Generazioni a confronto – Mezzo secolo di storia d’Italia attraverso la televisione

1952-1962 monoscopio

Generazioni a confronto
Mezzo secolo di storia d’Italia attraverso la televisione

Conversazione tra Antonio De Lisa e Noemi Franco


Quella cui state per assistere è una conversazione telematica tra me e Noemi Franco sui programmi televisivi che hanno segnato le nostre rispettive generazioni. Si tratta dei programmi  per bambini e adolescenti più seguiti dai ragazzi, quelli che ci hanno colpito di più. Io sono del ’56, lei del ’96, ma un dato ci accomuna e che ci differenzia dai bambini, adolescenti e ragazzi di oggi: la centralità della televisione nella nostra esperienza. i ragazzi di oggi sono più legati a Youtube, quelli di ieri e di avantieri sono accomunati dai programmi che hanno accompagnato i loro pomeriggi, prima di fare i compiti o magari dopo. La televisione ha costituito un perno da cui è difficile prescindere. La conversione avviene per botta e risposta su questa pagina.

Antonio- Se non ricordo male la “Tv dei ragazzi” ai miei tempi cominciava verso le 16.30. Stiamo parlando del ’63-’64. L’inizio delle trasmissioni regolari della RAI risale al 3 gennaio 1954. Quando compaio io (ehm, ehm) sulla scena, la tv ha già qualche anno, ma è ancora bambina. C’era un solo canale, in bianco e nero. Gli apparecchi televisivi erano enormi cassoni montati su mobili alti per rendere possibile la visione alla gente di casa ma anche ai suoi ospiti, parenti e amici, che ancora non possedevano un apparecchio televisivo. Era una specie di festa di rione. La Tv dei ragazzi era una cosa più privata ed ero sempre io ad accendere l’aggeggio e a manovrare con i comandi. I primi cartoni televisivi che ricordo sono “Tom & Jerry”, “Braccobaldo” e “Gli Antenati” di Hanna-Barbera.

Noemi – Non ricordo nemmeno le prime trasmissioni viste in televisione, è probabile che non ci sia stato un momento in cui quello strano apparecchio non faceva parte in qualche modo delle mie giornate. Spesso come sottofondo, non sono mai stata una tele-dipendente, ma a volte anche come protagonista. Ricordo però il trauma di dovermi staccare dai miei cartoni preferiti la mattina. E per andare a scuola per giunta! Ancora uno mamma, non è finita la puntata! Ma niente da fare, se gli orari non coincidevano, pazienza… E uscivo senza sapere cosa avrebbe tirato fuori Dodò dal suo Scatolone Fabbricone, ne l’“Albero Azzurro”.

Antonio- Dei tre cartoni che c’erano allora, quello che mi piaceva di più era “Braccobaldo Bau”. Quel cane era di sangue blu e parlava lentamente, ma soprattutto canticchiava la canzone “O mia cara Clementina”. Com’era l’Italia in quel periodo? Era avvolta nella placenta democristiana, si era alla vigilia dell’avvento del centrosinistra ma ancora nessuno se n’era accorto. I miei compagni di scuola alle elementari spesso abbandonavano, in terza o quarta, per andare a lavorare, come muratori, manovali, barbieri. La città era però più simpatica, si respirava un’aria di novità e mio padre aveva un’Appia Terza serie.

Noemi – Solo tre cartoni? Quando andavo alle elementari ancora non c’erano ancora canali dedicati 24 su 24 ai cartoons, ma la scelta c’era di certo. Soprattutto, me ne sono resa conto in seguito, la prima scelta era tra canali Mediaset e Rai. Lo stile dei cartoni trasmessi era molto diverso, lo é tutt’ora, quelli Rai tutti carini ed educativi, ma erano su Mediaset quelli belli violenti! “Dragonball” ha segnato la vita di quasi tutti i maschietti e delle maschiacce preadolescenti, tutti intenti a commentare le ultime imprese di Son Goku e a scambiarsi le lamincards da collezione, degne avversarie delle figurine dei calciatori!

Antonio – No, non erano solo tre, ma comunque non molti. Ce n’era anche un altro che mi piaceva: “Wile E. Coyote e Road Runner”. In Italia lo si chiamava anche Willy o Willie Coyote, ma era sbagliato. Wile era uno coyote sfigato cocciutamente impegnato nel disastroso inseguimento del Road Runner, un animale del deserto americano; ne inventava di tutti i colori, ma invano. Io ero costantemente combattuto nel fare il tifo: il Road Runner mi faceva rabbia ma segretamente lo ammiravo, come del resto il primo della classe, che riusciva in tutto, perfino in matematica. Troppo spesso il nostro compagno ci riduceva alla stregua di Wile il Coyote ed era una battaglia persa.

Noemi – Chiedo venia, l’ho sempre chiamato Willie Coyote. Questo lo guardavo anche io, insieme agli altri Looney Toons, capitaneggiati dal mitico Bugs Bunny. Ma io ero assolutamente dalla parte del Coyote… Fosse stato (ehm ehm) un po’ più bravo in matematica magari avrebbe preso Bip Bip! E non dimentichiamo i protagonisti della Disney, Topolino, Pippo e Paperino in primis. Forse non sono della mia generazione, ma chi non si é mai trovato a guardarli? Cartoons trasversali !

