Antonio De Lisa – Der Noir (Testi per la musica dei Lost Orpheus)

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Antonio De Lisa – Der Noir -(Testi per la musica dei Lost Orpheus)

 


Parte Prima

01. CITTA’ NOTTURNA

Di una Notturna Città
noi siamo i cantori,
viandanti nella nebbia
tra erratiche malinconie.

Di solitudini narrate
i cantori,
sullo slargo di Pian del Mattino
alle tre di notte.

A dirci che menomale
che ci siamo,
almeno noi, con un’ombra
che ci fissa nella nebbia da lontano.

Col cielo basso sulla testa
e il fango tra le mani,
sotto i piedi, nelle tasche,
nei sogni di bar in bar.

Stiamo sotto un basso cielo,
ma non è bassa la testa.
Resta la voglia di cambiare
per non urlare.

Restiamo qui,
per scelta e per destino,
con la fantasia di andare,
col matto desiderio di volare.

Ma restiamo qui,
per scelta e per destino.
Ogni tanto un viaggio
per non morire, ma poi torniamo.

Sai, per questo motivo
sono un po’ nervoso.
Non ti chiedo di starmi vicino
ma almeno, lasciateci suonare.

 


02. VOLTI

C’è un volto che ci interroga
da una foto scattata di fretta,
quello di una bambina siriana
con i suoi occhioni profondi.

Viene da una guerra maledetta.
Al massimo le forniremo
gli elementi minimi di un’accoglienza,
per non farci sentire in colpa.

Quella bambina arriva
da una grande civiltà implosa.
Non ci sta chiedendo nulla,
ci guarda soltanto.

Non sappiamo cosa sia una guerra,
la vediamo solo in televisione,
lei l’ha subita dalla nascita
tra le macerie della sua terra.


03. VIAGGIO NOTTURNO

Sugli scogli che affiorano irti
tenero è il sussurro del vento
fra onde che fremono cantilenanti
sotto la barca che solca la notte.

Nel mare una distesa di silenzio
complice delle ombre sulla costa
in un manto che nasconde le anse
come una coperta di affanni.

Il viaggio migrante cerca l’orizzonte
e la sua concava malinconia
nella brezza ondivaga e mutevole
delle sue diecimila direzioni.

Le persone senza volto
muovono labbra incessanti:
Uomini-Lingua, Uomini-Parole,
come in certi film di vecchi manicomi.

A dirti: non è lì che devi andare
non è qui che dovresti stare.
Ma non sanno che è proprio questo
il segreto dell’erranza: spaesare.

 


04. IL PIANTO DELLE MADRI

Accarezzare la carne della sua carne
straziata dalla violenza, cullare
il corpo senza vita di un figlio straziato
è il primo passo all’inferno per una madre.

Non ci può essere nulla, niente
che riscatti quella sofferenza.
Con quel figlio muore anche la giustizia.
E’ una condanna intrisa di veleno.

Li trattiamo come nemici
di un esercito in guerra.
Ci stiamo esercitando
in un odio programmato

che provocherà altri lutti.
Temiamo la violenza
che starebbero covando
i migranti e siamo convinti

delle nostre convinzioni.
Ci siamo sostituiti a Dio,
siamo diventati giudici supremi,
senza processo, come un’esecuzione.

Molti di loro sono solo bambini.
Il pianto delle madri
non potrà lenire quel lamento,
sanare quell’immenso dolore.


05. MEDITERRANEO

Questo era il nostro mare,
l’acqua benigna
che ha nutrito la nostra
infanzia mediterranea.

Ora non si sa più di chi sia,
a chi appartenga questo mare
trasformato
in un regno dei morti.

Fanno impressione e orrore
le dichiarazioni sciacalle
e la retorica della violenza
della maggior parte dei politici,

i titoli bastardi dei giornali,
il sapore amaro dei reportage
sulla “pioggia di fuoco”
degli aerei francesi su Raqqa.

Fanno orrore, appena un po’ meno
di quei morti viventi
che hanno sparato a Parigi.
Ma solo un po’.

 


06. NOIR

Un istante d’angoscia
apre uno scenario
di complicate funzioni
simbiotiche, derive osmotiche.

