Il secondo atto del Macbeth

Il secondo atto del Macbeth

ATTO SECONDO

SCENA I

Inverness. Cortile nel castello di Macbeth.
Entrano BANQUO e FLEANTE, che ha in mano una torcia

BANQUO – Figlio, a che ora siamo della notte?

FLEANTE – Non ho sentito l’ora, ma la luna
è già calata.

BANQUO – Cala a mezzanotte.

FLEANTE – Direi ch’è un po’ più tardi, padre mio.

BANQUO – Toh, prendi la mia spada.
Stanotte in cielo si fa economia:
hanno smorzato tutte le candele.
Toh, prenditi anche questo.
(Gli dà il mantello)
Mi sento addosso uno strano torpore,
pesante come piombo;
eppure non vorrei addormentarmi.
O voi, potenze misericordiose,
frenate in me i pensieri maledetti
che la natura disfrena nel sonno!

Entra MACBETH, con un servo che gli tiene una torcia

Dammi la spada!…Chi va là?

MACBETH – Un amico.

BANQUO – Com’è, signore, non ancora a letto?
Il re dorme; ha trascorso un lieto giorno,
insolito per lui; e ai tuoi famigli
ha voluto donare riccamente.
Questo diamante, poi,
lo manda per omaggio alla tua sposa,
sua ospite squisita,
com’egli la chiamata, a conclusione
d’una piacevolissima giornata.

MACBETH – Se non ci avesse còlti impreparati
e se la nostra buona volontà
non avesse dovuto soggiacere
alla scarsezza dei rifornimenti,
sarebbe stata ben più liberale.

BANQUO – È andato tutto bene.
La scorsa notte ho rivisto, nel sogno,
quelle tre magiche sorelle: a te
dissero cosa risultata vera.

MACBETH – Bah, non ci penso più.
Comunque quando avremo l’occasione
di riempire ancora un’ora insieme,
potremo, sempre che tu lo gradisca,
utilizzarla a parlare di questo.

BANQUO – A tuo buon gradimento.

MACBETH – Se poi, quando sarà giunto il momento,

vorrai prendere parte ai miei progetti,

potrà venirne onore anche per te.

BANQUO – A patto che, per cercare di accrescerlo,

non abbia a perdere quello che ho,

e ch’io mantenga libera coscienza

e leal sudditanza al mio sovrano,

mi lascerò guidar dai tuoi consigli.

(Escono Banquo e Fleante)

MACBETH – (Al servo)

Va’ dalla tua padrona,

e dille di suonare la campana

quando la mia pozione sarà pronta.

Poi vattene a dormire.

(Esce il servo)

È un pugnale ch’io vedo innanzi a me

col manico rivolto alla mia mano?…

Qua, ch’io t’afferri!…No, non t’ho afferrato…

Eppure tu sei qui, mi stai davanti…

O non sei percettibile alla presa

come alla vista, immagine fatale?

O sei solo un pugnale immaginario,

un’allucinazione della mente,

d’un cervello sconvolto dalla febbre?

Ma io ti vedo, ed in forma palpabile,

quanto questo ch’ho in pugno, sguainato.

E tu mi guidi lungo quella strada

che avevo già imboccato da me stesso,

pronto ad usare un analogo arnese…

O gli occhi miei si son fatti zimbello

di tutti gli altri sensi,

o la lor percezione è così intensa

che a questo punto li soverchia tutti:

perch’io t’ho qui, dinnanzi alla mia vista,

e sulla lama e sull’impugnatura

vedo del sangue che prima non c’era….

Ma no, che una tal cosa non esiste!

È solo la mia impresa sanguinaria

che prende una tal forma agli occhi miei.

A quest’ora, su una metà del mondo

la natura par quasi che sia morta,

ed empi sogni vanno ad ingannare

il sonno chiuso dietro le cortine(30).

