Antonio De Lisa- Lampi di un sassofonista errante sulle coste tirreniche

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Antonio De Lisa- Lampi di un sassofonista errante sulle coste tirreniche

Sono in vacanza. Ma non so che avverbio aggiungere: finalmente, felicemente, svogliatamente? Sono in vacanza, ma comunque continuo a svegliarmi presto, come al solito. L’unica differenza è che qui gli esercizi musicali mattutini li faccio su un terrazzo e non in camera. Ma è troppo presto, devo suonare bassissimo per non turbare il sonno del prossimo. Guardo lontano, suonando, e penso. Penso alla ricetta dell’antipasto di mare che ho mangiato ieri, me l’ha elencata la cameriera: sul salmone va la menta, sul pesce spada l’aceto, sulle alici delle striscioline d arancia sbucciata. Ottimo, devo dire.

I sassofonisti che conosco, quelli veramente bravi, dicono che il sax può suonare dolcemente come un clarinetto, ma anche in maniera brutale come un trombone. Tutto dipende dal labbro, dalla sensibilità e dalla pressione del labbro per far vibrare un pezzo di canna. La musica, per quanto possa essere andata avanti, ha qualcosa di primitvo addosso, che le rimane attaccato. Un pezzo di canna. E le migliori si trovano al sud della Francia. Non è strano, che per far vibrare un assudo meccanismo di chiavi e chiavette ci voglia un pezzo di canna?

Mia moglie ogni tanto viene a controllare per accertarsi che non disturbi il prossimo con suoni molesti. E’ convinta che si può cominciare a suonare dopo le nove; ma non le ho chiesto perché “dopo le nove”. alle otto e mezzo, no? Devo guardare il cronometro. Allora diteggio senza suonare: come un palombaro in debito di ossigeno. Le mie scale preferite sono quelle con un fottio di diesis e bemolle, per suonare le quali bisogna chiudere e aprire un casino di chiavi, a destra e sinistra della strumento. Infatti, vibra e si scuote come una sirena innamorata. Ma non troppo, se no lo strumento perde l’asse e la colonna d’aria esce come uno spruzzo di totano, non come una controllata signorina di buone maniere.

Una musica dolce pervade il meriggio profumato di salsedine nella pineta degli Illicini a Maratea, nella tremolante ombra degli alberi screzuata di raggi riarsi e assetati. E’ l’ora dei miracoli diurni, quando le ombre della mente fanno filtrare l’eco di una quieta accettazione di tutte le cose che esistono. Sulla rupe fratornata da mille marosi il tempo rallenta, la brezza lieve e gentile cura le anime, il mondo sonnecchia ai confini della coscienza. La musica portata da lontano culla i pensieri.

Da dove sto in questo momento il silenzio amoreggia con lo sciabordio delle onde sulla costa. E’ un amore leggero, incantato, partecipe. Ti fa venire voglia di pertecipare, anche se da lontano, quasi di nascosto. E’ incredibile quanto la natura riesca ad essere “artistica”: o è solo un capovolgimento di prospettiva. La notte si fa complice e copre di veli discreti gli amori furtivi. Il mare lascia sprigionare la seduzione dei richiami, ammalianti.

Quando mio padre si tuffava con i suoi amici, nelle acque del Cilento degli anni sessanta, questa operazione la definiva: “prendere il bagno”. Li guardavo incantato sulle sabbie dorate della costa del sole, sfiorata dalla brezza spumeggiante di mare. Loro “prendevano il bagno”. Ad Ascea negli anni sessanta aveva costruito le sue ville la borghesia intellettuale napoletana, compositori e musicisti (Jacopo Napoli, Cece), arheologi, architetti, medici. Questi giovani esponenti della nuova Italia prendevano il bagno, con le nuove utilitarie FIAT e Lancia parcheggiate sul lungomare. E le ragazzine cominciavano ad essere meno arcigne e più disponibili, mentre da un lido filtrava la musica di “Dio è morto”.

