Antonio De Lisa- Sole nero

Antonio De Lisa- Sole nero

Il cadavere di una giovane donna è stato trovato in un canneto sulle rive del Pantano, in località Pignola. Dall’aspetto sembra una ragazza dell’est, ucraina, moldava, forse russa. E’ in buono stato di conservazione. Presenta dei segni sul collo tipici di uno strangolamento. Anche i polsi delle due braccia presentano profondi solchi neri. Con tutta evidenza è stata legata a lungo prima di morire.

Il magistrato Aldo Della Corte, del Tribunale di Potenza, sta per mettersi in movimento. Il sostituto procuratore Della Corte sa riconoscere i segni che la morte lascia su un corpo umano. Lo sa da sempre. E non sa nemmeno lui come fa a saperlo. Quando il medico legale gli accenna qualcosa, come

– Dottore guardi qui

Della Corte ha già capito cosa vuole dirgli: che si tratta di un omicidio, che la morte è recente, che il corpo della giovane donna bionda è stato trasportato lì da qualche altra parte. Forse, anche, che non è annegata. Certamente, che si tratta di un mistero da risolvere.

Mentre il pastore tedesco (che si chiama Seno, da Senofane, il filosofo eleatico) si aggira guardingo sulla scena del crimine, il magistrato Della Corte ha già preso le sue misure mentali. La distanza del corpo dalla strada, la scia che il trascinamento ha lasciato sulla sponda del lago, il fatto che la donna abbia la bocca piena di ghiaia (forse è stata trascinata a testa in giù, con la bocca aperta e la lingua di fuori come effetto dello strangolameno), il piccolo segno che nota sullo sterno, più vicino a un seno che all’altro. Non lontano c’è un bar, ancora chiuso. Della Corte fa un cenno al capitano dei carabinieri in quella direzione. Il capitano gli risponde che ci penserà lui. Alla fine Della Corte, quando vede che il tecnico ha finito con le foto, dispone la rimozione del cadavere. Quando la donna viene adagiata nella bara di metallo, prima di chiuderla, Della Corte la guarda finalmente come un essere umano e non come un cadavere da analizzare. E’ una ragazza bellissima.

Della Corte pensa: che ci fa una donna bellissima, alle nove di mattina di un giorno di fine aprile, sulla riva del Pantano? La donna indossa un brandello di jeans. A una sommaria perquisizione un giovane carabiniere scova nella tasca uno scontrino di un locale di Metaponto. Della corte sa riconoscere la morte, ma anche la bellezza. Ha mantenuto abitudini da giovane, nonostante i suoi 45 anni. Sa che la bellezza è di casa nei locali notturni di tutta la costa ionica, come i fiumi di droga e quelli di denaro sporco. Sa che il sesso da quelle parti non è più, e da un pezzo, monoetnico. Sa che la violenza e il delitto serpeggiano tra gli ulivi e i fichi d’India e sa anche che le notti sono molto lunghe.

Della Corte, con lo sguardo sulla bara di metallo della donna che viene portata via, pensa che molte cose sono cambiate sulla Costa ionica, stretta tra la Calabria e la Puglia. Prima la malavita agiva con moderata violenza, soprattutto di coltello e magari dopo una notte brava; ora ci sono le mitragliette a farla da padrone. Le mitragliette della ‘ndrangheta. Questo non è un delitto da arma da fuoco, è vero. Ma ne riconosce la violenza implicita. Forse si tratta solo di una ragazza finita male dopo una notte di orgia e coca. Forse. Ma Della Corte ha la netta sensazione che quel cadavere sia come una specie di avvertimento, un messaggio in codice, da banda a banda, da cosca a cosca.

Quando Della Corte torna a casa il gatto (Zeno, da Zenone, il discepolo di Parmenide) gli sfiora le gambe in una misurata accoglienza, mentre Seno, il cane, fa il diavolo a quattro davanti alla scodella che gli ha porto la madre di lui, la signora Giovanna. Madre e figlio abitano in un villino nei pressi di Piani del Mattino, il lascito del padre di Della Corte e prima ancora del nonno, entrambi avvocati, entrambi poeti, entrambi socialisti, entrambi bibliofili e musicofili (il nonno pianista, il padre violinista) e anche amanti appassionati della vita e dei suoi piaceri. Il procuratore ha ereditato tutte queste qualità, l’unica differenza è che lui suona il sassofono.

