile signore.
MACBETH – Se mai avessi deciso altrimenti,

avremmo volentieri profittato

del tuo prezioso avviso

sempre ben ponderato e profittevole

all’odierna adunanza del consiglio.

E te n’andrai lontano?
BANQUO – Quanto basti per far passare il tempo

fino all’ora di cena.

Se poi il cavallo fosse troppo lento,

dovrò farmi prestare dalla notte

un’ora o due di buio.
MACBETH – In ogni caso,

vedi di non mancare al mio banchetto.
BANQUO – Non mancherò, signore.
MACBETH – Quei sanguinari dei nostri cugini,

come apprendiamo, han trovato rifugio

l’uno in Irlanda, l’altro in Inghilterra;

e, ben lungi dal dirsi responsabili

dall’efferato loro parricidio,

van nutrendo le orecchie della gente

con assurde invenzioni.

Ma di questo domani.

quando discuteremo tutti insieme

gli altri affari di Stato

che ci richiedono un comune impegno.

Ora va’ a cavalcare. Arrivederci.

A stasera. Fleante vien con te?
BANQUO – Sì, signore. Ma il nostro tempo stringe.
MACBETH – M’auguro che i cavalli sian veloci

e sicuri di piede: ai loro arcioni

vi raccomando entrambi. Arrivederci.
(Esce Banquo)
Sia libero ciascuno del suo tempo.

Ci vediamo alle sette di stasera.

Noi, al fine di render l’accoglienza

più gradita all’intera compagnia,

ce ne staremo soli ed appartati

fino all’ora di cena.

Nel frattempo, il Signore sia con voi.
(Escono tutti, tranne Macbeth e un servo)
(Al servo)

Senti un po’: sono sempre lì quei due

che aspettavano d’esser ricevuti?
SERVO – Sì, mio, signore, sono giù al portone.
MACBETH – Falli salire.
(Esce il servo)

È niente esser così,

se non v’è sicurezza di restarci.

Su Banquo i miei timori son fondati,

e ciò che più di lui mi fa paura

è la regalità del suo carattere;

la sua capacità di molto osare;

e a questa indomita tempra dell’animo

s’accoppia pure un tal descernimento

che gli guida il coraggio all’atto certo.

All’infuori di lui,

non c’è altri ch’io tema; innanzi a lui

il mio genio si sente in soggezione

come quello di Antonio avanti a Cesare,(48)

secondo che ci narrano le istorie.

Non esitò a sgridar le Tre Sorelle

la prima volta che mi profetarono

il titolo di re, ed impose loro

di parlare anche a lui. E quelle, allora,

lo salutarono, vaticinandolo

radice d’una dinastia di re.

Dunque sulla mia testa esse hanno imposto

una corona senza discendenza

e nel mio pugno uno sterile scettro

donde la mano d’un’estranea stirpe

lo strapperà, perché nessun mio figlio

potrà succedermi. Se così è,

avrò dunque macchiato la mia anima

per la stirpe di Banquo? Avrò scannato

per loro quella perla di Duncano

e versato rancori su rancori

nel vaso della mia tranquillità;

ed all’eterno nemico dell’uomo

avrò ceduto il mio gioiello eterno(49)

per fare re la semenza di Banquo?

No, piuttosto che questo,

animo, mio destino, scendi in lizza,

e da campione lotta insieme a me

fino alla fine di tutto…Chi è la?

(Rientra il SERVO accompagnando DUE SICARI
(Al servo)

Ora torna alla porta, e resta là

fino a tanto che non sarai chiamato.
(Esce il servo)

È stato ieri che ci siam parlati?
1° SICARIO – Sì, ieri, così piaccia a Vostra Altezza.
MACBETH – Avete dunque bene riflettuto

a quello che v’ho detto?…

Sappiate che in passato è stato lui

che v’ha costretti a questo viver gramo,

e voi ritenevate me, innocente,

della miseria vostra responsabile.

Ma di ciò v’ho fornito già la prova

nel nostro ultimo incontro, e v’ho mostrato

come foste ingannati, ostacolati,

con quali mezzi, chi li ha messi in opera,

e tutto il resto che pure ad un ebete,

a una mente del tutto indebolita,

farebbe dire “Banquo ha fatto questo!”
1° SICARIO – Sì, di ciò ci faceste parte.
MACBETH – Appunto.

Ma c’è dell’altro. Ed è questo l’oggetto

di questo nostro secondo colloquio.

Sentite dunque che in voi la pazienza

signoreggia talmente il vostro istinto

da farvi tollerare tutto questo?

Sareste sì evangelici,

da pregar Dio per questo galantuomo

e per la sua progenie,

sì, per uno la cui mano pesante

v’ha ridotti sull’orlo della fossa,

e ridotto per sempre i vostri figli

a mendicare?
1° SICARIO – Siamo anche noi uomini,

mio sovrano.
MACBETH – Sì, certo, nel catalogo,

anche voi figurate come tali,

al modo stesso che segugi, botoli,

spaniels, bastardi, levrieri, spinoni,

bracchi, bassotti, cani lupo ed altri

sono indicati tutti come cani;

ma la colonna di valutazione

distingue il cane lento dal veloce,

quello da fiuto da quello da guardia,

ciascuno, insomma, secondo la dote

che la natura provvida gli ha dato,

per cui riceve una certa qualifica

ad esso propria, fuori dalla lista

che li registra invece tutti eguali.

E lo stesso è degli uomini.

Se nella scala dei valori umani

il vostro posto non è proprio l’ultimo,

ditelo, ed io vi metterò nel petto

tale impresa la cui esecuzione

vi toglierà di mezzo il gran nemico

agganciandovi al cuore e all’affetto

di noi qui che, fintanto ch’egli viva,

vivremo sol d’una malferma lena,

che, invece, morto lui, sarà eccellente.
2° SICARIO – Io son uno, mio Sire,

che la vita coi suoi colpi mancini

e coi suoi schiaffi ha così esasperato

che non m’ importa di far checchessia,

purchè sia fatto a dispetto del mondo.
1° SICARIO – Ed io son così stufo di miserie

e così beffeggiato dalla sorte,

che metterei la vita ad ogni rischio,

pur di cambiarla in meglio, o sbarazzarmene.
MACBETH – Che Banquo dunque sia a voi nemico,

lo sapete.
2° SICARIO – Sicuro mio signore.
MACBETH – Così è nemico a me; ed a tal punto,

che ogni istante ch’ei vive per me è un colpo

alle radici stesse della vita.

Potrei spazzarlo via dalla mia vista

a viso aperto, con il mio potere,

e motivare un’azione siffatta

sol perché l’ho voluta;

ma non posso per via di certi amici

che sono miei e suoi, del cui zelo

io non posso privarmi

e innanzi ai quali dovrò pur fin far finta

di piangere la morte di colui

ch’io stesso avrò procurato di abbattere.

Ecco perché richiedo il vostro aiuto;

per mascherare agli occhi della gente

l’impresa, per motivi gravi e seri.
2° SICARIO – Faremo quel che ci ordinate, Sire.
1° SICARIO – A rischio della vita.
MACBETH – Lo spirito da cui siete animati

vi splende in viso. Al massimo tra un’ora

sarò in grado di dirvi esattamente

dove appostarvi e il momento di agire;

perché è stanotte che dev’esser fatto,

ed a qualche distanza dal palazzo;

restando, in ogni caso, bene inteso,

ch’io debba averne le mani pulite.

E insieme a lui, perché tutto si compia

senza lasciare tracce e rimasugli,

è necessario pure che suo figlio,

Fleante, che si troverà con lui,

e la cui soppressione m’è vitale

quanto quella del padre,

vada pur egli incontro al suo destino

in quella stessa ora della notte.

Decidete fra voi, io torno subito.
2° SICARIO – Per noi, s’è già deciso, mio signore.
MACBETH – Bene. A fra poco. Non vi allontanate.
(Escono i sicari)

Affare fatto. Banquo, la tua anima

se suo destino è d’involarsi al cielo,

questo dovrà succedere stanotte.

(Esce)

SCENA II
La stessa

 

Entrano LADY MACBETH e un SERVO
LADY MACBETH – Banquo s’è allontanato dalla corte?
SERVO – Sì, signora, ma tornerà in serata.
LADY MACBETH – Va’ ad avvertire il re che, a suo piacere,

lo aspetto qua, ho da dirgli qualcosa.
SERVO – Sì, subito, signora.
(Esce)
LADY MACBETH – Si sarà speso tutto, e avuto niente,

se al desiderio, una volta appagato,

non s’accompagni pure il godimento.

Sarebbe stato allora più sicuro

restare quelli che abbiamo distrutto,

piuttosto che continuare a vivere,

proprio in forza di quella distruzione,

in uno stato d’incerta letizia.
Entra MACBETH
Mio signore, che hai, che ti succede?

Perché rimani così solitario

avendo per tua sola compagnia

i pensieri più tristi e desolati,

ed inseguendo certe fantasie,

che dovrebbero ormai esser defunte

con la morte dei loro stessi oggetti?

Ciò ch’è senza rimedio,

non val che ci si pensi più di tanto:

quello che è fatto è fatto.
MACBETH – La serpe noi l’abbiam recisa in due,

ma non l’abbiamo uccisa: è lì vicina,

tornerà ad esser quella di prima;

e sulla nostra meschina malizia

sta ancora la minaccia del suo dente.

Ma si scardini tutto l’universo,(50)

e crollino in rovina entrambi i mondi

prima che ci si debba rassegnare

a stare a tavola con la paura

e coricarsi con l’animo afflitto

da tutti quegli spaventosi sogni

che ogni notte ci fanno trasalire.

Meglio stare coi morti

che noi stessi, per conquistar la pace,

abbiam spedito nella pace eterna,

anzichè vivere nella tortura

d’un delirar continuo della mente.

Duncano se ne sta nella sua tomba,

e finalmente dorme nel riposo

dal sussultar febbrile della vita.

Il tradimento ha fatto in lui il suo peggio:

né acciaio, né perfidia di parenti,

né veleno, né forestiero esercito

ormai non possono toccarlo più.
LADY MACBETH – Su, su, signor mio caro,

spiana codesto tuo torvo cipiglio,

stasera sii sereno e conviviale

coi tuoi ospiti.

MACBETH – Lo sarò, amor mio,

e tu non esser, ti prego, da meno.

Ma sia rivolta soprattutto a Banquo

ogni tua attenzione:

privilegialo in mezzo a tutti gli altri.

con i tuoi sguardi, con le tue parole.

Insicuro è per noi questo momento

in cui ci tocca sciacquare l’onore

dentro fiumi di bassa adulazione

e farci il viso maschera del cuore

per camuffare quel che abbiamo dentro.
LADY MACBETH – Lascia star certe idee.

MACBETH – Oh, moglie mia,

ho il cervello ripieno di scorpioni.

Banquo e Fleante vivono,

e lo sai anche tu.
LADY MACBETH – Ma non è eterno

lo stampo dato loro da natura.
MACBETH – C’è un conforto però: son vulnerabili.

Perciò sta di buon animo. Stasera,

prima che il pipistrello abbia iniziato

il suo volo nei chiostri,

e che al richiamo d’Ecate la bruna(51)

lo scarabeo dall’elitra squamosa

abbia intonato con lento ronzio

la sbadigliante nenia della notte,

si compirà un’impresa paurosa.
LADY MACBETH – Che impresa?
MACBETH – Tu, mia dolce gallinella,

dovrai restare ignara ed innocente

fino al momento in cui potrai plaudire

al già fatto. Discendi, dunque, o Notte,

che tutto rendi cieco sulla terra,

a bendar l’occhio chiaro e delicato

dell’indulgente Giorno,

e con mano invisibile e cruenta

cancella e strappa in pezzi il gran suggello

della natura che mi rende pallido.

Già s’ottenebra il giorno

ed il corvo dirige la sua ala

verso il bosco già fumido di brume,

mentre cedono al sonno ed al riposo

stanche, le miti creature del giorno,

e i tenebrosi agenti della notte

si levano a ghermir le loro prede.

Ti stupirai di questo mio parlare;

ma tieniti tranquilla:

le cose che son date con il male

nel male trovano la loro forza.

Perciò, ti prego, vieni via con me.
(Escono)

SCENA III
Forres, nelle vicinanze del palazzo
Entrano TRE SICARI

1° SICARIO – (Al 3° sicario)

Chi t’ordinò d’accompagnarti a noi?
3° SICARIO – Macbeth.
2° SICARIO – Non c’è motivo di sospetto

con costui: è stato lui a dirci

quel che dobbiamo fare e come farlo,

tutto corrispondente alle istruzioni.
1° SICARIO – Bene, resta con noi.

Qualche timida luce ad occidente

ancor balugina; è questa l’ora che spinge l’attardato viaggiatore

a dar di sprone alla cavalcatura

per guadagnare in tempo la locanda;

e s’avvicina a noi   colui cui dobbiam tendere l’agguato.
3° SICARIO – Attenti! Odo i cavalli.
BANQUO – (Da dentro)

Ehi, là, fateci luce!
2° SICARIO – Questo è lui.

Gli altri invitati son già tutti a corte.
1° SICARIO – I cavalli proseguono da soli.
3° SICARIO – Ci manca circa un miglio; ma di solito

lui fa così, come fan tutti gli altri:

da qui al palzzo se la fanno a piedi.
Entrano BANQUO e FLEANTE con una torcia
2° SICARIO – Un lume, un lume!
3° SICARIO – E lui!
1° SICARIO – Pronti all’assalto!
BANQUO – Stanotte pioverà.
1° SICARIO – (Avventandosi su di lui e pugnalandolo)

Lascia che piova!
BANQUO – (Cade)

Oh, tradimento! Fuggi, figlio mio,

fuggi, fuggi!…Potrai farmi vendetta!