Ieri sera siamo stati ospiti della barca di certi nostri amici, a pesca di totani, nelle acque di Maratea. Non è che io ami la pesca, amo il mare e qualsiasi pretesto è buono per una traversata. Poi, il mare di notte è incantevole, misterioso e plumbeo: una roccia liquida. All’imbrunire il traffico nel porto è sostenuto, ma la nostra barca sscivolava quieta sulle acque dai colori cangianti. Avevo portato un lettore CD, con la musica bassa e ammaliante. La costa punteggiata delle prime luci si esibiva come su una passerella di bellezza. Le operazione strettamente pescatorie le ho affidate ad alti, con un braccio proteso a solcare la supeficie delle onde, a toccare la materia, sentire la sua pressione sulle dita. Mi sono detto che se le cose fossero andate male quando sono stato male l’anno scorso queste cose non le avrei potuto più gustare. Mai più. E allora questo contatto lo prendo come un regalo. Riconoscente.

Sono appena tornato dal mare con mia moglie. Ho addosso un sale luccicante di sole e sto tardando a farmi la doccia per gustarne ancora il sapore. Mi accingo alla seduta serotina di sax, in cui oltre agli esercizi propongo al mare sottostante il mio modesto contributo improvvisativo (molti miei pezzi sono nati così, guardando il mare). Da lontano giunge l’eo di una canzone che mi sembra di conoscere, ascolto meglio e la riconosco: “Forever young”. Non dovrebbero mandare certe canzoni in certe ore del giorno, perché poi succede che mi commuovo. Quest’anno è tutto antico e tutto nuovo per me. L’anno scorso ero in ospedale, non potevo certo venire a Maratea. E così la ritrovo, adagiata su pendii soleggiati e scoscesi, pigra e primitiva come la ricordavo.

Si può dedicare una canzone di amore sconfinato a un posto, a un paesaggio, a uno stato d’animo? E’ quello che sto facendo adesso, con le prime note di un sax innamorato. Un canto d’amore che sgorga leggero dal cuore, mentre il sole si accinge a intraprendere la sua discesa al di là dell’orizzonte. Solo una certa poesia è riuscita a raccontare i percorsi sulla soglia, solo una certa musica a farceli quasi percepire. Su quella soglia ho indugiato, tanto da far acquistare un sapore diverso a ogni istante della vita.

Quieta è calata la sera, senza un sospiro. L’aria ha la fissità cerimoniosa dell’estate, che in realtà non dura molto, è come una parentesi nella dimensione selvaggia di Maratea, che è la sua più propria. Qui c’è un festival di cinema a cui stiamo per andare, una enclave mondana, ora che mi stavo riabituando alle serate sul terrazzo sorseggiando vino bianco e sognando di musica. I sogni di musica fanno compagnia, ombre fruscianti che apprezzano la profondità della notte, i suoi respiri nascosti, i i suoi gemiti. Il mare è calmissimo.

Questi erano i giorni della trepidazione quando facevo il Maratea Musica Festival e la Scuola estiva di musica e filosofia di Maratea. Attendevamo ospiti da tutta Italia, ospiti prestigiosissimi, poi c’erano i borsisti, neo-diplomati cui davamo una borsa di studio per un corso di formazione avanzato. Cinzia, Barbara e io cercavamo di dare il meglio, organizzandoci sul territorio come un commando. A Maratea non è facile organizzare qualcosa, ma nei dieici anni durante i quali abbiamo svolto il festival le cose sono andate sempre abbastanza bene. All’inizio i corsi si tenevano all’inizio di settembre, poi da un certo punto in poi tra luglio e agaosto.

Stamane il cielo è coperto, la costa cilentana che si vede da lontano è offuscata da un velo azzurrino. Qui le condizioni atmosferiche sono talmente cangianti che non si possono fare previsioni sull’andamento della gornata. Noi ci stiamo preparando per andare dall’altro lato, a Praia a Mare, in Calabria. Abbiamo degli amici da salutare. Faccio qualche esercizio al sax e partiamo. Sto provando un bocchino poco usato fino ad ora, un “Soloist” della Selmer, che costa una cfra spropositata, ma non mi dà soddisfazione, chiude il suono, lo smorza; ma devo continuare a provarlo, prima di passare al solito T25. Quando ci si abitua con una cosa, è difficile cambiare.