Osservo incantato
quella scena di teatro
come un sogno recitato
di cui sono l’attore

ma non il regista. Il regista
ha un’altra idea dei miei
personaggi interiori. Mi sogna
sognare, nemico giurato.

 


07. CONDANNATO

Il macilento portiere dell’albergo
insiste nel cercare di convincerlo
di non avere la prenotazione,
che invece ha fatto e pagato.

Più che un hall degna di un hotel
sembra un’aula di tribunale
e il portiere è un portiere togato.
Non si capisce a tratti nemmeno

la lingua in cui parla. Ripete e ripete
ossessivamente una frase
con querula e agitata petulanza
e sempre più accalorato

sotto lo sguardo partecipe
e plaudente della folla radunata.
Qualcuno gli comunica impassibile
che è stato condannato.

 


08. CITTA’ OSTILE

Pesa la città indifferente o ostile
e talvolta tutte e due le cose.
Non fa respirare.
Non si lascia amare.

Si percorrono i sentieri del nulla,
alla ricerca di un appiglio,
di uno sperone di roccia
su cui tentare la salita.

Se vai alla ricerca di occasioni,
di percorsi agibili per degli artisti,
si incontra il muro, il muto
volgersi dall’altra parte della città.

L’offerta è di cose commestibili,
esibizioni di personaggi televisivi,
musica all’ingrosso,
feste in discoteche obliose.

La gente dà gli appuntamenti
e poi non si presenta
e allora si gira a vuoto,
nella notte fredda d’inverno.

I locali sono chiusi,
i servizi pubblici assenti,
le strade attraversate
da guidatori solitari.

 

 


Parte Seconda

L’INCANTO DI SOPHIE

Da lontano si pensa meglio,
specie camminando,
con Sophie accanto
che è muta, sotto la pioggia,
come un oltraggio.

Dublino

“Ti devo portare nella
necropoli d’incubo di R’lyeh

-Sophie era con me
quella sera incantata-

E’ lì che giacciono
il grande Cthulhu e le sue orde”.

Eravamo stati rapiti da Dublino,
dalla sua tristezza, dalla malinconia

dalla compostezza della sua gente
(tranne che nei pub, ma va bene).

La sera del nostro arrivo,
dopo tre bicchieri al Temple Bar

sarà stata la stanchezza
(o forse il fatto che non erano proprio tre)

vedemmo la necropoli d’incubo di R’lyeh.
Faceva freddo, ma non lo sentivamo.


Un istante senza ritorno

La fuggevole luce di Dublino
scolpisce la notte d’azzurro
scivolano su gesti
senza parole
sussurri
sguardi velati
lente movenze come
dolcezze tessute di sogno.
E’ solo un istante e senza ritorno.


A Terrible Beauty

“A Terrible Beauty”
è la mostra di Francis Bacon

alla “City Gallery” di Dublino.
Una bellezza terribile

E’ anche quella di Sophie
vertiginosa come una droga.

Nel “Dublin Writers Museum”
c’e’ una prima edizione

del “Dracula” di Bram Stoker
che ovviamente era di Dublino.

In nessun altro posto poteva nascere
l’autore di un libro come quello.

Ma chi, tra noi due, tra me e Sophie
darà il bacio mortale?


Nella notte di Dublino

A Dublino la prima notte
ha segnato il cammino

le altre le sono state sorelle
dispettose e inquietanti.

Ma quella prima notte
-e quando la rievochiamo

io e Sophie sogniamo
da svegli, ipnotizzati-

quella prima notte è stata l’alba
di un mondo, ma nato che era già finito

ornato da ridenti cristalli di ghiaccio
ma già ombrato da quella vena

di rimpianto che avrebbe poi
conquistato la scena.

Dublino complice e spettrale
diafana come una vestale.


La chiave d’argento

Ci siamo fermati in un pub
e a un certo punto Sophie

dice qualcosa, ma strascicando
le parole, confuse in una specie

di cappuccino.
“A trent’anni Randolph Carter

perse la chiave della porta dei sogni…”
Non riesco a seguirla,

ma riprende:
“A cinquant’anni disperava ormai

di trovare quiete e appagamento
in un mondo che era divenuto

troppo affaccendato
per apprezzare la bellezza

e troppo smaliziato per sognare”.
Faccio finta si aver seguito

ma in realtà non è così
mi sporgo per leggere il titolo

del libro da cui sta citando
poi capisco, è H.P.Lovecraft:

“La chiave d’argento”.