Le streghe celebran le loro ridde

ad Ecate la pallida;(31) svegliato

dall’allarme della sua sentinella

l’ululato del lupo – l’assassinio

s’avvia furtivamente alla sua impresa,

come un fantasma, a passo lungo e lieve,

come il lascivo andare di Tarquinio.(32)

Tu, però, solida e sicura terra,

non seguire i miei con l’ascolto,

che le tue stesse pietre

non denuncino il luogo ov’io m’aggiro

e tolgano al silenzio di quest’ora

l’orrore che sì bene gli si addice.

Ma io minaccio, e lui continua a vivere.

Le parole, sul fuoco dell’azione

soffiano un’aria troppo raggelante.

(S’ode una campana)

Vado, ed è fatto. La campana chiama.

Duncano, non udirla: il suo rintocco

ti chiama al paradiso od all’inferno.

(Esce)


SCENA II

Inverness. Il Castello di Macbeth.

 
Entra LADY MACBETH

LADY MACBETH – Quello che ha reso ubriachi quei due

ha fatto ardita me;

quello che ha spento la lor vigilanza

ha dato fuoco a me. Silenzio! Ascolta!

(S’ode il verso d’una civetta)

Quella era la civetta,

la campanara sinistra il cui strido

porge la più crudele “buona notte”.

In questo istante egli s’accinge all’atto;

le porte sono aperte; i servitori

abbuffati di vino e di vivande

russano, a beffa delle lor consegne.

Ho mescolato ai loro beveraggi

alcune droghe d’una tal potenza,

che morte e vita adesso si contendono

se i loro corpi sono vivi o morti.

MACBETH – (Da dentro)

Chi è la?..Che cosa?…Oh!…

LADY MACBETH – Maledizione!

Sta a veder che si sono ridestati

senza che nulla qui sia stato fatto.

Il tentare ci perde, non l’agire!

Ho messo a loro accanto i lor pugnali:

non ha potuto non averli visti.

Io stessa l’avrei fatto,

se nel sonno non somigliasse tanto

a mio padre…Ma ecco mio marito…

Entra MACBETH

Fatto?

MACBETH – Fatto! Hai udito dei rumori?

LADY MACBETH – Una civetta ed il cantar dei grilli.

Eri tu che parlavi?

MACBETH – Quando?

LADY MACBETH – Adesso.

MACBETH – Mentre scendevo?

LADY MACBETH – Sì. Odi anche tu?

MACBETH – Chi è che dorme nella stanza accanto?

LADY MACBETH – Donalbano.

MACBETH – (Guardandosi le mani insanguinate)

Oh, miseranda vista!

LADY MACBETH – Che stolta idea ti fa dire così?

MACBETH – Uno è scoppiato a ridere nel sonno,

l’altro gridò sì forte: “All’assassino!”,

che si sono svegliati l’un con l’altro.

Io stavo lì, immobile, in ascolto,

ma quelli han biascicato una preghiera

e si son subito riaddormentati.

LADY MACBETH – Eh, già, dormono insieme in quella stanza.

MACBETH – Uno ha gridato: “Dio ci benedica”,

e l’altro gli ha risposto con un’”Amen”,

come si fossero visti a fronte me,

me e queste mie mani di carnefice.

Ed io, assorto nelle lor paure,

non son riuscito a biascicare un “Amen!”

quando hanno detto “Dio ci benedica!”.

LADY MACBETH – Beh, non star lì ad almanaccarci sopra.

MACBETH – Ma perché non fui buono a dire un “Amen”?

Ne avevo, in quel momento, un gran bisogno;

ma quell’”Amen” mi s’è strozzato in gola.

LADY MACBETH – Non sono cose da prender così,

altrimenti s’arriva alla pazzia.

MACBETH – M’è parso inoltre d’udire una voce

che mi gridava: “Più non dormirai!”

Macbeth ha ucciso il sonno;

è l’assassino del sonno innocente,

il sonno che ravvia, sbroglia, dipana

l’arruffata matassa degli affanni,

ch’è morte della vita d’ogni giorno,

è lavacro d’ogni affannosa cura,

balsamo d’ogni ferita dell’animo,

secondo piatto nella grande mensa

della Natura, nutrimento principe

al banchetto dell’esistenza umana.

LADY MACBETH -Che intendi dire?

