Antonio De Lisa – Artes alit

Antonio De Lisa – Artes alit

Quando si esce dalla biblioteca di quell’università occorrono diversi minuti per ambientarsi in un diversamente chiassoso oriente mediterraneo. Un carrettino che vende cd taroccati lascia sprigionare dalle casse una musica disperatamente melodrammatica, che tuttavia non guasta nel sole caldo che penetra nella via; non una via qualsiasi, bensì “questa” via, il Decumano maggiore, cioè Spaccanapoli. Ha perso da secoli immemorabili la perfetta geometria della neapolis greo-romana, dopo aver assaporato le orme di tutti i popoli possibili, che tuttavia solcano la strada, in una polietnia governata dalla suprema saggezza del Dio Nilo. Qui niente efficientismo da Expo, nessun ruggito xenofobo, solo la temperatura accogliente di una metropoli mediterranea. Solo la protervia della camorra può disturbare questo mondo: imperdonabile suicidio di una civiltà.

La  madeleine prediletta di Oktober, che a Napoli ha fatto una parte del liceo, si manifesta di solito davanti al cinema “Modernissimo”, in una traversa di via Toledo. Quello non era solo “un” cinema per  liceali adolescenti dei primi anni Settanta. Quella era un’alcova, nemmeno un cinema. Luogo di perdizione inenarrabile. Buio da pomiciata totale, quando si riusciva. Cominciava prestissimo, nelle prime ore del pomeriggio e nessuno è mai riuscito a stabilire con esattezza quando finiva. Ci andavano in tre, o meglio in sei. Con posizioni strategiche prestabilite. Mai lasciare niente al caso. E non importava quale film dessero (anche se amavano il cinema): poteva essere anche una pellicolaccia di Franchi e Ingrassia. Contava il magico buio della sala e si poteva persino fumare.

Artes alit umbrata quies: le arti fioriscono nella quiete ombrata. No, non è una frase tratta da un prontuario di latino. Era la scritta che compariva sotto lo stemma dell’Istituto Collegio “Francesco Denza” di Napoli. E allora? Allora in quell’Istituto Oktober ha studiato per cinque, lunghi anni, l’ultima parte delle medie e una parte del liceo. Cinque lunghi anni alla Discesa Coroglio, 9 (da noi ribattezzata Discesa Cordoglio). Napoli, ultimi anni Sessanta, primi Settanta.

Il Denza era una scuola di élite, l’aristocrazia borghese delle classi medie del Sud. Avrebbe dovuto essere contento, invece era scontento. Giocava forsennatamente a pallone per non pensare. Ha decine di pagine di appunti su quegli anni. E se pensava, pensava alla rivoluzione. In un collegio di preti. Pensate alla contraddizione.
Gli vengono in mente gli appunti del “Denza” (1968-73). Già quando vi studiava la città era molto congestionata, ora è peggio. Ha cercato strade altrove, ma anche l’Italia è molto peggiorata. Una speranza che ha l’apparenza di un velo trasparente è quella di andarsene senza andarsene. Il contatto con l’Oriente non è una via di fuga, è un possibile percorso per non morire invecchiando. Già ora è molto intenso, ma ancora poco. In pensione non ci vuole andare.

Un gruppo rock palestinse, Khalas, si sta unendo a un gruppo israeliano, Orphaned Land, per una tournée in Europa. La musica rock come terreno di intesa fuori dai rispettivi integralismi e fondamentalismi?  A Oktober l’arabo piace per il suono. Ma anche certe forme espressive sono molto belle. E poi c’è l’universo musulmano in gioco. E qui entrano in gioco le intuizioni dello storico. La storia, specie quella futura, passa da lì. Ma il vero intrigo è la filosofia arabo-musulmana. Un mondo a parte. Migliaia di scritti in cui nessuno ci capisce niente. Ma di cosa parlano? Di Dio, o dell’essere? O della liberazione in vita? Avete presente gli scritti di San Tommaso? Ebbene, mischiatelo con Meister Eckart e avrete un’idea di uno scritto di filosofia araba.

