Antonio De Lisa- Onde (Monologo teatrale)

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Antonio De Lisa- Onde (Monologo teatrale)

La scena è disadorna: una sedia, un piccolo soppalco, un palo tronco. La luce segue i movimenti dell’attore, ma sempre di taglio: o di lato o da dietro. L’attore è completamente vestito di nero. Ci sono tre elementi geometrici disegnati su un piano leggermente rialzato alle spalle dell’attore, realizzati con carta plastificata riflettente.


Notazione per la messa in scena.

Questo testo è pensato per un attore solo, che può ispirarsi al modo in cui è impaginato il testo per movimenti di scena di vario tipo.


SCENA I

In piedi

E’ assai probabile che il tema del viaggio sia il più trattato nelle opere letterarie.
Forse soltanto quello dell’amore è stato oggetto di altrettanto interesse.
Anzi, quasi sempre i due argomenti sono strettamente intrecciati, se per amore intendiamo non solo quello affettivo di coppia, ma quello più generale, come quello tra Dio e Abramo, ad esempio. Quasi sempre a monte di un viaggio esiste un desiderio e il desiderio è il motore dell’amore.

Le mani si muovono insieme, e sono rigide in posizione orizzontale. E’ una dichiarazione, uno statement, senza complicazioni emozionali.

In piedi. Fermo

Se per il parentado era un disonore avere un nipote comunista non lo davi mai vedere.
Per te, quel figlio strano avrebbe potuto essere qualsiasi cosa,
l’importante era che avesse un sogno, un ideale, una spinta mostruosa per andare avanti, anche quando era triste …
Mutter, Mom, Madre, mi perdoni se non ti chiamo mai?
Se non parlo a tavola?
Se penso sempre a queste mie maledette cose?
Se ho sempre la testa da un’altra parte?

In piedi. Camminando

Lo vedesti sorridere quel tuo figlio musone.

Le dita della mano destra sfiorano la guancia all’altezza degli occhi. L’emozione è forte. Gli occhi sono il luogo in cui si manifestano i vari stati d’animo.

Basta la parola “viaggio” per evocare un universo fittissimo di suggestioni contrastanti.
Il viaggio simbolo, coagulo di una marea di implicazioni.
Il viaggio evoca l’avventura, la migrazione, l’estraniazione, la nostalgia, la fatica, la curiosità, lo stupore, la soddisfazione, il cambiamento, il timore, l’entusiasmo, l’attesa, l’incontro.

Ed ecco che nuovamente tutte queste suggestioni si polarizzano, disponendosi intorno a due nuclei opposti:
la seduzione contro la paura,
la curiosità contro la nostalgia,
la fatica contro la soddisfazione.

Silenzio

Si siede

Non è per il tuo modo fantastico di cucinare il pesce che voglio trovarti lì dove ti trovi.
No, è per quel senso di pace che cerco tra questa scontentezza perenne.

Un’isola di tranquillità.

Parlando del più e del meno, col sole che lambisce il nostro terrazzo.

Per l’eternità.

Il contrasto tra la seduzione del viaggio e la stasi assoluta della pace dello spirito dovrebbe essere accompagnato dal movimento delle braccia che si posizionano per far toccare le punta delle dita delle due mani, a specchio, all’altezza dell’addome. Tensione, contrasto.

I significati del viaggio si polarizzano in relazione alla propria cultura ed alla propria esperienza personale.
Il viaggio non è più qualcosa di oggettivo, ma è straordinariamente soggettivo.
E’ un oggetto culturale mutevole.
E, soprattutto, in quanto insieme di significati contrastanti, il viaggio scatena sensazioni ed emozioni molto forti.
Uno di questi è la paura.
L’ignoto fa paura ma nello stesso tempo è straordinariamente attraente.
Evoca lo spirito primordiale del confronto col mondo.