Ah, scellerato!
(Muore. Fleante scappa)
3° SICARIO – Chi ha spento la torcia?
1° SICARIO – Perché, non si doveva?
3° SICARIO – Ce n’è uno soltanto, qui per terra:

il figlio ci è scappato!
2° SICARIO – Dannazione!

Abbiam fallita la metà migliore

del nostro affare.
1° SICARIO – Andiamocene intanto

a riferire quel che abbiamo fatto.

(Escono)

SCENA IV
Forres, la gran sala del palazzo
Tavola con banchetto allestito. Entrano MACBETH, LADY MACBETH, ROSS, LENNOX, LORDS e persone del seguito
MACBETH – Ciascun di voi conosce il proprio posto,

accomodatevi. Dal primo all’ultimo,

a tutti il mio cordiale benvenuto.
TUTTI – Grazie alla Maestà Vostra.
MACBETH – Noi ci mescoleremo alla brigata

come un qualsiasi altro convitato.

La padrona di casa terrà, invece,

il suo posto d’onore, e, a tempo debito,

esigeremo anche il suo saluto.(52)
LADY MACBETH – Porgilo tu per me agli amici tutti,

mio signore; che siano benvenuti,

io lo dico col cuore.
(S’affaccia alla porta il PRIMO SICARIO)
MACBETH – Ed anche loro, vedi, con il cuore

ti ringraziano. Siete dunque pari.

Prenderò posto là, giusto nel mezzo:

Si faccia largo all’allegria! Beviamo!

Un grande brindisi intorno alla tavola!
(Va verso la porta e parla col sicario)

 

(Al 1° sicario)

Hai sangue sulla faccia.
1° SICARIO – È quel di Banquo.
MACBETH – Sta meglio addosso a te che in corpo a lui.

Spacciato?
1° SICARIO – Ha la collottola recisa,

e di mia mano.
MACBETH – Bravo!

di tagliagole bravi come te

non ce n’è al mondo. Ma altrettanto bravo

è chi ha fatto lo stesso trattamento

a Fleante; se tu sei quello stesso,

debbo dire che non hai più rivali.
1° SICARIO – Fleante, Vostra Grazia, ci è scappato…
MACBETH – Allora la mia febbre ricomincia…

Sarei stato perfettamente sano,

compatto come marmo, fermo e stabile

come la dura roccia, sconfinato

come l’aria che respiriamo; e invece

eccomi ancora ingabbiato, inceppato,

confinato, legato a mille dubbi,

a fastidiose continue paure.

Ma, Banquo, almeno, sta proprio al sicuro?
1° SICARIO – Sì, signore, nel fondo d’un fossato,

con venti spacchi scalpellati in testa,

il più lieve dei quali era mortale.
MACBETH – Per questo, grazie. Il serpe adulto è steso.

Il serpentello ch’è fuggito via

è però di tal seme che, col tempo,

secernerà veleno; ma per ora

non ha denti per mordere.

Va’, ora.Ci sentiamo domattina.
(Esce il 1° sicario)
LADY MACBETH – Mio signore, ma non fai proprio nulla

che valga a rallegrare l’atmosfera!

Un festino che nel suo svolgimento

non dà continuamente l’impressione

d’essere dato con cordialità

è come un pranzo fatto a pagamento;

ché, se si tratta solo di mangiare,

meglio è restar tra le mura di casa;

fuori casa, è l’allegra cortesia

la salsa che condisce ogni vivanda.

Se questa manca, ogni convito è magro.
MACBETH – Dolce rammentatrice!(53) Ebbene, amici,

buon appetito e buona digestione,

che l’uno e l’altra vi diano salute!
LENNOX – Piaccia a Vostra Maestà di prender posto.
(Mentre Macbeth s’appresta ad andarsi a sedere, compare lo SPETTRO DI BANQUO e si va a sedere al suo posto. Macbeth, sulle prime, non lo vede).
MACBETH – Avremmo avuto sotto il nostro tetto

l’onore del paese al suo completo,

se la graziosa persona di Banquo

fosse stata ancor essa qui presente;

ma preferisco sempre censurarlo

per scarsa cortesia verso di noi,

che dolermi di qualche sua disgrazia.
ROSS – La sua assenza, Sire,

copre di biasimo la sua promessa.

Vuol compiacersi Vostra Maestà

di farci grazia di seder tra noi?
MACBETH – Ma non c’è posto. La tavola è piena.
LENNOX – Sire, c’è un posto riservato, qui.
MACBETH – E dove?
LENNOX – Qui, mio buon signore, qui.
MACBETH – (Turbatissimo, vedendo lo Spettro di Banquo)

Chi ha fatto questo? Chi è stato di voi?
TUTTI – Che cosa, buon signore?
MACBETH – (Parlando allo spettro)

Ah, non puoi dire che l’ho fatto io!…

E non scrollarmi addosso

quelle tue ciocche ingrommate di sangue!
ROSS – Signori, alziamoci, il re sta male.
LADY MACBETH . (Alzandosi e andando verso Macbeth)

No, degni amici, restate seduti.

Al mio signore ciò capita spesso:

ci va soggetto dalla giovinezza.

Ve ne prego, restate pur seduti.

L’accesso dura poco, qualche istante,

in un attimo si sarà ripreso.

Se fate troppo vista di notarlo,

l’offendete e allungate il suo disagio.

Mangiate, dunque, e non fategli caso.
(A Macbeth, a parte)

E sei tu un uomo?
MACBEH – Certo, e di coraggio,

uno che ardisce di guardare in faccia

qualcosa che farebbe spaventare

anche il demonio.
LADY MACBETH – Non dire sciocchezze!

Questa è solo l’immagine dipinta

della tua gran paura;

come il pugnale che hai veduto in aria

a guidarti, snudato, da Duncano.

Ah, questi parossimi, questi scatti,

simulacri della paura vera,

potrebbero andar bene, tutt’al più,

con le fiabe narrate dalle donne

d’inverno, sì, davanti al focolare,

con la nonna che assente con il capo.

Vergognati! Che son codeste smorfie?

Non vedi,dopo tutto, che una sedia.
MACBETH – Ti prego, guarda là!…

Attenta! Guarda! Là! Non vedi niente?…

(Parlando allo Spettro)

Perché, che c’entro io?…

Tu accenni con il capo…Allora parla!

Se gli ossari e le fosse

ci rimandano adesso sulla terra

tutti quelli che abbiam sotterrati,

saran gli stomachi degli avvoltoi

che finiran per farci da sepolcro!
(Esce lo spettro)
LADY MACBETH – E che! Fino a tal punto la follia

ha fiaccato la tua tempra virile?
MACBETH – L’ho visto, com’è vero che sto qui.
LADY MACBETH – Evvia, non ti vergogni!
MACBETH – Sangue umano

se n’è versato al mondo nel passato

prima che umane leggi

ingentilissero le umane genti;

ed assasinii ne furon compiuti

fin d’allora perfino troppo atroci

da udirne senza fremere d’orrore.

Un tempo, col cervello fuor dal cranio,

l’uomo moriva, e tutto era finito;

ed ecco invece che con venti colpi

tutti mortali in testa si risorge

e ci si caccia via dai nostri seggi:

questo è più innaturale e più mostruoso(54)

dello stesso assassinio.
LADY MACBETH – Mio signore,

i tuoi nobili amici ti reclamano.

MACBETH – Ho avuto un attimo di smarrimento…(55)

Non vi stupite, amici miei degnissimi,

io soffro d’una strana infermità

che, per chi mi conosce, non è nulla.

Or via, salute ed amicizia a tutti!

Vado a sedermi anch’io. Datemi vino,

riempitemi la coppa, fino all’orlo!
Rientra LO SPETTRO, (Macbeth non lo vede)

Bevo alla gioia della tavolata,

ed al nostro diletto amico Banquo,

che ci manca. Foss’egli in mezzo a noi!

A tutti, e a lui, beviamo alla salute,

e tutti bevano a quella di tutti!
TUTTI – Alla nostra lealtà, e al nostro impegno!
(Bevono)
MACBETH – (Vedendo lo Spettro)

Indetro! Vattene dalla mia vista!

Ti nasconda la terra!

Senza midollo sono le tue ossa,

il tuo sangue è gelato, non hai sguardo

negli occhi che mi tieni fissi addosso!
LADY MACBETH – Nobili pari, riguardate questo

come nient’altro che la ricaduta

d’un male cronico…Non è nient’altro.

Ci guasta solo il piacere dell’ora.
MACBETH – (Allo spettro)

Quello che uomo è capace di osare

io oso: vienimi pure davanti

nella sembianza d’un orso di Russia

o d’un rinoceronte bicornuto,

o d’una tigre ircana,

oppure in altra qualsivoglia forma

tranne che questa, ed i miei saldi nervi

mai tremeranno; oppure torna in vita

e, spada in pugno, vieni ad affrontarmi

soli noi due, in mezzo ad un deserto

e se vedrai ch’io tremi di paura

bollami da mocciosa bamboccetta.

Sparisci, ombra terribile!

Via da me, irreale derisione!
(Lo spettro scompare)

 

Ecco, scomparso lui, io torno uomo.

Rimanete seduti, ve ne prego.
LADY MACBETH – Ormai hai dissipato l’allegria,

sciupato il bel convito

con le tue stravaganti stramberie.
MACBETH – Ma possono accadere cose simili,

e sorvolarci come estiva nube

senza recarci un forte turbamento?

Tu davvero mi spingi a dubitare

di quel poco di senno che mi resta,

se penso che tu possa sostenere

una tal vista, e conservare intatto

il natural rubino sulle guance,

quando le mie si sbiancan di terrore.
ROSS – Quale vista, mio sire?
LADY MACBETH – (A Ross)

Evitate, vi prego, di parlargli,

vedo ch’egli egli peggiora.

Le domande non fanno che irritarlo…

Buona notte. Vogliate uscire subito senza troppo badare all’etichetta.(56)
LENNOX – Buona notte, signora, con l’augurio

di migliore salute a Sua Maestà.
(Escono i Lords e il loro seguito)
MACBETH – Ci sarà sangue. Sangue chiama sangue,

si dice. Si son viste(56)

pietre spostarsi e alberi parlare;

vaticini e concomitanze strane

hanno parlato agli uomini

con la voce di corvi, gazze, taccole,

a denunziar l’assassinio più occulto.

A che punto è la notte?
LADY MACBETH – All’ora incerta

che comincia a lottare col mattino
MACBETH – Che ti pare del fatto che Macduff

ha rifiutato il nostro augusto invito?
LADY MACBETH – Hai mandato qualcuno ad invitarlo?
MACBETH – L’ho sentito così, parlando d’altro…

Ma glielo manderò. Non c’è nessuno

di loro che non abbia in casa un servo

assoldato da me…Andrò domani

(e voglio farlo appena spunta il giorno)

da quelle tre fatidiche sorelle:

dovran dirmi di più; sono deciso

a farmi dire da loro anche il peggio,

e coi mezzi peggiori. Ogni ragione

deve cedere a ciò ch’è mio vantaggio:

mi sono spinto tanto avanti ormai

nel sangue, che, se dovessi fermarmi,

tornare indietro sarebbe penoso

quanto avanzare. Ho in mente strane cose

che devon essere manipolate,

e che esigono d’essere attuate

prima che alcuno le possa scrutare.(57)
LADY MACBETH – Tu hai bisogno solo del ristoro

comune a tutti gli uomini: un bel sonno.
MACBETH – Ebbene, andiamo a letto.

Questa strana visione che a mio inganno

mi raffiguro io stesso,

è solo la paura del novizio

che manca totalmente d’esperienza.

Siamo ancora immaturi nell’agire.
(Escono)

SCENA V
Una brughiera

 

Tuona. Entrano le TRE STREGHE incontrando ECATE.
1ª STREGA – Oh, Ecate, che hai? Sembri irritata.
ECATE – (58) “Non ne ho forse ragione, vegliarde

“fattucchiere insolenti e beffarde?

“Trafficar con Macbeth io v’ho scorte

“in enigmi e maneggi di morte;

“mentr’io, vostra regina e bandiera,

“orditrice d’ogni arte più nera,

“la mia parte non ebbi all’incanto,

“né dell’opra l’onore, né il vanto.
“E per chi lo faceste, meschine?

“per un uomo che mira al suo fine,

“per un cieco ostinato mortale

“cui del vostro favor nulla cale.
“Ma emendatevi adesso, e partite!

“E domani allo speco venite

“d’Acheronte; egli pure colà

“per conoscer sua sorte verrà.

“Voi d’incanti, di filtri e malie

“apprestate le specie più rie.

“Io n’andrò per la tenebra oscura

“preparando un’arcana sciagura,

“e il grand’atto dev’esser risolto

“pria che il sol al meriggio sia volto.
“Sulla cima del corno lunare

“altra stella cadente m’appare,

“e raccoglier la stilla mi giova,

“prima ancora che in terra essa piova.

“La distillo con magiche norme

“e ne strizzo mirabili forme

“che con opra efficace d’inganno

“all’estrema rovina il trarranno;

“sì, che, il fato spregiando e la morte,

“manterrà la sua speme sì forte

“che saggezza e bellezza e timore

“scorderà nel superbo suo cuore.

