Antonio De Lisa – Smarrimenti (monologo teatrale)

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Antonio De Lisa – Heart Attack (monologo teatrale)


Notazione per la messa in scena.

Questo testo è pensato per un attore solo, che può ispirarsi al modo in cui è impaginato il testo per movimenti di scena di vario tipo.


“La prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club”,

sta dicendo una voce in un televisorino da tavolo.

Sono le prime parole quando arrivo al pronto soccorso. L’infermiere di guardia è più interessato al film che a me. Lo si nota dallo sguardo distratto che mi rivolge. Io sono contento, è come se sminuisse la mia emergenza, come se confermasse la mia convinzione che non ho niente di grave.

Mia moglie invece è preoccupata.

Forse è la prima che ha capito quello che sta succedendo, ma io ho parcheggiato l’auto proprio davanti al Pronto soccorso, nella convinzione di non restarci più di due ore.

“La seconda regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club”,

dice la voce mentre mi fanno accomodare nell’ambulatorio del pronto soccorso.

In corridoio un’infermiera mi rincorre chiedendomi se il dolore che sento è tenue, forte o fortissimo.

Forte.

Se è pungente, diffuso o intermettente.

Mi accorgo di non saper rispondere.

Ci sto ancora pensando quando una graziosa dottoretta mi chiede cosa mi sento.

Diffuso, dico.

Diffuso, cosa? Il dolore.

Dove sente dolore. Qui, a destra.

Ora vediamo, elettrocardiogramma e analisi del sangue. E torna a sedersi al computer.

Ogni tanto mi lancia un’occhiata. Fare il turno di notte è triste e quella non è neanche la sua città. Immagino una vita da single. Sto addirittura per chiederle se mangia scatolette di tonno a pranzo, come le studentesse universitarie, ma desisto.

All’elettrocardiogramma risulta che ho un “Blocco di Branca”.

Oddio, era meglio se non fosse risultato niente, ma almeno non è stata pronunciata la parola che temo di più: infarto. Può darsi che ce l’aveva già, mi dice la dottoretta, ancora non possiamo sapere quello che è successo. Parla, guardandomi le pupille. Mi chiedo se dalle pupille si può capire qualcosa.

Il tono è interlocutorio, non sa ancora di emergenza.

Analisi del sangue.

M spiega: se troviamo gli enzimi… e non finisce la frase.

Enzimi? Che enzimi? Le cellule della tropanina, tropamina, qualcosa del genere, muscoli che si trovano solo nel cuore. E allora? Se ci sono nel sangue vuol dire che si sono rotti … Mi metto calmo, non è ancora il momento di allarmarsi, ma petto e spalla mi fanno un male cane che non accenna a diminuire.

Nel corridoio sento le voci di alcuni ragazzi che parlano della loro amica appena ricoverata per coma etilico, si chedono cosa farne, se avvisare i genitori o cosa. Da lontano vedo avvicinarsi la dottoretta, tutta allarmata.

Enzimi positivi!, grida, come se mi chiamasse per dirmi che mi vogliono al telefono. E da questo momento tutto cambia, l’atmosfera diventa

febbrile.

Ricovero immediato in reparto, avvisare l’Utic, chiamare rinforzi.

Mi fanno spogliare, la parte superiore e appena sbuco da sotto la camicia che mi ha arruffato i capelli vedo la dottoretta con due affari in mano, mentre un’infermeriera mi applica due placche:

defibrillatore.

Siamo a questo punto, chiedo? Nessuno risponde. Mia moglie impallidisce quando mi vede passare steso in barella.

Utic significa Unità terapia intensiva cardiaca, di più grave c’è solo la rianimazione.

Non male come primo impatto con l’ospedale.

A parte il dolore al petto non sento niente al cuore propriamente detto, se non come un trambusto di extrasistole.

La macchina per l’eco-doppler viene portata nella mia stanza con una processione cerimoniosa.

La mia stanza.

Ultima stanza:

praticamene morto.

Il dottore che mi visita è esperto, ha visto gente messa molto peggio, ma dice che bisogna fare una coronografia immediata e applicazione di stent (angioplastica) perché un’arteria coronarica è chiusa e non fa arrivare sangue a una parte del cuore.

So solo che continua a farmi male il petto, sono le tre del mattino e questo dolore ce l’ho da cinque-sei ore. Cerco di fare conversazione col dottore, chiedendogli se è così grave quello che vede.

Il dottore mi chiede cosa faccio nella vita, glielo dico, e poi aggiungo che mi dispiacerebbe non poter più suonare.

Al che scopro che il dottore

è un appassionato di Charlie Parker

e del jazz in generale. Dà un’occhata alle mie zone interne e poi mi assicura che continuerò a suonare. Queste parole mi fanno l’effetto di un soffio di vita. Quando mi portano in sala operatoria lo guardo riconoscente e lui mi strizza l’occhio.

In camera operatoria regna un’atmosfera sonnacchiosa.

Vediamo, cos’abbiamo qui.

Ischemia coronarica.

Ok, preparatelo.

A quest’ordine si attiva la capo-infermiera, che mi strattona da dosso il lenzuolo e comincia a depilarmi furiosamente con dei rasoi usa-e-getta di quelli che si comprano nei negozi cinesi.

Fanno male, scorticano,

ma capisco che con la quantità di rasoi che consumano non si possono certo permettere le grandi marche.

Devono applicare un catetere che arriva direttamente nelle arterie del cuore e ci sono solo due strade, dall’inguine (arteria femorale, per sopravvivere al gelo i cacciatori si applicano qualcosa di caldo tra le gambe e sopravvivono) o dall’avanbraccio (arteria radiale).

L’emodinamista ha davanti tre grandi monitor, su cui vedrà il tragitto dei cateteri.

Occorre inserire del liquido di contrasto e praticare una iniezione di liquido anestetico nell’avanbraccio, per il resto tutta l’operazione deve avvenire da sveglio e cosciente. Vedrò il catetere che si muove nelle mie arterie come un videogioco.

Lo stress mi porta ad avere delle reazioni che di solito riesco a controllare, non sempre, la maggior parte delle volte. Perché fa così maledettamente freddo qui dentro.

