Antonio De Lisa- Nella terra di Sinbad il marinaio- Viaggio in Oman

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Nella terra di Sinbad il marinaio

Viaggio in Oman


Giorno dopo l’arrivo – (21 aprile): Muscat/Ras El Hadd
Partenza in direzione sud percorrendo le montagne lungo il Wadi Al Arbeen; strada costiera per entrare tra le gole del Wadi Tiwi e Wadi Shab, due canyon dalle grandiose pareti rocciose.
Pomeriggio a Sur, una cittadina racchiusa in una baia naturale, con visita al cantiere dei dhow, le imbarcazioni arabe in legno ancora oggi utilizzate dai pescatori del luogo.
Dopo la visita di Ayjah con le sue casette bianche partiti per Ras Al Hadd.
Visita alla riserva naturale di Ras Al Jinz: deposizioni e schiuse delle uova delle tartarughe.

(22 aprile): Ras ed Hadd/Wahiba
In mattinata partenza lungo la costa attraversando la cittadina di Al Ashkara fino a giungere nei pressi del villaggio di pescatori di Qihayd, dove le grandi dune sabbiose lambiscono il mare. Da qui, tagliando verso l’interno, è iniziata la bellissima attraversata del deserto di Sharqiya
Arrivo a Wahiba nel tardo pomeriggio e sistemazione al campo tendato tra le dune di sabbia.

(23 aprile): Wahiba/Nizwa
In mattinata partenza per il villaggio di Ibra, un tempo fiorente cittadina come dimostrano i resti dei suoi imponenti palazzi, e celebre per il “mercato delle donne” ogni mercoledi.
Nel pomeriggio verso Nizwa con sosta per la visita del villaggio di Birkat Al Mauz: passeggiata tra il palmeto e tra le antiche case di argilla.
Proseguiti per la cittadina di Bahla ed al suo forte protetto dall’Unesco, fino a giungere alla vicina Jabreen con il suo castello risalente al 17° secolo. Bahla è conisiderata dagli omaniti la città della magia nera. Credenza ancora vivissima.
Arrivo a Nizwa.

(24 aprile): Nizwa
Giornata di escursione nei dintorni di Nizwa. Partenza per il Jebel Shams, la montagna più alta dell’Oman, famosa per i suoi scenari naturali, il Wadi Ghul ed il Gran Canyon.
Rientro verso Nizwa e visita al villaggio omanita di Misfat Al Abreen dalle antiche case in pietra, ed al villaggio “oasi” di Al Hamra, immerso in un’oasi lussureggiante dove le antiche case sono fatte di fango.

(25 aprile): Nizwa/Muscat
In mattinata visita di Nizwa, il mercato ed il forte, strategicamente costruito sulla cima di una collina per dominare la regione circostante. E’ un venerdì e quindi si può visitare il caratteristico mercato del bestiame.
Partenza verso Nakhal percorrendo il Wadi Bani Auf. Arrivo e visita del forte recentemente restaurato e delle vicine sorgenti di acqua calda di Al Tahwra. Arrivo a Muscat, la capitale.

Qui sono le 18.47, due ore avanti all’Italia. Sono appena arrivato a Muscat, la capitale, dopo una lunghissima giornata costantemente sui 40 gradi. Ho visto diverse cose interessanti, ma soprattutto ho potuto mettere a fuoco meglio il senso di questo viaggio nel sud-est della Penisola arabica. Non amo fare bilanci, ogni viaggio è la prosecuzione di quello precedente e un prologo di quello successivo. Ma questa esperienzza mi è servita moltissimo.

(26 aprile): Muscat

Muscat, Oman, l’ora dell’addio. Arriva sempre questo momento. Prima o poi. La sensazione relativa a quest’ora dipende da tante cose, se sei stato bene, se hai imparato qualcosa nella ruota della vita, se hai capito qualcosa di più di questo mondo, che è il motivo stesso per cui si viaggia. Sì, sono stato bene, qualcosa ho capito; ma chi ha vissuto l’esperienza di un viaggio in Oman una cosa soprattutto si porterà nel cuore: la sua gente. Non ha un grande artigianato, la sua storia di fango e gloria è stata interamente ricostruita nelle sue fortezze, ne suoi villaggi. L’Oman non è la Persia, ma nemmeno Samarcanda. L’Oman è il suo spazio, la sua gente. Tranquilla, discreta, pulita. Bellissima.

