Antonio De Lisa- Scena del crimine

Antonio De Lisa- Scena del crimine

Personaggi

Narratore-Voce fuori campo
Mario Misa- Regista
Gabriella Marti- Attrice (nella parte della Madre)
Francesco Guardini- Attore (nella parte del Padre) – Anche Tassista
Sonia Lanfranchi- Attrice (nella parte della Figlia)
Marcello Marra- Attore (nella parte del Figlio)


Scena Prima

Interno, casa del regista

Voce fuori campo– Mario Misa sta leggendo “Running Dog” di Don DeLillo quando sente vibrare il cellulare. Butta giù l’ultimo sorso di cognac e risponde.

Sonia Lanfranchi– Ciao.

Mario Misa– Ehi.

Sonia Lanfranchi– Ti disturbo?

Mario Misa– Macché.

Sonia Lanfranchi– Mi piace il testo di “Onde”… parli di tua madre in quel testo?

Mario Misa– Sì, gliene ho fatte passare di tutti i colori … sto saldando un vecchio debito.

Sonia Lanfranchi– Sembri così scorbutico, ma in fondo sei un romanticone e io mi sto innamorando di te.

Mario Misa– Tipico degli attori …

Sonia Lanfranchi– Cosa?

Mario Misa– Dire una cosa del genere per telefono …

Sonia Lanfranchi– Ahah.

Mario Misa– Dai, vediamoci, voglio uscire dal mio isolamento monastico …

Sonia Lanfranchi– A cena fuori?

Mario Misa– Perfetto!

Voce fuori campo-Tommaso riaggancia con una sensazione che non riesce bene a definire. Sonia è bellissima, calda, accogliente e lo sta aiutando nel lavoro col gruppo. Sta infrangendo il muro di paranoia che si innalza ogni volta che Tommaso ha a che fare con una donna. Si sente stressato, incompreso, combattuto da tutti i lati; sente di aver bisogno di un boccata di ossigeno. Quello che sente è semplicemente che gli fa piacere uscire con Sonia. Si fida. Sonia è molto empatica. Resta un fondo di inquietudine, che Tommaso avverte appena qualcuno entra nella zona della sua vita.


Scena Seconda

Cena al ristorante

Voce fuori campo– A cena Sonia è tempestata di messaggi. Non vorrebbe farlo vedere, ma Mario capisce che sono i suoi compagni del gruppo, che la prendono in giro mandandole messaggi su Whatsapp e Facebook. Le chiedono con chi è a cena, inviandole foto di Tommaso che urla a una manifestazione degli Indignados con una smorfia che gli deturpa il viso.

Sonia Lanfranchi– Mi chiedono con chi sono a cena … glielo dico?

Mario Misa– No! (Sovrappensiero)

Voce fuori campo– Sonia non risponde e cancella tutto. Guarda Mario con un lieve espressione di imbarazzo. Mario  è assorto. Beve soltanto. ll vino rosso è eccellente. Uno scrittore americano avrebbe citato marca e anno di imbottigliameno. Mario manda solo giù larghe sorsate; quando si infevora non fa distinzione tra vino e birra, manda giù qualsiasi cosa.

Sonia Lanfranchi– Hai partecipato al movimento degli Indignados? (Stanno scoprendo di avere una cosa in comune, che quando si ubriacano parlano di politica).

Mario Misa– Sì, una cosa grandiosa … “Si no nos dejáis soñar, no os dejaremos dormir” (“se non ci lasciate sognare, non vi lasceremo dormire”), si leggeva su uno striscione il 15 maggio 2011 in una manifestazione del Movimiento 15-M, giornalisticamente conosciuto come quello degli Indignados di Spagna, che segnava la nascita del movimento. Pochi giorni dopo veniva diffuso un documento in cui si leggeva: “Siamo persone normali e comuni. Siamo come te: gente che si alza la mattina per studiare, lavorare o cercare lavoro, gente che ha famiglia e amici. Gente che lavora duro tutti i giorni per vivere e dare un futuro migliore a coloro che ci circondano. Alcuni di noi si considerano più progressisti, altri più conservatori. Alcuni credenti, altri no. Alcuni con una ideologia ben definitia, altri apolitici… Ma tutti siamo preoccupati e indignati per il panorama politico, economico e sociale che vediamo intorno a noi. Per la corruzione dei politici, degli impresari, dei banchieri … Per la condizione indifesa dei cittadini. Questa situazione ci danneggia tutti ogni giorno. Ma se tutti ci uniamo possiamo cambiarla. E’ ora di metterci in movimento, ora di costruire tutti insieme una società migliore.

Sonia Lanfranchi– Lo slogan era bello, l’esito del movimento un po’ meno.

Mario le poggia una mano sulla sua. Forse l’alcol, forse qualcos’altro.

Mario Misa– Come mai una bellissima donna come te non è impegnata con qualcuno?

Sonia Lanfranchi– Lo sono stata, fino all’anno scorso … abbiamo rotto malamente …

Mario Misa– Un attore?

Sonia Lanfranchi– Sì, un attore.

Mario Misa– Perché noi gente di teatro dobbiamo rotolarci sempre nello stesso ambiente?