In un paese del Cilento, dove Oktober passava le vacanze da piccolo, c’era un posto ai margini del paese: lo chiamavano “quartiere arabo”. Sua madre le prime volte gli proibiva di andarci, cosa che fece di quel quartiere la meta dei suoi pellegrinaggi proibiti. Che ci sarà mai nel quartiere arabo? Ci sono gli arabi? Qualcuno, forse sì. Chissà da quanto tempo era lì, lui e la sua famiglia, dalle invasioni saracene? Probabile. Era uno strano contrasto. Le rovine di Elea da un lato, il quartiere arabo dall’altro. E’ cresciuto al suono di queste sirene. E in realtà non ha mai studiato altro, se non di passaggio: mondo greco e mondo arabo. Si torna sempre da dove si era partiti.

Nel corridoio dei docenti di arabo e islamistica campeggia la pubblicità di una mostra: “She who tells a story” raccoglie il lavoro delle più significative fotografe provenienti dal Medio Oriente. Provenienti da società conservatrici e dominate dagli uomini, queste artiste si concentrano sull’utilizzo dell’immagine per diffondere riflessioni sull’identità e sul genere. Sono immagini provocatorie, che spaziano dal fine art al reportage. Ma che suggeriscono sempre uno sguardo nuovo su temi sociali e politici. La mostra è organizzata dal Museum of fine arts di Boston.

L’aula in cui Franz ha fatto l’esame stamattina aveva qualcosa di surreale. L’aula, o per meglio dire: lo sgabuzzino, al terzo piano di Palazzo Mediterraneo, ha 48 posti a sedere. Il gruppo ha accompagnato Franz a fare l’esame all’Orientale. Quando sono entrati tutti sembrava di essere stati rinchiusi in un sepolcro. A un certo punto qualcuno ha chiesto di aprire la finestra, proprio di fronte a loro. A finestra aperta, è risultato che non c’era nemmeno un metro di distanza dalla finestra del palazzo di fronte. Affacciavano direttamente nel tinello di una anziana signora che si aggirava per le faccende domestiche. Alcuni baldi giovani, barbutissimi e in bermuda, l’hanno salutata con cenni di mano e qualcuno le ha chiesto come stava. La signora con squisita premura ha risposto che stava benissimo e poi ha chiesto se i giovani volessero una tazza di caffè. Oktober e gli altri si sono goduti la scena da lontano, mentre proponevo difficili quesiti di storia araba.

Il Dipartimento di “Studi orientali e africani” dell’Orientale si trova nel Palazzo Corigliano. E’ un palazzo cinquecentesco, con dei resti greci nelle fondamenta, in quella che adesso è l’aula magna. I ragazzi nel cortile stamattina non avevano l’aria di apprezzare l’architettura, piuttosto rimuginavano sull’ennesima bocciatura all’esame di giapponese o cinese.