“Che di questa fiducia fatale

“non ha insidia più grande il mortale.
(Canto interno: “Vieni via! Vieni via!…”)
“Son chiamata. Silenzio! Ora ho fretta,

“il mio piccolo spirito aspetta.

“Lo vedete, a chiamarmi è venuto,

“su una nube di nebbia seduto.”
(Esce)
1ª STREGA – (Alle altre due)

Facciamo presto. Fra poco ritorna.

SCENA VI
Forres, il castello

 

Entra LENNOX con un’altro LORD
LENNOX – Tutto quel che v’ho esposto

è solo per tracciare delle ipotesi

che potrete poi meglio interpretare:

dico solo che i fatti si son svolti

in modo veramente molto strano:

il buon Duncano pianto da Macbeth

(sfido io, era morto!), e il prode Banquo

che va fuori ad un’ora troppo tarda…

Diciamo pure, se così vi piace,

che l’abbia ucciso suo figlio Fleante,

dal momento che questi s’è squagliato.

Non è saggio star fuori così tardi.

Eppoi a chi non appare mostruoso

il pensiero che Malcolm e il fratello

abbiano ucciso il lor grazioso padre?

Un atto veramente abominevole!

E Macbeth, che ne resta tanto afflitto,

che, preso da una sacrosanta rabbia,

uccide subito quel due marrani

avvinazzati ed immersi nel sonno?

Non fu nobile gesto? Certamente,

ed anche pienamente comprensibile;

perché ad udir quei due negare tutto,

qualsiasi cuore si sarebbe acceso

di fuoribonda rabbia; sicchè, dico,

s’è comportato nel modo migliore;

e credo pure che se avesse avuto

a sua portata i figli di Duncano,

(e Dio voglia che questo mai succeda!)

essi avrebbero appreso a loro spese

che significa assassinare un padre!

E lo stesso può dirsi di Fleante.

Ma stiamo zitti!…Ché Macduff,mi dicono,

per aver troppo parlato di questo,

e snobbato il banchetto del tiranno,(59)

ora vive in disgrazia.

Anzi, a proposito, sapreste dirmi,

signore, dov’è andato a rifugiarsi?
LORD – Posso dirvi che il figlio di Duncano

di cui questo tiranno ora detiene

quello ch’è un suo diritto ereditario,

vive presso la corte d’Inghilterra,

accolto là dal piissimo Edoardo(60)

con tale grazia che la malasorte

nulla ha tolto all’ossequio

ch’è pur dovuto ad uno del suo rango.

E per là è partito anche Macduff

per impetrare dal quel santo re

un appoggio che valga a ridestare

Northumberland e il bellicoso Siward,

così che con l’aiuto di costoro

(e col consenso di Chi sta lassù)

ciascun di noi possa rendere un giorno

cibo alla tavola e sonno alla notte,

celebrare le feste ed i conviti

libero da pugnali insanguinati,

render leale ossequio a chi n’è degno

e tributare onori a chi li merita:

tutte cose di cui ora languiamo.

Le notizie di questi avvenimenti

hanno talmente esasperato l’animo

di quel sovrano, ch’egli ha cominciato

a far preparativi per la guerra.
LENNOX – Mandò egli qualcuno

ad invitare Macduff al banchetto?

LORD – Sì, ma di fronte a un secco: “No, singnore!”,

il messo, rabbuiato,

volse le spalle e biascicò qualcosa

come per dire: “Ti dovrai pentire

del rabbuffo che mi procurerà

il riportare questa tua risposta!”(61)
LENNOX – Ciò dovrebbe ispirargli la cautela

di mantenersi alla giusta distanza

che la prudenza gli può suggerire.

Qualche angelo santo

voli ratto alla corte d’Inghilterra

a render noto colà quel messaggio

prima ch’egli vi giunga,

sì che possa tornar presto la grazia

su questa nostra desolata terra

oppressa da una mano maledetta.
LORD – E l’accompagnino le mie preghiere.
(Escono)

ATTO QUARTO
SCENA I
Una tetra spelonca; nel mezzo, un calderone che bolle. Tuoni.

 

Entrano le TRE SORELLE
1ª STREGA Tre volte il gatto-tigre ha miagolato.
2ª STREGA Tre e una il porcospino ha grufolato.
3ª STREGA E l’arpietto ha gridato: “È l’ora, è l’ora!”
1ª STREGA Intorno al calderon ridda facciamo,

il velenoso suo ventre riempiamo.

Tu, rospo, che veleno hai trasudato

sotto il riparo d’un sasso gelato

per trentun giorni e trentuno nottate,

bolli per primo nell’acque stragate.
TUTTE E TRE – Su, raddoppiatevi, fatica e doglia,

ardi tu, fuoco, calderon gorgoglia.
2ª STREGA – Filetto d’un acquatico pitone,

bolli e lessati dentro il calderone;

dito di rana, occhio di lucertola,

lingua di cane, vellame di nottola,

forca di vipera, aculeo d’orbetto,

piè di ramarro, scella di guffetto,

bollite nell’infuso più infernale

a distillare un filtro micidiale.
TUTTE E TRE – Su, raddoppiatevi, fatica e doglia,

ardi, tu, fuoco, calderon gorgoglia.
2ª STREGA – Scaglia di drago, dente di lupetto,

mummia di strega, stomaco e gorgetto

di famelico squalo; una margotte

di cicuta diventa nella notte;

fegato di giudeo bestemmiatore,

fiele di capra, scheggette di tassi

tagliate mentre la luna è in eclissi;

naso di turco, due labbra di tartaro,

dito di bimbo strangolato in culla

nato in un fosso da mala fanciulla:

fate venire un bordo denso e viscido;

e d’una tigre s’aggiunga il crudone

agli ingredienti già nel calderone.
TUTTE E TRE – Su, raddoppiatevi, fatica e doglia,

ardi tu, fuoco, calderon gorgoglia.
Entra ECATE
ECATE – “Ben faceste, v’applaudo per tutto,

“e vuo’ darne a ciascuna un bel frutto.

“ora in cerchio la ridda menate

“come fanno i folletti e le fate;

“ed al suon della vostra canzone

“sia stregato il fatal calderone.
(Musica e canto: “Neri spiriti…ecc.”)

 

(Esce ECATE)
1ª STREGA – Dal prurito dei pollici sento

che s’avvicina qualche tristo evento.

(Bussano alla porta della spelonca)
Apriti, catenaccio, a chiunque venga.
Entra MACBETH
MACBETH – Ebbene, arcane, nere fattucchiere

di mezzanotte, a qual opra attendete?
TUTTE – a un’ opra senza nome.
MACBETH – Vi scongiuro per ciò che professate,

a quanto sto per chieder rispondete

comunque vi sia dato di saperlo.

Doveste scatenare tutti i venti

e scagliarli all’assalto delle chiese;

ed i flutti schiumosi dell’oceano

dovessero stravolgere e inghiottire

tutto quel che galleggia su di loro;

dovesse tutto il grano della terra

andar distrutto mentre è ancora in erba

e tutte le foreste esser tagliate;

dovessero i castelli rovinare

sulla testa dei loro sorveglianti;

fossero pur piramidi e palazzi

costretti a reclinar le loro fronti

verso le loro stesse fondamenta;

dovesse riaffondar nel primo caos

il tesoro dei germi di natura

sì che possa la stessa Distruzione

sentirsene schifata:rispondete

a quanto sto per chiedervi!
1ª STREGA – Parla.
2ª STREGA – Domanda.
3ª STREGA – Ti risponderemo.
1ª STREGA – Ma dicci prima se queste risposte

le vuoi sentire dalle nostre bocche

o dalle bocche dei nostri padroni.
MACBETH – Evocateli, ch’io veda chi sono.
1ª STREGA – “Si versi in pentola

“sangue di scrofa

“della figliata

“di nove piccoli

“testè cibata.

“Gettate al fuoco

“grasso colato

“giù dalla corda

“d’un impiccato.”
TUTTE E TRE – “Alti e bassi apparite,

“e ciascuno la parte

“che gli spetta esguite”.
Tuono. PRIMA APPARIZIONE, una testa armata
MACBETH – Parla, potenza arcana…
1ª STREGA – I tuoi pensieri egli conosce già.

Non parlare. Sta zitto ad ascoltare.
1ª APPARIZIONE – Macbeth! Macbeth! Macbeth!

Guàrdati da Macduff, Thane di Fife!(62)

Ora mandami via. Basta così.

(Sprofonda)
MACBETH – Qualunque cosa tu sia, ti ringrazio,

per questo avvertimento.

Hai còlto in pieno quello che temevo.

Una parola ancora…
1ª STREGA – Egli non è sensibile a comandi.

Eccone un’altro, di lui più potente.

Tuono. SECONDA APPARIZIONE, un bambino

insanguinato
2ª APPARIZIONE – Macbeth! Macbeth! Macbeth!
MACBETH – Vorrei aver tre orecchi per udirti.
2ª APPARIZIONE – Sii sanguinario, audace, risoluto,

e fatti scherno dell’altrui possanza,

ché nessuno, che sia nato da donna,

di far male a Macbeth sarà capace.
(Sprofonda)
MACBETH – Vivi, Macduff, allora! Vivi e vegeta!

Ché qual paura potrò aver di te?

Farò comunque di rendermi doppia

tal sicurezza, e strapperò al destino

un pegno a mio favore: non vivrai!

Potrò così rinfacciar la menzogna

alla paura dal cuor senza sangue,

e dormir sodo a dispetto del tuono.
Tuono. Entra la TERZA APPARIZIONE: un bambino incoronato, con un ramo d’albero in mano
MACBETH – Che cos’è questo, che mi sorge innanzi

nell’apparenza del figlio d’un re,

recinta la sua fronte di fanciullo

dell’emblema della sovranità?
TUTTE E TRE – Ascoltalo soltanto. Non parlargli.
3™ APPARIZIONE – Come un leone sii superbo e fiero,

e non curarti di chi morde il freno,

né di chi s’agita, di chi congiura.

Macbeth non sarà vinto

fino a quando di Birnam la foresta

non moverà verso il colle di Dùnsinane

contro di lui.
MACBETH – Ciò mai potrà succedere!

Chi può mobilitare una foresta,

comandare ad un’albero si svellersi

dalle radici abbarbicate a terra?

O soavi presagi! Ottimamente!

Morti ribelli, più la vostra testa

non sollevate, finchè non si muova

anche di Birnam l’intera foresta!

E dal suo alto seggio allor Macbeth

vivrà l’intero spazio da Natura

a lui concesso ed al suo giusto tempo

renderà il suo ultimo respiro…

Però il mio cuore anela di conoscere

un’altra cosa: dite (se di tanto

riesce a illuminarvi l’arte vostra)

se dovrà mai regnar su questo regno

la progenie di Banquo.
TUTTE E TRE – Più non chiedere.
MACBETH – Voglio assolutamente una risposta!

La dannazione eterna su di voi,

se mi negate questo! Ch’io lo sappia!

Perché sprofonda adesso il calderone?…
(Suoni d’oboe all’interno)
E che son questi suoni?
1ª STREGA – Mostratevi!
2ª STREGA – Mostratevi!
3ª STREGA – Mostratevi!
TUTTE E TRE – Mostratevi ai suoi occhi, ombre, venite,

attristategli il cuore, e poi sparite.
Appare una processione di otto re, Banquo

per ultimo con in mano uno specchio
MACBETH – (Al primo spettro)

Tu somigli troppo

allo spettro di Banquo. Giù, sprofonda!
(Al secondo spettro)

Tu, altra fronte coronata d’oro,

la tua corona m’arde le pupille…

e i tuoi capelli…tu sei come il primo.
(Al terzo spettro)

Ed anche il terzo è sempre uguale al primo…

Schifose fattucchiere!

Perché volete impormi questa vista?

(Al quarto spettro)

Un quarto…Occhi, schizzatemi via!
(Al quinto spettro)

E che! Si protrarrà questa sfilata

fino al rimbombo del final giudizio?
(Al sesto spettro)

Un’altro ancora? Un sesto…
(Al settimo spettro)

Eppoi un settimo?…Ma basta, basta!

Non voglio più vederne!
(All’ottavo spettro)

Ma ne appare un’ottavo…ed uno specchio

che me ne mostra ancora assai di più,

e vedo che qualcuno reca in mano

un doppio mappamondo con tre scettri.(63)

Orribil vista! Ed è realtà, lo vedo:

perché vedo l’immagine di Banquo,

coi capelli ingommati del suo sangue,

che col sorriso in bocca punta il dito

verso di loro, quasi ad indicare

che son sua discendenza….

(Alle streghe)

È così, vero?
1ª STREGA – Sì, signore, così, come l’hai visto.

Ma perché mai Macbeth

si mostra sì colpito?

Su, venite, sorelle,

a rallegrarlo, diamogli spettacolo

delle migliori nostre bagattelle.

Io dall’aria trarrò suoni d’incanto,

mentre voi altre mi darete attorno

ad eseguir la vostra antica ridda,

sì che questo magnifico sovrano

s’indica a riconoscer, bontà sua,

come il nostro dovere abbiam compiuto

a lui rendendo il nostro benvenuto.
Musica di oboi. Le streghe s’allontanano danzando e svaniscono.
MACBETH – Dove son più…Sparite?…

Ah, rimanga per sempre maledetta

sul calendario quest’ora dannata!