Sonia Lanfranchi– Lo stiamo facendo anche adesso.

Mario Misa– Una storia dolorosa.

Sonia Lanfranchi– Una storia dolorosa.

Mario Misa– Capisco.

Sonia Lanfranchi– E tu?

Mario Misa– Tutte le mie storie sono dolorose, non ce n’è una che non sia dolorosa.

Sonia Lanfranchi– Perciò hai paura di dormire.

Mario Misa– Forse.

Sonia Lanfranchi– Ma fammi capire, non ti corichi proprio?

Mario Misa– No, non nel letto. Riesco a fare qualche ora di sonno seduto in poltrona, con la testa diritta … ho paura di non svegliarmi la mattin dopo … o forse è un desiderio …

Sonia Lanfranchi– Desiderio?

Mario  Misa– Forse è un desiderio inconscio.

Sonia Lanfranchi– Non sei un po’ troppo fissato con la psicoanalisi?

Mario Misa– Sto ore in chat a parlare con un mio psichiatra, mi racconta quello che succede di giorno nel suo reparto, dice che così mi prapara a familiarizzarmi con l’ambiente in cui presto mi ospiteranno …

Sonia Lanfranchi– Non mi sembra un cosa simpatica.

Mario Misa– Un lacaniano.

Sonia Lanfranchi– Non cambia la prospettiva.

Mario Misa– Mi vuole bene, mi viene a trovare in piena notte.

Sonia Lanfranchi– Quando non riesci a dormire?

Mario Misa– Sì, allora.

Sonia Lanfranchi– Si chiamava Giorgio e ha lavorato con Strehler …

Mario Misa- Chi?

Sonia Lanfranchi– Il mio ex.

Mario Misa– Con Strehler, quindi non è giovanissimo.

Sonia Lanfranchi– Ha cominciato prestissimo la carriera teatrale.

Mario Misa– Bene.

Sonia Lanfranchi– Bene.

Mario Misa– Sei bellissima, più ti guardo e più mi sembri bella.

Sonia Lanfranchi– Grazie.

Mario Misa– Dio, quanto sei bella.

Sonia Lanfranchi– E’ il vino.

Mario Misa– Il vino?

Sonia Lanfranchi– E’ il vino che ti ispira.

Mario Misa– No.

Sonia Lanfranchi– Il vino.

Mario Misa– No, sei tu che mi ispiri.

Sonia Lanfranchi– Sapessi quanto mi ispiri tu. Geniale. Antipatico. Innovativo. Scostante. Dimmi che non è vero.

Mario Misa– Che cosa non dovrebbe essere vero?

Sonia Lanfranchi– Che in tutto questo squallore si aggira uno come te.

Mario Misa– Bah. Io non dormo.


Scena terza

Gabriella Marti– Non ce la faccio più a sentire questa roba (Fa cenno di uscire dalla sala, inseguita dall’urlo minaccioso di Mario che le chiede dove stia andando).

Mario Misa– Cosa? Aspetta un momento, tu vorresti dirmi che non ce la fai più sentire questa roba, gesù, tu sei la protagonista.

Voce fuori campo– Si stanno abituando ai litigi tra il regista e Gabriella, qualcuno alza gli occhi al cielo come a dire – ci risiamo, – qualcun altro ne approfitta per controllare i messaggi sull’iphone. Spesso il vero teatro nei primi giorni delle prove è consistito nei battibecchi tra Mario Misa e la sua attrice principale. Stronzi a puntino tutti e due, in fondo si stimano, ma non si possono sopportare. Mario non è mai riuscito a farle qualcosa come vorrebbe; solo che Gabriella è molto intelligente, lo capisce al volo e prima degli altri. A Mario piacerebbe che facesse qualcosa secondo le sue indicazioni, ma immancabilmente Gabriella gli fa fare delle figuracce davanti a tutti.

Marcello Marra– Possiamo conoscere un po’ la trama?

Francesco Guardini– Sì, infatti, potrebbe essere utile.

Mario accenna di sì.

Sonia Lanfranchi– Nessuno si aspetta di avere da te un copione fatto e rifinito. Sostieni che bisogna improvvisare volta per volta, anche se su una trama abbastanza precisa, che gli attori debbano trovare parole e gesti come se si trovassero su una scena reale, dico bene?

Francesco Guardini– Dici bene.

Mario Misa– Ecco la scena. Sono da poco passate le 14.40 in una città del nord. Qualcuno chiama il 118: ‘Venite, ho fatto una follia’. Chi parla è un uomo di 59 anni, impiegato nella segreteria di un istituto scolastico della città. Subito dopo scende nel portone del palazzo per aspettare i carabinieri. Quando i militari giungono sul posto, guidati da un capitano dell’arma, lo trovano così, stordito e confuso nell’androne del palazzo. L’uomo indica con una mano l’appartamento e se ne rimane in disparte. Nell’appartamento si è da poco consumata un’allucinante tragedia. La porta è aperta. Un ragazzo di 21 anni regge la mano di una ragazza riversa in una pozza di sangue. E’ l’ultimo, disperato, contatto del ragazzo con la sorella, di 26 anni. Anche il ragazzo è ferito, ma solo di striscio a un braccio. La donna è morta, in seguito a tre fendenti al petto e otto sul braccio sinistro procurati con un coltello da cucina con una lama di 30 centimetri.