MACBETH – “Più non dormirai!”

gridava quella voce, in tutta casa;

e ancora:”Glamis ha scannato il Sonno,

E perciò Cawdor più non dormirà,

non dormirà più Macbeth!”

LADY MACBETH – Ma chi era, a gridare in questo modo

Animo, animo, nobile Thane!

Tu, facendo così,

disfibri la tua tempra generosa

con questi dissennati pensieracci.

Va’, procurati subito dell’acqua

e lava questo sporco testimone

dalla tua mano… Ma questi pugnali

perché portarli via dal loro posto?

Và, riportali là, e con del sangue

imbratta quei due servi addormentati.

MACBETH – No, no, là dentro non ci torno più.

ll solo ripensarci, a quel che ho fatto

mi mette addosso un’immensa paura

Non oso più veder quello spettacolo.

LADY MACBETH – Uomo senza fermezza

Dammi qua quei pugnali;

un uomo morto e un uomo addormentato

son fantasie. E il diavolo dipinto

spaventa solo l’occhio dell’infanzia.

Se ancora sanguina, io con quel sangue

imbratterò le facce dei due servi,

e saran loro due e nessun altro

ad apparir gli autori del delitto.

(Escono)

 

(Bussano dall’interno)

MACBETH – Che colpi sono questi?….Da chi vengono?…

Ma che diavolo mi sta succedendo,

che il minimo rumore mi raggela?

Che sono queste mani?…

Ah, ch’esse quasi mi strappano gli occhi!

Potrà mai il gran mare di Nettuno

lavar dalle mie mani questo sangue?

No, ché sarà piuttosto questa mano

a tinger del suo rosso

le variegate acque degli oceani(33)

e far del loro azzurro tutto un rosso.

Rientra LADY MACBETH

LADY MACBETH – Eccole, vedi, adesso le mie mani

han lo stesso colore delle tue;

ma mi vergognerei d’avere in petto

un cuore così bianco.

(Bussano ancora)

Sento che bussano all’entrata a sud…

Ritiriamoci nelle nostre stanze.

Ci basterà un po’ d’acqua

a mondarci di questa nostra azione:

lo vedi com’è semplice!

La tua fermezza ti ha abbandonato.

(Bussano ancora)

Senti! Altri colpi. Indossa la vestaglia,

che non si creda che fossimo svegli,

se mai qualcuno dovesse venire.

Non perderti così meschinamente

nei tuoi pensieri!

MACBETH – Saper quel che ho fatto!
Meglio sarebbe non saper chi sono!
(Altri colpi alla porta)
Sveglia Duncano, con questo bussare!
Ahimè, magari lo potessi fare!

(Escono)


SCENA III

La stessa

Entra un PORTIERE, mentre si bussa sempre dall’interno.

PORTIERE – Eh, questo sì che si chiama bussare
Un cristiano che fosse, putacaso,
a custodir la porta dell’inferno,
starebbe bene a girare la chiave!

(Bussano ancora)

Bussa, bussa! Chi è là, per Belzebù?
Forse sarà un fattore di campagna
che s’è impiccato nella vana attesa
d’un raccolto abbondante…Avanti, avanti!

Caschi al momento buono;

porta con te abbastanza fazzoletti:

qua ci sarà da sudare un bel po’.

(Bussano ancora)

E toc, e toc! Chi è per l’altro diavolo?

Parola mia, costui è un lestofante

di quelli che ti giurano su un piatto,

della bilancia contro l’altro piatto

e viceversa; che in nome di Dio

cometton ruberie a non finire

ma che alla fine ad imbrogliare Iddio

non ce l’han fatta! Oh, vieni, lestofante!

(Bussano ancora)

Toc, toc! E bussa, bussa! Chi va là?

Scommetto che stavolta è un sarto inglese

arrivato quaggiù perché ha rubato

su qualche paio di braghe francesi.

Accòmodati, sarto: qui avrai modo

di ben scaldar il tuo ferro da stiro.

(Bussano ancora)

Bussa, bussa!…Mai pace!…E tu chi sei?

