Antonio De Lisa- Il cinghiale Calidonio

Calydonian_hunt

Quando ti attacca un cinghiale sei fortunato se puoi raccontarlo. Ne ho visto uno sulle strade del Pollino attaccare una camionetta della forestale e rovesciarla in un burrone. Era l’imbrunire. I due passeggeri a bordo ne uscirono tramortiti. Uno è finito nel reparto di salute mentale del San Carlo. Lo vede giorno e notte. Un incubo che non riesce a scrollarsi di dosso. Ora sono io ad essere attratto da quel demonio, secondo me è un demonio con fattezze umane. L’ho chiamato Calidonio, come il cinghiale del mito. Lo devo fare fuori. O io o lui.

Calidonio ha una cicatrice su un fianco, come un bandito che ha conosciuto mille battaglie e l’occhio cattivo, da squalo, da predatore. Lo volevo chiamare Moby Dick, ma poi ho cambiato opinione e ora lo chiamo Calidonio e lo inseguo sui tornanti del Pollino. Faccio base a Rotonda e vado a caccia. Quando vado a caccia mi sale la pressione, vedo rosso e in altura è peggio. Ora prendo una pillola per la pressione, ma è inutile perché mi batte forte il cuore. Quando mi batte forte il cuore devo aprire la custodia del fucile di precisione, solo lui mi calma. Qualche volta ho paura di morire, ma non sempre.

A Rotonda alloggio in un albergo all’ingresso del paese, squallido, rumoroso e sporco. C’è una giovane cameriera che fa i servizi e io me la sono fatta. Ora siamo amanti. Ma io non penso a lei, penso a Calidonio. Ci penso anche nei momenti di tenerezza con la cameriera, con lei è una cosa meccanica, è Calidonio che mi fa battere il cuore, la sua ombra, il suo pensiero. Lo vedo scorazzare su per i monti, l’imponente massiccio del Pollino, montagna odiata anche dagli dei, disprezzata dai fantasmi e di strepitosa bellezza. E allora non vedo l’ora che arriva la sera, perché lo devo beccare di sera, di notte, esce di notte il maledetto, perché lui è il diavolo.

A Rotonda non esco quasi mai dall’albergo, passo le giornate a lucidare il fucile da caccia grossa, ci si potrebbe ammazzare un rinoceronte con quello, me lo sono fatto consigliare da un amico cacciatore in Africa, che poi è diventato pazzo e ora non va più a caccia, dorme tutto il giorno. Lui ha ammazzato i rinoceronti, io vorrei ammazzare Calidonio, perché lui mi ha rubato l’anima e la porta a spasso per i sentieri del Pollino e non è bello fare così, non si può rubare l’anima di qualcuno. Io per la rabbia sparo ai cani. Ho molta rabbia, sento questa rabbia che mi fa schiumare, non vorrei avere tanta rabbia. Guardo la televisione per calmarmi, vedo qualsiasi cosa ma non seguo, sono come rimbambito. Il medico mi ha dato una pillola da prendere e io allora ne prendo due alla volta, forse perché ho tanta rabbia e sto male. Bevo anche, poi vomito. Mi si annebbia il cervello dalla rabbia.

La cameriera mi chiede perché ha la faccia così stravolta e io non so cosa risponderle, dice che le faccio paura. Ma io la pago e così sta zitta, si compra vestiti e rossetti con quei soldi. E’ una bella ragazza e non so perché stia lì, forse solo perché è povera. Ma a me non importa niente della cameriera, la guardo appena, mi calma un po’ la rabbia e la tensione, ma solo un po’ perché poi mi viene da vomitare, saranno le pillole che mi ha dato il medico, sto sempre a vomitare, sono anche dimagrito e forse sto per morire e un po’ ho paura. Ma più che altro ho paura del buio, non della morte, del buio, nel buio mi sembra di non avera più una coscienza, sono come nudo, io non mi metto nudo neanche quando sto con la cameriera, lei è nuda ma io no, io devo stare coperto, devo ammazzare, io, devo essere forte.

Mi sono comprato una radiolina per sentire musica accovacciato sulla poltroncina della camera, piena di macchie e di buchi, con un ferro che sbuca dal sedile e che mi entra nella schiena. Quando ho freddo mi copro con una copertina lercia che era stesa sul letto. Sto così accovacciato per ore, ascoltando musica, ma non mi ricordo i pezzi che mandano e non saprei dire neanche se mi piace. Mi culla, la musica. Mi avvolge. Io non voglio essere nudo. Mi alzo dalla poltroncina solo per prepararmi ad uscire, quando scocca l’ora della caccia. Mi viene mal di testa per la pressione arteriosa, la circolazione sanguigna sembra una strada ingorgata. Mi sento un rossore in faccia che devo attenuare con l’acqua gelida del rubinetto. E’ sempre fredda, quell’acqua, perciò non mi faccio mai la doccia e neanche la barba. Penso che se devo morire, è meglio farlo subito, non mi sento tanto bene e sono scontento e certe volte mi chiedo perché sono venuto al mondo. Questo mondo mi è estraneo e io sono un estraneo per il mondo. Un estraneo che vive in un albergo e va a caccia di cinghiali. Quel fucile potrebbe essere una soluzione.