(Chiamando)

Voi, là di fuori, entrate.
Entra LENNOX
LENNOX – Che cosa mi comanda vostra grazia?
MACBETH – Vedesti le fatidiche sorelle?
LENNOX – No, Sire.
MACBETH – Non ti son passate accanto?
LENNOX – Signor mio, no davvero.
MACBETH – Che sia ammorbata l’aria ove cavalcano,

e sia dannato chi di lor si fida!

Ho sentito un galoppo, chi è arrivato?
LENNOX – Son due o tre, signore, or ora giunti

a recarvi l’annuncio che Macduff

è andato a rifugiarsi in Inghilterra.
MACBETH – In Inghilterra?
LENNOX – Sì, mio buon signore,
MACBETH – (Tra sé, a parte)

O tempo, tu previeni i miei disegni!

L’idea che fugge non si realizza

quando non s’accompagni con l’azione.

Da qui innanzi gli impulsi pripigeni

del mio pensiero siano i primigeni

anche della mia mano. Ed anche adesso

a coronare i pensieri con gli atti,

che sia pensato e fatto: assalirò

di sorpresa il castello di Macduff;

metterò le mie mani sopra Fife

truciderò sua moglie e i suoi bambini

e tutte l’anime malcapitate

che lo seguono in linea discendente.

Niente stolte minacce; agire subito:

devo portare a termine l’impresa

prima si raffreddi l’intenzione.

Basta con le visioni ultraterrene!

Dove son questi messi?

Avanti, su, accompagnami da loro.

(Escono)

SCENA II
Fife, il castello di Macduff

 

Entrano LADY MACDUFF, suo figlio e ROSS
LADY MACDUFF – Che aveva mai commesso,

per scappare così dal suo paese?
ROSS – Pazienza, cara, ci vuole pazienza.
LADY MACDUFF – Lui non ne ha avuta. È stata una follia

fuggir così; a farci traditori

quando non son le azioni, è la paura.
ROSS – Se sia stata paura oppur saggezza

non puoi saperlo.
LADY MACDUFF – Quale saggezza

abbandonar sua moglie, i suoi bambini,

il palazzo, gli averi, e lasciar tutto

nel luogo stesso dal quale egli fugge?

Vuol dire che non ci ama, che gli manca

l’elementare istinto di natura:

ché perfino lo scricciolo,

il più minuto di tutti gli uccelli,

se ha piccoli nel nido, affronta il gufo.

In lui, tutta paura e niente amore:

così come anche poca è la saggezza,

quando la fuga è contro ogni ragione.
ROSS – Cugina cara, calmati, ti prego:

ma quanto a tuo marito,

egli è nobile, saggio ed avvenuto,

e sa meglio di noi l’aria che tira.

Non farmi dir di più: son brutti tempi,

quando ci ritroviamo traditori

senza saperlo; quando udiamo voci

in giro che ci dicon di temere,

e non sappiamo che cosa temere,

sì che dobbiamo viver galleggiando

sopra un mare violento e burrascoso,

esposti a tutti i venti…Ora ti lascio.

Ma sarò di ritorno fra non molto.

Le cose quando sono giunte al fondo,

o cessano del tutto, o riemergono

com’eran prima.

(Al piccolo)

Mio bel nipotino,

che Dio ti benedica!
LADY MACDUFF – Ha un padre, lui.

ma è come se di padre fosse orfano.
ROSS – Non posso star più a lungo;

trattenermi sarebbe un’imprudenza,

e ne verrebbe una disgrazia a me,

e a te una pena. Devo congedarmi.
(Esce)
LADY MACDUFF – Signorino, tuo padre non c’è più,

è morto: che farai? Come vivrai?
FIGLIO – Come gli uccelli, mamma.
LADY MACDUFF – Che! Vuoi viver di mosche e di vermetti?
FIGLIO – Di quel che trovo, intendo; come loro.
LADY MACDUFF – Eh, povero uccellino!

Tu non sapresti davvero guardarti

da reti, panie, trappole, lacciòli…
FIGLIO – E perché dovrei, mamma?

Chi vuoi che pensi a tender certe insidie

a un povero uccellino? Eppoi mio padre

non è vero che è morto, come dici.
LADY MACDUFF – È morto, invece. E adesso, senza padre,

come farai?
FIGLIO – E tu senza marito?
LADY MACDUFF – Eh, io posso comprarne una ventina

in qualunque mercato.
FIGLIO – Per rivenderli.

È per questo che li vorrai comprare.
LADY MACDUFF – Parli con molta arguzia;

e, per l’età, davvero ne hai da vendere.
FIGLIO – Mamma, mio padre era un traditore?
LADY MACDUFF – Eh, sì, lo era.
FIGLIO – Cos’è un traditore?
LADY MACDUFF – Uno che giura e che poi non mantiene.
FIGLIO – E tutti quelli che fanno così

son traditori?
LADY MACDUFF – Chiunque fa così

è un traditore, e va perciò impiccato.
FIGLIO – E van tutti impiccati

quelli che giurano e non mantengono?
LADY MACDUFF – Sì, tutti.
FIGLIO – Ed a chi spetta di’impiccarli?
LADY MACDUFF – A chi! Agli onesti.
FIGLIO – Allora sono sciocchi

quelli che fanno falsi giuramenti,

perché di loro ce n’è tanti al mondo

quanti ne avanza a battere gli onesti,

ed impiccare loro, non ti pare?
LADY MACDUFF – Ah, Dio t’aiuti, povero scimmiotto!

Come farai adesso, senza padre?
FIGLIO – Se fosse morto tu lo piangeresti.

Se non lo fai, a me pare buon segno:

vuol dire che avrò presto un’altro padre.
LADY MACDUFF – Povero chiaccherino, quanto parli!
Entra un MESSO
MESSO – Dio vi protegga, graziosa signora!

Voi non mi conoscete,

ma io conosco voi e il vostro rango.

Ho paura, signora,

che vi minacci da presso un pericolo:

se volete degnarvi di seguire

il consiglio d’un uomo umile e schietto,

non fatevi trovare qui; fuggite

coi vostri piccoli quanto più in fretta.

Son troppo brusco, forse,

a spaventarvi così; farvi peggio

sarebbe far abbattere su di voi

l’atroce crudeltà che già s’appressa

alla vostra persona. Dio vi guardi!

Io non oso indugiare qui più a lungo.
LADY MACDUFF – Dovrei fuggire, e dove?

Io non ho fatto mai male a nessuno.

Anche se, a ripensarci,

vivo in un mondo dove far del male

spesso procura lode; e far del bene

è tenuto follia pericolosa.

E allora, ahimè, che val mettere innanzi,

a femminil difesa,

che non ho fatto mai male a nessuno?
Entrano i SICARI
Oh, Dio! Che voglion questi brutti ceffi?
SICARI – Tuo marito dov’è?
LADY MACDUFF – In un luogo, spero,

non tanto sconsacrato e maledetto

dove uno come te possa raggiungerlo.
SICARIO – È un traditore.
FIGLIO – Bugiardo! tu menti,

villoso mascalzone!
SICARIO – (Vibrandogli un coltello)

Tieni, uovo!

Pulcino apertosi col tradimento!
FIGLIO – M’ha ucciso, mamma! Fuggi via, ti prego!
(Muore)

 

Lady Macduff fugge urlando “Assassinio”! i sicari la inseguono

SCENA III
Inghilterra. Davanti al palazzo di re Edoardo
Entrano MALCOLM e MACDUFF
MALCOLM – Cerchiamoci un cantuccio solitario

all’ombra, e là svuotiamo nelle lacrime

la mestizia che opprime i nostri petti.
MACDUFF – Meglio impugnare subito la spada

che dà morte, e difendere da eroi

l’oppressa terra che ci diè i natali.
Ad ogni nuovo giorno, nuove vedove

urlano il lor dolore, nuovi orfani

piangono i loro padri; nuovi lutti

gridan vendetta alla faccia del cielo,

sì ch’essa ne risuona,

quasi soffrisse anch’essa con la Scozia

urlando eguali note di dolore.
MALCOLM – Quel che credo, son pronto a deplorare,

e pronto a creder quel che so per certo;

e quei torti che posso raddrizzare,

a raddrizzare, avendo amico il tempo.

Forse è vero quel che dicevi prima:

questo tiranno che al sol nominarlo

ci s’infetta la lingua, è stato un tempo

da tutti ritenuto un uomo onesto.

Tu l’hai amato di sincero affetto;

e lui non t’ha toccato fino ad oggi.

Io sono giovane; ma per mio tramite

tu potresti acquistare un qualche merito

presso di lui; e fu sempre saggezza

sacrificare un povero agnellino

debole ed innocente qual son io,

per placare un’irata deità.
MACDUFF – Non sono un falso.
MALCOLM – Ma Macbeth lo è.

Ed anche una natura onesta e proba

può trasgredire per sovrano impegno.

Ma che ti vado dicendo!…Perdonami!

Quel che tu sei non possono mutarlo

davvero i miei pensieri.

Gli angeli sono sempre rilucenti

anche se il più rilucente fra loro

è caduto; se le più turpi cose

assumessero il volto della grazia,

la grazia resterebbe sempre grazia.
MACDUFF – Io, per me, ho perduto ogni speranza.
MALCOLM – Ed è in questo ch’io ho trovato forse

i miei timori… Perché tanta fretta

nel lasciare tua moglie, i tuoi bambini,

questi fortissimi nodi d’amore,

questi preziosi motivi di vita,

senza far loro un cenno di saluto?

Ti, prego, non veder nei miei sospetti

qualcosa che t’offenda;

sono soltanto un mezzo di cautela:

tu puoi esser nel giusto,

checchè io possa pensare di te.
MACDUFF – Povera patria mia, sanguina, sanguina!

E tu, gran tirannia,

vieppiù rinsalda le tue fondamenta,

poi che virtù non osa contrastarti!

Ammàntati di quello che hai frodato,(64)

tanto non c’è chi te ne neghi il titolo!

Io vado, principe. Non vorrei essere

l’ignobile persona che tu pensi

nemmeno per l’intero territorio

che sta sotto le grinfie del tiranno

con l’aggiunta di tutto il ricco Oriente.
MALCOLM – Non devi offenderti: ti sto parlando

non come ad uno in cui non ho fiducia.

Penso al nostro paese,

che sta affondando contro il giogo, e piange,

e sanguina, sul cui corpo ogni giorno

s’aggiunge una ferita

a tutte quelle ch’esso ha già sofferte:

penso pure che son molte le braccia

che in Scozia s’alzerebbero a difesa

dei miei diritti ereditari al trono

e qui, da questa ospitale Inghilterra,

ne ho ricevuto offerte, per migliaia.

Eppur, con tutto ciò, dovessi un giorno

calpestare la testa del tiranno

e mostrarla infilzata alla mia spada,

sotto colui che gli succederà

la mia patria conoscerà più mali

di quanti n’abbia conosciuti prima,

quant’altri mai numerosi e crudeli.
MACDUFF – E chi sarebbe, questi?
MALCOLM – Io stesso, intendo:

nel quale son così bene innestati,

com’io so bene, i germi d’ogni vizio,

che quando siano venuti alla luce,

al suo confronto anche il nero Macbeth

sembrerà candido come la neve

e al nostro Stato come un mite agnello

se confrontato all’infinita serie

delle mie nefandezze.
MADUFF – Tra le legioni dell’orrido inferno

non c’è demonio che più di Macbeth

sia più dannato per la cattiveria.
MALCOLM – D’accordo, si, lo ammetto:

è sanguinario, ipocrita, lascivo,

impostore, impetuoso, scellerato,

e insomma, pieno di vizi ed infamie

per quante se ne possan nominare;

ma non c’è alle mie lascive voglie

nessun fondo, nessuno:

non basterebbero le vostre mogli,

le vostre figlie, le vostre matrone,

le vostre verginelle giovinette

a riempirne il pozzo; la mia foja

travolgerebbe qualsiasi barriera

di continenza che avesse a frapporsi:

meglio Macbeth che uno come me,

a regnar sulla Scozia.
MACDUFF – Certo, che la sfrenata intemperanza

di naturali voglie è gran tiranna,

causa di prematuro svuotamento

di troni che pur furono felici

e di caduta di molti sovrani.

Ma non per questo ti devi far scrupolo

di riaver per te quello ch’è tuo:

potrai dirigere i tuoi desideri

su uno spazio abbondante, e tuttavia

apparir schivo…Non sarà difficile

tener bendati gli occhi della gente.

Dame condiscendenti non ne mancano,

e l’avvoltoio ch’è dentro di te

non credo possa divorarne tante

quante se n’offriranno alla tua presa

nel ritrovarla così ben disposta.
MALCOLM – Aggiunta a questa maledetta tara

c’è, nella malformata mia natura,

una tale insaziabile avarizia,

che fossi re, sopprimerei i miei nobili

per avere per me le loro terre;

di questo vorrei gli ori che possiede,

di quest’altro il palazzo,

e l’ottener di più, sempre di più

non sarebbe nient’altro che una salsa

fino a farmi inventare ingiuste liti

contro sudditi miei leali e probi,

per arricchirmi della lor rovina.
MACDUFF – Questa ingordigia ha certamente in noi

radici più profonde e più malsane

della lussuria dal volto estivale:(65)

ed è stata la spada

per cui perirono dei nostri re.

Ma non aver timore:

la Scozia è terra d’abbondanti messi

e può saziare tutte le tue voglie

già con la proprietà che t’appartiene.

Questi son tutti vizi tollerabili,

se compensati con altre virtù.
MALCOLM – Virtù io non ne ho.