In verità, per essere l’inferno,

questo posto mi pare troppo freddo.

Basta di fare il diavolo-portiere!

Me l’aspettavo che avrei fatto entrare

uomini e donne d’ogni professione

che su un sentiero fiorito di primule

se ne van tutti all’eterno falò.

(Bussano ancora)

Un momento, un momento, vengo subito!

(Apre la porta)

 

Entrano MACDUFF e LENNOX

Non vi dimenticate del portiere!(34)

MACDUFF – Sei dunque andato a letto così tardi,

compare, da restare addormentato?

PORTIERE – S’è brindato, signore, in verità,

sino al secondo cantare del gallo;

ed il bere si sa, causa tre cose.

MACDUFF – E quali?

PORTIERE – Beh, signore: naso rosso,

gran voglia di dormire e pisciarella.

La lussuria la provoca e la sprovoca;

perché ne provoca, bensì, la voglia,

ma ne impedisce poi l’esecuzione.

Si può dire perciò che il troppo vino

si diverta a imbrogliarla, la lussuria;

la fa e disfà, la tira su e l’abbatte,

l’eccita e la diseccita; la drizza,

e poi non sa più mantenerla su.

In conclusione a forza di imbrogliarla,

e, dopo averla bene sbugiardata,

la pianta in asso.

MACDUFF – Ho idea che questa notte

abbia dato anche a te la sbugiardata.

PORTIERE – L’ha fatto eccome, signore; ma io

ho risposto alla sua sbugiardatura

come si meritava; e perché ero

troppo di lui più forte, come credo,

qualche volta m’è pure riuscito

di metterlo d’un colpo spalle a terra!(35)

MACDUFF – È in piedi il tuo padrone?

PORTIERE – L’hanno svegliato i vostri bussa-bussa.

Eccolo infatti.

Entra MACBETH

LENNOX – Buongiorno, signore.

MACBETH – Buongiorno a entrambi.

MACDUFF – Il re s’è gia levato.

nobilissimo Thane?

MACBETH – Non ancora.

MACDUFF – M’aveva incaricato, ieri sera,

di venirlo a chiamare di buon’ora:

sono alquanto in ritardo.

MACBETH – Vi ci porto.

MACDUFF – So di darvi un piacevole disturbo,

ma pur sempre un disturbo.

MACBETH – La fatica ch’è fatta con piacere

è ad essa farmaco. Questa è la porta.

MACDUFF – Mi farò tanto ardito di svegliarlo

perché così mi fu da lui ordinato.

(Esce, entrando nella porta indicatagli da Macbeth)

LENNOX – Parte oggi il re?

MACBETH – Così almeno ha deciso.

LENNOX – È stata una nottata scatenata:

là dove noi stavamo, il forte vento

ha abbattuto i comignoli sui tetti,

e s’udivano gemiti nell’aria

strane urla di morte, come dicono,

e voci che, con paurosi accenti

pronosticavano atroci conflitti

e l’avvento di eventi tempestosi

a render gramo questo nostro tempo.

L’uccello della tenebra ha gridato

tutta la notte; e c’è pure chi dice

che la terra tremasse dalla febbre.

MACBETH – Brutta nottata, sì.

LENNOX – La mia memoria,

pur giovane, non ne conosce eguale.

Rientra MACDUFF

MACDUFF – Orrore! Orrore! Orrore! Oh quale lingua,

quale cuore saprebbe concepirti,

o solo nominarti!

MACBETH e LENNOX – Che è successo?

MACDUFF – Lo scempio ha fatto il suo capolavoro!

Il più empio assassinio ha profanato

il sacrario dell’Unto del Signore

e ne ha rubato la vita!

MACBETH – La vita!

Che dici? Intendi forse Sua Maestà?

MACDUFF – Avvicinatevi a quella stanza

e struggetevi gli occhi

alla vista di una novella Gòrgone!(36)

Non chiedetemi di parlare. Entrate,

e parlate voi stessi.

(Escono Lennox e Macbeth)

Sveglia, sveglia!

Si suoni la campana dell’allarme!