Pausa

Ma basta coi ricordi, se no inzuppo tutta la scrivania …
Torno a essere quello che non telefona, quello che ha la testa sempre da qualche altra parte, che non parla, che se ne sta sul terrazzo a leggere per dodici ore di seguito …

… quello che vola in moto, che viaggia come un ramingo infelice …

alla ricerca, alla ricerca …
Pausa

La cosa difficile è qui esprimere il sentimento della paura. Non basta camminare su e giù per la scena. E’ necessario trovare un linguaggio appropriato delle mani, facendo muovere il corpo il meno possibile. La paura qui è espressa dal movimento delle braccia, con le palme delle mani rovesciate , un po’ scostate dal busto e un po’ più indietro rispetto alla linea del corpo.

Anche se si ha una meta, in realtà il viaggio vale per se stesso:
ogni momento, ogni tratto del percorso può riservarci dei punti di arrivo:
sono le piccole scoperte, sono il susseguirsi di sensazioni diverse nelle quali ci addentriamo mano a mano che proseguiamo.
Per questo si dice che i veri viaggiatori siano quelli che si spostano di continuo, lasciandosi guidare dal caso e dalle informazioni che acquisiscono cammin facendo.

E’ questo l’ospite inquietante:
il caso, la casualità, in contrapposizione alla vita ordinata ma noiosa, rassicurante ma senza orizzonte.
Delle numerose forme di nomadismo alcune curano, altre distruggono.
Psicoanalisti e filosofi vi riflettono da secoli.
Il nomadismo meditativo ti aiuta a controllare stress e ansia:
non ti devi mai preoccupare, di nulla.
C’è un problema? Lo supererai.
Hai perso un treno, prendi il prossimo.

(Pausa)

Tu non sei veramente padrone del tuo tempo-spazio,
ti devi abituare ad adattarti alle circostanze come un giunco.
Più ti adatti più entri veramente in te stesso e percepisci di che stoffa sei fatto.
Se appena scopri che la tua stoffa è anche solo discreta,

(Pausa)

assapori la felicità.


SCENA II

Quando si è in quota la splendente luminosità del cielo rivela le sue ombre.
E’ come vedere le radici del colore originario a qualcuno che si è appena tinto i capelli.
L’azzurro lascia trasparire il buio della notte cosmica, come un accenno al di là del confine.
Più che una minaccia, sembra quasi una consolazione: godetevi questa soffice bambagia di aria respirabile.
Anche se, a dire il vero, non la meriteremmo.

Pausa
Seduto

Ti ricordi di quella volta che sono scappato di casa per andare a sentire gli Who?
Avevo 16 anni.
Fortuna che non hai chiamato la polizia.
Ti fidavi?
Ti ricordi di quella volta – sarà stato intorno al 1973 – che sono partito per stare in giro per l’Europa per un mese e non ti ho telefonato. Mai. Non avevo gettoni. A 17 anni.
Fortuna che non ti hanno ricoverato con un infarto …
E quando mi presentai alle 5 di mattina, dopo aver sbagliato tre treni e mezzo ubriaco?
Sono io a ricordare le tue lacrime, Mutter…

Pausa
Gira intorno al palo

Forse non credevi ai tuoi occhi, ma quella fu una vera perquisizione della polizia, dopo una manifestazione studentesca.
Sequestrarono i miei manifesti della Rivoluzione russa e girovagarono anche tra le tue cose.

Ammirai il tuo sangue freddo e la mancanza di commenti dopo che se furono andati.
Mutter.
Cazzo, stavi dalla mia parte.
Mutter.

Ero mezzo sfracellato per un incidente con la moto. Avevo tutta la parte sinistra grattuggiata. Allora, cominciasti a raccontarmi storie, come facevi quando ero piccolo.

Pausa

Che narratrice fantastica, Mom.

Pausa
Sul soppalco

Le ondate ventose del Maestrale portano spesso mari in tempesta, con violente mareggiate. Rinfrescano l’aria ma fanno ribollire e spumeggiare le acque.
In prossimità della costa, se il vento che spira è di intensità adeguata, si possono ammassare notevoli masse d’acqua che, non potendo rifluire verso il largo a causa del vento contrario, danno luogo a forti correnti che scorrono parallelamente alla costa.
In questi casi il mare sembra un fiume vorticoso e fare il bagno è un rischio mortale.
Il mare col vento di maestrale ti toglie la sabbia da sotto i piedi.
E’ una mare predatore.
Potente.
Infedele.
Basta pochissimo per sentirne il richiamo.
Tira come un animale impazzito.