La zona intorno a San Domenico Maggiore ha qualcosa di speciale. Più avanti si trova il palazzo dove Gesualdo da Venosa, il grande madrigalista cinquecentesco, ha ammazzato la moglie. E’ anche il luogo della misteriosa cappella Sansevero. Quella zona appartiene agli arcani della Napoli alchimista ed esoterica. Da piazza San Domenico Maggiore Napoli appare quello che è: una capitale europea, una porta sull’oriente. Spaccanapoli ora è zona pedonale, non c’è rischio che qualcuno in motorino ti scippi la borsa. Ed è piacevole addentrarsi. Lì viveva Benedetto Croce, che usciva sempre alla stessa ora a fare la sua passeggiata. Per un lungo tratto di secolo la filosofia in Italia ha parlato napoletano. Se si sale più su, si può trovare anche la casa di Giambattista Vico. Questo sì un filosofo di cui non posso fare a meno nemmeno adesso. In fondo, dalla “Scienza nuova” all’ermeneutica dell’Oriente il passo non è lungo. Ma più in generale è una certa concezione della filosofia che è il lascito più prezioso di Vico.
Forse i ragazzi dell’Orientale incontrati stamattina nel Palazzo Corigliano non erano molto interessati, né alla filosofia, né al madrigale cinquecentesco. Ma almeno non esibivano l’ultimo modello di Iphone, sembravano vestire come studenti di filosofia (semplici, con un tocco personale quasi invisibile) e in un certo senso consapevoli che essere studenti di lingue orientali comporta una certa dose di spirito avventuroso. Magari alcuni di loro lo fanno per entrare in una Ong o qualcosa del genere. Ilaria Alpi, la giornalista uccisa in Somalia, studiava arabo (non qui, a Roma). E’ come una grande confraternita di clerices vagantes, aperti al mondo, intellettualmente curiosi, con lo zaino, sulla strada.
Gli studenti dell’Orientale esibiscono capigliature esageratamente stravaganti e per i ragazzi varie forme di barba sono quasi d’obbligo, in certi casi somigliano a dei pasdaran iraniani… no, non proprio, ma sono avvolti dalla kefiah anche col caldo. Ma che cos’hanno, di diverso? Sono tutti “contro”, contro il pensiero unico, contro un occidente sciovinista e rituale. Almeno così sembra. Parlano di cose serie, e qualche volta nemmeno le capiscono: i grandi destini, gli incontri e scontri di civiltà, l’afflato di un’umanità senza più bussole. C’è qualcosa, nelle loro intenzioni, che è sano. E a Napoli ci stanno benissimo. Napoli è una grande città, l’ultima forse con un’anima.

Il palazzo confinante, Palazzo San Severo, fu abitato dal grande musicista cinquecentesco Carlo Gesualo. Nelle segrete stanze di quel palazzo il principe napoletano, rappresentante di una delle più nobili famiglie della città, compì Il duplice omicidio della moglie Maria d’Avalos e dell’amante, Fabrizio Carafa, considerato il più bel cavaliere del Regno, che si consumò nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590.

Tutto il mondo in una piazza. E’ a Napoli e si chiama San Domenico Maggiore. Nel convento domenicano annesso alla chiesa hanno abitato San Tommaso e Giordano Bruno. Nel palazzo San Severo hanno avuto dimora prima Carlo Gesualdo e poi il principe San Severo, principe alchimista.

Nel cortile del Dipartimento di Orientalistica a Napoli a un certo punto nel chiacchiericcio studentesco spunta un ragazzo con sullo zaino uno stemma dei Tinariwen, in mano ha un Ipod che emette una canzone che si intitola “Ere Tasfata Adounia”. C’è anche una scritta in arabo sullo zaino: من جد والله فنان عجيب Porge la guancia alle varie ragazze che gli si fanno incontro e si arrotola una sigaretta.
Foglietto appeso su un muro dell’Orientale: “Se questo palazzo è una fogna, sicuramente la colpa è di chi, al posto di studiare, beve birre e si fuma canne nel cortile e getta mozziconi, cartine, lattine, bottiglie, incarti di kebab e tappi di bottiglia per terra e poi fa le campagne per la sensibilizzazione all’ambiente, perché si deve sentire “studente rivoluzionario” e portavoce di ideologie che ormai sono solo un ricordo; non guardiamo solo i ragazzini che giocano a pallone, l’inciviltà negli atenei parte proprio da noi studenti”.
Sono un po’ di malumore, in caso contrario andrei a dare un’occhiata alla nuova fermata della metropolitana nei quartieri spagnoli. Dicono che e’ bellissima, con le foto di Oliviero Toscani… ma non mi va di fare l’esploratore.
Una cosa è leggiucchiare l’arabo alla meno peggio, altra conoscerlo veramente bene. Se è vero che il linguaggio racchiude un mondo, quello degli arabi è di una ricchezza sconfinata. Lo si potrebbe definire un sistema semiografico iper-fonetico. La scrittura va da destra a sinistra e fin qui niente di speciale. ci sono 28 lettere nell’alfabeto, ma quasi ognuna si scrive in quattro modi diversi a seconda che sia isolata, iniziale, mediana e finale nella parola. Inoltre, vengono notate solo le sillabe e le vocali lunghe. La parola Qu’ran, per esempio, viene scritta Qrn (anzi: nrq, da destra a sinistra). Poi c’è un ricco florilegio di segni diacritici fantasiosi e una certa quantità di segni supplementari, tutti svolazzanti. La gioia dei semiotici. Questo sistema interagisce con la fonetica in una maniera quasi musicale. Gli arabi giocano con le parole, di cui percepiscono le più piccole sfumature, articolando una metrica alternata tra vocali lunghe e brevi. Anche quando dicono: “Come stai?” ci mettono la musica.
Se Wittgenstein avesse conosciuto la lingua araba, sono sicuro che se ne sarebbe innamorato. Le parole esprimono cose concrete, atomi logici, ma insieme in esse risuonano sfumature vertiginose sull’asse paradigmatico. Detto in altri termini: una parola non vive mai in isolamento lessicale, tutte le parole si basano su una radice, per lo più trilittera, di tre consonanti, variano solo con la diversa vocalizzazione. Dalla radice ktb, derivano tutte le parole che hanno a che fare con l’idea di libro, da libro a scrittoio, a scrittore, e così via, in una catena (appunto: paradigmatica). Pensate alla risonanza che hanno le parole del Corano, una sinfonia, che le traduzioni in altre lingue non rende minimamente. In molti casi, non lo “capiamo” perché non riusciamo a “sentirlo”…