Assassinio! Assassinio e tradimento!

Malcolm, Banquo, Donalbano, sveglia!

Scuotetevi dal vostro molle sonno,

ch’è morte finta, e guardatela in faccia

la morte vera! Svegliatevi tutti

a contemplare il Giudizio Finale!

Malcolm, Banquo, alzatevi,

come sorgeste dalle vostre tombe,

e andate camminando come spettri

per conformarvi a quest’orrida scena.

(Campana d’allarme)

 

Entra LADY MACBETH

LADY MACBETH – Che succede? Perché questa campana

che quale lugubre squilla di morte

chiama a raccolta l’assonnata gente

di questa casa? Dite, su, parlate!

MACDUFF – Oh, mia signora, quel che posso dire

non è cosa che voi possiate udire:

ripeterlo all’orecchio d’una donna

sarebbe ucciderla…

Rientra BANQUO

Oh, Banquo, Banquo!

Il regal nostro sire è assassinato!

LADY MACBETH – Oh, sventura! E come! In casa nostra?

BANQUO – Troppo atroce dovunque.

Smentisciti all’istante, caro Duff,

e dì che non è vero, te ne prego!

Rientrano MACBETH e LENNOX

MACBETH – Fossi morto soltanto un’ora prima

che questo succedesse, avresti vissuto

un’esistenza lieta; ormai per me

la vita non ha più nulla che valga

perché in essa c’è solo vanità:

onori, fama, sono cose morte.

Il vino della vita

per noi ormai è stato tutto spanto

e sol possiam sperare di trar vanto

della feccia rimastaci in cantina.

Rientrano MALCOM e DONALBANO

DONALBANO – Che cos’è che va male qui?

MACBETH – Va male,

per te, e tu ancora non lo sai:

la sorgente, la polla, la fontana

del tuo sangue s’è spenta, disseccata,

s’è disseccata la sua stessa vena.

MACDUFF – Il tuo regale genitore è ucciso.

MALCOM – Oh! E da chi?

LENNOX – Da quelli ch’eran lì

a guardar la sua camera, si pensa;

le loro mani, come i loro volti

erano tutti imbrattati di sangue

e così i lor pugnali, ancor non tersi,

che abbiam trovato sui loro cuscini;

e fissi e stralunati i loro sguardi.

Nessuna vita d’uomo

si doveva affidare a quella gente

MACBETH – Ah! Ch’io mi pento adesso della fretta

che, nella furia, m’ha spinto a ucciderli!

MACDUFF – Perché l’hai fatto?

MACBETH – E chi può stare a un tempo

savio e sconvolto, calmo e furibondo,

fedele ed impassibile? Nessuno!

L’irruente mio affetto

ha rotto il freno di quella ragione

che suggerisce all’uomo d’ indugiare.

Qui giaceva Duncano,

la sua pelle d’argento ricamata

d’un merletto del suo prezioso sangue

e le ferite simili a una brecccia

che fosse stata aperta alla natura

per far entrar rovina e distruzione;

là stavan gli assassini,

i loro corpi intrisi della tinta

del lor mestiere, intrisi i lor pugnali

oscenamente di sangue aggrumato.

E chi, che avesse un cuore per amare,

ed il coraggio di mostrarne il palpito,

si sarebbe potuto trattenere?

LADY MACBETH -Aiuto! Fatemi andar via di qui…

MACDUFF – Qualcuno s’occupi della signora.

MALCOM – (A parte, a Donalbano)

E noi, stiamo in silenzio?

Noi che il diritto avremmo, più degli altri,

d’interloquire in questa circostanza?

DONALBANO – (A parte, a Malcolm)

E che potremmo dire, proprio qui,

dove il nostro destino sta in agguato

nascosto dentro un foro di trivella

pronto a sbucare da un momento all’altro

e ghermirci d’un balzo? Andiamo via,

piuttosto; non è ancor tempo di piangere.(37)

MALCOM – (c.s.)

Né al nostro acerbo duolo

è tempo ancora di manifestarsi.