Francesco Guardini– Pesante, come situazione.

Marcello Marra– Tutto questo sangue …

Mario Misa– I carabinieri fanno subito allontanare il ragazzo, accompagnandolo prima all’ospedale per medicare le ferite, poi per sottoporlo all’intervento di un psicologo. Il ragazzo è traumatizzato, ha visto morire la sorella, tenendole la mano fino all’ultimo respiro. Inoltre debbono avvertire la moglie dell’omicida e madre dei due ragazzi, lavora per un’impresa di pulizie e rincasa tardi.

Sonia Lanfranchi– Ma dove le leggi queste cose?

Mario Misa– La pattuglia rimasta nell’appartamento comincia la ricognizione del caso, i cui tasselli si rimettono a posto uno dopo l’altro. Sono appunto passate da poco le 14.40. Padre, figlia e figlio sono ancora in cucina dopo il pranzo. A un certo punto nasce una lite tra l’uomo e la donna. Non è una cosa tanto normale, visto che l’uomo è descritto dai vicini come un uomo tranquillo e gentile. Ma la lite è scoppiata e presto degenera in un violento alterco, tanto violento che l’uomo estrae con violenza un cassetto della credenza con le posate facendolo cadere per terra. Tra le posate c’è un grande coltello da cucina.

Marcello Marra– Un coltello da cucina …

Mario Misa– L’uomo l’afferra e comincia a infierire sulla figlia, che, in un disperato tentativo di salvarsi, tenta la fuga in un’altra stanza. Il figlio tenta di opporsi, ma nella colluttazione resta anche lui ferito. Ci sono schizzi di sangue ovunque. La ragazza non regge all’ultimo assalto e cade a terra. L’uomo lascia cadere il coltello dalle mani. A quel punto forse si rende conto di quello che ha fatto. Guarda il figlio, anche il figlio lo guarda: “chiama il 118, dice”. E l’uomo, docile, avverte il 118. E’ tutto finito ormai. Resta il mormorio attonito dei vicini, che descrivono l’uomo come gentile ma taciturno e introverso, mentre la figlia è descritta come depressa e affetta da gravi problemi dovuti all’uso della droga.

Sonia Lanfranchi– Tremendo!

Mario Misa– L’uomo viene portato via dai carabinieri: ‘Non mi lasciava parlare, farfuglia, non mi lasciava parlare’. E’ tutto finito , ora, come quella famiglia.

Francesco Guardini– E’ una trama molto splatter, ma mi piace.

Marcello Marra– Che vuol dire “splatter”?

Piace a tutti, tranne che a Gabriella, che dovrà impersonare la madre.


Scena Quarta

Entrano Marcello Marra e Francesco Guardini, con un’aria tra l’ironico e il divertito. Vi trovano Gabriella che traffica con lo smartphone e Mario Misa con il tablet

Voce fuori campo– Nel teatro di posa, durante le prove del film “Krokodil”. All’ora di pranzo il gruppo si sparpaglia per mangiare un rapido sandwich in qualche bar. Tommaso Senno, il regista, apre il tablet e si immerge nella visione del suo film preferito, “1408”, un film del 2007 diretto da Mikael Håfström con John Cusack, Samuel L. Jackson e Mary McCormack. Il film è tratto dall’omonimo breve racconto di Stephen King incluso nella raccolta “Tutto è fatidico”. “Non è che quello che vedo non sia reale, è che non è reale quanto sembra”, dice il protagonista, Mike Enslin che entra in una stanza in cui non dovrebbe entrare, in cui sul display di un apparecchio parte un conto alla rovescia di 60 minuti, che coincide con la prima di una serie di sconvolgenti allucinazioni, che aumenteranno di “potenza”, ogni minuto che passa e alla fine porteranno Mike Enslin a vivere la notte più terrificante della sua vita.

Francesco(Avvicinandosi con un tramezzino in mano) Mi spieghi cosa ci trovi in quel film?

Mario– Ciao, Francesco. E’ uno strano film tratto da uno strano racconto, pieno di citazioni tratte dal mondo del noir. A un certo punto si vede la scritta ‘Psycho’, ‘Dolphin Hotel’ è stato scelto da King in riferimento al Dolphin Hotel presente in alcune opere dello scrittore giapponese Murakami Haruki (Sotto il segno della pecora, Dance Dance Dance), senza contare la numerologia. Mi piace tantissimo.

Francesco– Ricevuto. (Si allontana mordicchiando il suo tramezzino; subito dopo  raggiunge Francesca che si è portata un toast e lo sta mangiando seduta su una poltroncina del teatro) L’hai vista la Medea di Seneca che ha messo in scena Tommaso l’anno scorso?

Marcello Marra– Ragazzi, sui giornali parlano di noi.

Francesco Guardini– Se la prendono col nostro regista, dicono che è un’opera di sciacallaggio quella che sta facendo.

Marcello Marra– Sfrutterebbe un episodio di cronaca nera realmente accaduto per fare clamore.

Francesco Guardini– Senza rispetto per le vittime.