In piedi. Fermo

Sto scribacchiando qualcosa in una caffetteria sull’Arbat a Mosca, che una volta era il quartiere degli artisti. Una signora con un cappellino a fiori mi sorride e indica il quaderno.
Scrivo, dico in un improvviso slancio di fraternità cosmopolita.
Cosa? accenna alzando un po’ la testa. Delle impressioni di viaggio, rivelo un po’ avventatamente, delle note di viaggio nel mondo dell’est europeo.
A Mosca, 40 anni dopo.

In piedi. Camminando

Una volta si faceva la fila, ma ora davanti al mausoleo di Lenin sulla Piazza rossa non si ferma proprio più nessuno. Qualche tempo fa Putin aveva pensato anche di rimuoverlo.
Sembrerebbe che nessuno in Russia voglia ricordare il passato; ma allora perché la gente con cui ho parlato fa continui confronti col “vecchio regime” e mostra orgogliosa i sette “grattacieli di Stalin”? La gente che dice queste cose lo fa incappucciata, sottovoce, proprio come me in questo momento. Di nascosto, quasi in silenzio, è il requiem e la nostalgia per il comunismo perduto.

Pausa

Torno a mettere i piedi in acqua passeggiando sulla riva.
Solo che oggi il vento è cambiato.
Oggi spira lo Scirocco che fa bollire le cellule, che ti schiaccia al suolo in una cappa incandescente.
Col Maestrale la forza è orizzontale e avvolgente, con lo Scirocco la forza preme dall’alto, senza scampo.
Il vento caldo proveniente da Sud-Est porta contemporaneamente umidità dal mare e polvere dal nord Africa.
Toglie le forze, ingarbuglia i pensieri.

Pausa

Il vento lo devi provocare con una leggera velocità.
Ti devi far insinuare, sotto il casco, sul collo.
Vento caldo. E la città ti scorre accanto come un film.
Anche i rumori del traffico non ti danno più fastidio.
Rumori complici.
Il vento ti parla, soprattutto in curva, sinuoso …
Il mare è più quieto, ha sfogato la sua furia.
Le sirene tacciono.
Ma l’immagine della tempesta non si è sbiadita.
Il mare in tempesta sembra l’immagine del caos.
Spumeggiante come un toro impazzito.
Ma anche nel caos c’è una perfezione naturale,
quella che siamo così incapaci di vedere.
E’ lì che si ascolta il respiro possente della natura.

Mi è capitato di accorgermene proprio mentre rischiavo di annegare,
in un pomeriggio di follia.
La sensazione bruciante di non farcela toglieva il respiro,
in onde che si facevano sempre più alte.
Fortuna che avevo un amico vicino,
che continuava a gridare nei flutti, ma non capivo quello che diceva.
Poi finalmente capii: “Lasciati andare!”.
Come, lasciarsi andare?
Verso il largo, verso la morte?

Pausa

Ma aveva ragione.

Seduto

Quel mare è un golfo aperto.
Le correnti avrebbero salvato il naufrago
dopo un allontanamento che descriveva una parabola.
Mi portarono a riva cinque chilometri più a sud, verso gli scogli.
Stanco, sfinito, ma con la sensazione di aver imparato una cosa importante.
Anneghiamo se pretendiamo di afferrare,
fronteggiare insensatamente le avversità.
Se le assecondi, ti salvi.
Ti salvi se hai la saggezza di aspettare che le cose vengano verso di te.
Come quella del mio amico.

Pausa
In piedi. Fermo

In una elegante caffetteria della centralissima via Tverskaja capita di parlare con dei ragazzi, sorseggiando un grandioso infuso alla mente,
più buono del tè alla menta di Marrakesch.
Sono nati tra il ’94 e il’97.
Non sanno nemmeno cosa abbia significato il comunismo sovietico nel loro paese (finito nel ’91). Parlano un ottimo inglese (o francese),
hanno dei bellissimi maglioni di cachemire,
non sembrano molto interessati al passato.