BANQUO – Badate alla signora…

(Lady Macbeth è portata fuori)

E quando avrem coperto il nostro corpo

la cui fral nudità(38) soffre ad esporsi

così all’aperto, troviamoci subito

per indagare intorno a questa impresa

quant’altra mai scellerata e cruenta,

per veder di conoscerne di più.

Ora ci scuotono timori e scrupoli.

Io m’affido alla gran mano di Dio,

e sotto la sua ala(39) lotterò

contro qualsiasi oscuro infingimento

della doppiezza traditrice.(40)

MACDUFF – Anch’io.

TUTTI – E così tutti.

MACBETH – Ciascuno di noi

vada ora a rivestirsi dei suoi panni

e di virile determinazione,

e ritroviamoci nella sala grande.

TUTTI – Va bene. Siamo intesi.

(Escono tutti, tranne Malcom e Donalbano)

MALCOM – Che intendi fare adesso?

Associarsi con loro, non è il caso.

Far mostra d’un dolore non sentito

è una parte che san bene recitare

gli ipocriti. Io vado in Inghilterra.

DONALBANO – Io in Irlanda: sorti separate

ci renderanno entrambi più sicuri.

Perché qui dove siamo

luccicano pugnali nei sorrisi:

più vicini per sangue,(41)

più vicini a finire sanguinanti.

MALCOM – Questa freccia mortale ora scoccata

ancora non s’è scaricata a terra,

e la via più sicura per noi due

è di scansarci dalla sua gittata.

Perciò a cavallo! E senza preoccuparci

dei soliti congedi.Via, furtivi:

non c’è furto nell’involar se stessi

quando non c’è garanzia di pietà.

(Escono)


SCENA IV

Inverness, Nel castello di Macbeth.

Entrano ROSS e UN VECCHIO

VECCHIO – I miei trascorsi settanta e dieci anni
li ho ben presenti; e in tutto questo tempo
ho visto ore tremende e strani eventi;
ma questa orrenda notte
me le fa diventar cose da nulla.

ROSS – Ah, buon padre(43), tu vedi come il cielo

quasi sdegnato dell’agir dell’uomo

distenda tutto un velo minaccioso

sopra questo spettacolo di sangue.

Per l’ora è giorno, eppur l’oscura notte

soffoca la pellegrinante lampada.(44)

È la notte che ha preso il predominio,

o è la terra che si copre il volto

per vergogna nel tempo che baciato

dovrebb’ essere dalla viva luce?

VECCHIO – È un fenomeno fuor della natura

come l’atto che qui s’è consumato.

Martedì scorso, un falco

che volteggiava in cielo a grande altezza

toccato ch’ebbe l’apice del volo

fu raggiunto da un gufo cacciatore

e assalito ed ucciso.

ROSS – E similmente – strano ma pur certo

e provato – i cavalli di Duncano,

rari esemplari della loro razza

quanto a bellezza ed a velocità,

son ritornati allo stato selvaggio,

hanno rotto gli stalli e son fuggiti

all’aperto, ribelli a ogni comando,

quasi volessero scendere in guerra

contro l’umanità.

VECCHIO – E si sono sbranati l’un con l’altro,

come ho sentito dire.

ROSS – È vero, infatti:

l’ho visto, sbalordito, coi miei occhi.

Entra MACDUFF

Ecco Macduff. Ebbene, buon signore,

come vanno le cose?

MACDUFF – E non lo vedi?

ROSS – S’è poi saputo chi è stato l’autore

di questo gesto più che sanguinario?

MACDUFF – I due che poi Macbeth ha trucidato.

ROSS – Accidenti! E che cosa s’aspettavano

di tanto vantaggioso?

MACDUFF – Sicuramente furon subornati.

Malcolm e Donalbano,

i due figli del re, sono fuggiti,

e ciò fa ricadere ogni sospetto

sopra di loro.

ROSS – Ancor contro natura!

Scialacquatrice ambizione degli uomini,

che ti divori per avidità,

gli stessi mezzi che ti danno vita!

Così stando le cose, è assai probabile

che la corona cada su Macbeth.