Quando qualcuno mi chiede se ho nostalgia dei tempi in cui facevo il Maratea Musica Festival, indugio nella risposta: in realtà, ho molta nostalgia, tanta nostalgia da pensare di poter fare ancora qualcosa con la musica a Maratea negli anni prossimi. C’è però anche l’altro lato della medaglia: il lavoro mostruoso che richiedeva. Non sono mai stato con le mani in mano, ma quando facevo Maratea lavoravo veramente in maniera esagerata. Insegnamento d’inverno, Suola estiva d’estate: un tunnel. Ma se recupero la motivazione necessaria, qualcosa succederà, ancora …

Mi sono procurato maschera, boccaglio e pinne per esplorare i fondali. Giro intorno alla Matrella, approfittando anche del fatto che non c’è molto traffico di barche e motoscafi. Non rischio di essere travolto. Quando si entra in acqua agli Illicini, il fondale appare subito frastagliato, pieno di insenature, dirupi sottomarini, speroni di roccia muschiosa, canali di alghe che volteggiano sotto la spinta delle correnti, che pettinano quel mondo subacqueo immerso in un costante blu-verde opaco. I movimenti del palombaro incantato sono lenti, circospetti. Avendo il boccaglio, non mi lascio tentare dalla profondità, che tuttavia non è molto significativa. Il fondo è ricoperto da campanule di un banco traslucido sfogliate dal flusso incessante del moto equoreo, che accarezza le cime degli strapuntoni disposti in fecondo disordine come a rappresentare un paesaggio scosso da onde telluriche.

Essendo fuori allenamento, ho tutti i muscoli indolenziti, mentre il sole mi ammicca nel suo percorso di immersione nel golfo di Policastro. Nell’immersione personale di stamattina, mi sono riconciliato con gli dei del luogo, che non conoscono riti mondani, ma selvaggie incursioni nel profondo. A Maratea la bellezza ha qualcosa di selvaggio, achetipico, ancestrale. Più sublime, che bellezza, in termini kantiani. E in questo mi somiglia, ci somigliamo. Arte è profondità, non chiacchiera mondana, come la natura selvaggia che si erge dalla terra a voler sfidare il cielo.

Stordito di sole, mare e musica mi accingo a imbracciare il sax per gli esercizi vespertini. Non credo di avere molto fiato, solo sentimento. Forse ce la farò a far arrivare un canto al di là del mare, ma anche se mi rotola ai piedi mi sta bene lo stesso. Mi brucia la schiena, di sole, non mi era mai successo, l’anno di pausa mi ha fatto attraversare plaghe sconosciute e non me ne ero accorto. Stavo andando da un’altra parte e non me ne accorgevo. Ora però sono tornato. Il viaggio ricomincia …

Per una scottatura da sole (non mi succedeva da decenni) stanotte ho stentato ad addormentarmi e ora sono un po’ stordito. Ci attende una giornata di spostamenti e di mare, devo stare in forma. Per via dell’insonnia da dolore di spilli – per la scottatura- mi sono svegliato anche tardi, molto più tardi del solito, scoprendo che in fondo questo bisognerebbe fare d’estate: svegliarsi tardi. Sono stato talmente ingolfato dal lavoro, negli ultimi anni, che avevo dimenticato come si fa. Come si fa a fare cosa? A stare contenti con poco. Il ritmo del lavoro e le sue angosce portano ad allontanarsi sempre più da se stessi, nel tentativo di essere efficienti e non si riesce a staccare neanche d’estate. La via più breve per finire in ospedale. Al contario, sapersi accontentare, di un bagnetto con gli amici, di una tirata tardi la notte, di un pigro risveglio la mattina; riuscire a non vergognarsi di una certa indolenza, con le preoccupazioni (la cura della vita) che volano via come corvi: tutto questo, anche se per poco, ha un effetto lenitivo – se non curativo- sul proprio stato d’animo.