Gabriella Marti– Misa non ha mai avuto rispetto per nessuno.

Marcello Marra– Esagerata!

Francesco Guardini– Bisogna pur prendere le idee da qualche parte.

Gabriella Marti– Voi due siete più pervertiti di lui.

Marcello Marra– Ma perché ce l’hai tanto con Misa?

Gabriella Marti– Storia vecchia.

Marcello Marra– Non è che te la sei presa perché ti ha chiamato a fare la parte dell’attrice principale in una pièce dove l’attrice principale è assente?

Gabriella Marti– Bello stronzo!|

Francesco Guardini– Ma perché hai accettato?

Gabriella Marti– E’ stata la mia agenzia, non si poteva rifiutare.


Scena Quinta

Voce fuori campo– Come faccia a discutere con la musica nelle orecchie nessuno l’ha mai capito, ma per Mario Misa è un punto d’onore, discutere la trama dello spettacolo con gli attori. Sono loro la sua “voce”, ma per questo debbono entrare nel testo, farlo proprio, farci l’amore.

Sonia Lanfranchi– Mi sembra troppo pieno di simboli: il padre che uccide la figlia, il rifiuto di questa generazione da parte di quella di mezzo, l’odio che nasce nella normalità.

Mario Misa alza di scatto il viso e la guarda, assorto e interessato.

Mario Misa– Padri e figli. Che roba è? Potrebbe andare?

Francesco Guardini–  Più che simbolica, la trama mi sembra troppo realistica, ma la scena del coltello da cucina che si alza sulla ragazza è convincente.

Mario Misa–  Franceso interpreterà la parte del padre, Marcello la parte del figlio,  Gabriella la madre, Sonia la figlia uccisa. Ma questo è solo lo schema di base, poi ci sono altre situazioni.

Gabriella Marti– Oddio! C’è anche altro?

Marcello Marra– Con Mario c’è sempre altro.

Francesco Guardini– Sono proprio curioso …

Mario Misa– La digressione è fondamentale (Si allaccia le scarpe da jogging, mentre il cast lo segue di malavoglia, sbadigliando e imprecando (in silenzio).

Tommaso sta portando tutti nel parco vicino al teatro per una seduta di ventilazione. C’e chi sfoggia tutine alla moda, altri delle cose che somigliano a degli stracci. La mattinata prevede esercizi nel parco, il pomeriggio la visione dell’opera completa del regista lituano Eimuntas Nekrošius. Forse non proprio completa, forse solo uno spezzone significativo. Tommaso vuole mostrare come ci si muove sulla scena. Non debbono necessariamente imitaro, solo capire l’importanza di certi movimenti.

Gianfranco Stoti è incaricato di portare il radione con incorporato il lettore Cd che ha anche l’entrata Usb per la pen drive. La prima parte degli “esercizi” consiste in una variante dei consueti esercizi di improvvisazione, con una particolare attenzione all’interazione degli attori. Tommaso prepara degli schizzi, insieme ai materiali grafici per lo spettacolo che deve mettere in scena, decine di fogli pieni di scarabocchi, sigle, abbreviazioni, citazioni, disegni, volti. La sua è una particolare concezione di improvvisazione controllata, una teoria del campo teatrale. Pensa che sia necessario un plot abbastanza preciso per aiutare lo spettatore ad entrare nel dramma, ma ritiene che quelle degli attori coinvolti siano in realtà delle digressioni sul canovaccio. Lo spettacolo cambia di volta in volta a ogni rappresentazione, anche se non di molto. Tommaso pensa che in questo modo il testo respiri con lo stesso respiro degli attori.

Gabriella mugugna per tutto il tragitto, riempiendo la pazienza di Francesco di sospiri. Non le piace fare quel genere di esercizi, ritiene che non siano degni dell’Accademia di arte drammatica, che non siano accademici, appunto. E’ stata educata al metodo Stanislavsky e non capisce o non vuole capire tutte quelle innovazioni, quei movimenti inconsueti, quella musica che disturba la recitazione. Vuole che sia teatro, non musica. Sonia e Mariangela invece accettano di buon grado il “metodo Senno”, ne intuiscono le profonde possibilità, sono curiose. Anche se non hanno mai lavorato con il regista fino ad ora, sono aperte alle sue intuizioni. Questo è il primo spettacolo che Senno prepara con quella compagnia, che è organizzata in forma di cooperativa.

La prima serie di esercizi va fatta a coppie, sulla base della musica di Daughn Gibson, “It Wants Everything”. Quando è uscito questo pezzo un giornale specializzato (“Mucchio selvaggio”) ha parlato di canzone “inebriante”: “La voce calda e profonda del songwriter americano dà corpo e anima a immagini che potrebbero uscire da una Bibbia riveduta e (s)corretta da un Joe R. Lansdale, tra morti felicemente dissanguati, stanze d’albergo che si trasformano in paradisi, chiamate che corrono sulla linea telefonica”. I primi attori che entrano in scena sono Antonio e Sonia.


Scena Sesta

Mario Misa– La musica, la musica, ascoltate la musica. Tutti giù!