La capo-infermiera

mi guarda con uno sguardo che vorrebbe essere gentile ma risulta un po’ disgustato.

La macchina si riscalderebbe troppo, col rischio di esplodere. Infatti, vedo una lucetta rossa che ogni tanto fa capolino, non bisogna assoltamente far arrivare l’impianto sul rosso. Evidentemente, è un problema di fisica che non hanno ancora risolto.

Nudo

su quel letto operatorio, ho un freddo cane e comincio ad agitarmi, sgridato dal chirurgo che mi urla di star fermo, se no rischia di ricominciare ogni volta daccapo l’operazione. Intanto, comincio a vedere sui monitor in tutto il loro splendore le mie arterie coronariche, un groviglio di rametti e non saprei nemmeno dire quale è otturata e come hanno fatto a capirlo.

Man mano che il tempo passa sono sempre più smanioso. Ho un bisogno assoluto di pisciare e lo urlo con tutta la mia forza. Fatelo orinare! Qualcuno traffica con dei pappagalli ma l’nfermiera non osa, chiama un infermiere maschio che timidamente conduce l’operazione e non bene vista la quantità di liquido che si sparge sul letto. Non passano due minuti che mi viene da vomitare. E vomita! urla il dottore, mi giro da un lato ma non esce niente. Sono disperato. Dopo un’inizione di Plasil mi passa lo stimolo del vomito. Sono pieno di farmaci. Che c’è, che c’è? chiede urlando il dottore, che è un bravo dottore ma sta perdendo la pazienza. Sto malissimo, ma l’operazione è andata in porto. Mi viene da piangere per questo misto insopportabile di dolore, umiliazione, depressione. Ma sono salvo.

Quando mi riportano allUtic mi sembra di essere scampato a un nubifragio. Torna il dottore che mi ha visitato per primo e constata che è andato tutto bene. Mi vede turbato e non aggiunge altro. Do un’occhiata alla vetrata che ho davanti, da cui si vede tutta la città, addormentata nelle sue luci dorate. Il cielo sta schiarendo. Sono nudo e pieno di tubicini, totalmente monitorato, appena mi muovo suona qualche allarme, decine di occhi mi stanno guardando da qualche parte, su qualche computer. Nel reparto ci sono sei letti, per i più gravi, accanto a me una anziana sgnora si lamenta tenuamente. Benvenuto nella cripta del dolore.

Da qui imparerai a vedere la vita da un’altra angolazione.

Gli occhi mi si chiudono nella misura in cui si attenua il dolore,

lentamente, con una forma di dolcezza che non conoscevo.

***

Non so che segno sia, ma sta di fatto che dopo l’operazione ho sognato il Pakistan. Sarà stata l’influenza dei farmaci, sono pieno di chimica. In realtà ho solo visto la periferia di una grande città, ma qualcosa mi diceva che quello fosse il Pakistan. Sembrava la periferia di Teheran, ma non era Teheran. Qualcuno mi spiegava qualcosa, come a volermi confermare che dall’altra parte della frontiera c’era l’Iran. Il Pakistan che ho visto in sogno somigliava all’India, ma la gente vestiva in modo simile agli iraniani. Stavo chiedendo a qualcuno come si arrivasse da Karachi a Islamabad. Volevo lasciare quella città portuale, vedere qualcos’altro, non perché la città sia stata definita ”la metropoli più pericolosa del mondo”, per via del tasso di omicidi che è del 25% più alto rispetto a quello delle altre megalopoli mondiali.  Volevo lasciarmi alle spalle quei 23 milioni di abitanti, ma senza un motivo particolare.

Con la coda dell’occhio osservavo un gruppo di occidentali con scarponi di alta montagna che salivano su una jeep. La parte del Kashmir amministrata dal Pakistan comprende alcune delle montagne più alte del mondo, tra cui la seconda in altezza, il K2. Forse erano diretti nel Kashmir. L’immagine non era realistica. Sembrava il ritratto a tempera di una vecchia copertina della “Domenica del corriere”, con i tratti esagerati e la postura da arrampicatori. Il K2.  Intanto la città formicolava di pullman carichi di gente che incrociavano in tutte le direzioni.

Poi entravo in una locanda. Il vecchio e grasso proprietario alzava gli occhi da un giornale,  io chiedevo se ci fosse una stanza libera. Shayad (forse). Il vecchio si apriva in un sorriso e mi raccontava un fatto del giorno: una bambina di 10 anni era stata rapita e violentata  a Faisalabad, nella provincia pachistana del Punjab. Si trattava del secondo caso di questo genere dopo uno stupro a Lahore di una bimba di cinque anni, ricoverata in condizioni serie in un ospedale cittadino. Il nuovo episodio era avvenuto nell’area di Kanjwani mentre la bambina stava giocando vicino ad un mercato. La polizia ha annunciato di avere arrestato cinque persone sospette. Non riuscivo a capire perché il proprietario della locanda mi raccontasse questa storia. Poi vedevo una bambina di cinque anni che scendeva lentamente le scale della locanda con una grossa chiave in mano: era quella della mia stanza. La bambina abbassava glio occhi con un sorriso e il vecchio gli faceva cenno di allontanarsi, ma con benevolenza, senza animosità.
Cercavo nel mio manuale di conversazione in urdu come si diceva grazie in quella lingua: Schukria!. Sembrava simile all’arabo shukrun. Strana lingua l’urdu. Il proprietario della locanda volle vederlo e dopo averlo consultato me lo restituiva soddisfatto, come se capire da parte mia quello che eventualmente avrebbe voluto comunicarmi costituisse una garanzia di serietà e di pagamento.