Quando esco dall’albergo nessuno si accorge di me, mi chiedo se esisto veramente e perché sono così invisibile. Dovrebbero almeno vedere la grande custodia del fucile da caccia grossa. Forse sono abituati. La vita del paese scorre ignara mentre mi accingo a salire in montagna, imboccando strade deserte e minacciose. Ci sono pali gialli e neri della neve per indicare l’altezza raggiunta e sono altissimi. Quello è un inferno di ghiaccio, per me, così me lo immagino, invece di scendere all’inferno, io salgo all’inferno. Un oltretomba di infelicità assoluta, forse perché mi sento così nudo e vorrei coprirmi ma non ci riesco e nessuno mi aiuta. Nessuno ti aiuta nella notte mentre sali in montagna. Non ci sono dèi in montagna, si sono demoni, i demoni della montagna, che si fanno sentire ululando nelle gole. Ma se pensano di farmi paura si sbagliano, non mi fanno paura, io non ho paura, solo un po’ di disgusto, infatti vomito spesso e le medicine non mi fanno effetto. Mi piace uscire di sera, andare incontro alla notte e se non dovessi tornare non fa niente, in fondo non m’importa.

Colle dell’Impiso. Questa è la mia base di partenza per tutte le escursioni sui monti superiori ai 2000 metri del Gruppo del Pollino: Colle dell’Impiso, che è sui 1.500 metri o poco più. L’ho capito poco a poco, giorno dopo giorno, andando a zonzo per i pendii. Da Rotonda, dopo alcuni tornanti si giunge a un valico e a un bivio (sulla destra c’è una piccola Chiesetta e sul colle soprastante c’è una statua della Madonna, località Cappella del Carmine. Si va a destra (andando a sinistra dopo 10 km si arriva a Rotonda) per la strada asfaltata che in 15 km supera un fontanile, sale al Colle del Dragone, scende dall’altra parte verso il fontanile del Piano Ruggio, lascia a sinistra il Rifugio De Gasperi e raggiunge in discesa il bivio per il Colle dell’Impiso. Qualche volta mi ci fermo anche a dormire in questi posti, o in qualche rifugio o in tenda. Lo sforzo per montarla mi rilassa e mi fa venire anche fame. Non mangio molto, ma quando monto la tenda, mangio volentieri, pane di grano e prosciutto.

Partendo  da Rotonda salgo al Colle dell’Impiso passando dalla Cappella del Carmine. Qualche volta parto anche  da Viggianello, per variare; raggiungo la base di partenza facendo la strada a monte del paese e seguendo le indicazioni per la frazione Torno, continuo per San Severino Lucano fino a quando incontro il bivio con l’indicazione “Massiccio del Pollino”. Continuo su uno stradino asfaltato che supera un vastissimo altopiano ondulato con pochi alberi (di fronte, come in una visione, compaiono le montagne da scalare). Si entra quindi nella faggeta e in salita si raggiunge il bivio per il Colle dell’Impiso.

Ci vogliono quasi tre ore per percorrere questi i sei chilometri che portano in cima e bisogna farlo di giorno, di notte è pericoloso e talvolta quasi impossibile. Ci si perde facilmente e poi biosgna chiamare la forestale col telefono satellitare, ma quello ce l’hanno solo le guide autorizzate. Una volta mi sono perso, ma poi ho ritrovato da solo la strada. Stavo diventando un uomo dei boschi, un “romito”, uno che scende a valle solo in alcune circostanze.

Un branco di cinghiali ha attraversato la strada, piccoli e maledetti, illuminati dai fari della mia auto. Uno di loro mi ha lanciato uno sguardo assassino ma non era Calidonio. Calidonio è gigantesco, erculeo. E’ lui che cerco, gli altri non mi interessano. Sono salito ancora più, verso la vetta e ne ho incontrati altri. Qualche volta cadono nei burroni e negli strapiombi, e quando muoiono sono beccati dagli uccelli. La vita sul Pollino è una parentesi, il tempo di accorgerti di esistere e sei finito. Ma io ancora no. Accendo la radio, che qui è disturbatissima, non arrivano segnali terrestri tra le gole, tra le ombre dei dirupi. Alberi altissimi infittiscono il paesaggio, cortei di anime perdute che intonano inni di abbandono. La strada che sale si restringe per via della neve ancora integra ai bordi, neve lercia che lascia scorrere rivoli a valle su cui slittano gli animali, rotolando a tratti sull’asfalto.




Categorie:A20.03- NARRATIVA / Smarrimenti e altri racconti meridiani

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