Canti del brigantaggio meridionale postunitario

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Canti del brigantaggio meridionale postunitario

Con la nascita del Regno d’Italia, nel 1861 iniziarono a sorgere insurrezioni popolari contro il nuovo governo, che interessarono le ex province del Regno delle Due Sicilie. Le condizioni economiche peggiorate, l’incomprensione della nuova classe dirigente, l’aumento delle tasse e dei prezzi dei beni di prima necessità, l’aggravarsi della questione demaniale dovuta all’opportunismo dei ricchi proprietari terrieri furono le cause principali del brigantaggio post-unitario. Il brigantaggio postunitario fu, secondo alcuni, una delle prime guerre civili dell’Italia contemporanea e fu soffocato con metodi brutali, tanto da scatenare polemiche persino da parte di esponenti liberali e politici di alcuni stati europei.Tra i politici europei che espressero critiche nei confronti dei provvedimenti contro il brigantaggio vi furono lo scozzese McGuire, il francese Gemeau e lo spagnolo Nocedal.

Per alcune correnti di pensiero, viene considerato una sorta di guerra di resistenza; tale ipotesi, comunque, è molto controversa.

I briganti del periodo erano principalmente persone di umile estrazione sociale, ex soldati dell’esercito delle Due Sicilie ed ex garibaldini, tra cui vi erano anche banditi comuni. La loro rivolta fu incoraggiata e sostenuta dal governo borbonico in esilio, dal clero e da movimenti esteri come i carlisti spagnoli. Numerosi furono i briganti del periodo che passarono alla storia. Carmine “Donatello” Crocco, originario di Rionero in Vulture (Basilicata), fu uno dei più famosi briganti di quel periodo. Egli riuscì a radunare sotto il suo comando circa duemila uomini, compiendo scorribande tra Basilicata, Campania, Molise e Puglia,[54] affiancato da luogotenenti come Ninco Nanco e Giuseppe Caruso.

Da menzionare è anche il campano Cosimo Giordano, brigante di Cerreto Sannita, che divenne noto per aver preso parte all’attacco (e al successivo massacro) ai danni di alcuni soldati del regio esercito, accadimento che ebbe come conseguenza una violenta rappresaglia sulle popolazioni civili di Pontelandolfo e Casalduni, ordinata dal generale Enrico Cialdini. Altri noti furono Luigi “Chiavone” Alonzi, che agì tra l’ex Regno borbonico e lo Stato Pontificio, e Michele “Colonnello” Caruso, uno dei più temibili briganti che operarono in Capitanata. Anche le donne parteciparono attivamente alle rivolte postunitarie, come le brigantesse Filomena Pennacchio, Michelina Di Cesare, Maria Maddalena De Lellis e Maria Oliverio.

Per acquietare la ribellione meridionale, furono necessari massicci rinforzi militari e promulgazioni di norme speciali (come la legge Pica), dando origine uno scontro che porterà migliaia di morti. La repressione del brigantaggio postunitario fu molto cruenta e fu condotta da militari come Enrico Cialdini, Alfonso La Marmora, Pietro Fumel, Raffaele Cadorna e Ferdinando Pinelli, che destarono polemiche per i metodi impiegati.

Canti e testi del brigantaggio: una memoria perduta

Non è possibile fornire una vera e propria genesi dei canti briganteschi, perché furono tramandati oralmente, trasmessi da padre in figlio. Si diffusero dopo il 1860, quando all’alba della liberazione del Sud, il movimento brigantesco si estese nelle aree agricole del Meridione. La maggior parte di queste canzoni popolari, o per lo meno, quelle a noi pervenute, provengono dal Cilento e dal Vallo di Diano, altre, comunque, molto note hanno origini lucane e calabresi. Non è possibile affermare se queste canzoni popolari fossero state prodotte dai briganti, è probabile, però, che alcune di queste siano state estratte dai giuramenti dei briganti di cui si hanno versioni letterarie, ma di incerto valore storico. Sicuramente, questi canti erano conosciuti dal popolo e fino alla seconda metà del XX secolo venivano ancora recitati dagli anziani custodi di questo folclore antico e prezioso.

Canti briganteschi del Cilento

Simo breanti re lo Re Borbone

e lo Cilento tutto nui giramo

armati re coraggio e de ragione

e re li ‘nfami i cunti regolamo.

Tira compagno mio e non sgarrare

inta lo centro mira re lo core

fa’ li gendarmi tutti parpitare

come poddastro ra cortieddo more.

Canto raccolto a Laurino

Tu si’ lu giurici re li miei signuri,

i’ so’ lo capo re li fuorilegge;

tu scrivi co’ la penna e dai ruluri,

i’ vao ppe’ lu munno senza legge.

Tu tieni carta, penna e calamaio

ppe’ castia’ a sti poveri pezzienti,

i’ tengo povole e chiummo, quanno sparo:

giustizia fazzo a chi non tene nienti.

Canto raccolto a Mercato Cilento

Chi a la morte me vulia mannare

re lo mari pozza stare a lu funno!

Sta vita triste voglio io abbrazzare

senza legge,giranno ppe’lu munno.