MACDUFF – Egli è già stato designato re;

è andato a Scone per l’investitura.(45)

ROSS – E il corpo di Duncano dove sta?

MACDUFF – È stato trasportato a Colum-cille(46)

nel sacrario dei suoi predecessori,

dove son custodite le loro ossa.

ROSS – Vai a Scone anche tu?

MACDUFF – Io no, cugino;

io vado a Fife.(47)

ROSS – Io ci vado invece.

MACDUFF – Possa tu assistere a cose ben fatte,

laggiù…purchè le nostre vecchie vesti

non si scopran migliori delle nuove….

Ti saluto.

ROSS – (Al vecchio)

Buon padre, statti bene.

VECCHIO – Che la benedizione del Signore

vi sia compagna, come a tutti gli altri

che vogliono mutare il male in bene,

e convertire i nemici in amici.

(Escono)


Riassunto

Scena 1

Macbeth e Banquo (accompagnato da suo figlio Fleance) si incontrano e, dopo che Macbeth ha riferito di aver rivisto in sogno le tre fatidiche sorelle, decidono che non appena si presentera’ una occasione propizia, parleranno dell’incontro avvenuto nella brughiera.
La mente di Macbeth e’ ormai invasa da pensieri omicidi, ha troppo assaporato l’idea di poter regnare per potervi rinunciare, ed anche lady Macbeth potrebbe non perdonare a suo marito l’idea di rinunciare. Anche una visione di un pugnale appare, e mentre Macbeth si chiede se il pugnale sia reale o meno, questo si colora di sangue, e si muove verso la camera del re. Ormai macbeth ha deciso: uccidera’ il re.

Scena 2

Lady Macbeth ha appena drogato le guardie del re, per permettere a macbeth di entrare nella camera indisturbato, e senza che nessuno possa sentire le urla di re Duncan. Inoltre, i pugnali delle guardie adesso sono nelle sue mani, per consegnarli a suo marito, che velocemente esegue il delitto, e mentre torna dalla moglie sente una delle guardie dire nel sonno gridare “assassino”. All’udire questo urlo entrambe le guardie si svegliano, e prima di riaddormentarsi una dice una preghiera, dalla quale Macbeth e’ sconvolto perchË incapace di dire amen. Mentre lady M. tenta di rassicurare il consorte, si accorge che questo ha scordato di lasciare i pugnali alle guardie, e di imbrattare queste col sangue del re, ed incoraggia Macbeth a rimediare a questi errori. Macbeth e’, tuttavia, terrificato dall’idea di cio’ che ha appena fatto. Sara’ quindi lady M. a farlo.

Scena 3

Si sente bussare con forza all’ingresso principale del castello, ed il portiere, anche lui ubriaco, mentre monologa sugli effetti del vino, apre a Macduff e Lennox, che sono venuti a scortare il re, cosi’ come da lui ordinato. Entra Macbeth, e i due appena arrivati, gli riferiscono di un terribile temporale, in cui sembrava di udire urla di morti, rumori di catene. Cosi’ come all’inizio dell’opera, nel re lear, e soprattutto nel Giulio Cesare, i temporali particolarmente violenti sono presagi di avvenimenti nefasti. Non solo quindi gli uomini sono a contatto col divino durante i sogni, ma anche tramite la natura.

L’assassinio ora e’ scoperto,e Macduff esce urlante dalla stanza del re, ed invita il resto del castello, che ancora dorme, a svegliarsi, “a liberarsi del sonno che e’ solo una immagine della morte, e a vedere di persona la morte vera”. Macbeth accusa ed uccide le guardie del re. Nonostante cio’ i figli di Duncan non credono che gli assassini siano le guardie, ma che il colpevole si aggiri ancora nel castello; decidono cosi’ di scappare : Malcolm andra’ in Inghilterra,e Donalbain in Irlanda.

Scena 4

Durante una eclisse solare, altro segno con cui la natura comunica con gli uomini, Ross comunica ad un vecchio uomo che Macbeth e’ stato nominato re, e che si sta per provvedere alla incoronazione.

 


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