Muscat, Oman, l’ultimo giorno. Che si può fare in una moschea in Oman? Nella grande moschea di Sultan Kabus? Dopo aver conosciuto lo splendore dell’arte islamica altrove, in altri angoli di passato, qui, in questa grande moschea moderna si ha come una sensazione di freddezza, di vacuo splendore. Ma c’è una novità: in questa moschea hanno istituito un centro di informazioe sull’Islam. Si può entrare e fare domande; Chefi, un ingegnere tunisino che insegna in Italia e Oman, è pronto a rispondere. E io non mi sono fatto pregare. Racconterò la conversazoione in un altro momento. Qui voglio cogliere quei minuti di dialogo come in un flash. Come in un’immagine.

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Muscat, Oman, le ultime, fuggevoli sensazioni. Nella moschea, accompagnato dalla guida, mi è capitato di scambiare una quasi furtiva conversazione con un gruppo di studentesse omanite. La guida, Aldo, mi ha assicurato che è una cosa rarissima. Le ragazze studiano varie materie all’università, anzi nelle università sono la maggioranza, ma poi si sposano e l’80 per cento di loro vive chiusa in casa a badare a mettere al mondo i figli, molti figli. Nelle case, spesso, dei loro suoceri. Ma queste ragazze si godevano l’escursione nella capitale, dato che hanno detto di venire dai confini con l’Arabia Saudita. Per un attimo si è abbassato il velo sulla loro riservatissima vita. E hanno offerto il loro dolce sorriso. Tutto per me. Bello.

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L’incontro con la cultura tradizionale del sud-est della Penisola arabica

Come si può spiegare l’interesse per la civiltà islamica da parte di un laico dichiarato? In che modo può essere inquadrata la curiosità per una delle religioni più strettamente osservate del mondo? Sono facili i fraintendimenti, ma in qualche modo evitabili. Forse è meglio in questo caso parlare della cultura araba in generale, su cui in ogni caso sarà meglio tornare sopra con più agio. Raccolgo queste note come su un taccuino di viaggio:

Il rapporto tra i sessi

Un cartello del genere come quello che trovo in un villagio tradizionle omanita e su cui è scitto: “Riservato alle donne” sarebbe impensabile in occidente (ma non in Israele, per esempio, che pure è fortemente occidentalizzato).  Sono convinto e me ne persuado sempre di più, che il concetto di “amore”, come lo intende l’occidente sia del tutto estraneo alla cultura araba; il concetto d’amore l’ha inventato il Medioevo occidentale cristiano, investendo poi la sfera sessuale. Non si può parlare d’amore, in oriente; piuttosto: di rispetto, di complicità, di difesa dalla fatica del vivere, ma non d’amore. Ecco perché non ci capiamo e non capiamo le donne arabe.

Il rapporto degli arabi con il deserto

Un’altra cosa frequentemente fraintesa è la dimensione materica e sprirituale che gli arabi hanno col deserto. Il deserto è la loro memoria ancestrale. Si può così capire perché non esista una vera e propria cultura urbana: le città sono estensioni macrscopiche del villaggio, hanno un’identità precaria e quasi solo economica. La vera cultura araba viene dal deserto, da una civilà pastorale sorta in una terra climiaticamente e geologicamente durissima. La “durezza” del carattere arabo viene dalle privazioni di una tenda senza acqua e senza energia elettrica, da uno spazio che di giorno brucia e di notte ulula. Il sibilo del deserto pervade la memoria profonda di ogni arabo.

Gli arabi e il silenzio

La musica araba non ha pause: è una cosa che mi ha sempre colpito. Una canzone può durare anche 15 o 20 minuti. La musica dei beduini, poi, ha un ritmo ossessivo pulsante e continuo. Gli arabi amano talmente il silenzio del deserto, delle valli rocciose, dei passi di montagna che quando escono da questa condizione, soprattuttto nelle feste di matrimonio, tracciano il ritratto sonoro della sua negazione. Il silenzio di un paese come l’Oman, grande quanto l’Italia e abitato solo da 4 milioni di persone, è veramente inquietante. Ha i caratteri della perentoria assolutezza. Il silenzio circonda interamente la tua solitudine. Ora capisco perché il libro sacro, il Corano, è pieno di avvertenze, come per esempio: qualsiasi cosa fai, sappi che Dio ti vede. Il pastore arabo o il beduino considera queste frasi come una consolazone (non sei solo) e una minaccia (se tenti di uccidere qualcuno). Non si è mai soli se reciti sui grani del tuo rosario. Il mormorio continuo della fede è il tuo compagno di viaggio.

Il rapporto con la terra

Se si osserva un giardino omanita si scoprono tre strati diversi: l’erba per gli animali, il banano e sopra le palme, tutte nello stesso spazio. La terra nutre, fa ombra, produce il fresco. Insetti e parassiti non hanno spazio per crescere, non c’è bisogno di chimica.
In moschea si entra scalzi e si prega con la fronte sulla nuda terra, ricoperta solo da un tappeto. Noi siamo terra.
Nei cimiteri le salme sono coperte solo da un sudario, nella terra.