Di quelle che s’addicon ad un re,

come: giustizia, liberalità,

perseveraza, religiosità,

pietà, umiltà, coraggio, forza d’animo,

in me non c’è alcun segno;

c’è, al contrario, la massima abbondanza

di toni e modi del manifestarsi

di ciascuno di tutti questi vizi;

al punto che, se mi fosse possibile,

rovescerei nel fondo dell’inferno

il dolce balsamo della concordia,

scardinerei la pace universale,

distruggerei l’unità della terra.
MACDUFF – O Scozia, Scozia!
MALCOLM – Se un tal uomo sia degno di regnare,

dillo tu: io son quello che t’ho detto.
MACDUFF – Non di regnare, ma nemmen di vivere!

O misero paese! AngarÔato

sotto lo scettro lordato di sangue

d’un feroce tiranno usurpatore,

quando potrai di nuovo salutare

i giorni d’una sana integrità,

se l’erede diretto del suo regno

s’interdice da sé, autoaccusandosi,

e bestemmia la sua stessa semenza?

Il tuo regal genitore era un santo,

e la regina, che t’ha partorito,

un’esistenza vissuta in ginocchio

più che in piedi, morendo lentamente

un giorno dopo l’altro di sua vita…

Addio! Le tare di cui tu t’accusi

m’han bandito per sempre dalla Scozia!

Rassegnati, o mio cuore,

qui muoiono le tue grandi speranze!
MALCOLM – No, Macduff, questo nobil tuo furore

è il segno della tua integrità,

e cancella di colpo dal mio animo

ogni nero sospetto su di te,

riconciliando tutti i miei pensieri

con la tua lealtà d’uomo d’onore.

Questo Macbeth d’inferno

ha messo in atto tanti trucchi e trappole

con il fine d’attrarmi in suo potere,

che una saggia cautela mi raffrena

da ogni credula fretta. Ma lassù

presieda Iddio su quanto ha da succedere

fra me e te! Perché da questo istante,

Macduff, mi metto sotto la tua guida

e ti smentisco tutto quel che ho detto

contro me stesso, rinnego ogni colpa,

ogni difetto che m’ero addossato,

tutti fuor della mia vera natura.

Nessuna donna m’hai mai conosciuto;

non ho mancato mai ha un giuramento;

bramato ho appena quello che era mio;

mai venni meno alla parola data;

tradire non saprei nemmeno il diavolo

con un’altro; la verità m’è cara

non meno della vita; è stata questa

la prima volta che una falsità

è uscita di mia bocca,

ora, parlando di me stesso a te.

Ma quell’uomo ch’io sono veramente

è tuo, pronto ai tuoi ordini

e a quelli del mio povero paese;

alla cui volta, invero, il vecchio Siward,

prima che tu arrivassi,

era in procinto di mettersi in marcia

con diecimila armati in pieno assetto.

Noi muoveremo adesso insieme a lui,

e sia pari la nostra buona sorte

alla giustezza della nostra causa.

Ma tu taci. Perché non dici niente?
MACDUFF – Cose gradevoli ed ingrate insieme

non è facile conciliarle subito.
MALCOLM – Va bene. Ne riparleremo dopo.
Entra un medico

 

(Al medico)

Dite di grazia, sta venendo il re?
MEDICO – Sì, signore. C’è già di là una folla

che attende d’essere da lui curata;

povera gente, la cui malattia

è ribelle alle massime risorse

dell’arte medica; ma ad un suo tocco

essi guariscono istantaneamente,

tale è la santità

delegata dal cielo alla sua mano.
MALCOLM – Vi ringrazio, dottore.
(Esce il medico)
MACDUFF – Qual’è la malttia di cui parlava?
MALCOLM – La chiamano “la malattia del re”:(66)

un miracolosissimo intervento

di questo buon sovrano,

cui sono stato spesso testimone.

Come faccia a sollecitare il cielo

a intervenire, lo sa solo lui;

ma gente affetta da uno strano male,

col corpo enfiato e coperto di pustole

(una pietà a vederli!) che la scienza

è impotente a guarire, lui la cura

appendendo soltanto al loro collo

una medaglia d’oro,

e recitando insieme pie preghiere.

E questo suo potere traumaturgico

si dice ch’egli voglia tramandare

a chi dovrà succedergli sul trono.

Oltre a questa virtù straordinaria,

egli possiede il dono celestiale

della divinazione; ed altri doni

sembra che aleggino intorno al suo trono,

molteplici divine ispirazioni

che lo proclamano pieno di grazia.
Entra ROSS
MACDUFF – Oh, guardate chi arriva!
MALCOLM – Un mio connazionale; ma chi sia,

non lo ravviso.
MACDUFF – Mio caro cugino,(67)

benvenuto da queste parti.
MALCOLM – Ah, si,

ora lo riconosco!…Dio benigno,

provvedi tu a rimuover al più presto

le cause che ci rendon stranieri

l’uno all’altro!
ROSS – Amen, mio signore.
MACDUFF – In Scozia come va? Sempre lo stesso?
ROSS – Ah, povero paese! Timoroso

quasi di riconoscere sé stesso!

Più non si può chiamarla nostra madre,

ma nosTra sépoltura; ove nessuno,

che non sia proprio d’ogni cosa ignaro,

sa più sorridere; dove sospiri

e gemiti e lamenti foran l’aria

inascoltati; dove pene atroci

sembrano ormai un male quotidiano;

dove se la campana suona a morto

nessuno più si domanda per chi;

e la vita delle persone oneste

dura ancor meno di quella dei fiori

ch’esse portano in cima ai lor capelli,

perché muoiono prima d’ammalarsi.
MACDUFF – Che scenario! Fin troppo colorito,

e tuttavia talmente veritiero!(68)
MALCOLM – E qual è la sciagura più recente?
ROSS – Quella successa soltanto da un’ora

fa già coprir di fischi chi ne parla,

perché ne viene una ogni minuto.
MACDUFF – Mia moglie come sta?
ROSS – Ah, bene…
MACDUFF – E i piccoli?
ROSS – Bene anche loro.
MACDUFF – Il tiranno non ha dato di testa

contro la loro pace?
ROSS – No, eran bene in pace tutti quanti,

quand’io li ho lasciati.(69)
MACDUFF – Non essere troppo avaro di parole.

Come stanno le cose?
ROSS – Quando sono partito

per venirvi a recar queste notizie

il cui peso con pena ho sopportato,

correva voce di molti notabili

in fermento;(70) del che mi fu conferma

l’aver visto io lo stesso,coi miei occhi,

movimenti di truppe del tiranno.

È il momento d’andare in loro aiuto.

(A Malcolm)

La vostra sola apparizione in Scozia

basterebbe a creare dei soldati

e a far combattere le nostre donne

per scrollarsi di dosso quest’angoscia.
MALCOLM – Sia loro di sollievo la notizia

che ci accingiamo ad andare da loro.

Il grazioso sovrano d’Inghilterra

ci ha prestato il buon Siward

e diecimila uomini;

soldato più esperto e valoroso

non c’è in tutta la Cristianità.
ROSS – Vorrei potervi anch’io recare in cambio

ugual sollievo! Ma, ohimè, ho parole

da urlarsi solo all’aria, in un deserto,

dove nessun orecchio udir potesse

il loro risuonare.
MACDUFF – Che parole?

Riguardano la causa generale,

o sono l’appannaggio di dolore

ch’è riservato ad un singolo petto?
ROSS – È cosa di cui non c’è cuore onesto

che non ne condivida in parte il duolo,

ma la sua grossa parte è sol per te.
MACDUFF – Se è mia, non trattenertela con te

ancor più a lungo, dammela senz’altro.
ROSS – Non voglian le tue orecchie

serbare eterno odio alla mia lingua

che sta per riempirle

del più tremendo suono mai udito.
MACDUFF – Ah, comincio a capire…
ROSS – Il tuo castello, còlto di sorpresa,

occupato, tua moglie ed i tuoi figli,

tutti selvaggiamente trucidati;

e descriverti come, nei dettagli,

sarebbe aggiunger anche la tua morte

a quel mucchio di miseri cerbiatti

assassinati.
MALCOLM – Dio, misericordia!…

(A Macduff)

Su, uomo, animo!

non calcarti il capello sulla fronte!

Sfoga il dolore tuo con la parola.

Dolore che non parla

bisbiglia al cuore sovraedulcorato

l’ordine di spezzarsi.
MACDUFF – (A Ross)

Anche i bambini?
ROSS – Moglie, bambini, servitori, tutti

che si son trovati li sul posto.
MACDUFF – Ed io lontano!…Uccisa anche mia moglie?
ROSS – Te l’ho detto.
MALCOLM – (A Macduff)

Ti devi far coraggio;

e sia la nostra mortale vendetta

la medicina al tuo mortal dolore.
MACDUFF – Lui non ha figli(71)…Tutti miei piccini?

Hai detto tutti?…Infernale sparviero!

Tutti!…Ma come! Tutti i miei pulcini

con la lor chioccia, in una sola presa?(72)
MALCOLM – Reagisci da uomo.
MACDUFF – Lo farò,

ma da uomo dovrò pure sentirlo:

come faccio a bandir dalla memoria

che quelle cose erano,

ed erano per me le più preziose?…

E il cielo se n’è stato li a guardare,

senza soccorrerli? Macduff dannato!

Per colpa tua sono stati colpiti,

sciagurato che sono!

Per le mie non già per le loro

s’è abbattuto su loro l’assassino!…

Conceda Dio la pace alle loro anime!
MALCOLM – E sia questa per te, Macduff, la silice

sulla quale affilare la tua lama.

Fa’ che il dolore in te si muti in rabbia,

non spegner l’impeto del cuore: infiammalo!
MACDUFF – Oh, potrei pur far la donna cogli occhi(73)

e lo smargiasso con la lingua: Tu,

benigno cielo, taglia tu gli indugi

e fa che questo demonio di Scozia

io me lo possa trovar faccia a faccia,

alla portata di questa mia spada;

e se ne uscisse salvo,

voglia Dio perdonare pure lui!
MALCOLM – Questo è parlar da uomo.

Vieni, andiamo dal re. Le nostre forze

son pronte, non ci resta che raggiungerle

dopo aver preso congedo da lui.

Macbeth è ormai maturo

per essere scrollato dal suo albero;

e i celesti Poteri

ne stanno già apprestando gli strumenti.

Cerca di farti cuore come puoi.

Non c’è notte sì lunga

che non abbia speranza di mattino.
(Escono)

ATTO QUINTO
SCENA I

Dunsinane, il castello di Macbeth.

 

Entrano UN MEDICO e UNA DAMA DI COMPAGNIA della regina.

MEDICO – Son due notti che veglio insieme a voi

ma non trovo conferma

a quello che m’avete riferito.
DAMA – Da quando Sua Maestà partì pel campo

l’ho vista spesso levarsi dal letto,

gettarsi sulle spalle la vestaglia,

aprire il suo scrittoio, trarne un foglio,

spiegarlo, scriverci sopra qualcosa,

leggerlo, ripiegarlo, sigillarlo,

e tornarsene a letto; e tutto questo

immersa sempre in un sonno profondo.
MEDICO – È segnale di grave turbamento

della natura ricevere a un tempo

il benefico sonno,

e comportarsi come essendo svegli.

E in questo suo vagare da sonnambula,

oltre a vederla muoversi

e a compier gli atti che m’avete detto,

non v’accade di udirla dir qualcosa?
DAMA – Sì, signore, ma cose

che mai mi sentirei di riferire.
MEDICO – A me potete; e sarebbe opportuno,

anzi che vi risolvereste a farlo.
DAMA – Né a voi né ad altri; non avendo modo

di addurre testimoni a lor conferma.
Entra LADY MACBETH con un candeliere in mano
Guardate, eccola, viene.

Questo è proprio il consueto suo portarsi

e, in fede mia, tutta immersa nel sonno.

Osservatela, senza palesarvi.
MEDICO – Quel lume come se l’è procurato?
DAMA – L’ha a portata di mano. Per suo ordine,

vol sempre avere un lume accanto a sé.
MEDICO – Vedete? Ha gli occhi aperti.
DAMA – Già, ma il suo senso della vista è occluso.
MEDICO – Che fa, ora? Guardate,

si stropiccia le mani.
DAMA – Lo fa sempre:

è come se cercasse di lavarle.

L’ho vista insistere a far quella mossa

per quarti d’ora interi.
LADY MACBETH – Un’altra macchia!…
MEDICO – Silenzio, parla. Voglio prender nota

di ciò che dice, per miglior memoria.
LADY MACBETH – Via, maledetta macchia!… Via, ti dico!

Uno, due tocchi…Su, questo è il momento!

L’inferno è tenebroso….

Vergogna, mio signore, che vergogna!

Un soldato, e così pien di paura!

Ma che bisogno c’è d’aver paura

che lo si scopra, se non c’è nessuno

che può chiedere conto a noi potenti?

Però, chi mai avrebbe immaginato

che il vecchio avesse in corpo tanto sangue!…
MEDICO – Avete inteso, eh?
LADY MACBETH – Il signore di Fife aveva moglie.

Dov’è ora la moglie?…

Ah, saran mai pulite queste mani?…

No, basta mio signore, basta, basta!

Con questi eccessi tu rovini tutto!
MEDICO – Andiamo, andiamo, adesso conoscete

anche di più di quello che dovreste!
DAMA – Ha detto infatti più che non dovesse,

di questo son sicura;

il Cielo solo sa quello che ha visto.
LADY MACBETH – Qui sa ancora di sangue:

non varran tutti i balsami d’Arabia

a profumar questa piccola mano.