Antonio- La Tv dei ragazzi non offriva solo cartoni, c’era anche quella che oggi si chiama la fiction con episodi come “La spada di Zorro”, “Jim della giungla”, “Lassie”, “Le avventure di Rin Tin Tin”, “Furia”, “Flipper”. Il fascino di Zorro era notevole. Zorro, un po’ Primula Rossa e un po’ Robin Hood, benestante che si batteva per i poveri e che lottava contro i soprusi del potere, era un combattente contro la tirannia.

Noemi – Naturalmente anche per noi i cartoni non erano l’unico divertimento. Personalmente le fiction per ragazzi non mi hanno mai particolarmente attirata, l’unica che seguivo sempre era la “Melevisione”… Ricordo qualche puntata di Lizzie Mcguire sparsa qua e lá nei pomeriggi vuoti. Mi capita più adesso di vederne a causa di mio fratello, Zoey 101, Ned – scuola di sopravvivenza, iCarly… E su, tutto sommato non sono male, una risata me la strappano facilmente.

Antonio – Vorrei tornare un momento sulla storia di Zorro. E’ una storia curiosa. La vicenda narrata di Zorro nasce ufficialmente alla fine del XIX secolo con la prima puntata di “The Curse of Capistrano” apparso sulla rivista “All-Story Weekly”. Il personaggio fu un’invenzione di Johnston McCulley che si era rifatto agli scritti del generale Vincente Riva Placido, accanito lettore di Dumas. L’ufficiale nel suo libro “Memorie di un impostore”, del 1827, aveva recuperato, con notevoli aggiunte della propria fantasia, la storia di un certo William Lamport (alias Guillén Lombardo de Guzman) le cui vicende si svolsero intorno alla metà del XVII secolo. I simboli di Zorro sarebbero di origine massonica, organizzazione cui apparteneva il suo inventore. Anche la mitica “Z” avrebbe questa origine: mentre il mito racconta che Lombardo scappò di prigione “adattandosi alla finestra” che singolarmente aveva la forma dell’ultima lettera dell’alfabeto, McCulley sostiene che: “per i massoni la “Z”, abbreviazione della forma semitica Ziza (splendente) è simbolo dell’energia vitale. Insomma, c’era di che nutrire la fantasia da feuilleton di intere generazioni.

Noemi – No, Zorro non l’ho mai seguito con grande interesse. Tra i cartoni e le fiction avventurose preferivo “Jolanda – la figlia del corsaro nero” e soprattutto “Sandokan”, anche se quei sikh mi caricavano sempre di angoscia, ma anche di forte curiosità per tutte quelle divinità indiane… Chissà se la Z massonica ha qualche legame con il famoso simbolo adottato dai Led Zeppelin, Zoso…

Antonio- Può darsi che i Led Zeppelin si siano ispirati alla simbologia massonica. Tutta la musica rock è impregnata di simbologia esoterica e questa è una storia tutta da scrivere. A proposito di musica, vorrei fare un passo avanti, al 1966 e a una canzone in particolare, “Nessuno mi può giudicare” cantata da Caterina Caselli. Facevo la quinta elementare, avevo dieci anni, ero troppo piccolo per immergermi nella controcultura beat, ci sarebbe voluto ancora un po’, ma la musica mi colpiva e anche i suoi messaggi. Sentivo risuonare quella canzone da tutte le case, insieme all0odore di sugo. Quando tornavo a casa da scuola assaporavo l’Italia del boom economico in tutta la sua fragrante portata.

Noemi – Ricordo poco della musica che passava quando facevo le elementari … Ascoltavo più che altro ciò che ascoltavano i miei genitori, ma che non sempre era al passo con i tempi. Un gruppo lo ricordo bene però: i Lunapop! 50 special, uscita nel ’99, é una canzone che tutti i miei coetanei conoscono e canticchiano ancora con piacere… Ebbene si, Cremonini temo che abbia segnato la mia infanzia… Perdonate le mie colpe, grandi del rock!

Antonio- Nel ’66 l’Inghilterra vinceva i mondiali con un gol fantasma. Ma quell’anno è importante per un’altra canzone che mi è sempre piaciuta, “Il ragazzo della via Gluck”, cantata da Adriano Celentano. Non andrà bene a Sanremo, ma avrà un grande successo di vendite, diventando (insieme ad “Azzurro”) la sua canzone più rappresentativa. Il testo, di Del Prete e Beretta, affrontava il tema dell’ecologia e della speculazione edilizia.