La  camera non aveva bagno, che era in comune sul ballatoio. Dal lavandino spuntava uno scarafaggio, ma non mi faceva impressione, come se volesse darmi il benvenuto. Dopo aver disfatto lo zaino mi appoggiavo sul letto saggiandone la consistenza. Sembrava pulito. Poi improvvisamente avvertivo un urlo nel corridoio, un urlo di donna. Mi affacciai, ma non vidi nessuno. Pensai di averlo sognato nel breve assopimento che era seguito. Poi sentii di nuovo una voce: Meri umar pandra saal hai (Ho quindici anni), ma non capivo se veniva dal corridoio o dalla finestra di fronte, che era aperta.
Da una radio proveniva la gracchiante voce di un messaggio. All’inizio era solo un rumore, poi cominciavo a distinguere le parole: Le Autorità locali hanno annunciato che le forze paramilitari dei “Rangers” stanno per condurre a Karachi un’operazione per combattere la piaga della criminalità dilagante, con speciale mandato per epurare la città dai killers su commissione, gli estorsionisti e criminali di ogni genere e ristabilire ordine e legalità.  L’operazione sarà presumibilmente concentrata nelle zone della città e della provincia dove più attivi sono i gruppi malavitosi, ma non possono escludersi ripercussioni sulla vita quotidiana  anche altrove, disagi per posti di blocco e chiusura di strade ed altre simili misure. Si raccomanda pertanto di elevare il livello di prudenza ed attenzione nei prossimi giorni, di tenersi informati quotidianamente sulla situazione evitando accuratamente i percorsi a rischio, e di limitare conseguentemente gli spostamenti allo stretto necessario. A seguito di recenti e reiterati episodi terroristici anche ai danni di alpinisti stranieri nella regione del Gilgit Baltistan, si sconsigliano escursioni in tale area. Le spedizioni alpinistiche e gli stessi spostamenti lungo la Karakorum Highway sono in ogni caso al momento soggetti a restrizioni di entità variabile da parte delle Autorità locali.

La situazione in Pakistan è talmente insicura che le  Autorità pakistane richiedono dei permessi (“No Objection Certificate”) per l’accesso a numerose aree del Paese; la lista di tali aree è soggetta a continue variazioni. A tale normativa si devono attenere anche le Organizzazioni Umanitarie. In occasione di situazioni a rischio sicurezza, quali ad esempio manifestazioni per ricorrenze civili o religiose, nonché in caso di proteste o disordini, le Autorità pakistane possono sospendere i servizi di telefonia cellulare. Tali interruzioni si verificano con breve preavviso.

Non so quanto avevo dormito. Vedevo le prime ombre della sera. Volevo andare un po’ in giro. Assaporavo il gusto di una proficua esplorazione cittadina, ma poi qualcosa mi ha svegliato e non sono riuscito a prendere sonno.

***

“Sono io. Victor Ward. Domani sera apro il, come dire, più grande locale di New York”. Sto sfogliando distrattamente il libro che ha con sé mia moglie. Ma cosa mi hai portato? I libri sono due, “Glamorama” di Bret Easton Ellis e un giallo islandese. Sono gli unici che ho trovato giù all’edicola. Come stai? Bene, va molto meglio. Ok, sospira lei, lasciandosi andare sulla sedia piena dei miei indumenti, che non è certamente stata “disegnata da Vivienne Tam”. Mi sono svegliato a più riprese e poi riaddormentato per tutta la mattinata. Non mi hanno dato da mangiare – per via della nauea – ma non ho fame. vorrei appunto leggere un po’, poi penso di guardare i messaggi al cellulare, che sono molti e mi riscaldano

il cuore.

Il dolore mi è passato.

“Sento Alison battere le mani ed eccola che entra in cucina, nuda sotto un accappatoio el tour degli Aerosmith, un cellulare stretto fra orecchio e spalla, una canna spenta in bocca”, scrive Easton Ellis.

Le infermiere sono molto sollecite.

La mia postazione sembra la consolle di un aereo, lucette dappertutto, il tracciato delle sistole e delle diastole in tempo reale, ogni tanto muovo qualcosa per vedere cosa succede e il ritmo delle pulsazioni amplificato nella stanza sembra una scarica di batteria. La cosa fastidiosa è quando devo fare i miei bisogni, girandomi sembro trainare le funi di un carro. Mi viene a trovare un sacco di gente, l’imbarazzo di farmi vedere in quelle condizioni è dissolto dalla sincerità e dal calore di questi incontri. Sono senza dolore e anche un po’ sedato, sono entrato nella calma che precede la consapevolezza di quello che mi è successo. In realtà c’è una cosa che vorrei chiedere ma non posso, anzi è la pima cosa che mi dice chiunque mi viene a trovare: niente più fumo. Una mazzata tremenda. Per non pensarci mi immergo nella musica che mi viene dal cellulare attraverso gli auricolari, “Atom heart mother”, che mi è rimasta dopo lo spettacolo che abbiamo fatto.

La mia personale playlist registrata sullo smartphone è una di quelle cose che ascolto per intero solo in casi eccezionali.

E niente di più eccezionale essere stato tirato in tempo dal turbine che può provocare un’aritmia ventricolare incontrollabile.

“Not dark yet”, una delle “mie” due canzoni in asoluto (l’altra è “Hey Joe”) mi aspetta all’angolo della mestizia serale del primo giorno d’ospedale.

Hanno dovuto ricoverare una persona d’urgenza, che ora fissa il vuoto dall’ultimo letto del reparto. Non deve avere neanche cinquanta anni. Deve essere vero che i problemi cardiaci colpiscono sempre più presto e più spesso. Si sono accese le luci della città, che tremolano attraverso la vetrata.

In ospedale perdi la cognizione del tempo.

E’ vero che cambia la luce,

ma tipo vegli di notte

e dormi di giorno

e questo senza che neanche te ne accorgi.

Specie se sei cullato dalla musica,

come adesso.

Ogni tanto arriva un medico per controllare se lo stent inserito nell’arteria sta provocando rigetto, ma non sembra; più passano le ore più si fa sentire lo sfrigolio del pizzico al cuore, ma sembra una cosa normale.

E comunque le prime 24-48 ore sono fondamentali.

Vita o morte, per dirla in maniera un po’ enfatica, che non avverto in tutta la sua drammaticità se non me lo ricordassero continuamente. Lascio scivolare la musica ed ora è la volta di “Hey Joe” cantata da Patti Smith, nella versione preceduta da “Horses”, mi piace perché comincia quasi con un grido, un urlo, che lacera la notte.