(Sospira)

MEDICO – Che gran sospiro! Deve avere il cuore

colmo chi sa di qual tremenda angoscia.
DAMA – Non vorrei in petto un cuor come il suo,

nemmeno in cambio di regale ammanto(74)

che mi ricopra tutta.
MEDICO – Bene, bene.
DAMA – Preghiamo Dio, signore,

che tutto si risolva per il meglio.
MEDICO – Questo è un male che supera i confini

delle mie competenze; ho conosciuto

comunque casi di sonnambulismo,

e i soggetti son morti di santa pace

nel lor letto.
LADY MACBETH – Làvati le mani….

La vestaglia….Non esser così pallido….

Te l’ho già detto: Banquo è sotterrato,

e non può più levarsi dalla fossa.
MEDICO – Ah, c’è anche questo!
LADY MACBETH – A letto, a letto, a letto!

Bussano giù alla porta. Andiamo a letto!

(Esce)
MEDICO – Che fa, ritorna a letto?
DAMA – Sì, diretta.
MEDICO – Fuori si mormora di cose orribili.

Atti contro natura

sono padri di turbe innaturali;

le menti che di esse sono infette

confideranno sempre i lor segreti

al lor guanciale. Più che d’un dottore

qui c’è piuttosto bisogno d’un prete.

E che il signore ci perdoni tutti!

Mi raccomando, tenetela d’occhio:

tenete fuori della sua portata

qualunque oggetto che possa servirle

a nuocere a se stessa. Buona notte.

Costei m’ha messo l’anima in subbuglio

e m’ha inebriato gli occhi di stupore.

Penso qualcosa, ma non oso dirla.
DAMA – Buona notte, dottore.
MEDICO – Buona notte.

(Escono)

SCENA II
Campagna presso Dunsinane

 

Tamburi e bandiere. Entrano MENTEITH, CAITNESS, ANGUS, LENNOX e soldati.
MENTHEITH – Le truppe inglesi, al comando di Malcolm,

del vecchio Siward e del prode Macduff,

son qui presso, assetate di vendetta.

La loro causa è talmente sentita,

da eccitare anche i morti

ad un’assalto rabbioso e cruento.
ANGUS – Bene, entreremo in contatto con loro

presso il bosco di Birnam: è in quel punto

ch’essi stan dirigendo.
CAITNAS – Qualcuno di voi sa se Donalbano

è col fratello?
LENNOX – No, non c’è di certo.

Ho un elenco di tutti i loro nobili:

c’è il figlio di Siward, e molti giovani

ancora imberbi, sol ora venuti

a far la prima lor prova dell’armi.
MENTHEITH – E il tiranno che fa?
CAITNESS – Si rafforza a difesa del gran Dunsinane.(75)

Qualcuno dice che sia fuor di senno;

altri, che forse meno lo detesta,

lo dice acceso da furia guerriera;

è certo che non gli riesce più

di cinger la sua causa disperata

della cinta della legalità.
ANGUS – Sente che gli si invischiano alle mani

i suoi neri assassinii; e le rivolte

son lì a rinfacciargli ogni minuto

l’infranta fede. Ormai tutti coloro

che son rimasti sotto il suo comando

si mouvono soltanto per comando,

non per amore: sente ora il suo titolo

cascargli addosso sempre più sbilenco,

come il grande mantello d’un gigante

addosso al nano che gliel’ha rubato.
MENTHEITH – Chi potrà dunque metter sotto accusa

i suoi sensi alterati,

se di colpo si torcon sussultando,

dal momento che tutto quel che ha dentro

si fa una colpa soltanto di esistere?
CAITNESS – In marcia dunque; a render obbedienza

a chi per giusto da noi è dovuta:

andiamo incontro al medico

di questa povera patria ammalata,

e insieme a lui versiamo, a risanarla,

il sangue fino all’ultima sua goccia.
LENNOX – Se non l’ultima, almeno quanto basti

ad innafiar l’augusta pianticella

su cui fiorisce la regalità,

ed affogare insieme le malerbe.

In marcia, dunque, direzione Birnam!
(Escono marciando)

SCENA III
Dunsinane, una stanza nel castello

 

Entrano MACBETH, il MEDICO e altri
MACBETH – Non portatemi più rapporti. Basta!

Che disertino tutti, se ne vadano!

Finchè non muove verso Dunsinane

la foresta di Birnam,

di paura su me, nessuna macchia.

Chi sarà mai quel ragazzo di Malcolm?

Non è un nato da donna? Quegli spiriti

ch’hanno il potere di saper discernere

nel futuro degli uomini

così han parlato: “Macbeth, non temere;

nessun uomo che sia nato da donna

mai potrà aver potere su di te”.

E allora, thani felloni, fuggite,

andate ad imbracarvi tra le file

degli epicuri inglesi!(76)

La mente che mi guida, e questo cuore

che porto in petto mai si lasceranno

fiaccar dal dubbio e scrollar dal timore.
Entra un SERVO
Che il demonio ti danni e t’annerisca!

Dov’hai attinto quell’aria da oca?
SERVO – Ci sono diecimila…
MACBETH – Oche, gaglioffo?
SERVO – No, soldati, signore.
MACBETH – Va’, furfante,

datti dei pizzicotti sulla faccia

e tingiti di rosso la paura,

ragazzotto dal fegato di giglio!

Che soldati, imbecille?

Morte all’anima tua! Quelle tue guance

slavate vogliono dire paura.

Quali soldati, faccia di ricotta?
SERVO – Soldati inglesi, se così vi piace.
MACBETH – Va’, toglimi dagli occhi quel tuo muso!
(Esce il servo)
Seyton!…(77) Io son terribilmente stufo(78)

di assistere…Ma Seyton, dove sei!…

Questo colpo o mi dà felicità

per sempre, o qui per sempre mi spodesta.

Ho vissuto abbastanza. La mia vita

è giunta al punto in cui sul suo cammino

la foglia si fa secca ed ingiallita,

e tutto ciò che nella tarda età

sarebbe giusto ci fosse compagno:

onore, amore, obbedienza, amicizia

è per me fuori ogni aspettativa;

in loro vece avrò maledizioni

lanciate sottovoce, ma profonde,

adulazioni fatte amezza bocca,

tutto fiato che il povero mio cuore

vorrebbe rifiutare, ma non osa…

(Chiamando ancora)

Seyton!…
SEYTON – (Comparendo)

Che mi comanda Vostra Grazia?
MACBETH – Quali altre nuove?
SEYTON – Tutto confermato,

signore, quanto prima riferito.
MACBETH – Combatterò finchè dalle mie ossa

non mi si scalchino le carni a brani….

L’armatura!
SEYTON – Non ce n’è ancor bisogno.
MACBETH – Voglio indossarla. Spediscimi fuori

altri uomini armati ed a cavallo

a perlustrare la campagna intorno.

E chi ti parla di paura, impiccalo!

Qua la mia armatura!…

(Al medico)

Dottore come sta la mia paziente?
MEDICO – Non poi così malata, mio signore;

è soltanto turbata di continuo

da non so che ossessive fantasie

che le impediscono di riposare.
MACBETH – Curala, allora, di questo, e guariscila!

Non sai curare una mente malata?

Non sai tu sradicarle dal cervello

una pena che vi sta abbarbicata,

e per mezzo di qualche dolce antidoto

che ridoni l’oblio, nettargli il petto

da quel greve, pericoloso ingombro

che la turba e le appesantisce il cuore?
MEDICO – Queste sono affezioni che il paziente

si deve amministrare da se stesso.
MACBETH – Gettala ai cani, allora, la tua scienza!

Non voglio più saperne…Avanti, Seyton,

aiutami a indossare l’armatura.

Qua la mia lancia…Seyton, manda fuori…

(dottore, i thani fuggon via da me..)

…ma presto, mandali…Se tu, dottore,

potessi far l’analisi d’orina

al mio paese, conoscerne il male,

e purgarlo così da ricondurlo

al primitivo stato di salute,

t’applaudirei da far che l’eco stessa

continuasse sempre ad applaudirti…

(A Seyton)

Niente armatura. Toglimela, dico.

(Al Medico)

Qual rabarbaro, senna o altro intruglio

che avesse un buon effetto purgativo

potrebbe liberarmi l’intestino

da questi inglesi?…Hai sentito di loro?
MEDICO – Sì, signore, me n’han dato sentore

i vostri apprestamenti difensivi.
MACBETH – (A Seyton, consegnandogli l’armatura che s’è tolta)

Toh, portamela dietro….

Paura non avrò né di morire

né d’esser sconfitto,

finchè l’intera foresta di Birnam

non si sia mossa verso Dunsinane.
MEDICO – (Tra sé)

Mi potessi trovar lontano e libero

da questa Dunsinane, parola mia,

nessun miraggio di ricchezza al mondo

m’alletterebbe a venire fin qui!
(Esce)

SCENA IV
Davanti alla foresta di Birnam

 

Entrano con tamburi e bandiere, MALCOLM, il vecchio SIWARD e suo figlio, MACDUFF, MENTHEITH, CAITNESS, ANGUS, LENNOX, ROSS con l’esercito in marcia
MALCOLM – Cugini, spero ormai vicino il giorno

in cui ciascuno di noi

potrà dormir sicuro nel suo letto.
MENTHEITH – Noi non ne dubitiamo.
SIWARD – Che bosco è quello che ci sta davanti?
MENTHEITH – La foresta di Birnam.
MALCOLM – Dai suoi alberi

ciascun soldato se ne stacchi un ramo

e se lo tenga innanzi a sé marciando:

maschereremo così il nostro numero

e renderemo vano ogni conteggio

delle loro vedette.
SOLDATI – Sarà fatto.
SIWARD – Tutto quel che sappiamo del tiranno

è che si tien sicuro e fiducioso

a Dunsinane, e s’appresta a resistere

all’assedio che ci accingiamo a porgli.
MALCOLM – È l’unica speranza che gli resta.

i suoi seguaci maggiori e minori

gli si son rivoltati,

ovunque si sia loro offerto il destro,

e non c’è più nessuno al suo servizio,

tranne quei pochi che vi son costretti,

anche loro, però, d’animo assenti.
MACDUFF – Lasciamo ogni giudizio

alla prova dei fatti. Ora pensiamo

a comportarci al meglio da soldati.
SIWARD – S’avvicina il momento

in cui, con ponderata decisione,

ciascun di noi saprà

quel che possiamo dir di possedere

e quello di cui siamo debitori.(79)

Le congetture non son che il riflesso

delle incerte speranze che le nutrono.:

solo i colpi dall’esito sicuro

sono i giudici veri degli eventi.

A questo fine muoviamo alla guerra.

(Escono marciando)

SCENA V
Dunsinane, nel castello
Entrano, con tamburi e bandiere, MACBETH, SEYTON e soldati
MACBETH – Issate le bandiere sugli spalti,

sempre al grido di “Arrivano”!

La resistenza del nostro castello

si riderà di un’assedio da burla:

restino pure qui, finché la fame

non li divori e li strugga il colera!

Se non fossero stati rinforzati

da quelli che da noi han disertato,

li avremmo già affrontati arditamente

e ricacciati indetro a casa loro.
Grida di donne all’interno

Cos’è questo clamore?
SEYTON – Sono donne,

donne che gridano, mio buon signore.

(Esce)
MACBETH – Io non so quasi più

quale sia il sapor della paura.

Un tempo a udire un grido nella notte

m’avrebbe raggelato tutti i sensi,

e ad ascoltare un macabro racconto

mi si sarebbero rizzati in testa

irti i capelli come se animati

da propria vita. Son sazio d’orrori:

e la ferocia, consueta compagna

di tutti i miei pensieri di massacro,

più non riesce a farmi trasalire.
Rientra SEYTON
Ebbene, allora, perché quelle grida?
SEYTON – È morta la regina, monsignore.
MACBETH – Doveva pur morire, presto o tardi;

il momento doveva pur venire

di udir questa parola…

Domani, e poi domani, e poi domani,

il tempo striscia, un giorno dopo l’altro,

a passetti, fino all’estrema sillaba

del discorso assegnato;(80) e i nostri ieri

saran tutti serviti

a rischiarar la via verso la morte(81)

a dei pazzi. Breve candela, spegniti!

La vita è solo un’ombra che cammina,

un povero attorello sussiegoso

che si dimena sopra un palcoscenico

per il tempo assegnato alla sua parte,

e poi di lui nessuno udrà più nulla:

è un racconto narrato da un idiota,

pieno di grida, strepiti, furori,

del tutto privi di significato!
Entra una STAFFETTA
Tu vieni a usar la lingua. Parla, presto!
STAFFETTA – Mio grazioso signore, dovrei dirti

di qualcosa che giuro d’aver visto,

ma non so come dirlo.
MACBETH – Avanti, parla!
STAFFETTA – Mentr’ero di vedetta in cima al colle

ho rivolto lo sguardo verso Birnam

e m’è parso, d’un tratto,

che si muovesse l’intera foresta.
MACBETH – Bugiardo! Miserabile! Che dici!
STAFFETTA – S’abbatta su di me la vostra collera,

se non è vero: a tre miglia da qui,

lo potrete vedere da voi stesso.

Ho detto: una foresta che si muove.
MACBETH – Se dici il falso, penzolerai vivo

al più vicino tronco,

finchè sarai seccato dalla fame.