E’ sempre strano accorgersi dello stess accumulato senza averne consapevolezza. E’ un errore che faccio sempre: parto in quarta appena vado in vacanza, con le cose che volevo fare e che non avevo tempo per portare a compimento, salvo accorgermi che sono stanco morto, che non riesco a muovere un dito. Entro in uno stato di trance da cui riesco a uscire solo leggendo libri al di fuori della sfera professionale. Per esempio sto finendo di leggere un romanzo veramente inquietante dello scrittore cinese Mo Yan, che si intitola “Il paese dell’alcol”. Non lo consiglio agli stomaci teneri, ai deboli di cuore, ai palati grossolani. E’ un libro potentissimo, la discesa agli inferi di un ispettore di polizia nella Cina del guadagno facile e del facile arricchimento. Per apprezzare degnamente questo libro, e sfidare se stessi ad andare fino in fondo nella lettura, occorre molta curiosità, molto tempo, molta passione di grande letteratura.

Succede che nelle tue peregrinazioni marateote scopri che un musicista dell’avanguardia americana, Max Neuhaus, a un certo punto si era ritirato a Marina di Maratea, dove poi è morto. E ti chiedi: cosa ci faceva Neuhaus a Maratea? Come l’ha scoperta, a cosa era dovuta la sua decisione di farne il suo ultimo buen retiro? Quando facevo il Maratea Musica Festival di scoperte del genere ne ho fatte in una certa quantità, ma era da tempo che non mi ci dedicavo più. Adoro questo lato di Maratea, quello internazionale, se non sbaglio anche la poetessa tedesca Ingeborg Bachmann ci era passata, ricavandone impressioni non fuggevoli. Questo lato accosta Maratea, sia pure da lontano, a una certa Capri anni cinquanta. Un luogo dello spirito, quasi una enclave.

Ci siamo svegliati stamattina con le notizie di un terremoto di debole intensità nei pressi di Sapri, che è a pochi chilometri da Maratea. Io ho sentito qualcosa ma non potrei giurare che si tratti proprio di quello. La Basilicata è una terra di movimenti tellurici, sconvolgimenti montani, trasformazioni geologiche. Proprio questo stavo pensando stamattina, in vista dello spettacolo a cui andremo stasera, ambientato sul Lago Sirino, nei pressi di Lagonegro. Che c’entra? C’entra con l’immagine della Lucania che è in discussione in questi mesi, in questi anni. Ne vogliono fare un territorio turistico e ne avrebbe anche i numeri, ma qualcuno vorrebbe cancellare la sua peculiarità, che si tratta di una terra di bellezza, sì, ma aspra. Un’aspra bellezza dal fascino abissale, se la si prende per il verso giusto; una terra in cui non c’è niente, se la si prende per il verso sbagliato. Lo spettacolo di stasera si intitola “La madonna del lago”. La tematica non mi fa impazzire, ma l’inizativa di fare uno spettacolo teatral-cinematgrafico su un lago, bisogna ammettere che è interessante. Vedremo.

Stamattina ho preso la via della Calabria, ma è una Calabria breve, fino a Scalea, sotto un cielo cangiante, in un’atmosfera di metamoforsi di caldo carezzevole, non torrido né afoso. La storia della Calabria andrebbe riscritta per intero, al di fuori e al riparo dalla cronaca e peggio ancora dalla retorica. Scalea l’hanno praticamente devastata, sul lato spiaggia, ma il paesino conserva ancora una sua grazia. E pensare che qui ha vissuto Pietro Trapassi in arte Pietro Metastasio, il grande librettista del melodramma italiano. A vederla oggi, Scalea, non si direbbe che abbia un passato glorioso, ma ce l’ha. Il problema della Calabria e di tutto il meridione è che a nessuno interessa più il passato. E forse neanche i futuro. Si vive catafratti in un presente insulso.

Il cielo è grigio stamattina, in questa strana estate. Da lontano si vedono le barche che tornano in porto dopo una notte di pesca. Ho già ricordato che pescare di notte è bellissimo, ma non per la pesca in sé, per il contatto così intimo col mare. E’ lì, sotto di te, protettivo e abissale insieme. Immagino i sentimenti di chi sta tornando a casa, stanchezza, soddisfazione, voglia di un caffé e di una doccia. Anche la sera al porto è bello assistere al rientro delle barche. Andare per mare è una delle attività più stancanti, ti deve proprio piacere, stai continuamente in movimento e la sera al rientro devi lavarla e fare pulizie. Poi, l’aperitivo ghiacciato, a guardare il mondo dall’alto. I proprietari delle barche a vela hanno un comportamento diverso, come di campeggiatori di alta classe, stanno sempre a pulire e rassettare, con i capelli intrecciati in un codino dietro la testa e a torso nudo. Non c’è età per chi va per mare, ma bisogna essere in forma ed esperti. Maratea è un porticciolo di una certa importanza sulle coste del Tirreno meridionale, da qui passa tanta gente.