“Ischia non è più l’Ischia di una volta”: sembra una frase fatta, attribuita per lo più alle stagioni, ma non stona anche applicata a vecchi miti. Ischia non è più quella di una volta. I latin lover sono invecchiati, siedono in piazzetta in camicia e pantaloni bianchi, mocassini e occhiali scuri, ma si vede che sono irrimediabilmente fuori dal giro: siedono alle 10 di mattina. Una volta in piazzetta ci si sedeva al più presto alle dieci di sera. E poi hanno i capelli trattati con strane sostanze annerenti. Neanche allora leggevano giornali internazionali, ma in compenso li leggevano le loro accompagnatrici: Le Monde, il Frankfurter Allgemeine Zeitung, Il Times Ora i loro mesti compagni di tavolo, altrettanto caduchi (stamattina c’era anche il sindaco), leggono le pagine di cronaca del Mattino e consumano il meno possibile. Di solito la stagione estiva comincia a maggio. Un tempo si migrava a Ischia il fine settimana, come le rondini. Le serate erano già popolate da vertiginose bellezze nordiche. Nessun problema, nemmeno un cruccio.

Cogliendo a volo l’occasione, i Lost Orpheus hanno fatto una capatina a Ischia.  Ora i Lost Orpheus si aggirano nel Giardino La Mortella curiosi di esplorare il santuario di un compositore inglese sorto in un’isola del Mediterraneo. Una stranezza, la materializzazione di una visione onirica. In serata è previsto un concerto nell’auditorium all’aperto. Susana Walton era una signora argentina che seguì il compositore inglese William nella strana idea di stabilirsi a Ischia. Era il 1949. Acquistarono un enorme appezzamento di terreno ai piedi del monte Zaro e lo trasformarono in un orto botanico. Diedero poi all’architetto paesaggista Russel Page, nei primi anni sessanta, l’incarico di sistemare la tenuta. E quest’ultimo scatenò la fantasia. La musica di Walton era qualcosa che ricordava una versione lineare di classicismo inglese novecentesco, al riparo della torbida e angosciata scuola viennese. Non diceva molto; erano più evocativi i simboli esoterici che Russel Page aveva disseminato nel parco. Soli alchemici, geroglifici, iscrizioni ermetiche.