Ma se quello che riferisci è vero,

non m’importa se fai lo stesso a me.

(Tra sé)

Sento venirmi meno la fiducia,

e mi s’affaccia il dubbio

sull’equivoco profetar del diavolo

che ti mentisce facendoti credere

di dirti il vero: “Non devi temere

fintanto che non vedrai avanzare

la foresta di Birnam verso Dursinane…”

Ed ora una foresta

si muove veramente verso Dunsinane!
(Escono)

All’armi! All’armi! Fuori, fuori tutti!

Se quello che costui m’annuncia è vero,

è inutile tenersi qui arroccati,

o tentare comunque di fuggire.

Io comincio a stuccarmi anche del sole,

e ad augurarmi che crollasse subito

la struttura del mondo…La campana!

Suonate la campana dell’allarme!

Venti, soffiate! Venga la catastrofe!

Potremo almeno dire di morire

con tutto indosso l’armamento nostro!
(Escono)

SCENA VI
Dunsinane, piana davanti al castello.Tamburi e bandiere.

Entrano MALCOLM, SIWARD, MACDUFF, con l’esercito; ogni soldato ha in mano un ramo

d’albero
MALCOLM – Qui siam vicini abbastanza; fermiamoci.

Gettate via gli schermi di fogliame

e mostratevi. Voi, nobile zio,

guiderete, col mio caro cugino

e vostro degno figlio, il primo assalto;

Macduff ed io ci accolleremo il resto,

secondo i piani.
SIWARD – Allora, arrivederci.

Se stasera ci troveremo a fronte

le forze del tiranno,

che ci rimandino indietro sconfitti,

se non sarem capaci di combattere.
MACBETH – La parola alle trombe: date fiato

a queste strepitose messaggere

di sanguinosi massacri e di morte!
(Escono marciando)

SCENA VII
Altra parte della piana

 

Entra MACBETH
MACBETH – M’hanno legato al palo; non ho scampo.

Come un orso assediato dalla muta,

son costretto a lottare fino in fondo….

Chi mai sarà di loro

che da una donna non fu partorito?

Quello debbo temere, e nessun altro.

Entra il giovane SIWARD
SIWARD – Qual’è il tuo nome?

MACBETH – Ti farà paura

solo a sentirlo pronunciare.
SIWARD – No,
se pur tu avessi un nome più rovente

di qualunque abitante dell’inferno.
MACBETH – È Macbeth il mio nome.
SIWARD – Uno più odioso
non avrebbe potuto pronunciare

per il mio orecchio il diavolo in persona!
MACBETH – Lo credo, ma nemmeno più terribile.
SIWARD – Ah, no! Tu menti, aborrito tiranno!
Ed io ti proverò, con questa spada,

ch’è una menzogna quella che tu dici.
(Si battono. Il giovane Siward cade ucciso)

 
MACBETH – Tu sei nato da donna,

e delle spade io mi faccio beffa,

quando siano brandite da qualcuno

che sia stato da donna partorito.
(Esce)
Allarme. Entra MACDUFF
MACDUFF – È di qua che provengono i clamori.

Tiranno, mostra dunque la tua faccia!

Se t’ammazano, e il colpo non è mio,

gli spettri di mia moglie e dei miei figli

mi perseguiteranno eternamente.

Non posso menar colpi su quei Kerni,(82)

poveracci, che dan le loro braccia

in affitto per imbracciar bastoni.

O te, Macbeth, oppure questa spada

se ne può pure ritornar nel fodero

col filo ancora intatto…

Ma dev’esser qui intorno: il gran fragore

del cozzare dell’armi me lo dice:

deve trovarsi qui il più grosso calibro.

Ch’io lo trovi, Fortuna. Più non chiedo.
(Esce)

 

Allarme. Entrano MALCOLM e SIWARD
SIWARD – Di qua, signore..Il castello s’è arreso

senza opporci veruna resistenza.

Le genti del tiranno ora combattono

dalle due parti; i nobili di Scozia

si comportano valorosamente.

La giornata si mostra tutta vostra

quasi spontaneamente, resta poco.
MALCOLM – Ci è capitato d’incontrar perfino

nemici che combattono per noi…
SIWARD – Entrate pure nel castello, Sire.
(Entrano)

SCENA VIII
Altra parte della piana

 

Entra MACBETH
MACBETH – Ed io dovrei impersonar la parte

dello sciocco romano a darmi morte

con la mia stessa spada?…

Finchè io veda gente ancora viva,

le ferite stan meglio addosso a loro.
Entra MALCOLM
MACDUFF – Cane d’inferno! A me, vòltati a me!
MACBETH – Fra tutti i miei nemici,

ho schivato finora solo te.

Vattene. Ho l’anima già troppo grave

di sangue tuo.
MACBETH – Parole non ne faccio.

La mia voce sta tutta in questa spada,

esecrabil furfane, sanguinario

più di quanto parola possa dire!
(Si battono)
MACBETH – Sprechi fatica. Sarebbe più facile

per te tagliare a fil di spada l’aria

impalpabile, che trar da me sangue.

Va’, lasciala cadere la tua lama

su vulnerabili celate; io vivo

una vita stregata: il suo destino

è di non essere tolta da nessuno

che sia stato da donna partorito.
MACDUFF – Dispera allora della tua fattura!

E l’angelo che hai sempre servito(83)

ti dica come Macduff fu strappato

con un taglio dal grembo di sua madre

per parto prematuro.
MACBETH – Maledetta la lingua che lo dice!

Perché dicendolo tu hai riempito

il meglio della mia essenza d’uomo.

di paura.E mai più siano creduti

quei ghignanti impostori di demòni

che ci raggirano coi doppi sensi,

che a parole c’intronano le orecchie

di promesse, per poi poterle infrangere,

ed ingannare le nostre speranze.

Io, con te, mi rifiuto di combattere!

(Smette di battersi)

 

MACDUFF – E allora arrenditi, come un vigliacco,

e vivi sol per essere spettacolo

e ludibrio alla gente;

ti appenderemo effigiato ad un palo

con sotto questo scritto: “Ecco il tiranno!”
MACBETH – S’è per baciar la terra sotto i piedi

del giovinetto Malcolm,

s’è per essere morso dall’insulto

della plebaglia, non m’arrenderò.

S’anche l’intera foresta di Birnam

è a Dunsinane venuta,

e s’anche tu, che mi sei qui davanti,

non sei stato da donna partorito,

io mi gioco qui l’ultima partita.

Ecco, pongo il mio scudo di battaglia

avanti a me. Perciò, Macduff, in guardia!

E dannato chi dice prima:”Basta”.
(Escono combattendo)

 

Allarme di ritirata. Entrano, con tamburi e vessilli, MALCOLM, SIWARD, ROSS, LENNOX,

ANGUS, CAITNESS, MENTHEIT e soldati
MALCOLM – Voglio augurarmi che tutti gli amici

che al momento non vedo qui presenti

sian sani e salvi.
SIWARD – Qualcuno è perduto;

ma, da quelli che vedo intorno a voi,

una bella vittoria come questa

non fu pagata troppo a caro prezzo.
MALCOLM – Manca Macduff e il tuo nobile figlio.
ROSS – (A Siward)

Vostro figlio, signore,

ha soddisfatto con onore il debito

di valoroso soldato.

Egli è vissuto il tempo necessario

a diventare uomo; e poichè tale

l’ebbe ben confermato il suo valore,

è caduto da uomo

nel luogo stesso dove ha combattuto,

senza arretrar d’un passo.
SIWARD – Allora è morto?
ROSS – Morto. Ed il corpo è stato trasportato

dal campo. di battaglia.
ROSS – Il suo valore non sia la misura

del vostro duolo, ché se così fosse,

la vostra pena non avrebbe fine.
SIWARD – Fu ferito davanti?
ROSS – Sulla fronte.
SIWARD – Sia egli allora un soldato di Dio!

Avessi figli per quanti ho capelli,

non saprei augurar morte più bella

a tutti loro. E sian queste parole

il suono della sua campana a morto.
MALCOLM – Egli è ben degno di maggior compianto,

ed io glielo darò.
SIWARD – No, basta questo.

È morto bene, ha detto, ed ha pagato

il suo debito; e Dio sia con lui!

Ma vedo giunger qui nuovo conforto…
Entra MACDUFF con in mano il capo mozzo di Macbeth
MACDUFF – Ti saluto, mio re! Ché re tu sei!

Ecco, guarda, la maledetta testa

del tuo usurpatore: siamo liberi!

Ti vedo circondato dalle gemme

del tuo regno che, tutte, nei lor cuori

ti ripetono il mio stesso saluto;

ond’io le invito a unir la loro voce

alla mia che vi grida: “Viva il Re di Scozia”.
TUTTI – “Evviva il re di Scozia”
(Squillo di tromba)
MALCOLM – Non lasceremo passar molto tempo

per soppesar le prove dell’affetto

che ciascuno di voi ha dimostrato,

e con ciascuno di voi sdebitarci.

Thani e parenti miei da questo istante

potran portare il titolo di conte,

e saran loro i primi che la Scozia

abbia mai onorato con tal titolo.

Ciò che resta da fare

e piantato sarà coi tempi nuovi

– come il richiamo in patria degli amici

costretti a rifugiarsi nell’esilio

per sfuggire all’occhiuta tirrannia;

o il processo ai ministri scellerati

di questo truce macellaio ucciso

e della sua demoniaca regina

– che si crede, si sia tolta la vita

di sua violenta mano – tutto questo

e quant’altro che a noi competa fare,

con la grazia di Dio noi compiremo,

nella misura, nel tempo e nel luogo

che meglio converranno. Pel momento

grazie sian rese a tutti ed a ciascuno,

e tutti invito a convenire a Score

per assistere all’incoronazione.
FINE

(1) “I come Grimalkin”: è come se la 1™ strega senta una voce che la chiama. “Graymalkin” o “Grimalkin” era il nomignolo che si dava, in senso spregiativo, al gatto, più spesso ad una gatta vecchia (“malkin” è la femmina del diavolo, la versiera), donde l’uso dello stesso appellativo ad indicare in generale una vecchia petulante.

(2) “Paddock calls”: “Paddock”, “Ranocchio” è il nome di uno degli esseri infernali della favolistica medioevale.

(3) Sui segnali musicali del teatro shakespeariano v. le note preliminari alla mia traduzione di Re Lear.

(4) Nomi italianizzati di soldati dell’esercito irlandese dei sec. XII-XIV; “kerns” erano i fanti d’armamento leggero; “gallowglasses” i mercenari di quell’esercito, provenienti generalmente dalle Isole Ebridi.

(5) “…from Western Islands”, sono le Isole Ebridi, al largo della costa occidentale della Scozia.

(6) Macbeth, secondo la fonte (le “Cronache d’Inghilterra” di Raphael Holinshed) è cugino di Duncano perché discendente anch’egli da un re Malcolm.

(7) “Skipping kernes”: “saltellanti”, agili nella corsa, perché non appesantiti da armamento pesante.

(8) “…or memorize another Golgotha…”: cioè incrudelire sui ribelli abbattuti come i soldati romani sul corpo del Cristo sul Golgota. L’Allen così commenta questa battuta dell’ufficiale: “Il riferimento inquietante e ambivalente alla Crocifissione associa Macbeth ai persecutori di Cristo, pur essendo egli ancora nella fase di coraggio precedente alla sua caduta”.

(9) Thane è il titolo nobiliare scozzese, che alcuni traducono “barone”. Nella Scozia del XV-XVI sec. era thane ogni figlio di earl (“conte”) che detenesse terre della corona. Più tardi il titolo divenne sinonimo di lord.

(10) Regione della Scozia centro-orientale, tra le baie di Forth e Tay, sede, tra l’altro, di un castello medioevale detto Macduff’s Castle:

(11) Il sovrano, come spesso in Shakespeare, è qui indicato col nome del paese su cui regna.

(12) Bellona era la divinità latina della guerra (da “bellum”, “guerra”). Stazio nella “Tebaide”- opera che Shakespeare conosceva – la indica come la divinità che ispira forza e coraggio ai guerrieri. A Roma i sacerdoti della dea erano detti “bellonarii”; essi si trapassavano il corpo con le spade e si provocavano orribili ferite con asce bipenni, offrendo alla dea il sangue che ne sgorgava. Questa definizione di Macbeth come “sposo di Bellona” (“…that Bellona’s bridegroom”) è un altro annuncio della sua vocazione sanguinaria.

(13) “Saint Colm Inch”: isola vulcanica ad est della Scozia. Alcuni traducono “San Colombano”.

(14) “Ten Thousand dollars”: “dollar” era il nome inglese del “tallero”, moneta d’argento di emissione tedesca.

(15) Il testo ha semplicemente “a sailor’s wife”, “la moglie di un marinaio”, ma un marinaio che comanda un barco d’alto mare, quindi “capitano di mare”.

(16) “…in her lap”: non è “nella sua pancia”, come intendono molti, e nemmeno “in grembo” nell’accezione che ha questa parola nella fisiologia della maternità; “lap” è la parte superiore della gonna della donna seduta, nel cui vano concavo la strega ha visto le castagne.

(17) Che cosa “farà” la strega al capitano di mare lo dice subito dopo.

(18) “The Weird Sisters”: “Weird” è “fato”, “destino”, “potere soprannaturale” che determina gli eventi della vita degli uomini. Qui, aggettivato e riferito a “sorelle” è da intendere: “le sorelle che hanno il potere di vaticinare il destino degli uomini”. Macbeth crederà che hanno anche quello di determinarlo, ma resterà deluso.