Nightfall

Nightfall è il calar delle tenebre.

I poeti quando ancora esisteva
la poesia nel mondo

la chiamavano “occaso”, il tramontare.
Come il sole a occidente.

E’ l’habitat naturale di Sophie
e un poco anche il mio.

Come luogo del tramonto può andare.
Benvenuta Sister Nightfall.


Un posto e la fine di tutte le cose

Anche se è ancora praticamente
buio alle nove del mattino

(siamo un’ora indietro)
un po’ ci dispiace lasciare

questo posto, Dublino.
Certo, Edimburgo e soprattutto

Big City (Londra)
saranno più frizzanti

ma è qui che si pensa bene
da qui si potrebbe assistere

con quieta riluttanza
alla fine di tutte le cose.


Lungo il Royal Mile

Sophie detesta la folla
e non è facile con lei
attraversare il Royal Mile
di Edimburgo.

Oltre al solito pallore
esibisce una freddezza
provocante e altera.

Nemmeno quando le parlo
dei tre grandi scrittori
scozzesi Robert Burns
Walter Scott e soprattutto
di Robert Louis Stevenson
riesco a scuoterla
dal suo malumore.

Ma giù per i gradini
di Lady Stair’s Close,
di fronte al Writers’ Museum
sento che un po’ si scioglie
e mi fa qualche domanda
ma con occhiate di traverso
come una ragazzina bizzosa
subito contraddicendomi
sul vero significato del Mr. Hyde.

Di solito, quando parlo mi si attenuano
le sensazioni, ma questa volta
è diverso. Sento il suo profumo
misto a un certo odore di freddo
che mi arriva da un altro universo.


Vento sul Walkway

Il vento si insinuava
leggero lungo
il Water of Leith Walkway
ma alterava  gli spiriti vitali
e scuoteva a tratti
le parole dei giovani amanti
insinuandosi nelle felpe
e amoreggiando con la sera
incipiente.

Ma quel gelido fruscio
sembrava placare
l’ansia incombente
di Sophie, lontana dalla folla.

E questo mi bastava.

In questa celtica follia
nuotava piano
il mio spirito latino
smarrito ma affascinato
fors’anche disposto
sommessamente al dialogo
con spettri gotici
dalle parole gentili
ma affilate come lame.

Ma non fu facile
riportare Sophie
sulla terra
e quando lei vi fu
fui io a volare.


Whitehorse Close

Lambisco appena con un’occhiata
i frontoni con ornamenti a gradini
di Whitehorse Close, con i lucernari
e i piani superiori sporgenti
e le scale esterne
quando Sophie sembra voler
dire qualcosa. E’ di un pallore mortale
come quello di una sacerdotessa
di una religione ancestrale.

E’ uno strano colore
quello che brilla sulle sue labbra
ma di una bellezza miracolosa.
Non mi aspetto molto, ma a me basta
guardarla. Non dice una parola
né io forse voglio sentirla.
Si limita a lambire col suo mignolo il mio
un gesto più dolce del miele, più aspro
e amaro dell’assenzio.
Una preghiera totemica a un lontano dio.
Non è scalfibile il suo male,
accarezzato, cullato dalla mia mite tristezza.

Siamo come due derive
che fendono il gelo che arriva
dal Mare del Nord nell’ora sonora
del silenzio e del tramonto. Vi affondiamo
incuranti dell’ora; ma io non vorrei
essere in nessun altro posto
con nessun’altra persona.
In nessun’altra memoria.
Con nessun altra fermare il tempo.
dire addio alla storia.


Complicità

“Leggimi una poesia”
“No, poi dici che sbaglio gli accenti”
“Ti prometto che non dirò niente,
Mi farò avvolgere dai suoni”
“Ti piacciono i miei suoni’”
“Si, i tuoi suoni
Somigliano ai tuoi occhi”
“E come sono i miei occhi?”
“Fragorosi”
“Allora, te la leggo, a mia scelta?”
“Si, mettici lo stesso incanto”
“La scelgo io?”
“Si, io taccio”

 

 


 

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85100 POTENZA (ITALY)

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