Ho trascorso le mie estati infantili a Marina di Ascea, nel Cilento campano, dove sto per tornare, dopo la parentesi marateota. Lì si ha un rapporto talmente confidenziale con il mare che tu un asceota non lo vedrai mai sulla spiaggia, sotto un ombrellone, durante le ore canoniche. A mare l’asceota ci va quando gli viene voglia, senza orari, sia pure per bagnare solo i piedi in acqua, come faceva mio nonno, che a novantacinque anni ancora andava in giro da solo con la prospettiva di bagnarsi nel sacro elemento. E’ talmente sacro questo elemento ad Ascea che la processione del patrono, o meglio della patrona, la Madonna di Porto Salvo, si svolge in mare, sulle barche ed è anche abbastanza suggestiva. Gli abitanti di Maratea, alle propaggini meridionali della Lucania antica, invece hanno un rappoto stranissimo con il mare, sembra che per loro non esista neppure. Non a caso, il Cristo di Maratea non guarda il mare, ma le montagne circostanti. E’ da lì che arriva il pericolo, è da lì che si propaga il terremoto.

L’occasione di uno spettacolo, “La signora del lago”, ci ha portato ieri sera sul Monte Sirino, che si trova nei pressi di Nemoli e Lagonegro, nella Basilicata meridionale. L’attraversamento è stato allietato dalla visione di boschi verdissimi e impenetrabili. Mi piace questa invasione di verde, dall’esterno sembra tutto uguale, poi man mano si impara a discernere le sfumature, tanto da far venir voglia di imparare i nomi di alberi e piante. Il lago è veramennte piccolo, ma l’aria è frizzantina. Lo spettacolo di per sé non dice molto, mi dà fastidio soprattutto la recitazione, retorica e lacrimosa. Se c’è qualcosa che mi dà fastidio è proprio questo. Ma il viaggetto è valso a riscoprire luoghi frequentati solo di sfuggita negli anni passati. Sulle cime del Sirino dicono che d’inverno si scia. Varrà la pena farsi una scappata.

Erano due anni che non facevo una nuotata seria a mare. Ho guardato l’obiettivo, la cima della Matrella, e mi sono avviato. All’inizio sono stato un po’ incerto nella bracciata, poco fluido nel movimento rotatorio che favorisce la respirazione. Poi poco a poco ho acquistato scioltezza e fiducia in me stesso. Anche l’assetto di marcia si è stabilizzato, insieme al ritmo della respirazione. Ho sentito scorrere nelle vene una nuova fiducia e nuova linfa nei muscoli. La scia di sole che imbrillantinava il percorso di superficie rendeva più festoso il riflesso sottomarino, che ormai percepivo in tutta la sua ampiezza visto che avevo cominciato ad alternare braccio destro e braccio sinistro, come in piscina. In piscina si ha la linea nera sul pavimento, a mare il cangiante movimento dei raggi del sole che ne bucano la superficie ondulata. I muscoli si stavano liberando dal peso della materia, anche se si sentiva a tratti lo sforzo e il peso del tempo. Nelle arterie fluiva una nuova libertà. Un liquido nuovo. Un nuovo respiro.

Al tavolo accanto al nostro al ristorante degli Illicini prendono posto tre giovani donne francesi. Indaffarato con i miei spaghetti agli scogli non presto molta attenzione, poi pian piano comincio a sintonizzarmi con i loro discorsi. Si preparano a partire per la Sicilia. Sembrano molto affiatate. Nel giro di qualche minuto cucio intorno alla più carina un romanzo lampo. Immagino che conosca un giovane avvenente e costringa le amiche a ritardare la partenza. Mentre lei, che chiameremo Francine, si abbandona agli amplessi sulle rocce color carbone della costa marateota, le altre che fanno? Cosa dicono? Fingono indifferenza? Sono seccate? Francine intanto si abbandona al sole e all’amore. Dai lineamenti sembra che venga dal nord della Francia, magari dalla Normandia, ho conosciuto donne con quelle caratteristiche in uei luoghi. Viene dal lungo inverno nordico e nebbioso e sta incontrando il caldo e l’ebbrezza di una fugace avventura. Le camere degli Illicini non mi sembrano il massimo come alcolve lussuriose. Più romantico immaginare gli amplessi di Francine tra una nuotata e l’altra in un’insenatura nascosta. Ebbra di luce.