(19) Città del distretto di Moray, Scozia, sulla strada tra Aberdeen e Inverness.

(20) “…her choppy finger”: “choppy” sta qui per “chappy” (da “chap”, “fessura nella pelle”, “grinza”, cioè “full of chaps”, “pieno di grinze”, onde “scarno”.

(21) Simel è il padre di Macbeth.

(22) “In viewing o’er the rest o’ th’ selfsame day”: “rest” si riferisce all’ultima fase della battaglia nella quale Macbeth, secondo il precedente racconto dell’Ufficiale al re, ha respinto il secondo assalto alle truppe norvegesi

(23) “…as happy prolugues to the swelling act/ Of the imperial theme”: Macbeth crede ormai al vaticinio delle streghe, dopo che ha visto subito avverata la prima parte (la sua nomina a Thane di Cawdor), e lo vede come il “crescendo” musicale di un tema “imperiale”, che culminerà nel “fortissimo” della presa della corona da parte sua.

(24) Macbeth già pensa all’assassinio, pur rifiutandolo nell’intimo, come inorridito

(25) “Look, how our partner’s rapt”: Banquo usa qui lo stesso termine “rapt” che aveva usato con le streghe per sottolineare il “rapimento” di Macbeth alle loro predizioni.

(26) “The temple-hauting martlet”, letteralm.:”la rondinella che fa il nido sui muri dei templi”, detta anche “Chiostraiola”.

(27) Il testo ha “Sever”, che non è proprio “maggiordomo”: era l’uomo addetto alla preparazione dei pranzi, all’accoglienza dei convitati, insomma esclusivamente alla tavola.

(28) “We’d jump the life to come”: qui “jump” non è, come intendono molti, “saltare”, ma, come indicano i glossari ha il valore di “hazard”.

(29) Il gatto, ghiotto di pesce, trovatosi in riva ad un pescoso specchio d’acqua, rinunciò ad afferrare i pesci per non bagnarsi le zampe. È l’argomento di una vecchia favola inglese.

(30) Le palpebre degli occhi.

(31) Ecate, l’altro nome di Diana, è la divinità lunare dei Greci, notturna dea dei trivi e dei sortilegi delle streghe.

(32) Secondo la leggenda, Sesto Tarquinio, figlio di Taquinio il Superbo, settimo re di Roma, s’introdusse di notte nella camera della matrona Lucrezia, stuprandola. Per il dispiacere, la donna si uccise, e questo fu il pretesto per la rivolta che abbatté la monarchia a Roma (510 a. c.)

(33) “The multitudinous seas”:”multitudinous”, detto del mare, è qui nel senso di “full of innumerable ripples”, “pieni di innumerevoli striature” (“ripple”, secondo l'”Oxford Dictionary” è definito:”slight ruffing of the surfare waters, such as is caused by a slight breeze”).

(34) Èla formula della richiesta della mancia.

(35) Tutto il discorso del portiere, come ben si capisce, ha un sottointeso di significati lubrici.

(36) Cioè: rimanete di sasso, come quelli che guardavano la Gorgone (uno dei tre mostri della mitologia greca – steno, Eurialo e Medusa – che avevano serpi per capelli, artigli di leone e mani e piedi, zanne di cinghiale, ali d’oro e impietravano chiunque le guardasse).

(37) “Uor tears are not yet brewed”:letteralm.:”Le nostre lacrime non sono ancora state distillate”: l’immagine è quella della distillazione (“brewing”) che avviene nel processo di fabbrica della birra.

(38) Tutti si trovano svestiti, sono accorsi in veste da camera.

(39) Traduce “and hence”, “e di là” che in italiano a poco senso.

(40) Banquo sospetta già di Macbeth. S’è accorto che egli finge.

(41) “The near in blood, the nearer bloody”: più vicini nel sangue al re ucciso, si capisce.

(42) Questo personaggio, che non comparirà più del dramma, e il suo dialogo con Ross, sono introdotti in funzione di coro.

(43) “Good Father”: “Father” è l’appellativo che gli inglesi danno ai vecchi. In Shakespare è frequente

(44) Cioè il sole.

(45) Scone era la capitale del regno di Scozia. In essa sono stati incoronati la maggior parte dei re Scozzesi, e lo stesso Carlo II, re d’Inghilterra e di Scozia, nel 1651.

(46) “Colum-cill” (non “Colmetkill”, come vedo scritto in tutti i testi, e che è nome geografico inesistente) è il nome celtico dell’attuale isola di Jona, la più famosa delle Ebridi, perchè sede del monastero che ospitò nel VI sec. Santa Colomba, ivi rifugiatasi dall’Irlanda con 12 sui discepoli. “Colum-cill” significa appunto, in celtico, “l’isola della colomba della chiesa” (v. “Enciclopedia Britannica” alla voce). Nel monastero venivano sepolti i re scozzesi.

(47) Fife è la regione tra le baie di Forth e Tay dove Macduff ha il proprio castello.

(48) Il testo ha semplicemente:”…as it is said..”, “…come si dice che anche nell’inglese è piuttosto prosaico nel contesto di un discorso di una certa grandezza epica, come questo che Macbeth fa della figura di Banquo. L’allusione storica è al dialogo che, nella scena 3ª del II atto di “Antonio e Cleopatra”, Marcantonio fa con l’indovino. Questi gli dice, parlando di Ottaviano: “near him thy angel becomes a fear, as being ove powered…thy lustre thickens, when he shines by…” “Accanto a lui il tuo angelo s’intimorisce, come soverchiato…il tuo splendore si sbiadisce s’egli ti brilla accanto”

(49) “…mine eternal jewel”, cioè l’anima, che è eterna.

(50) “Let the frame of things disjoint, both the world suffer”, letteralm: “Si dismembri la struttura delle cose, patiscano entrambi i mondi (il terreno e il celeste).

(51) Ecate è il nome della divinità lunare della mitologia classica.

(52) “…but, in best, time/ We will require her welcome”:Macbeth che quando l’atmosfera si sarà scaldata, acnhe lady Macbeth abbandonerà ogni formalismo e si mischierà agli invitati.

(53) “Sweet remembrancer!”:”remembrancer” si chiamò il funzionario di corte incaricato di ricordare al Re agli altri dignitari doveri e scadeNze protocollari. Più tardi (1710) si chiamò così il funzionario della Corporazione della Città di Londra incaricato di rappresentare questo organismo davanti alle commissioni del parlamento.

(54) “This is more strange”: “strange” racchiude qui tutti i suoi significati: “anomal”, “mostruous”, “odd”, “extravagant”.

(55) Traduce il semplice “I do forget…”del testo, la cui resa letterale: “Dimentico”! Dimenticavo” sembra troppo tenue e sbiadita per riflettere il sentimento del personaggio nel momento.

(56) Cioè senza curarvi dell’ordine protocollare che stabilisce, secondo il rango, chi debba entrare ed uscire prima.

(56) Il testo ha: “Stones have been known to move” “S’è saputo che si son mosse le pietre”; ma chi l’ha “fatto sapere” non può averlo fatto senza averlo visto.

(57) “…ere they may be scanned”: si è inteso “scanned” non già nel senso di azione passiva avente per soggetto Macbeth, ma gli altri.

(58) Ho tolto di peso – con qualche leggera modifica – il testo italiano delle entrate di Ecate (che, com’è ormai pacifico nella critica, non sono di mano di Shakespeare) dalla traduzione del “Macbeth” di Gabriele Baldini (BUR, Rizzoli, 1963), che l’ha tolto, a sua volta, pur egli con qualche adattamento, dall’ottocentesco testo del “Macbetto” di Giulio Carcano. M’è parso, a parte il pregio della rima (che è nell’inglese), che il ritmo giambico del decasillabo manzoniano ben s’attagliasse a quello inglese.

(59) È la prima volta che s’incontra la parola “tiranno”, riferita a Macbeth. Questa “tirata” del giovane Lord Lennox, che ammicca, in chiave ironica, all’ipotesi di Macbeth regicida, è la vera svolta della tragedia: da qui comincia la caduta del protagonista, su cui Lennox ha gettato ormai la luce di tiranno/assassino.

(60) Si tratta di Edoardo “il Confessore”, fondatore dell’abazia di Westminster, morto nel 1066. Il Macbeth di cui al presente regnò effettivamente in Scozia alla fine dell’XI sec.

(61) Il messaggero che, incaricato d’una ambasceria, tornasse con una risposta negativa o comunque sgradita al mandante, rischiava di essere bastonato o altrimenti punito.

(62) Regione della Scozia centro-orientale, tra le baie di Forth e Tay, sede, tra l’altro, di un castello medioevale detto “Macduff’s Castle”.

(63) “That two-fold balls and trebles sceptres carry”: “ball” è la sfera rappresentante l’orbe terraqueo che, insieme con lo scettro, è il simbolo della sovranità regale.

(64) Traduce “thy wrongs” (“Wear thou thy wrongs”), “i tuoi torti”, che in italiano sarebbe quanto meno ambiguo.

(65) “…than summer-seeing lust”: la lussuria è impulso effimero, per quanto caldo, come l’estate; e, finita l’estate della virta, so attenua. Ben più grave, per Macduff è l’ingordigia dell’ora, che invece cresce cogli anni.

(66) “Tis called the evil”: “King’s-evil” è il nome inglese della scorofola, la malattia di natura tubercolare che si manifesta con l’ingrossamento e la suppurazione delle ghiandole linfatiche, determinanto la formazione di fistole deturpanti.

Tutta questa “tirata” di Malcolm – ritenuta un interpolazione successiva – è riferità ben si a Edoardo il Confessore; ma la critica ci ha vista una indiretta allusione al re Giacomo I, anch’egli in sentore di santità, per la sua concezione religiosa dell vita pubblica e privata.

(67) “My ever-gentle cousin”:”cousin” è termine generico che può stare per “cugino”, “nipote” “parente” in genere. Qui sta sicuramente per “cugino”, perchè Ross ha chiamato “cara cugina” Lady Macduff nella seconda scena di questo atto.

(68) Il testo ha però:”O relation…” “O, resoconto (troppo ben fatto e pur troppo vero)”.

(69) “They were well at peace”: Ross intende per pace, la pace eterna, perchè sa che sono morti; il senso della sua allusione è sottolineato, nell’inglese, da quel “Well”, che riecheggia il biblico:”He is well since he is in haven” (“Sta bene, perchè sta in cielo”); allusione che Macduff coglie tuttavia, se lo invita a spiegarsi meglio.

(70) “…of many worthy fellows that were out”: “Were out” sta qui per “borke out”, “burst out”, dove l’avverbio “out” indica il moto da uno stato di quiescenza come nella frase “The stars come out”.

(71) “He has no children”: è incerto, tra i critici, se con questa frase Macduff voglia riferirsi a Macbeth (“Non ha figli che io possa ucciderli”), o a Malcolm (“non ha figli, perciò crede che la vendetta basti a lenirmi il dolore”). Propendiamo per la seconda. La prima sarebbe in contrasto con l’invocazione di Lady Macbeth alle potenze infernali:”…accostatevi ai miei seni di donna” (“…come to my woman’s breast”).

(72) “At one fell swoop” prosegue il traslato dell’avvoltoio, con l’immagine del rapace che scende rapito dall’ito (“swoop”) ad artigiare la preda.

(73) Cioè mettermi a piangere, come una donnetta.

(74) “…for the dignity of the whole body””il petto (“bosom”) è contrapposto a tutto il corpo: meglio un corpo senza manto regale, che, nel petto di quel corpo, un cuore in aubbuglio, ammantato di regal dignità.

(75) “Great Dunsinane”: è il nome del castello che Macbeth si è fatto costruire su una collina di tal nome nel Perthshire, in Scozia, col concorso – secondo l’Holinshed – di tutti i nobili.

(76) “…and mingle with the English epicures”: gli inglesi, per lo scozzese Macbeth sono degli “Epicuri” per via del lusso che – secondo le cronache dell’Holinshed – hanno introdotto nella vita della nobiltà, in contrasto con la tradizionale sobrietà scozzese, della quale Macbeth si sente campione.

(77) Chi sia costui, non si sa. È verosimilmente il soldato “attendente personale” di Macbeth. Secondo certa critica, il nome sarebbe stato suggerito a Shakespeare da “Seton”, come si chiamava l’uomo d’arme dei re scozzesi.

(78) “I am sick at heart”:”to be sick at heart” è espressione colloquiale equivalente a “to be thoroughly tired/weary (of a thing)”.

(79) Frase di significato oscuro. Che cosa abbia voluto far dire qui Shakespeare al vecchio Siward, non si capisce. È tradotta alla lettera. Ciascuno la intenda come può.

(80) Il testo ha “recorded time” ma “tempo” è già il soggetto della frase, e bisognava mantenere il traslato della “sillaba”, che introduce l’immagine del discorso.

(81) “Dusty death”:”dusty”, “polverosa”, non s’è tradotto.

(82) Son i nomi, italianizzati, di soldati dell’esercito irlandese del sec. XXII-XIV: “Kerns” erano i fanti d’armamento leggero; “gallowglasses” i mercenari di quell’esercito, provenienti generalmente dalle Isole Ebridi.

(83) Cioè l'”angelo nero” di dantesca memoria (“senza costringer degli angeli neri/che vegnan d’esto fondo a dipartirci”, Inferno XXIII, 131-132),: il diavolo.



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