Antonio – Faccio un passo in avanti: 1967. In questo anno i Nomadi portano al successo una canzone scritta da Francesco Guccini, “Dio è morto”, ispirata a un celebre aforisma di Nietzsche. Ci sono state molte discussioni sulle parole di questa canzone, che non è affatto blasfema. La sentivo cantare d’estate dai lidi di Marina di Ascea dove andavo al mare. Ma sentivo anche qualcos’altro nascere in me, in noi: una strana voglia di libertà, di ragazze, di nuovi discorsi, di nuove parole. Accanto alla mia casa abitava una famiglia di Napoli, il cui figlio è stato il primo “capellone” apparso ad Ascea e sua sorella la prima hippy girl. Ero amico del loro fratello più piccolo, giocavamo insieme a pallone.

Noemi – C’é poco da fare, se la mettiamo sulla musica gli anni ’60/’70 battono di gran lunga i 2000. Non per forza per la qualità, ma perché la musica ha bisogno del suo tempo perché emergano i capolavori dei vari anni. Per questo mi riesce difficile ad oggi citare dei pezzi già “storici”, spesso inoltre si mischiano con ricordi dell’infanzia e sono poco obiettiva. Ma parliamo di ricordi allora: 2003, esce “Seven Nation Army” dei White Stripes, pezzo che non mi colpisce particolarmente fino al 2006, quando quel “po po po po po po” comincia ad infiammare gli stadi durante il grandioso mondiale in Germania. Campioni del mondo!! Ho seguito praticamente solo la finale del campionato e improvvisamente mi sono ritrovata ad esultare un titolo che non sapevo nemmeno bene quale fosse… Chissà tra una quarantina d’anni se ancora canticchieremo quel motivo.

Antonio- Parlando di televisione è inevitabile parlare anche di musica e di calcio, come di film, del resto, e lo faremo. La televisione è stata lo specchio di questo paese, nel bene e nel male. Tu citi i Mondiali del 2006 e sono bei ricordi. Io fino ad ora ho evitato di parlarti del batticuore che mi veniva quando sentivo la sigla Eurovisione della Rai in occasione delle partite di Coppa dei campioni. Dopo un po’ sentivi la voce del telecronista Nicolò Carosio e ti scoppiava il cuore dall’emozione. Allora l’Inter vinceva tutto. Durante una partita col Benfica ho rovinato il parato del salotto per il salto che avevo fatto fare alla sedia dopo un gol di Jair. Mia madre per poco non mi ammazzava.

Noemi – La mia non è una famiglia di tifosi, mio padre preferisce altri sport al calcio, atletica, tennis, sci… e io nel momento in cui cominciano le olimpiadi non faccio salti di gioia. Tv monopolizzata per una quindicina di giorni. Capita però di riunirsi per guardare qualche programma condiviso dall’intera cinquina. Non é facile dati i gusti e le età molto diverse. In genere guardiamo film di vario genere. Qualche anno fa “X Factor” attirava consensi sufficienti ad una visione tranquilla, anche se ultimamente non mi entuasiasma molto (come gli altri talent). Strano a dirsi ma “Superquarck” ha sempre accontentato tutti ahahah

Antonio- Io sto entrando nel biennio rivoluzionario 1968-69 e tu mi parli di “X Factor”! ahahah. La televisione allora era più comprensibile: tutta di regime, cattolica e provinciale, con punte di divulgazione colta, bisogna ammettere. Ma di regime. Quando parlava degli scontri tra studenti e polizia a Torino e Milano sembrava il bollettino della Questura. Fu allora che cominciammo a ripudiarla e insieme ad abdicare all’infanzia con i suoi programmi tipo “Giovanna, la nonna del Corsaro Nero”, “L’isola del tesoro”, “Il marziano Filippo”, “I legionari dello spazio”, “Topo Gigio” con il fedele amico Richetto (Peppino Mazzullo), “I ragazzi di padre Tobia”, “Le avventure di Ciuffettino”, “Quelli della filibusta”. Addio spensieratezza! Ora si fa sul serio. Ora si scende in piazza, non noi, non si può scendere in piazza a 12 anni, quelli un po’ più grandi, che ci mostravano i segni delle manganellate, ma avevano successo per questo con le ragazze. Cominciammo perciò a desiderare ardentemente qualche manganellata.

Noemi – Non ho avuto la fortuna di vivere anni come quelli, né grandi avvenimenti storici di quella portata. Il ’68 e le grandi proteste studentesche, e non, sono un po’ un mito per chi come me vaneggia gli anni del rock’n’roll e dell’attivismo sfrenato (senza neanche sapere davvero cosa voglia dire viverli…). Uno solo è l’avvenimento davvero significativo che la televisione ci ha mostrato: l’11 settembre. Non che io abbia capito granché allora, avevo solo 5 anni, solo dopo ne ho compreso la reale portata. Bin Laden era un nome che continuava a risuonare e rimbalzare da una trasmissione all’altra. Aerei, torri, guerra, ma di che stiamo parlando? Ricordo però, subito dopo pranzo, il volto di mia madre rivolto verso lo schermo, che improvvisamente sbiancava. Il resto é storia.

Antonio- L’11 settembre 2001 quel grande avvenimento ha incrociato le generazioni, ricompattandole su un asse comune: la storia da allora ha avuto un nuovo corso e ora ci siamo dentro tutti insieme.


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