Antonio De Lisa- Antigone, Fedra e le altre

 Antonio De Lisa- Antigone,  Fedra e le altre (Copione)


Personaggi e interpreti

Narratore
Helen Kate, chiamata Katia dagli amici italiani
Tommaso Senno
Prima voce fuori campo
Seconda voce fuori campo
Musicisti



SCENA I

Helen e Massimo attraversano la porta senza battenti. Sullo schermo di fondo immagini delle rovine dell’antica Elea, ma ancora una volta fortemente stilizzate, quasi oniriche.

Narratore– Helen e Massimo sono giunti a Elea-Velia,
accampandosi nella piana sottostante
il castello medievale.
Adagiato mollemente sul bagnasciuga,
Tommaso Serio ha una specie di visione ancestrale,
tra le spume chiassose del mare;
siccome da lì si vedono le rovine di Elea/Velia,
a un certo punto, come in un sogno,
gli appaiono Parmenide e Zenone.
(…)
Parlando di filosofia, pasteggiavano
con un’insalata  con la cipolla fresca,
riempendosi la bocca a vicenda di una focaccetta calda.
Lo sguardo del venerabile grande vecchio seguiva
una linea di fuga all’orizzonte,
verso quella che ora si chiama Punta Licosa,
mentre Zenone era intento a leccarsi le dita.
(…)
Parmenide pensava a un esametro
che non gli era venuto bene
e Zenone si crucciava che non sapeva
scrivere in metro regolare.
La sua mente affilata voleva trovare la logica nella poesia.
Mentre intorno la città antica pullulava
di traffici nell’enorme mercato.

Helen–  Tra tutte le città archeologiche, Elea è quella che mi colpisce di più. Di Paestum vedi la possanza della città commerciale, di Elea puoi solo intravedere qualcosa.

Tommaso Senno–  Era costruita su una collina alluvionale che poi è scesa a valle. Elea è stata sommersa dalla sua stessa terra.

Narratore–  A Elea/Velia non era raro che qualcuno
recitasse a memoria l’intera Iliade e anche l’Odissea.
C’era un angolino nei pressi del porto,
vicino al pozzo sacro,
in cui un emulo di Senofane faceva sfoggio
della sua arte sapienziale.
Chiedeva poco, un obolo o poco più,
e a richiesta recitava accompagnandosi con la lira
un passo scelto o qualcosa a richiesta.
(…)
Parlava un dialetto ionico un poco diverso
da quello della madrepatria, più morbido
e con un maggior numero di vocali.
Molti si fermavano ad ascoltarlo,
soprattutto Zenone era un appassionato,
mentre Parmenide scuoteva la testa veneranda
alle menzogne della poesia.
La sua metrica non indulgeva in sofistiche sottigliezze,
era scabro ed essenziale.

Helen e Massimo si inerpicano su un’erta,
che potrebbe essere rappresentata da una scala in scena.

Narratore– “Ippoi tai me phèrusin”… cominciava lentamente il maestro
e poi, dopo una leggera pausa continuava:
“Oson t’epì tumòs ikànoi”,
diceva Parmenide e quando pronunciava
queste parole Zenone non mancava mai di appoggiargli una mano
riconoscente sulle vecchie spalle
e dandogli la mano lo accompagnava
nell’impervia salita, verso l’agorà e qualche volta
verso l’arcaico anfiteatro, da cui si dominava l’intero golfo.
Da lì Parmenide dominava l’intero mondo del pensiero.
Le sue onde arrivavano fino ad Atene,
alle orecchie del terribile Platone,
che non sapeva come fare a ricostruire tempo e movimento,
dopo la vigorosa negazione eleatica, che nessuno riesce a capire,
nemmeno a spiegargliela cento volte.
(…)
Solo Zenone la capiva: le cose sono eterne,
non nascono e non periscono,
siamo noi a chiamarle in un altro modo.

Helen indica qualcosa a Massimo, che annuisce.

Narratore–  Risalendo l’erta, Zenone volle comprare un cestino di olive nere
da un contadino di passaggio che parlava una lingua strana,
gli esperti lo definiscono enotrio, ma è un nome che non dice niente,
meglio sarebbe appellarlo “sannitico-lucano”.
Il contadino apparteneva a genti rozze e malagevoli,
ma dall’animo buono e dal vigore guerresco:
si conservano ancora le loro gesta
raffigurate negli affreschi delle tombe di Paestum.
(…)
Zenone non capiva che cosa dicesse il contadino,
ma non capiva anche una sua stessa teoria:
se le cose non cambiano, non cambia nemmeno il linguaggio,
che è unico e universale.
Con le olive nere nel cestino e sputando i noccioli
tra i rovi e gli sterpi e qualche masso sotto cui si nascondeva
qualche innocuo serpentello, dunque procedevano,
avvolti in uno stato d’animo di tranquillo benessere.
(…)
A noi sono arrivati frammenti di parole,
non le sensazioni che quella filosofia produceva,
il tacito accordo con l’universo, la calma spirituale.