Mi è capitato più di una volta di parlare con gente che ha immaginato la frase da far scrivere sulla propria tomba.

A me non è venuto mai in mente.

Non nego che dopo qualcuna di queste conversazioni ci abbia pensato, ma non saprei.

Piuttosto, mi è capitato di pensare alla musica da far eseguire al mio funerale, questo sì: appunto, “Not dark yet” e “Hey, Joe”, prima e dopo la cremazione, perché vorrei appunto essere cremato. Forse questi sono pensieri un po’ tetri, ma c’è da capire: sono in un letto di ospedale dopo un intervento al cuore; giustificato, no?

E’ una vita che sto pensando alla possibilità della reincarnazione all fine dei tempi e per una serie di motivi sono giunto alla conclusione che è impossibile e quindi non ha senso conservare integro il corpo.

Integro non sarà per molto, d’accordo, ma è il simbolo quello che conta.

E io voglio essere bruciato, in-esistere definitivamente.

***

Quello che mi dà fastidio nel reparto è la luce, al neon, fari cinematografici.

Devo sfumare un senso con un altro, la visione con l’ascolto.

E quindi lascio scorrere la playlist della malinconia.

Quando arrivano le infermiere le vedo boccheggiare senza sentirne il suono, tanto vogliono dirmi solo che devo prendere dei farmaci.

Memorizzo i loro turni, ci sarà sempre quella più simpatica a cui rivolgermi. Il letto a geometria variabile ho capito come funziona, con una specie di telecomando. Si disarticola in una serie di posizioni. Solo che a un certo diventa tutto troppo complicato e devi chiamare qualcuno per sbrogliare la matassa, e questo qualcuno arriva in una frazione di secondo. Mi fa prurito il buco dell’ago della flebo.

“Se sei bello il mondo ti sembra più bello”, dice il protagonista del romanzo che sto leggendo in ospedale, “Glamorama”.

Questo è un posto in cui si curano corpi malati, giusto? e io sto leggendo un romanzo in cui si celebra la bellezza (glamour) dei corpi. I personaggi descritti da Easton Ellis sono tutti modelli e modelle: un flash pazzesco sulle mode americane degli anni ’90, arrivate in Europa negli anni zero.

Un personaggio fa una dieta “dominata da granite al gusto d’uva, citronella e chinotto”. Il contrasto con quello che mi circonda non potrebbe essere più grande ed è proprio questo contrasto che fa emergere il grande soggetto cui sto girando intorno: il corpo, la cura del corpo, la sua esibizione. C’è un sacco di gente che non pensa che a questo. Il corpo. Tutto gira intorno a questo, dalla moda alla pubblicità, dal cibo alle pratiche sociali.

Ci siamo innamorati dei nostri corpi e quando per qualche motivo esso cede, ci cade il mondo addosso. Lo riempiamo di fumo, di alcol, di grasso, pensando che esso sia immortale, fino al momento in cui si sfilaccia un muscolo cede un legamento, si forma un grumo nelle viscere. Allora, è la fine, non abbiamo più protezione, non sappiamo a chi o a cosa rivolgerci. Ma fin quando dura, pretendiamo che sia il migliore, voglio dire: il nostro corpo. In realtà, la moda o anche solo la ricercatezza nel vestire esprime una proiezione del desiderio di essere belli o solo apparire belli. Ma in ospedale non c’è niente di bello. I belli non vanno in un ospedale pubblico.

Hanno portato da mangiare. Adesso molto meno, ma una volta facevo un sacco di storie per il cibo, non mi andava bene niente. Quello che vedo non è da gourmet ma mi dico e ripeto che non posso indebolirmi se no quando mi alzo mi gira la testa. Quindi, devo mangiare. Brodino, non importa, pastina, meglio, mele cotte, ottime. Ho l’aria serissima, come tutti i pazienti del reparto. Mangiare è un rito meticoloso, nutrire il corpo, mantenere gli spiriti vitali. Stiamo praticando questo rito con grande convinzione. La visita della mattina, che sembra la celebrazione dell’eucarestia per la sua cerimoniosa processione non è niente alla nostra celebrazione. Quella del medico che emette il verdetto è scienza, conoscenze tecniche, freddezza professionale. La nostra somiglia alla vita.

***

All’ora delle visite nell’Utic si entra uno per volta e con un camice sterilizzato addosso. Misure di sicurezza. Al di là della vetrata una donna è venuta a trovare la madre. Poco dopo arriva anche un medico, di un altro reparto, che dopo i saluti comincia a parlare con la donna. Parlano della figlia, ricoverata in un altro reparto. Mi sembra di capire che parlano di anfetamine. Senza distogliere l’attenzione da chi mi è venuto a trovar, sono attratto da quello che si dicono il dottore e la donna, evidentemente il dottore è il medico che ha in cura la figlia.

Quando nel pomeriggio è venuto un diacono a somministrare la comunione per i pazienti del reparto l’anziana signora è stata la prima a volere l’eucaristia, con le lacrime agli occhi, ma – non so perché – non credo che fosse per la nipote. Per i guai della vita in generale. Se avesse saputo in che condizione si trova probabilmente la nipote, avrebbe fatto una preghiera in più. Anfetamine, una cosa terribile. Ne parlo in seguito con un mio amico medico, che poi è mio cugino, che si trattiene con me fino a tardi, quando ha il turno di notte.

Nel 1965 furono immesse nel mercato italiano 30 prodotti diversi a base di anfetamine (o amfetamine); il più famoso aveva il nome commerciale di Simpamina. La  pubblicità di questi farmaci “miracolosi” passò rapidamente dalle riviste di medicina alle riviste a larga diffusione, determinando – a partire dagli anni ’50 negli Usa, 15 anni dopo da noi –  una grave e particolare forma di epidemia d’abuso, con moltissimi casi di persone diventate dipendenti all’anfetamina nel corso di cure dimagranti.