I’non so’muorto e so’bbivo ancora,

l’uogglio re la mia lampa ancora rura;

stesse accorte chi mme vole male

ca non so’chiuso ancora tra quattro mura

Canto raccolto a Pellare

A mmi la morte no mme fa spavento

pure ca rormo a l’aria serena,

re la mia vita sono assai contento

non mme piglio arbascia oppure pena.

Accussì ha bboluto la fatale stella

ppe’compagnia avè le scuppettate

so’destinato a vivere ribbelle

ra nu mumento a n’ato esse scannato.

Canto raccolto a Centola

Rivisitazioni

“Brigante se more” non è un canto tradizionale dell’Ottocento a favore dei Borboni come qualcuno sostiene bensì è una canzone popolare del 1977. Non esiste alcun documento audio-video-cartaceo che lo fa risalire a prima dell’incisione di Bennato coi Musicanova.

Ha dichiarato Eugenio Bennato:Allora “Brigante se more” è un brano di cui vado molto orgoglioso, soprattutto perché tutti sono convinti che sia un brano della tradizione napoletana e invece l’ho scritto negli anni settanta con Carlo D’Angiò. Evidentemente abbiamo assorbito la lezione della musica popolare a tal punto da farlo sembrare un canto vero. Un brano che ha portato alla luce un argomento tabù della nostra storia, perso nella memoria poiché sui briganti non si sa nulla, si sono perse tutte le tracce di ciò che cantavano sulle montagne quando si nascondevano poiché, di ogni singolo caso, sono state cancellate le documentazioni. È tutto molto frammentario è per questo che “Briganti se more” è un’opera di poesia, è un’invenzione fatta con grande dedizione al rispetto della cultura. Sembra un canto autentico, e tutte le volte che la gente crede che sia tale lo prendo come un grande complimento perché significa che ho centrato il segreto del linguaggio. Questo brano inoltre appartiene al presente, è conosciuto da tutti e viene cantato”.  (Eugenio Bennato, intervista ad Il Sannio Quotidiano, 24-09-2002)

Brigante se more

Amm pusat chitarr e tambur
pecchè ‘sta music s’adda cagnà.
Simm brigant e facimm’ paur,
e cu ‘a scupett vulimm cantà.

E mò cantamm ‘sta nova canzon,
tutt la gent se l’adda ‘mparà.
Nuie cumbattimm pu’ Rre Burbone
e ‘a terra ‘a nosta e nun s’adda tuccà.

Tutt e’ pais d’a Basalicat
se so scetat e vonn luttà,
pure ‘a Calabria mo s’è arrevotat;
e stu nemic ‘o facimm tremmà.

Chi a vist ‘o lup e s’è mis paur,
nun sap buon qual’è verità.
‘O ver lup ca magna ‘e creatur,
è ‘o piemontese c’avimmà caccià.

Femmn bell ca date ‘o cor,
si ò brigant vulite salvà;
nun ‘o cercat, scurdatev ‘o nomm;
ca chi ce fà a’ uerr nun ten pietà.

Omm se nasce, brigant se more,
ma fin all’urdm avimmà sparà.
E se murimm, menat ‘nu fiore
e ‘na preghiera p’ ‘sta libertà.

Italiano:

Abbiamo posato chitarra e tamburi,
perché questa musica deve cambiare.
Siamo briganti, facciamo paura
e con il fucile vogliamo cantare.

E ora cantiamo questa nuova canzone,
tutta la gente la deve imparare.
Noi combattiamo per il re Borbone,
la terra è nostra e non deve essere toccata.

Tutti i paesi della Basilicata
si sono svegliati e vogliono lottare,
pure la Calabria si è rivoltata;
e questo nemico facciamo tremare.

Chi ha visto il lupo e si è spaventato,
non sa ancora qual è la verità.
Il vero lupo che mangia i bambini
è il piemontese che dobbiamo cacciare.

Donne belle che date il cuore,
se il brigante volete salvare
non lo cercate, dimenticatene il nome;
chi ci fa guerra non ha pietà.

Uomo si nasce, brigante si muore,
ma fino all’ultimo dobbiamo sparare.
E se moriamo portate un fiore
e una preghiera per la libertà.

Bibliografia

Adolfo MORGANTI, L’apologia del brigante, Il Cerchio, Rimini 1995.

Antonella GRIPPO, Uno Dio e uno re. Il brigantaggio come guerra nazionale e religiosa, Editoriale Il Giglio, Napoli 2008.

Antonio NICOLETTA, …e furono detti briganti, Romeo, Siracusa 1999.

Antonio NICOLETTA, E furono detti briganti… Mito e realtà nella «conquista del sud», Il Cerchio, Rimini 2001.

Francesco PAPPALARDO, Perché «briganti». La guerriglia legittimista e il brigantaggio nel Mezzogiorno d’Italia dopo l’Unità (1860-1870), Tekna, Potenza 2000.

Fulvio IZZO, I guerriglieri di Dio. Vandeani, legittimisti, briganti, Controcorrente Edizioni, Napoli 2002.

Raffaele NIGRO, Giustiziateli sul campo: letteratura e banditismo da Robin Hood ai nostri giorni, Rizzoli, Milano 2006.

Massimo VIGLIONE, 1861. Le due Italie. Identità nazionale, unificazione, guerra civile, Ares, Milano 2011.

Tommaso ROMANO, Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud , Thule, Palermo 2010.


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