Le amiche di Francine prendono posto a uno dei tavoli del lounge bar “Yumara” del porto di Maratea, il posto più alla moda della perla del Tirreno, fingendo di non essere seccate per non essere partite. Hanno preso una macchina a noleggio al loro arrivo all’aeroporto Capidichino di Napoli e per loro ora è facile muoversi in luoghi in cui senza macchina sei finito. Maratea si sviluppa su 13 chilometri di costa, distribuita in piccoli centri, il cui cuore è il bellissimo porto. Ora le amiche di Francine sono lì, al porto, a sorseggiare uno spritz, la cui scoperta debbono a un loro amico veneziano. Non è il massimo, come spritz, come il vino bianco che il giovane e recente amico di Francine sta offendo alla sua amica nella barca ormeggiata nel porto a poca distanza dal bar. La differenza è che le amiche sono inchodate alla staticità sterile della terra ferma, mentre l’amico di Francine sta per togliere gli ormeggi e offrire alla sua conpagna la più romantica delle notti di mare.

Il giovane amico di Francine mette su un cd taroccato dei Led Zeppelin e le chiede di avvertire le sue amiche che stanno pr andare a prenderle. Francine non capisce. Vi porto a una festa notturna in barca, risponde Gian Lorenzo. Francine fa segno di aver capito e manda un messaggio alle sue amiche, che rispondono stupite ed entusiaste. Gian Lorenzo spiega che ci sarà un ritrovo notturno presso la secca di Castrocucco, tutti con le barche, con la musica a palla nella notte avvolgente di Maratea. Wow, fanno in coro le tre francesi. Gian Lorenzo accende lento il potente motore della barca e fende le luci del porto di Maratea verso l’uscita, offrendo preziosissimo vino bianco alle ospiti, che si guardano inotrno ammirate. Il porto, le luci, l’acqua calma, il vino.

Fuori dal porto Gian Lorenzo fa cenno di aumentare il volume della musica, ricevendo un ammicco di consenso dalle tre ospiti, che cominciano a capire tutta la situazione, tutta follemente di loro gradimento. Si sente da lontano anche la musica delle altre barche in avvicinamento. Musica che si innalza nel cielo a sfibrare la notte, illuminandola. Vorticano i segnali con le torce, scorre il vino e la birra, i telefonini si accendono di messaggi. Tutti alla festa. E strana festa si annuncia, vista che si svolge sulle barche. Si immaginano arrembaggi, tuffi vorticosi, scambi di posizioni.

Nella secca di Castrocucco il delirio è comiciato da 29 minuti. La secca è abbastanza riparata da tutti i lati, non si vede quello che sta succedendo ed è meglio non farlo vedere ad occhi estranei. Il delirio va condiviso dagli invitati alla festa. Un passaparola che si sta sviluppando da giorni. Casino alla secca. Ma senzza vederlo, non si capisce. Bisogna esserci dentro fino al collo. E loro ora ci sono dentro, fino al collo, sfiorato da una biondissima tedesca che si sta lanciando in tuffo da un motoscafo. Corpi che guizzano come pesci ebbri nella notte, sollevando la schiuma proteica delle acque.

Quando la cameriera si avvicina con il conto, stento a tornare sulla terra dopo il volo pindarico. Le tre giovani donne francesi sono ancora lì, al tavolo accanto, e sorseggiano un caffè parlando del più e del meno. Si preparano a partire per la Sicilia. Guardo quella che ho chiamato Francine, che mi fa un sorriso facendo un cenno di dieniego con la testa, come a dire che non è vero quello che ho immaginato, non ha conosciuto nessun Gian Lorenzo e non ha vissuto nessuna notte folle. Quando mi passa accanto sussurra: però mi sarebbe piaicuto. Addio Francine, fai buon viaggio.


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