“Mortella” in ischitano è il nome di una pianta, il mirto divino, che la ricca fantasia mitologica dei greci che si erano insediati in quest’isola – che chiamavano Pithecusa- aveva trasformato in una pianta propiziatoria di promessi amori pagani o della fortuna in generale. Quindi, quella era la valle della fortuna, oltre che l’isola delle scimmie; Pithecusa voleva dire appunto isola delle scimmie. Lì avevano gettato l’ancora i coniugi che venivano da lontano, in un’Italia distrutta dalla guerra, tra pescatori e raccoglitori di frutta. I coniugi Walton avevano trovato il porto, un porto illuminato dal sole mediterraneo.

I Lost hanno perlustrato i giardini de “La Valle”, disegnata da Russell Page, caratterizzata da un clima subtropicale, umida e protetta dal vento. Poi è stata la volta della “Collina” o giardino superiore, interamente ideato e sviluppato dall’eccentrica Lady Walton, con zone assolate e battute dal vento e caratterizzate da vegetazione proveniente da diverse aree del Mediterraneo. Minni ha scoperto nel giardino superiore la Sala Thai, circondata da fiori di loto, bambù e aceri giapponesi; il Tempio del Sole, arricchito da bassorilievi di Simon Verity; la Cascata del Coccodrillo; il Ninfeo; il Teatro greco. Franz ha avuto modo di meditare sulla Roccia di William, un masso posto su di un promontorio a circa 120 metri dal livello del mare, dove sono custodite le ceneri del compositore inglese.

Oktober ha detto a Olga, la sua amica russa, di raggiungerli a La Mortella, ma ancora la ragazza russa non si fa vedere. L’hanno lasciata all’hotel “Isola felice” subito dopo colazione, impaziente di tuffarsi nella conversazione con le sue amiche moscovite. Nessuno dei due ha fatto alcun accenno alla notte appena trascorsa. Oktober pregusta la giornata alla scoperta di Ischia. Un po’ gli è dispiaciuto lasciare Olga, la cui sola presenza è sempre accompagnata da un alone di fragranza sessuale.

I Lost si sono fatti accompagnare al porto da un taxi. La zona del porto a Ischia è quella dei bar, dei locali, dei localini; una zona di incontro prima delle varie attività della giornata: giro in motoscafo, bagno al largo, poi via via incontri più serali (l’aperitivo) e infine notturni. Quando metti piede sull’isola, se sei single, le ragazze ti studiano attentamente, tra un pettegolezzo e una risata. Oktober non rientra più in quella categoria di prede: sembra single, piuttosto in forma ancora, un’aria da regista cinematografico, ma non esattamente appetibile. Tuttavia viene circondato da una serie di sguardi indagatori e interessati.