Il pocuratore non ha fame, per nulla. Quando comincia a pensare gli passa la fame, anche se la madre gli ha preparato uno dei piatti celebri della cucina mediterranea (la madre è di origine cilentana, di Agropoli), la cucina più sana del mondo secondo uno scienziato americano: pasta con le seppie, melenzane ripiene e frittura di fiorilli. Della Corte pilucca qualcosa ma senza voglia, raccontando alla madre gli avvenimenti della mattinata.

Sono le tre del pomeriggio quando il capitano dei carabinieri Nastase bussa a casa Della Corte. Porta le foto della ragazza trovata al Pantano. La signora Giovanna gli offre un caffè e restano tutti e tre un po’ a parlare. più che altro parlano la madre e il capitano. Della Corte tace. Si è messo in moto il suo circuito neuronale del delitto, come uno schema alla lavagna elettronica. La signora Giovanna dà un’occhiata alle foto, con il tacito consenso degli investigatori. Ha molta perspicacia e inchioda immancabilmente il figlio quando trova una contraddizione nel ragionamento. Il problema è: da dove cominciare a sbrigliare la matassa? Quello che Della Corte ancora non sa è che è una matassa molto, molto complicata.

Della Porta e il capitano Nastase stilano un programma d’azione. Sarebbero tornati subito sulla scena del crimine. La zona del Pantano è abitata, qualcuno  avrebbe potuto vedere qualcosa. Bisogna interrogarlo subito. Poi è necessario perlustrare la zona alla ricerca di possibili segni di una festa notturna in qualcuna di certe villette che si trovano in zona. Dalle foto scattate sulla scena e per quello che ha potuto constatare di persona, Della Corte è convinto che ci fossero sulla ghiaia le impronte di quattro piedi e non di due; e allora come mai la ragazza è stata trascinata a testa in giù? Forse è stata portata per un certo tratto da due persone e nell’ultimo tratto da una sola persona. Perché? E’ successo qualcosa? Dalle foto si vedono le orme all’incontrario sulla riva molto più ravvicinate delle prime, come quelle lasciate da qualcuno che corre (o forse scappa).

Della Corte sta meticolosamente perlustrando la zona intorno al luogo del ritrovamento quando s’accorge che c’è qualcosa che brilla in un cespuglio. E’ una catenina con un ciondolo con uno strano disegno, come un Ouroboros, un serpente che si morde la coda. Intorno sono chiaramente visibili i segni dello scalpiccio. Qualcuno si è fermato lì, non c’è dubbio, ma il procuratore si proibisce di fare ipotesi: “Hypoteses non fingo”, pensa come uno studente al terzo anno di liceo classico: non immagino ipotesi, potrebbero essere sbagliate. Mentre rimugina, viene raggiunto dal carabiniere di pattuglia, che gli annuncia che in un’altra zona del Pantano è stata trovata una macchina bruciata con dentro un corpo carbonizzato.

L’auto incendiata è una Mercedes coupé. Si riesce appena distinguere un corpo carbonizzato all’interno. La zona è stata già delimitata con del nastro bianco e rosso, che ora vibra al vento con un suono di bandierine. Della Corte sta prendendo visione della scena. Soprattutto si sta chiedendo se quella scena sia in qualche modo riconducibile all’altra, quella del ritrovamento. Ma quale potrebbe essere il nesso? L’unico modo per stabilirlo è quello di trovare un elemento concreto all’interno dell’auto riconducibile alla ragazza morta. E’ questo che ora sta cercando Della Corte, teso come un segugio, con la giacca sulla spalla appesa a due dita. Fa già caldo. E’ cominciata l’estate lucana.

Rimuovere un cadavere potrebbe sembrare un’operazione di media complessità e in parte lo è. Polizia e carabineri lo fanno – più o meno spesso- e senza pensarci troppo. L’abitudine alla morte per i membri di quelle armi è quasi una necessità; spesso indossano una corazza di cinismo che li aiuta a sopravvivere e le battute che fanno – che a orecchie estranee duonano offensive e irriguardose- non sono altro che il codice del disincanto. Ma per il pm Della Corte è diverso: ci si è abituato solo a metà, alla morte. L’altra metà non ne vuole sapere e grida costantemente il suo stupore, la sua meraviglia: come mai gli esseri umani muoiono?