Anfetamine  per dimagrire: questa è la soluzione alla quale arriva chi vuole dimagrire, dopo molti falliti tentativi con le diete propagandate dai giornali, sostitutivi del pasto, beveroni miracolosi, attrezzi improbabili. Ma che rischi si corrono assumendo anfetamine per dimagrire? Purtroppo moltissimi. Le anfetamine hanno un effetto anoressizzante, ovvero provocano un calo dell’appetito, ed è questo l’effetto che viene sfruttato per perdere peso e che ha motivato in passato l’uso delle anfetamine per dimagrire. Ma non si tratta dell’unico sintomo e nemmeno del principale: le anfetamine provocano infatti un’accelerazione del ritmo cardiaco e respiratorio e un’alterazione del ritmo sonno-sveglia. L’assunzione provoca una sensazione di energia e benessere che crea l’impressione di non avere bisogno nè di cibo nè di sonno. Presto però, questo senso di onnipotenza si trasforma in un’iperattività che sconfina in un’ansia incontrollabile e che dà luogo talvolta a comportamenti violenti ed episodi di paranoia. L’assunzione frequente di anfetamine comporta il rischio di attacco cardiaco, coma, convulsioni. Purtroppo la cronaca registra periodicamente i decessi di persone che assumevano anfetamine per dimagrire.

Le anfetamine, come la cocaina, producono il fenomeno della tolleranza inversa ad alcuni degli effetti (soprattutto quelli psicotropi), mettendo a maggior rischio di overdose proprio coloro che assumono abitualmente tali sostanze. Nell’uso cronico, l’astinenza produce, come per la cocaina, una forte depressione psicofisica e quindi il bisogno irresistibile di amfetamine. Per questa ragione la dipendenza da tali sostanze è soprattutto di natura psichica.

Molti obietteranno che gli stessi dietologi spesso prescrivono le anfetamine per dimagrire. In realtà, in Italia non è più legale prescrivere prodotti dimagranti o coadiuvanti per il dimagrimento che contengano anfetamine (come per esempio, “Sendimetrazina”, “Fendimetrazina”, Fluoxetina”, “Clorazetato di potassio”).

In passato alcuni dietologi usavano introdurre nella terapia anche dei farmaci che contenevano, tra i vari ingredienti, sostanze del gruppo delle anfetamine. In seguito ad alcuni decessi dovuti all’abuso di anfetamine per dimagrire, la legislazione è stata modificata in senso molto restrittivo. In molti paesi europei tuttavia, è ancora legale e diffusa la prescrizione di anfetamine per dimagrire. Il mercato illegale di queste pastiglie è perciò molto fiorente e molti italiani si recano all’estero per farsele prescrivere, oppure utilizzano il mercato senza confini di Internet. L’assunzione di anfetamine per dimagrire diventa in queste condizioni ancora più pericolosa perché avviene senza la consulenza di un vero medico e secondo una pratica fai-da-te che può rivelarsi addirittura fatale.
Lo scrittore Hugh Selby Jr. ha descritto magistralmente questo dramma nel suo libro “Requiem per un sogno”, portato sullo schermo da Darren Aronoksky.

Le anfetamine vennero sintetizzate verso la metà degli anni trenta da un chimico di Los Angeles, Gordon Alles. Tali sostanze dovevano costituire un sostituto sintetico dell’efedrina, un principio farmacologico naturale della pianta Efedra molto efficace nella cura dell’asma, ma di difficile estrazione. Le anfetamine ebbero subito un grosso successo commerciale, non solo per la loro efficacia nel trattamento delle affezioni asmatiche, ma soprattutto per le proprietà stimolanti. Gli studenti americani avevano infatti imparato ad assumere il farmaco per vincere il sonno durante la preparazione agli esami. In quegli anni le anfetamine venivano prescritte come antidepressivi e per la cura degli “esaurimenti nervosi”. La potente azione anoressizzante, inoltre, veniva utilizzata per la produzione di farmaci per le cure dimagranti. Ciò determinò, agli inizi degli anni ‘50, una vera e propria epidemia d’abuso, con moltissimi casi di persone diventate dipendenti nel corso di cure dimagranti.
La prima epidemia d’abuso, in realtà, si era verificata già durante la seconda guerra mondiale. Le pillole a base di anfetamine venivano infatti distribuite ai soldati, per aumentarne l’efficienza e sostenerne il morale. Secondo alcune stime, circa il 10% delle truppe inquadrate nell’esercito americano era dedito all’uso cronico di anfetamine.

Mi ricordo di aver visto quel film, “Requiem for a dream”, ricordo la sua musica ossessiva. Ho visto diversi miei amici morire per droga, in particolare per eroina. Sembra che ogni generazione debba avere i suoi martiri. Noi abbiamo visto cadere compagni di scuola per droga o violenza politica, i ragazzi di oggi sono immersi in fiumi di acol e anfetamine. Paghiamo un prezzo altissimo alla nostra inquietudine. La donna che sta parlando col medico forse è scampata alla catastrofe della sua generazione, ma non a quella della figlia.

Stavo dicendo del diacono che è venuto nel pomeriggio a somministrare la comunione. Mi ha fatto un effetto stranissimo rifiutarla, quasi un senso di colpa. Una cosa pensare a dio, un’altra ai suoi sacramenti (nel senso cattolico). Non ci penso da più di quarant’anni e oggi mi sono trovato davanti a questa richiesta. Nessuno mi ha mai chiesto se volevo fare la comunione. Ho visto di sottecchi gli altri del reparto farla. Non sapevo che un laico potesse somministrare la comunione e – mi è sembrato di ricordare – con le stesse parole del sacerdote. L’impressione forse è potenziata dal fatto che stavo leggendo prima di entrare in ospedale uno strano libro di Emmanuel Carrère intitolato “Il Regno”, che è un lungo confronto dell’autore di “Limonov” con il cristianesimo.