Voce fuori campo– Il gruppo si dispone sommariamente a cerchio per terra. Per Mario non è neanche concepibile sedersi a un tavolo per una “prima lettura”. Non c’è niente da leggere, si tratta di entrare nella parte dalla sua “zona oscura”. E attacca l’iphone all’amplificazione dell’impianto. Debbono sentire la musica. L’interno borghese, la vita di una famiglia media; poi entrare nel’inferno mentale e fisico della ragazza. Tragedia greca, linguaggio crudo, gli incontri con gli spacciatori, il degrado del corpo, la sua vita da zombie.

Francesco si alza, attirando l’attenzione di tutti. E’ ispirato.

Francesco Guardini– E’ partita la musica,  la sento. Sto entrando in casa, mio figlio è attaccato al monitor di un videogioco. Lo saluto, ma lui non risponde. Anzi, sembra quasi spaventato …

Mario Misa– Ottimo (Sussurra, con gli occhi bassi, che sta cominciando ad avere la “visione” della scena,  persuasivo).

Francesco continua

Francesco Guardini– Metto a posto la spesa che ho fatto, ogni cosa al suo posto, come in una scena di Cechov realismo borghese dell’Ottocento, con calma, con precisione. Svuoto la confezione di caffè in un contenitore specifico.

E’ la volta di Sonia ad alzarsi.

Sonia Lanfranchi– Sono nella mia camera, sto ascoltando musica in cuffia, perduta in me stessa. Ho sentito i rumori dell’ingresso di mio padre. Vorrei muovermi, ma non posso, ho piaghe dappertutto. Magari mi sento anche in colpa per quella situazione, ma reagisco con protervia e arroganza, non voglio far vedere che sto per morire e che mi importi qualcosa. So cosa mi aspetta. Mi limito a fissare fuori dalla finestra, il cielo è di un grigio compatto.

Voce fuori campo– Mario non alza la testa, si limita ad annuire. Quando se ne accorge, Gabriella introduce un stonatura, volontariamente, per dimostrare che tra lei e il regista c’è incomprensione totale. Allora Mario scatta, diventando cattivo a sua volta. Per tutta risposta Gabriella comincia a civettare con Francesco. Si vede che Mario sta respirando con il diaframma per non fare una scenata. Gabriella è plateale, sfacciata, provocatoria. Mario si chiude in un silenzio buddico. Ma intanto Francesco, nonostante le attenzioni di Gabriella, ha un’idea.

Francesco Guardini– Jim Morrison (mormora).

Mario alza lentamente lo sguardo.

Francesco Guardini‘Riders on the storm’ per la scena dello spaccio.

Mario stringe tutte e due i pugni, ma con le nocche in giù. Gabriella si scosta da Francesco.

Voce fuori campo– Mario dice che forse si potrebbe organizzare la piece su più piani, in parallelo, la casa, il parco dello spaccio, forse la scuola del ragazzo. Gli attori sono soddisfatti che si stia delineando la scena, anche se rimane, sorda e in sottofondo, la tensione per i contrasti che dividono il gruppo.

Mario Misa(Rivolto a Gabriella) Senti, noi dobbiamo parlare.

Gabriella Marti– Non abbiamo proprio niente da dirci e non darti arie alla Lars von Trier.

Mario Misa– Non ci tengo proprio.

Gabriella Marti– Non sembra. E impara a scrivere un copione invece di farlo fare a noi.

Mario Misa– Ecco, vedi, quello che non capisci è la mia idea di teatro. Tu hai nella testa un teatro vecchio, fatto di copioni e di attori che l’imparano a memoria, io no.

Gabriella Marti– Vorresti farci credere che questa sia avanguardia, questo vorresti farci credere?

Mario Misa– Niente del genere.

Gabriella Marti– E allora cosa?

Mario Misa– Ma perché sei così ostile?

Gabriella Marti– Io ostile? Sei tu che sei presuntuoso.

Francesco Guardini(A parte, rivolto al pubblico) Gabriella Marti mette a dura prova la concezione “orizzontale” del teatro che nutre Mario Misa. Per lui non ha senso che gli attori imparino a memoria le battute. Egli crede che la partecipazione degli attori alla nascita dell’idea teatrale sia essenziale. Ma non sembra avere molto successo, la cosa più benevola che gli dicono è che è troppo complicato. Anche Gabriella, quando lo chiama “presuntuoso” forse vuole indicare la stessa cosa. Non sopporta l’ambiguità del suo ruolo da protagonista. Non le è facile accettare quel ruolo in una veste che è il contrario di una “prima donna”. Mario Misa mette in scena protagoniste disperate, piene di problemi, di ambigua affidabilità. Donne d’oggi.


Scena Settima

Nella pausa  Sonia si trattiene con Mario.

Mario Misa– Perché non vai con gli altri?

Sonia Lanfranchi– Voglio restare con te, ti dispiace?

Mario Misa– No, ehm … no.

Sonia Lanfranchi– Sembri imbarazzato.

Mario si stacca la cuffia e la guarda meglio. Sonia  è una gran bella ragazza.

Mario Misa– Do quest’impressione?

Sonia Lanfranchi– Un po’, forse ….