In piedi. Camminando

Per loro fare spese il sabato sera è normale,
non lo chiamano “consumismo”,
anche le canne le considerano normali.
Cercano quello che cercano i loro coetani occidentali: un lavoro prestigioso,
il grande amore della loro vita.
E’ tutto “normale”, molto “normale”.
Solo il passato non è “normale”, una cosa strana, un’anomalia.

Silenzio
Sul soppalco

Nella libera atmosfera non sembra ci siano ostacoli,
eppure, se si osserva bene, ci sono dei guardiani,
garbati e gentili come capi-stazione di una volta,
impeccabilmente addobbati al passaggio del sole
(per i fusi orari è indifferente che abbia ragione Tolomeo o Copernico).
E’ come un marcia marziale da parata.
Il carro del sole non è mai in ritardo.
E i guardiani sono lì, impettiti e austeri
a segnalare alla zona interessata l’inevitabile tramonto.

Pausa

Il suono del fondo cosmico è impressionante.
L’universo è solo apparentemente silenzioso,
in realtà è pieno di suoni, che arrivano dai suoi primi istanti di vita, il Big Bang.
E’ un fruscio costante, con un ritmo ripetitivo.
E’ possibile ascoltare il suono delle stelle, delle Pulsar, della radiazione cosmica.
Il più suggestivo è il suono dell’aurora,
fischi in tonalità crescenti, come il rumore del vento.
“L’infinito è per sé solo da noi incomprensibile,
come anco gl’indivisibili; or pensate quel che saranno congiunti insieme”
ha scritto Galileo Galilei.

Silenzio

Mi hai regalato ancora un’altra libreria e non ti ho nemmeno detto grazie.
Ti è bastato vedere la contentezza nei miei occhi.
Rara.
Quel dono che ancora riesci a farmi.
Tre le pochissime, i pochissimi. Ma non è colpa mia.
Ah, dimenticavo: Grazie!

Pausa
Si alza e cammina

In omaggio a una nuova moda modernista
hanno tolto la geografia dagli istituti superiori e ridotta a sociologia nelle medie.
Compiango tutti quei ragazzi che non sanno più cosa sia il volo dell’immaginazione sulle carte e sulle rotte.
Noi l’abbiamo provato e sappiamo riconoscere un fiume quando guardiamo giù dall’aereo.
I nostri discendenti, no!
Gli è stata ristretta la spazialità.
Forse perciò non hanno più nemmeno la concezione del tempo.
Le carte parlano, discrete, di mondi lontani e non di rado inaccessibili.
Hanno sempre un po’ l’aria di essere state disegnate da un Indiana Jones in versione metafisica: vuoi mettere la fervida immaginazione di chi ha battezzato “Circolo polare antartico” quell’anello alla fine del mondo?
I vulcani hanno una grande fantasia sonora.
A Stromboli per esempio è possibile ascoltare il rombo dell’eruzione,
il rotolamento di grandi massi in mare,
l’accoglienza dei macigni nelle acque.
Sull’Etna la lenta avanzata della lava che via via si raffredda.
Fa un rumore come di uno scalpiccio sulla ghiaia in una notte di luna piena,
con il vento delle cime che si distende come un tappeto di violini e di viole.
Questo strofinio minerale viene incontro animato dalla tranquilla potenza della conquista e dell’invasione.
La potenza della natura.

Pausa

Non so se vi è mai capitato di assistere a un vero, grande incendio boschivo.
Spesso i roghi di grandi proporzioni vengono paragonati a uno squarcio di inferno
e forse il paragone è in difetto (da parte degli incendi).
Una volta fummo avvolti letteralmente da un incendio che si distendeva per 15 chilometri.
Dall’alto di una grande terrazza assistemmo impotenti allo smarrimento della ragione.
In un incendio ci si trova come in una foresta incantata,
l’orientamento è allucinatorio,
il crepitio avvolge e serra in una morsa letale di fumi e di ardori.
Nel respiro affannoso intravedi solo fiammelle di arbusti,
scricchiolii di rami, fiammate improvvise di fronde.
Il calore della distruzione.