Debbo confessare che sono più interessato alle dinamiche interne al mondo musulmano che a quelle cattoliche. Queste ultime mi sono sembrate negli anni sempre più simili a forme di bieco fondamentalismo. Non sopporto vedere manifestazioni contro l’aborto o gli omosessuali. Non sopporto questa forma di “cristianesimo borghese”, come lo chiama Carrère. Ultimamente però mi colpisce molto la figura di questo papa, papa Francesco, che è tanto avanzato da doversi addirittura difendersi da accuse di comunismo. Papa Francesco non teme il “populismo”, a conferma che questa è l’essenza stessa della morale cattolica. La novità è la dimensione radicale di questo “populismo”, che se toglie le parole di bocca alla sinistra, ne annulla anche la funzione. A che serve una sinistra laica se ci pensa il Papa? In questo modo risorge dalle ceneri la vecchia chiesa proletaria e contadina. Forse è l’unico ruolo che può avere in una società moderna la dimensione stessa del “religioso”: ascoltare il popolo, farsi popolo. Anche questo è un dato. Oggettivo, per così dire. Senza commenti di approvazione o disapprovazione. Ma è anche il dato più eclatante del fallimento del “moderno” o del “postmoderno”. Non siano andati da nessuna parte. Siamo ancora lì, a soddisfare bisogni primari e a non essere sicuri di farcela. E’ l’oscillazione storica della chiesa, da un punto all’altro. Ora tocca questo punto, che è il più vicino a quello che penso, ma questo non implica niente. Sono troppo lontano. Probabilmente quelli che fanno volontariato in ospedale non oscillano, praticano una forma diretta diretta di cristianesimo, la pietà per il prossimo, che ne costituisce il nucleo più vero.

L’accoglienza dell’ospedale comincia a sembrarmi un ricettacolo di illusioni fallite. Pensavamo di essere giovani per sempre e non è vero, sani e forti e non è vero, illuminati e progressisti e non è vero, sono gli altri che vengono a fare volontariato, quelli che critichi su Facebook perché fanno le manifestazioni contro gli omosessuali. Non si capisce più bene qual è la verità, se una verità esiste. Una volta un collega durante una litigata in collegio dei docenti mi disse: noi qui a litigre per cazzate, quando a un chilometro da noi, sotto i nostri occhi, c’è un posto dove la gente muore, riferendosi a quest’ospedale dove sono ora. Forse questa è l’unica verità.

Meglio tornare a leggere il mio Easton Ellis: “Tante persone che conoscevamo di vista erano morte o scomparse durante quelle settimane – incidenti di macchina, Aids, omicidio, overdose, travolte da un camion, cadute o forse spinte dentro vasche di acido – al punto che l’ammontare della cifra spesa in corone funebri sulla Visa di Chloe si aggirava sui cinuqemila dollari. Io ero bellissimo”. Un pezzo che sintetizza molto bene questa celebrazione della bellezza in un mare di disastri. Corpo, bellezza, apparenza. Tutto mischiato, tutto collegato, nelle spire di una disaffezione generalizzata. Per tutto e per tutti. Che strano leggere un libro di modelli, corpi perfetti e bellezza in un letto di ospedale; era l’unico libro che mia moglie ha trovato nell’edicola dell’ospedale nelle prime ore dell’emergenza. Un libro pre-torri gemelle, scritto in epoc clintoniana ma di puro spirito reaganiano. Il corpo. I corpi. La bellezza. La moda. “La moda può avere a che fare con l’insicurezza ma la moda è un buon modo di alleviare la tensione”, dice Victor, il protagonisa di “Glamorama”. E’ un po’ paradossale che questo tema mi si para davanti proprio ora. O forse no? “Ehi, il successo è amare se stessi, e chi non la pensa allo stesso modo può andare a farsi fottere”. Puro spirito anni Novanta, puro spirito post-moderno.
Mentre nel reparto cala il sonno inquieto degli infermi, fatto di momorii soffocati, lamenti a intermittenza, preghiere recitate con il movimento della bocca, riattacco gli auricolari collegati allo smartphone; o meglio, riattacco la musica dello smart perché gli auricolari avevo dimenticato di toglierli. Le infermiere trafficano con il carrello dei medicinali. La musica scorre nei cavi che ho negli orecchi. A parte la musica preparata per lo spettacolo, io in realtà non so cosa ci sia nel cellulare e allora collego le cuffie al portatile per andare su Youtube, li ho un canale e una lista di preferiti; diverse liste di preferiti, cambiano continuamente con l’umore. Guardo fuori la città mentre inserisco “Simple man”.

Scorro le mie liste su Youtube, mentre un’infermiera mi dice che mi sto agitando un po’ troppo. In che senso? L’apparecchio che monitora il cuore è in effervescenza. Possibile, registra anche gli stati d’animo quell’arnese? Pare di sì. Calmo, mi raccomando. Ma io non muovo un muscolo, solo dentro, ora che mi sono imbattuto in B.B.King (Blues Boys Tune); come i cani, mi emoziono prima dell’evento. Ma con chi sta parlando? Non si deve emozionare. Non sto parlando con nessuno, forse solo con me stesso. Non sarebbe meglio mettersi a dormire? Non ci riesco. Ci deve riuscire, su da bravo, spenga tutto e si tiri il lenzuolo sotto il mento.

L’ho sentita conversare con le colleghe quella infermiera,

delle sue preoccupazioni,

di suo figlia che fa la dentista in Australia, emigrata di lusso,

dell’altro figlio che le dà un sacco di noie a scuola,

di suo marito che non sta bene in salute.

E’ molto efficiente e gentile ma non credo che capisca quello che mi sta passando per la testa in questo momento. Lei pensa che sia la semplice reazione di un infermo, non capisce che sto pensando alla vita e alla morte, a dio, alla reincarnazione, alla vita sociale dedicata sempre più all’apparenza, al mistero dei corpi e della bellezza; insomma, ai massimi sistemi. Se lo sospettasse non sarebbe così accomodante, lei ha problemi così concreti, umani, non metafisici, sa che non bisogna affacciarsi troppo sull’orlo dell’abisso, come direbbe Nietzsche. Ma queste sono fisime di intellettuali.

Decido di seguire il consiglio dell’infermiera, di spegnere tutto, di tirarmi il lenzuolo sul collo. Le cose che leggo in un’ultima perlustrazione su Facebook e Twitter mi sembrano così lontane, come se le leggessi da una baita di montagna. Mi chiedo se sono io quello che ha postato, linkato, risposto, commentato. L’io della mia vita precedente. Metto “Don’t be sad” di Brad Mehldau. Regolo il telecomando del letto snodabile su una posizione assolutamente piatta e spengo.