I cartelloni culturali indicano un immancabile segno di decadimento per una località: il solito International Film festival, che consiste nel buttare un sacco di soldi dalla finestra per dare qualche premio a qualche celebrità che di solito se ne fa dare due o tre in zona, così il Mattino parla della famosa celebrità presente in contemporanea a Capri, Marina di Camerota e Diamante.
Il turismo non è solo di massa ma è letteralmente all’ammasso. Ti stanchi solo a fare file. E’ vero che una bruschetta in un celebre ristorante-lido costa 75 euro, ma è per far vedere, mantenere le tradizioni, snobbare il progresso. Però lì una volta (ma una volta quando? Diciamo a metà degli anni Settanta) si facevano incontri interessanti già alle tre meno un quarto di pomeriggio, da procrastinare poi in seguito in più movimentate soirées, ora ci sono solo famigliole del Vomero senza alcuna velleità.
Insomma, Ischia ora è una noia, letteralmente … però Ischia è sempre Ischia …
Stavo pensando (ascoltando i Pink Floyd) che quest’anno farò pochissimo mare. Mi mancherà il ronzio degli insetti nella pineta, il bagno tra le 14 e le 15, la mia ora preferita, quando i riflessi del mare sono più intensi, le letture tutta la notte in terrazzo. Li sto surrogando con la mia fantasia. Amo il mare, ma ancora di più andare. Lì. Tra il traffico e la guerriglia urbana. Sto meglio lì.
La giornata si prevede lunga. Volevo vedere La Martella, ma ci sarebbe stato tempo. Avevo passeggiato indolentemente sulla banchina delle barche di piccolo cabotaggio, senza una ragione precisa. A un certo punto ho sentito una voce: “Non sali?”. Mi sono girato per capire da dove venisse quella voce e in quel momento ho capito che quel richiamo era per me. Senza dire una parola lancio lo zainetto sulla barca, mettendovi piede subito dopo. “Andiamo a prendere un amico e poi ci facciamo un giro, ok?”, ribadisce la voce. Accenno con un sorriso rivolto a quella ragazza che mi ha rivolto l’invito, e anche all’altra che l’accompagna.
“Bello qui”, dico, accettando un bicchiere di prosecco che mi viene porto da una delle ragazze, che si era presentata: Ivana. L’altra si chiama Francesca. “E’ la prima volta che vieni a Ischia?”. Accenno di no, lentamente, guardando l’abile manovra di Francesca, che si allontana dal porto dando un po’ di gas al motore. In fondo, Ischia è l’isola delle sirene. Non sono rimasto molto colpito dall’accoglienza; mi sembra una cosa naturale. Le ragazze bilanciano la barca con precisione subliminale, sembra solo che girassero la testa per sincronizzare i capelli col vento.
La barca accosta in un’insenatura, lasciando salire a bordo un ragazzone biondissimo, che, una volta in barca, mi dà un colpetto sulla spalla, con un gran sorriso. Dice di chiamarsi Saul. Israeliano di origine polacca, viene da Tel Aviv. Aveva conosciuto Francesca durante uno stage sulla cultura yiddish a Gerusalemme. Ora Francesca l’aveva invitato a Ischia, dove ha una villa. Vi passava l’estate insieme alla seconda moglie e alla figlia. La prima moglie non era ebrea, la seconda sì. Francesca era figlia della prima moglie.
“Qui possiamo parlare dei problemi dell’umanità, ma in pace, sul mare”, dice Francesca, accarezzando il viso di Saul. Ivana mi si è fatta più vicina. Mi piace quel profumo.
“Visto che siamo tutti fuoriusciti”, dice il prof. Fubini, “vi invito tutti a casa mia, il cuore del fuoriuscitismo ischitano”. “Papà, Sergio non è un fuoriuscito e nemmeno Ivana”, dice Francesca. “Chi lo sa”, replica enigmaticamente il professore. Penso che in un certo senso ha ragione. Alcuni di loro venivano dal comunismo sovietico e polacco, altri dalla diaspora ebraica. Egli, forse, apparteneva a una forma di fuoriuscitismo più sottile e insidioso. La borghesia a Napoli si divide in tre categorie: la Borghesia fanatica, la Borghesia illuminata e la Borghesia fetente. La prima è costituita da medici e avvocati, abita alla Riviera di Chiaia o a Posillipo, ama la vela e naviga in yacht, si veste da Marinella, celebra sontuose feste private e vota Forza Italia; la seconda è costituita per lo più dal ceto intellettuale, come i numerosi docenti universitari, non si perde una sola inaugurazione di gallerie d’arte, anche d’avanguardia, gravita intorno all’Istituto per gli studi filosofici d Marotta, è stata rappresentata a lungo dalla corte di Bassolino ed è inestricabilmente legata al Pd; la terza è collusa con la camorra.
A sera ci ritroviamo tutti al concerto, ma in ordine sparso e variabile. Olga si trattiene a lungo con Saul, parlando in un russo fittissimo, io con il mio collega, Mario Fubini, poi con Ivana, che mi racconta la storia di Francesca, infine con Francesca, che mi parla a lungo di Ivana. Non colgo molto del concerto. Mi ronzano in testa mille frammenti di idee, che si mischiano con le impressioni vive della giornata. Di colpo, nell’intervallo, sento una mano che mi accarezza la schiena: quella di Olga. Ogni volta mi faceva lo stesso effetto. Un effetto grandioso. Ripenso a immagini fugaci della notte precedente. Avevo deciso di non dare nome alle sensazioni; viverle e basta. In fondo quella è l’isola delle sirene.



Categorie:E02- Movimento lento, Uncategorized

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