Mario Misa– Sono solo sorpreso che qualcuno mi rivolga la parola, in questo gruppo …

Sonia Lanfranchi– Lo so, ma non devi pensare che siamo così cattivi …

Mario Misa– Neanche tanto buoni …

Sonia Lanfranchi– Siamo dei professionisti, faremo quello che vuoi …

Mario Misa– Questo è il problema.

Sonia Lanfranchi– Non capisco …

Mario Misa– Siete troppo perbenino, non vedo passione per il teatro, fate questo lavoro come fareste qualsiasi lavoro, senza entusiasmo.

Sonia Lanfranchi– Tu, invece, sembri un invasato.

Mario Misa– Per me ogni volta è un nuovo inizio, se no mi annoio, non ho certezze, seguo l’intuito.

Sonia Lanfranchi– Sei una bestia selvaggia, – dice Sona, accostando il viso al suo interlocutore, che non lo allontana.


Scena Ottava

La troupe sta inaugurando la seconda settimana di lavoro. Nella prima ha assimilato il metodo di Misa; ora si entra nel vivo della preparazione dello spettacolo.

Mario Misa– Avete presente la scena dell’accoltellamento in cucina? Bene, ho pensato di movimentarla.

Francesco Guardini– In che modo?

Mario Misa– Dobbiamo montare uno schermo su un lato della scena. Quello schermo noi fingiamo che sia lo schermo della televisione nella ‘casa del dramma’. Si debbono vedere contemporaneamente il figlio impegnato nel videogioco, la figlia a letto, che fissa il soffitto, la televisione accesa in cucina, che manda immagini delle recenti rivolte razziali a Ferguson e Baltimora. Il sottofondo musicale è costituito dalla musica degli Algiers. Nella scena clou dell’accoltellamento alziamo il volume della musica e mandiamo ‘Blood’.

Marcello Marra– Interessante!

Sonia Lanfranchi– Bello!

Francesco Guardini– Notevole!

Mario Misa– Anzi, no …

Gli occhi si alzano al cielo.

Mario Misa– Gli schermi saranno tre, uno per la televisione che è in cucina, l’altro è quello del videogioco del figlio, il terzo è il televisore che è in camera della figlia e trasmettono contemporaneamente, anche se a basso volume, mi interessa il frastuono delle immagini.

Francesco Guardini– La cosa si complica.

Mario Misa– E noi gireremo anche un videoclip, che serve a intercalare le immagini dei gruppi musicali.

Gabriella Marti– Oddio!

Marcello Marra– Eh.

Gabriella Marti– Ma quanto ci metteremo?

Voce fuori campo– Avevano sentito parlare dalla voracità multimediale di Misa, della sua idea di “teatro totale”, ma non pensavano che si sarebbe spinto fino a questo punto. Ma lo spettacolo rischia veramente di diventare una bomba e non capita tutti i giorni di partecipare a uno spettacolo-bomba.


Scena Ottava

Mario Misa- Hai portato la roba?

Marcello Marra- Non pensi di stare un po’ esagerando? … ma senti, lo dico per il tuo bene, io ci guadagno …

Mario Misa- Ne ho bisogno, mi serve per dormire…

Marcello Marra- Ma ne prendi in dosi da elefante.

Mario Misa- Le notti si allungano, il tempo non passa, è come restare in piedi sotto le luci al neo di una macelleria.

Marcello Marra- Lo capisco, ma così ti uccidi.

Mario Misa- Potrebbe essere una soluzione.

Marcello Marra- Senti, te ne darò fin che ne vuoi, ma stai attento ..

Mario Misa- Ne vale la pena?


Scena Nona

Francesco Guardini– Disturbo? (chiede, accorgendosi che nella stanza sono rimasti Tommaso e Sonia).

Il più imbarazzato dei due è Mario, che balbetta un diniego affrettato, sollevando la schiena.

Nella stanza risuona a basso volume un blues strascicato.

Dopo un attimo l’imbarazzo si dissolve, ma Francesco pensa bene di togliere il disturbo.

Sonia Lanfranchi– Perché hai sempre quegli affari negli orecchi?

Mario Misa– Mi difendo dal mondo.

Sonia Lanfranchi– Ti fa così paura?

Mario Misa– No, ribrezzo, non paura.

Sonia Lanfranchi– Come sei drastico … (mormora riaccostando le labbra al viso di Mario. Ha un profumo bellissimo).  Mi ricordi il personaggio dell’ispettore Gordon Cole in “Twin Peaks” di David Lynch …

Mario Misa– Perché?

Sonia Lanfranchi– Ha sempre le cuffie che gli coprono le orecchie. Penso che la vostra motivazione sia la stessa … vi coprite le orecchie per non sentire, come i bambini.

Mario Misa– Non ci avevo mai pensato. Conosci i film di David Lynch?

Sonia Lanfranchi– Lo adoro.

Mario Misa– C’è sempre un’anima buona nella mia vita che mi viene a salvare nei momenti opportuni.

Sonia Lanfranchi– Il tuo angelo?

Mario Misa– Sì. Chissà se il mio angelo riuscirà a farmi passare la paura di dormire.