Spero di dormire e non fare sogni come quello del Pakistan, vorrei essere lasciato in pace.

***

La nottata non è stata affatto tranquilla,

un alternarsi di sonno stordente

e veglie a occhi spalancati,

inquietudine

e rassegnazione.

Non so se mi fa bene questo cocktail di sentimenti e stati d’animo e ho anche un po’ di affanno quando mi trovo in posizione supina. Faccio zapping col telecomando del letto, ma non trovo la posizione. Tutti dicono che sto meglio e che sono quasi fuori pericolo, poi aggiungono: le è andata bene.

In realtà mi sentirò meglio quando mi portano i giornali. Quali vuole? Tutti. Invece di sentirmi distaccato dal mondo ho un rigurgito di bulimia per le notizie. Comincio dalla cronaca, come al solito. Una ragazzina di 15 anni si è suicidata nell’abitazione di famiglia, una villa in Strada Costiera a Trieste. La giovane, secondo le prime indiscrezioni che emergono dallo stretto riserbo dei carabinieri cui sono affidate le indagini, si è tolta la vita con un colpo di arma da fuoco. Così si esprime il nudo linguaggio delle agenzie. La tragedia si è verificata attorno alle 7.30. In queste ore i militari stanno cercando di capire assieme ai genitori i motivi che hanno potuto spingere la ragazza al tragico gesto. Sul posto oltre ai carabinieri è giunto anche il medico legale. La villa subito dopo l’accaduto è stata circondata dalle forze dell’ordine per proteggere la privacy della famiglia.

La ragazzina, che frequentava un liceo triestino, ha lasciato un biglietto in cui parlava di “giorni vuoti senza significato”, limitandosi a simili poche parole.

Proprio per questa mattina i genitori avevano fissato un appuntamento per un colloquio con i professori, ma non risulta che la giovane avesse problemi legati al suo percorso di studi.

Sfogliando i giornali mi imbatto in una recensione di uno strano libro, “Houellebecq economista”, scritto dall’economista francese Bernard Maris, una delle vittime della strage nella redazione di “Charlie Hebdo”.

“Fare di Houellebecq un economista sarebbe vergognoso come assimilare Balzac a uno psico-comportamentalista», premette Maris che fa del romanziere il più efficace censore dell’approccio “quantificante” del nostro tempo.

“Se la sofferenza dei protagonisti di Dostoevskij è legata alla morte di Dio – nota nel saggio – quella dei protagonisti di Houellebecq nasce dalla violenza perpetua del mercato”. “Houellebecq economista” è insomma una battuta, ammette l’autore, “per svelare la triste morale e il pugno di ferro dissimulati sotto gli orpelli di una scienza”. Nessun romanziere, come Houellebecq, “aveva prima di lui così ben penetrato l’essenza del capitalismo, fondato sull’incertezza e sull’angoscia”.

Ognuno dei romanzi che ha scritto riprende il tema degli altri, “la concorrenza perversa, la servitù volontaria, la paura, l’invidia, il progresso, la solitudine, l’obsolescenza”.

Tutti i romanzi dello scrittore francese vengono riletti come critica della ragion economica. “Estensione del dominio della lotta” parla del liberalismo e della concorrenza, “Le particelle elementari” del regno dell’individualismo assoluto e del consumismo, “Piattaforma dell’utile, dell’inutile”, della domanda e dell’offerta di sesso. Per capire la società postcapitalista che ha realizzato il fantasma di quegli “eterni kids” che sono i consumatori, prosegue Maris, bisogna leggere “La possibilità di un’isola”. Gli uomini, trasformati in consumatori perennemente insoddisfatti, assumono comportamenti infantili: “infantile il loro errare nei suprmercati, il loro precipitarsi al momento dei saldi, il loro modo di strimpellare sui loro giocattoli”, o il passare la notte davanti allo store di Apple. Conseguenza di questo una solitudine assoluta. Mi colpisce questa descrizione dell’infantilismo e della solitudine del consumatore. Stanno girando in molti intorno a questi argomenti, ma pochi con l’efficacia di Houellebecq.

***

Il problema non è il cibo, è l’orario di pranzo; io a quell’ora prendo al limite un caffé. Prendevo. Mezzogiorno. Tocca adottare strategie estreme, spararsi un po’ di musica country western nelle orecchie immaginando di star mangiando in una bettola lungo una strada del Texas. A mezzogiorno. E fa molto caldo. La pastina non è pastina, è un piatto messicano piccantissimo. la fettina di carne che sembra chiedere aiuto nella sua sala congelata è una bisteccona texana. L’acqua, birra.

Nessuno nel reparto riesce a capire perché mi muovo ritmicamente. Che c’è da muoversi? Le infermiere mi guardano come si guarda un cane spappolato sulla strada, vittima di un pirata tossicomane. Solo il dottore appassionato di musica alza un pollice. I vicini di letto, anziani e intubatissimi, che debbono essere imboccati per mangiare, mi guardano come se avessero visto un fantasma, un’apparizione, la statua di un santo che abbia preso vita. Alzo un braccio in segno di saluto,un saluto ecumenico, a tutto il reparto, facendo il segno della vittoria. Questo è pazzo!

Che cosa ascolta, Gigi D’Alessio? mi chiede la più giovane delle infermiere, evidentemente appassionata di musica. No, no, country. Ah, risponde, per niente persuasa, ma si vede che le è rimasta la curiosità, vorrebbe sapere che musica è, ma non osa. E neanche io, spiegarle che è un colpo di testa, di solito non ascolto musica country. Quando sono stato nel Nevada mi faceva ridere. Volevo solo assaporare certe sensazioni. Di caldo, libertà, stravizi. Lontano da qui.

Sono venuto a scannerizzarla, dice il dirigente medico del reparto, guidando tra il letto e la sedia l’apparecchio per l’eco-doppler.

Ah, bene.