SCENA II

– L’hai vista la Medea di Seneca che ha messo in scena Tommaso l’anno scorso?

Tommaso, è Tommaso Senno, l’amico fraterno, l’amico di sempre, di professione regista teatrale.
– No, per fortuna.
– Ti sei perso un capolavoro … ci sa fare, è bravo nel suo mestiere.
– A me questa cosa della cosiddetta avanguardia fa venire l’orticaria.
– Interessate … non la chiamerei avanguardia, teatro moderno e basta.
– Non ci siamo, vuole confondere i ruoli, prima mi dice una cosa, poi un’altra.
– Lo spettacolo nasce così, per lui.
– Per me, no!
I giornali avevano recensito positivamente la messinscena della “Fedra” di Seneca con la regia di Tommaso Senno. Non c’è molta gente che si cimenti con testi così ardui e apparentemente anti-teatrali, quindi la novità era stata apprezzata. i critici avevano notato che Senno non aveva modernizzato Fedra, aveva solo fatto emergere la sua insospettata modernità. “Il mostruoso è colpa del destino, l’incesto della coscienza”, dice la Nutrice. Fedra, figlia di Minosse, sì è innamorata del suo figliastro Ippolito, figlio di Teseo. La sua “coscienza” la rende immensamente più colpevole. Colpevole di amare. Quando Teseo tornerà dagli inferi Fedra fingerà di essere stata insidiata da Ippolito e il padre commette il più atroce dei delitti, l’uccisione del figlio, invocando l’opera di Nettuno.
“Ricordati di tua madre”, la supplica la Nutrice riferendosi alla terribile Pasifae, figlia del Sole, sposa di Minosse, che si era accoppiata con un toro e generato il Minotauro. La Nutrice esorta Fedra alla prudenza: “Per qualcuna rimane nascosta, la colpa, per nessuna impunita”. I critici avevano notato che il regista aveva fatto della Nutrice un vero personaggio, il contraltare di Fedra, la voce della sua coscienza ma non in senso banale, la voce del suo inconscio, della profondità del suo senso di colpa. Fedra risponde: “Le so, queste cose, e sono vere, ma la passione mi spinge al peggio. Il mio cuore corre verso l’abisso, e lo sa, e con nostalgia si rivolge, ma invano, ai buoni consigli”.
“L’amore è un dio? Questo lo dice la libidine, che è turpe e complice del vizio”, dice ancora la Nutrice, “Per essere più libera ha dato il nome di un dio alle sue voglie… Il potere di Venere e l’arco di Cupido se li è inventati una mente delirante”. Non c’è una sola battuta a vuoto nella tragedia di Seneca e i giornali avevano sottolineato la capacità di Tommaso Senno di assecondarne l’insita drammaticità. Il lavoro con gli attori era stato svolto in profondità, mesi e mesi di prove su ogni dettaglio. Si trattava di trovare un registro intermedio tra voce naturale e voce impostata. Nella frase “L’amore è un dio? Questo lo dice la libidine…” era necessario sbalzare il primo emistichio dal secondo, differenziarli, renderli persuasivi entrambi.

Questione molto delicata era delineare il carattere di Ippolito. Facile vederlo come un immaturo ragazzo viziato, troppo intento alle sue occupazioni per sentire anche il più piccolo istinto amoroso. Senno era riuscito, sulla scorta del testo di Seneca, a farne venir fuori un’insospettata dimensione “politica”. “Non c’è vita più libera, più pura da vizi, più vicina ai costumi di un tempo, di quella che ama le foreste e rifugge dalla città”, dice Ippolito e sa quello che dice, “non è servo del potere né del potere assetato”. Si sente l’eco dell’esperienza personale di Seneca e bisognava farla sentire, secondo il regista, che in questo luogo particolare della piece fa vedere un movimento di tonache su gradoni senatori, ma solo di scorcio e in ombra. “Che cosa bevono i potenti in quelle coppe d’oro?”.

E’ tutta una questione di ritmo. Questo emerge con forza quando si ha a che fare con scene come quella in cui il Messaggero descrive la morte di Ippolito nella Fedra. Ippolito fa una fine orribile. L’intelligenza della tragedia antica consiste nel fare uccidere un figlio dal padre in maniera indiretta. In realtà è Nettuno che muove l’onda possente che travolgerà Ippolito spargendone le membra su un intero bosco. In questa scena appunto emerge tutta l’inventiva di un regista, che deve muovere l’animo dello spettatore senza cadere nel Grand Guignol, nella dimensione orripilante. E molti riconoscono che Tommaso Senno vi sia riuscito.

FINE


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