Nonostante anni di indagini il pm Della Corte sta rimuginando su qualcosa, accanto all’auto bruciata e a quel corpo senza vita. Da dove si trova si vedono le cime dei monti circostanti, di una bellezza sfolgorante. La morte vicina e la bellezza lontana. In quel momento gli viene a mente il memorabile scambio di battute dei due protagonisti de “Il settimo sigillo. Partita a scacchi con la morte” di Ingmar Bergman: Antonius: “Allora la vita non è che un vuoto senza fine! Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo in un nulla senza speranza. ” Morte: “Molta gente non pensa né alla Morte né alla vanità delle cose. ” Della Corte sa che dovrà cercare subito di pensare ad altro, altrimenti si mette male. Fa un cenno al capitano Nastase e gli ordina di far analizzare subito l’auto. Della Corte cerca qualcosa. Forse una catenina con un ciondolo.

Il capitano Nastase fa un cenno di diniego, avvicinandosi: non hanno trovato niente nella Mercedes coupé, almeno a una prima occhiata.

– Ma adesso mandiamo tutto al Ros di Salerno, qui c’è troppa roba che scotta.

E poi, guardando Della Corte diritto negli occhi:

– Dottore, pochi minuti fa c’è stata una sparatoria sulla Basentana.

Della Corte fa un cenno in quella direzione, il capitano dice che deve chiedere l’autorizzazione al Comando, la zona è al di là della sua competenza territoriale; spiegherà che forse tutti quegli episodi sono collegati. Della Corte annuisce, facendo a sua volta una telefonata con il suo Samsung 3.

Della Corte nell’auto dei carabinieri verso Metaponto dà un’occhiata ai lanci di agenzia dell’Ansa sul suo smartphone per vedere se danno le notizie di quegli avvenimenti e in che modo. Parlano solo della ragazza morta al Pantano: sono solo poche righe e senza dettagli. Meglio così, pensa Della Corte. Alza gli occhi verso le Dolomiti lucane che graffiano il cielo. Domani farà un primo comunicato stampa, avvertendo che gli investigatori stanno indagando “in tutte le direzioni”. E’ la formula di rito per spingere i giornalisti a non prendere cantonate e anche per suggerire che stanno brancolando nel buio, ma non per molto. La macchina dei carabineri fa miracoli, scansando gli ostacoli della Basentana, l’autista è bravo. Questa regione è un deposito di petrolio e gas ma nessuno pensa ad aggiustare le strade.

Metaponto sembra che sia stata attraversata da un carro armato condotto da un ubriaco. Vetrine sforacchiate, finestrini delle auto bucherellate, tavolini dei caffè rovesciati. “Sembra che abbiano preso un tizio”, dice il capitano Nastase, “ma parla solo una lingua che sembra dell’est, forse rumeno o albanese”. Si rivelerà essere russo. Della Corte si ricorda che a Metaponto c’è una folta comunità immigrati. “Ci sono feriti?”. “Sì, quello che parla rumeno”. Della Corte ha un amico ufficiale dei carabinieri a Policoro, chiederà a lui. “Hypotheses non fingo”, si ripete, ma ha la netta sensazione che è tutto collegato.

Al comando dei carabinieri spiegano la dinamica della sparatoria: una Mercedes (“coupé”? chiede Della Corte. “No, non era coupé”, risponde il capitano) si è accostata a un bar (“dove nel retro si gioca d’azzardo e si spaccia cocaina, gestito da immigrati rumeni”) e qualcuno dal lato del passeggero ha cominciato a sparare al tizio che in quel momento stava entrando nel bar, che ha risposto al fuoco ma è rimasto ferito. Si tratta del fermato, quello che parla russo. Proseguendo nella corsa la Mercedes si è infilata in una pescheria; evidentemente il conducente era stato colpito nella sparatoria. E’ riuscito a fare retromarcia e ad allontanarsi (un’altra Mercedes pronta per il fuoco, pensa Della Corte). Sono stati immediatamente istituiti posti di blocco in tutta la zona, ma fino ad ora senza risultato (evidentemente hanno un covo, pensa Della Corte e si ricorda di quello che aveva pensato al Pantano: banda contro banda, cosca contro cosca).