Vediamo che succede, per adesso va tutto bene, fra qualche giorno può tornare a casa. Una volta i pazienti con ischemia coronarica li tenevamo in reparto molto di più, ora le cose sono più veloci. Non parlate male dell scenza! Chi parla male della scienza, dottore? Eh, eh. Io al limite parlo male dello scientismo, non della scienza, dell’ideologia della scienza, non della ricerca. Va bene, va bene. L’esame è approfondito, la zona del cuore colpita non è grande. Il danno c’è stato, ma limitato.

Prima di andarsene il dottore dà indicazione all’infermiera di potermi alzare dal letto. Grandioso! La manovra dura un certo tempo, la testa mi gira, ma non tantissimo. La posizione eretta mi dà l’impressione di uno scatto nel processo evolutivo. Posso andare in bagno da solo. Lasci la porta aperta. Apertissima. Alzo il pugno verso la città, ci sono ancora, non vi libererete di me tanto facilmente. Ma nel farlo ho un leggero mancamento.

Penso che sia abbastanza tipico degli infermi oscillare continuamente tra scoramento e desiderio di ripresa.

Io l’interpreto senza pausa tra i due stati d’animo. Chi mi sente al telefono se ne accorge, non fa che chiedermi:

ma, tutto bene?

Allora decido di non parlare al telefono, di prendere degli appunti per iscritto, quelli che state leggendo ora. Serviranno a decantare questo torrente impetuoso di pensieri e stati d’animo. Comincio a scrivere furiosamente, dimenticando sistematicamente di prendere tutte le medicine. Le infermiere sono costrette a mettermi i farmaci direttamente in bocca, accompagnandoli con piccole sorsate di acqua minerale. Situazione un po’ surreale. Scrivo, ascolto musica, mi alzo ogni quarto d’ora per vedere se non mi gira la testa. Ci vuole pazienza con lei, molta pazienza.

Si puo’ dimenticare la propria semplice presenza? Ci si può abbandonare al puro ascolto, senza ingranare pensieri? In alcuni momenti forse sì. E cosi’ defluisce lo stress, si svuota la tensione nervosa e l’ansia è come il retrogusto lontano di qualcosa di cui non sai nemmeno il perché. L’aria condizionata del reparto ha un andamento concitato. Ha fretta di sobillarti l’epidermide. Sembra trafelata. Scende a ondate dal soffitto. La luce naturale al di là della vetrata è pronta ad annunciarti il grigio umido della sera. La luce artificiale di qua si staglia impudica su un mare di corpi infranti.

***

Visto che sono entrato – un po’ casuamente – nella tematica dei corpi e dell’apparire, mi sono fatto portare da mia moglie un libro di cui avevo sentito parlare. In principio, quando ti ritrovi a soppesare le 558 pagine di questo libro, magari ti chiedi:

perché dovrei leggere un altro romanzo americano?

Poi cominci a leggere e scopri la trama del solito romanzo americano: la contrapposizione tra metropoli e provincia, il sogno del successo, la lenta caduta delle speranze. Ma poi rifletti: perché riesco a leggere questa roba con divertimento e piacere? “Questa roba” è il romanzo “Guardami”, di Jennifer Egan. Vuol dire che è scritta bene. Già. Poi il romanzo fa uno scatto in avanti, addentrandosi nella storia e nella cronaca del misterioso presente ed aumenta l’interesse.

Maestria nella costruzione dei personaggi, scrittura attenta ai ritmi, perfetta centratura del tema dominante: l’ambiguità dell’identità. Jennifer Egan merita i numerosi elogi che le sono stati tributati. L’unica cosa che si può “rimproverare” a Jennifer Egan è che nel suo romanzo ci ha messo troppa roba. Per me, figurarsi! Più ce n’è, meglio è. Ma ogni tanto si sente la fatica. Sempre risolta bene, sia chiaro, ma si sente. Il tema dell’ossessione dello sguardo a tratti diventa il ritratto della nostra epoca.

Ma in fondo la corda più vibrante della Egan è quella della disperazione femminile. La caduta. L’abisso. Lì non teme rivali. Il fatto che Jennifer Egan abbia intuito con 10 anni di anticipo l’avvento dei social network è un’altra conferma che la realtà imita la letteratura. Nel romanzo “Guardami” si entra in un modo e si esce in un altro. Rapito.

Già, perché questo romanzo l’ho divorato in una notte, nel silenzio illuminato al neon del reparto. Non riuscivo a prendere sonno e tanto è valso leggere. Mi sto addentrando nella tematica dei corpi, del corpo, proprio nel luogo in cui esso conosce i suoi limiti.

Non ci sono bellissime ragazze vestite all’ultima moda nei corridoi, nessuno ha organizzato party con “tanta bella gente” qui. Mi hanno appena detto che la ragazza ricoverata per coma etilico la sera in cui sono stato ricoverato io è morta. Qui non ci sono muscoli guizzanti e capelli biondo platino. Qui siamo tutti al limite, chi più chi meno.

Sono le cinque del mattino quando avverto un bisogno assoluto di sentire pesanti colpi di percussione nelle orecchie, assoli di basso che tolgono il respiro, valanghe di musica infuocata. Sto avendo strane reazioni in questo posto, sicuro che non mi drogano? E la metto la musica, nelle orecchie, mi farà bene, mi farà prendere sonno. Musica pesante che esprima tutta la vitalità e la disperazione dei nostri giorni. Ambigua come la vita. Vitale e funerea.

Un critico importante, ovvero Lester Bangs, parlando di “Metal Machine Music”, album del 1975 di Lou Reed che spiazzò tutti per la sua elettronica, l’uso di synth e distorsioni e la totale assenza di cantato ha scritto:

“Quando ti svegli al mattino con la peggiore sbronza della tua vita, “Metal Machine Music” è la medicina migliore.

Perché appena apri gli occhi sei così distrutto (ancora ubriaco) che non ti fa neanche ancora male, quindi potete mettere immediatamente su quest’album, non solo per pulire la vostra testa da tutta quella merda, ma per prepararvi a tutto quello che v’aspetta per il resto del giorno”.

Sono nella stessa condizione?,

mi chiedo con una punta di inquietudine mentre spunta l’alba.

Debbo assolutamente dormire, è un reparto di terapia intensiva questo, non un pub.

Antonio De Lisa


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