– Hai paura di dormire? Perciò sei sempre così stravolto.
– Clinofobia. Ora un musicista olandese ha dedicato un intero cd a questo problema, si intitola ‘Hypnophobia’.
– Davvero’.
Tommaso inserisce il dischetto nel lettore e al clic di avvio si siede di nuovo nella posizione di prima, molto vicino a Sonia.
– Paura di dormire? Un dramma … a me piace moltissimo dormire …
– Si vede dal tuo aspetto, quieto e rilassato.
– Sì, però so essere anch’io una strega.
– Non dubito.
– Ma solo in casi eccezionali.
– Non vorrei trovarmi in una situazione del genere.
– Non temere … vieni qui …
– In che cosa consiste questa malattia, la clinofobia? Ti sei fatto vedere da qualcuno?
– Oh, sì.
– Come si presenta? Cosa dice il medico?
– Come si presenta? Con una quantità di sintomi: sensazione di soffocamento, vertigini, bocca secca, sudorazione eccessiva, nausea, tremore, aumento del battito cardiaco, incapacità di parlare o di pensare in maniera chiara, paura di morire, impazzire o di perdere il controllo, sensazione di distacco dalla realtà o forte attacco d’ansia.
– E cosa dice il medico?
– I medici, gli psicologi a cui mi sono rivolto, dicono che la causa remota è un evento accaduto nel passato e che la motivazione che lo attiva è un’ossessiva paura di morire.
– Il sonno come una piccola morte.
– Proprio così.
– Conosci quella canzone degli Einstürzende Neubauten, ‘Stella Maris’?, – chiede Sonia, sbottonandogli la camicia.
– Sì, stupenda, l’ascolto leggendo racconti di cronaca nera.
– Ah, non avevo mai fatto questo accostamento …
– La notte è lunga.
– Questa notte ci sogneremo sognare.
– Lo sto già facendo in questo momento.
– Questo non è un sogno.
– Tu sei un sogno.
– Potrebbe essere un sogno pericoloso.
– Il teatro è pericoloso.
– Il teatro ruba l’anima.
– Noi siamo solo ombre di scena.
– Ombre fuggitive.


Scena Decima

Voce fuori campo– Quando esce dal teatro Tommaso riesce a prendere a volo un taxi e si ritiene discretamente fortunato, è l’ora di punta, c’è traffico. Ma c’è un piccolo inconveniente: il taxi sta per essere inseguito da un’auto dei vigili urbani perché risulta abusivo. Il tassista scatta nel traffico, rischiando di travolgere una comitiva di giapponesi.

Tommaso– Ma cosa fa, è impazzito? – chiede un Tommaso allarmato.

Tassista– Dotto’, tocca darsi da fare …

Tommaso– In che senso?

Tassista– Lei ce l’ha una famiglia?

Tommaso– No.

Tassista– Ecco, vede, non può capire …

Tommaso– Ma si fermi!

Tassista– Così quelli mi fanno la multa … no, li dobbiamo seminare …

Tommaso– Seminare? Ma dove pensa di essere, in un film americano?

Voce fuori campo– Il Muro torto scorre sotto gli occhi di Tommaso come in un cinerama accelerato e avverte anche una sensazione di nausea. Il tassista scarta troppo bruscamente. Ogni tanto l’autista lo guarda nello specchio retrovisore e ride, evidentemente orgoglioso della sua abilità nella guida.

Tassista– Mi chiamo Giovanni, piacere!

Tommaso– Tommaso, piacere!

Tassista– Bel nome.

Tommaso– Le piace il mio nome? Allora si fermi …

Tassista– No, guardi, non si può.

Tommaso– Ma dove mi sta portando?

Tassista– Fin dove non vedo più i vigili …

Tommaso– Potremmo arrivare fino a Firenze, in questo modo.

Tassista– Non si preoccupi, la riporterò indietro.

Tommaso– Se non ci arrestano.

Tassista– Ma dico, lei mi ha guardato bene?

Tommaso– Perché?

Tassista– C’ho la faccia di uno che si fa arrestare?

Voce fuori campo– Tommaso lo guarda con più attenzione. In effetti, ha qualcosa di sinistro; non si capisce bene cosa, ma qualcosa di losco ce l’ha. Poi riviene fuori l’intellettuale di sinistra (con sensi colpa) e si dice che solo perché è un fuorilegge non dovrebbe essere giudicato a priori. Anzi, bisogna considerare le circostanze attenuanti. Ha detto che ha una famiglia, deve pur fare qualcosa per vivere. Anzi, Tommaso, guarda, sarebbe anche disposto a giustificarlo anche se fosse un ladro, anche se lo rapinasse alla fine della corsa. Non è giusto che la gente debba fare qualsiasi cosa per vivere. E’ una società profondamente malata. Ora guarda Giovanni con una maggiore accondiscendenza.

Tommaso– Quanti figli ha?

Tassista– Tre.

Tommaso– Grandi?

Tassista– Si, sulla trentina.

Tommaso– Lavorano?

Tassista– No. Lavoro solo io in famiglia.

Tommaso– Sono sposati.

Tassista– Due. Il terzo no, è appena uscito da galera.


Scena Undicesima

A casa di Mario Masi, Francesco Guardini ficca il naso nella sua collezione di Long playing.

Francesco Guardini– Sembra che ti piacciono i Rolling Stones.