Sulla via del ritorno Della Corte fa cenno all’autista della pattuglia di fermarsi davanti a una pescheria. Gli è venuta un’idea: invitare la sua amica Annette a una cena a base di pesce, due orate come si deve, saprà farle apprezzare sulla griglia ad Annette. E’ lei che chiama con il suo Samsung tuttofare. Non sa come la prenderà Annette, che magari in questo momento avrà la testa affondata in un libro di Heidegger. Ma fortunatamente la manovra riesce. Della Corte ha voglia di distrarsi, al solito modo, invariato da quarant’anni: passeggiate, moto, sax,  un’amica e la magia di notte. Ma la moto oggi non l’ha toccata, vigilata da Seno nel suo giradino.

Il modo più efficace che Della Corte ha escogitato per eliminare del tutto il sapore di pesce (dopo il necessario gargarismo col dentifricio) è quello di fumare un bel sigaro cubano. D’altronde anche Annette ha il suo, che si identifica piuttosto in un rotolino di hashish. Della Corte non può toccare quella roba, è un magistrato, anche se ogni volta muore dalla voglia. E così tutte e due se ne stanno a fumare in giardino. Della Corte non riesce a smettere di pensare. Che cosa ha visto per l’ultima volta quella ragazza (a meno che non sia arrivata lì già morta)? La brace della grigliata è ancora viva e illumina le volute di fumo dei due, entrambi assorti nei loro pensieri.

La prima ad avvicinarsi è lei, Annette. Della Corte si accorge per la prima volta nella serata del suo profumo e decide che gli piace. Annette è una virtuosa dei sensi, in particolare di quello relativo agli odori e ai suoni, anche se è una filosofa (una milanese trapiantata a Potenza). Insegna storia e filosofia in un liceo. Della Corte non ha mai capito perché è lì e forse non gli interessa neppure. Visti all’esterno sembrano, volta a volta, amici, confidenti, amanti. Probabilmente sono tutte queste cose e anche qualcosa di più. Ma soprattuto sono entrambi indipendenti come gatti. E soli. Certo, Della Corte ha la madre, ma questo è un altro discorso. Il magistrato si gira per prendere la bottiglia i vino bianco dalla ghiacciaia portatile.

Della Corte sente vibrare il cellulare ma è troppo preso per rispondere. Gli è parso di vedere il riflesso della luce sui vetri di una finestra di una villa vicina. Se lui la vede da lì vuol dire che anche qualcuno avrebbe potuto vedere quel tratto di spiaggia dalla finestra: un possibile testimone oculare! Il fatto è che ora quella finestra sembra chiusa e la villetta disabitata ma sarebbe pronto a giurare di aver visto una luce che si accendeva e subito dopo si spegneva in una stanza della casa. Il giorno dopo sarebbe partito da lì, da quella villetta. Ma ora era Annette che reclama la sua attenzione. Avranno scambiato sì e no tre parole nel tragitto e per un momento sono sembrate a entrambi persino troppe.

La luna disegna sulle foglie degli alberi una gibigiana flessuosa e sensuale come il movimento di una sirena. Una leggera brezza agita il fogliame alle spalle della coppia. Ogni tanto una folata più lunga delle altre lambisce loro i piedi, le gambe, le cosce. La brace della grigliata sembra un fuoco del deserto, il punto centrale di un bivacco assorto e taciturno. Per un attimo a Della Corte sembra di vedere nel volto di Annette il volto della ragazza uccisa a pochi chilometri da lì, la notte prima. Come una sensazione di dejà vu. O piuttosto la replica di un sogno. Sul viso di Annette si profila un sorriso enigmatico e sfuggente, illuminato dalla luna piena (dunque, c’era anche la notte prima! riflette Della Corte). Eppure è lei che sta fumando hashish, non lui. Ma non è certo la prima volta che si scambiano le rispettive sensazioni. Si sognano sognarsi, come in una canzone degli Einzuerstende Neubauten, “Stella maris”…


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