Silenzio
Si siede

Qualche volta a Mosca, nel traffico e tra l’esibizionismo dei nuovi ricchi, ci si può fermare sotto una finestra e scoprire qualcosa di chi ha vissuto dietro quelle pareti, conoscendo così una bellissima storia d’amore, come per esempio quella tra il grande poeta Puškin e la donna della sua vita, Natal’ja Nikolaevna Gončarova. Nella via Arbat c’è la casa moscovita di Puškin, una statua li immortala nel giorno delle nozze. A causa di un sospetto di infedeltà, Puškin sfidò a duello a San Pietroburgo il presunto amante della bella Natal’ja, il barone francese George d’Anthès. Ma Puškin era nato per la penna, non per le armi e nel duello trovò la morte. Aveva 38 anni.

SCENA III

La prima cosa che colpisce è la luce, ma suoni e rumori vengono subito dopo.
La capitale della Norvegia sembra essere abitata da individui silenziosi o di poche parole.
Il traffico diradato contribuisce a un panorama sonoro dalle tinte tenui.
Anche il sommesso vociare dei pub (numerosi, a dire il vero, specie quelli scozzesi) non riga di schiamazzi la quiete urbana.
Si sente solo il fruscio di bus e tram incessanti, puntualissimi e semivuoti.
Tutti qui parlano delle distanze norvegesi. A sentir loro quello di distanza qui assume connotati aleatori e approssimativi: “Vai 700 chilometri a nord…”.
Per loro 700 chilometri è la distanza minima tra due città, specie nella Norvegia settentrionale. Hanno un concetto della cartina geografica come di un canovaccio utile ma inaffidabile…
“Prova a salire più su…” .
Domani appunto proverò a salire più su, ma prima c’è Oslo a cui dare un’occhiata, con il suo nuovo edificio dell’Opera, con il museo di arte contemporanea disegnato e realizzato da Renzo Piano … dicono che la città stia cambiando, che la Norvegia non sarà solo un posto dove venire a sciare.

Silenzio
Camminando

Sulla facciata della biblioteca di Celso, a Efeso, che ora è in Turchia ma un che un tempo era stata la città natale di Eraclito, sono scritte queste due parole, separate da un’arcata: Epistéme (scienza), Sophia (sapienza).
Non ho capito se Celso le intendeva come due parole complementari o opposte.
E’ probabile che Celso concepisse un nesso.
Da allora in poi la divaricazione è aumentata.
Il problema è che il concetto di Sophia è talmente labile che è possibile riferirsi ad esso con la stessa problematica ironia che Freud usava per la psicoanalisi: tra sublime e ridicolo non c’è che un passo. Come evitare di cadere?

Pausa

Ma basta coi ricordi, se no inzuppo tutta la scrivania …
Torno a essere quello che non telefona,
quello che ha la testa sempre da qualche altra parte,
che non parla,
che se ne sta sul terrazzo a leggere per dodici ore di seguito…
… quello che vola in moto, che viaggia come un ramingo infelice …
alla ricerca, alla ricerca …

Silenzio

Finalmente è sceso il buio.
Ho qualche remora ancestrale a mettermi a letto con la luce del sole;
sembra di profanare i confini rituali di divinità apotropaiche.
Non ci si mette a letto con la luce del sole.
Ma qualcuno mi ha spiegato che non è raro trovare gente che lo fa abitualmente.
Evidentemente nel profondo nord il rapporto con il sole ha connotati diversi dai nostri, o perlomeno dai miei.
Per me il sole è qualcosa di indispensabile ma da cui in un certo senso difendersi,
a causa della sua potenza incidente.
Qui è una specie di lucernario, che si pavoneggia all’orizzonte, vanitosissimo e innocuo.
Tinge i capelli delle bellissime ragazze norvegesi, ma non ferisce nel profondo.

Antonio De Lisa


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