Mario Masi– Un mio amico aveva tutti i dischi dei Rolling Stones e una cultura mostruosa su di loro. Ogni pezzo che riascolto è un pezzo di memoria dei nostri ascolti, dei nostri viaggi, delle nostre letture e delle nostre… avventure. “Let’s Spend The Night Together” lo gettonò in un bar durante un nostro viaggio in moto: io mettevo la moto, lui i dischi. Insieme, le ragazze. Il patto con il diavolo di Mick Jagger. Bisogna averle vissute certe scene di concerti. Per chi non c’era il rock è solo un’etichetta. Li senti e pensi: ma questi sanno suonare? Ovviamente no, con certi parametri, ma è musica con altre, più articolate, prospettive. E forse è questo quello che conta. Poi, c’è l’ambiance, l’ambiente. Perché si fa e si ascolta musica? Per stare insieme. Non c’è frontalità borghese. Piuttosto un’orizzantalità dove ciascuno fa quello che vuole.A me piacciono i pezzi veloci dei Rolling Stones.

Francesco Guardini– Veloci, pieni di energia, sessualmente deflagranti, socialmente devianti, insopportabili alle orecchie dei benpensanti. –

Francesco Guardini– E questo cos’è? Lou Reed.

Mario Masi– I suoi dischi si possono leggere come il Grande Racconto Americano, ogni album un capitolo, in ordine cronologico, l’ha detto lui stesso. Lou Reed ha inventato – con la fondamentale collaborazione di John Cale – un nuovo mondo musicale facendo collidere rock ed avanguardia in piena era “flower power”. Se musicalmente è partito dal doo -wop e dal Rock and roll, nei suoi testi la prima e più duratura influenza è quella del poeta Delmore Schwartz. A metà degli anni Sessanta incontrò il musicista gallese John Cale, violista di formazione classica che studiava col compositore minimalista La Monte Young. Nacquero i Primitives, nucleo essenziale di quelli che diventeranno poi i Velvet Underground. Era il 1967, gli altri inneggiavano a peace & love, lui recitava la sua ode all’eroina («it’s my wife and it’s my life», Heroin) e allo spacciatore («Ìm waiting for my man, got 26 dollars in my hand», Waitin for the man).

Mario fa rotolare il disco con “Walk on the Wild Side” nelle mani.

Mario Masi– La sua “Walk on the Wild Side” fu il manifesto di una generazione. Il Wild Side era praticamente un inferno:

Holly viene da Miami (Florida)
In autostop attraverso gli USA
Sfoltendo le sue sopracciglia per strada
Depilandosi le gambe lui diventò lei
Lei dice, Hey bambino
Fatti un giro nella zona selvaggia
Lei disse, hei dolcezza
Fatti un giro nella zona selvaggia

[ …]

Jackie é completamente fatta
Per un giorno pensava di essere James Dean
Allora ho capito che presto si sarebbe schiantata
Il Valium l’avrebbe aiutata
Diceva, Hey bambino
Fatti un giro nella zona selvaggia
Dicevo, Hey dolcezza
Fatti un giro nella zona selvaggia
E le ragazze di colore fanno do doo do doo…


Scena Dodicesima

E’ il momento della prima. Il teatro è pieno, l’occasione importante

Voce fuori campo– Sta per succedere qualcosa, di cui ancora non si intravedono confini e conseguenze. Ma perché diciamo questo? Perché abbiamo visto il regista in condizioni non buone. Si aggirava pallido come un cencio tra i camerini degli attori. Gabriella ha dovuto chiamare un inserviente per farlo allontanare. Chiaramente al regista sta succedendo qualcosa. Gli attori stanno imrpovvisando le loro parti, come su un canovaccio seicentesco. Si capisce che sono parole non loro, rimasugli di vecchi copioni mandato a memoria, scene già viste, già vissute.

Gabriella Marti– Quest’orrore che sta macchiando le nostre vite non potrà essere redento.

Francesco Guardini– Non so cosa mi abbia preso, che cosa ha guidato la mia mano, sono perduto …

Marcello Marra– Io dismetto il nome di figlio, di figlio tuo, come un vestito usato …

Francesco Guardini– Ne ho perso il diritto … chiamate i carabinieri …

Entra in scena il regista, pallido come un fantasma shakesperiano, un Banquo che compare al desco di Macbeth …

Mario Misa– Non doveva andare così, quel quarto d’ora ha segnato l’implosione …

Gabriella presagisce che Mario stia per non sentirsi bene e gli si avvicina.

Gabriella Marti– E’ tutto finito adesso, potrai dimenticare l’accaduto e finalmente dormire.

Il regista si avvi, tremante, verso il proscenio, poi torna indietro, smarrito, crollando tra le braccia di Gabriella.

Gabriella Marti– Conoscevo la sua storia, l’origine della sua paralisi. Da piccolo ha vissuto una scena di violenza familiare, da cui la sorella è uscita con gravi problemi psichici. In cura da anni da uno psichiatra, è l’unica persona a cui abbia voluto veramente bene. Non ne ha voluto a me,  che pure l’ho amato. Solo ora lo raccolgo tra le mie braccia. Solo ora posso dire di averlo conquistato. Ora che potrà dormire.

SIPARIO


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