Il rapporto con la luce

Il giorno è investito da una luce violenta da cui difendersi, ma la notte è il regno del buio assoluto: il fuoco riscalda, illumina, circoscrive lo spazio degli uomini;

Il rapporto col tempo

A noi sembra esagerata la pratica quotidiana della preghiera islamica, ma in realtà essa regola il ciclo cosmico, è il battere del movimento del sole e della luna. Non a caso il caleendario islamico è lunare.

Gli arabi e l’acqua

In un paese arido e desertico come l’Oman un’oasi, una sorgente, un wadi, un rigagnolo qualsiasi sono come un’anticipazione del Paradiso. In Oman c’è anche un altro rapporto con l’acqua, quello con il mare, ma dovremo parlarne a parte; non a caso questo è il paese di Sinbad il marinaio. L’acqua per un omanita si può trovare nel fondo di una valle, in una gola, in una ripida strettoia di roccia. La presenza dell’acqua è segnalata dalle montagne, che trattengono le nuvole e raccolgono in un seno a valle una promessa di fertilità, laddove sorgono i palmeti. L’acqua viene raccolta e fatta scorrere nei falaj, canali il cui principio costruttivo viene dalla Persia e che servono tutto il villaggio. Per un omanita dire che “domani è una bella giornata” significa che pioverà. E in questi giorni ha piovuto spesso nel tardo pomeriggio. Ma si allagano le strade, prive di canali di scolo; non sono abituati. Vedere un bambino che entra in acqua qui assume una dimensione particolare. Oggi è venerdì, il giorno santo dell’Islam, intere famiglie banchettavano mangiando banane e mango in ammollo.

Islam e democrazia

Due sono i punti di divergenza massima tra l’oriente arabo-islamico e l’occidente: il rapporto tra i sessi e il concetto di democrazia. In Grecia il ruolo della donna non era certo più libero di quello musulmano di oggi, ma per noi è irrilevante: la Grecia classica ha inventato la democrazia. E ci può essere democrazia solo in un civiltà urbana mercantile: la polis. Nel mondo arabo si ha la presenza di una civiltà mercantile, ma non urbana. Gli arabisti si affannano a dimostrare che il Profeta ha agito in una dimensione urbana, ma la teeoria regge a stento. Vale quello che si diceva per il deserto, il clan, il villaggio. Non è tanto la subalternità della sfera politica a quella religiosa che rende difficile il rapporto tra islam e democrazia, quanto il concetto di inessenzialità della politica rispetto alla religione del Profeta. E’ questa la vera identità araba, la sua resistenza all’occidentalizzazione. Per un arabo la sua religione è un universo di valori, asfissiante ma costitutivo per lui. Dal suo punto di vista noi siamo “perduti” e non è certo la nostra democrazia a farlo ricredere.

L’orgoglio nazionale arabo

Il ragazzo di questa immagine si è voluto far fotografare insieme a me solo perché avevo il copricapo Kummah, che è come una specie di bandiera nazionale per un omanita. Si notava il suo compiacimento appena mi ha visto, nel mercato del bestiame di Nizwa. Pur essendo (per alcuni) un solo popolo, il popolo di Dio, la umma, gli arabi delle diverse nazionalità hanno interiorizzato un senso profondo dei propri confini, delle proprie tradizioni. Non si riescono ad interpretare correttamente nemmeno i moti che hanno portato alla Primavera araba, se non si assimila questo concetto. Il mondo arabo-islamico (compresa Turchia e Iran) sentono come parte della propria identità quello di appartenere a una nazione, concetto importato dall’occidente, ma che ha messo salde radici.

L’egualitarismo arabo

Per un occidentale vedere centinaia o migliaia di persone vestite nello stesso modo provoca spesso un sentimento (molte volte taciuto, sommesso, ma persistente) di lontananza, più dei richiami dei muezzin dai minareti nelle ore della preghiera. Noi abbiamo da almeno tre secoli una fortissima identità individuale, fino all’individualismo più esibito. Per un arabo è diverso. Egli è parte di una comunità; la tradizione per lui è come il comunismo durante la Rivoluzione cuturale cinese, durante la quale vestire uguali era obbligo e orgoglio. Nella grande crisi delle ideologie mondiali la tradizone egualitarista e comunitaria dei popoli arabi sembra un residuo del passato. Esoticamente attraente, ma in un certo senso ripugnante, per chi non ne capisce il motivo. Ma la tunica bianca (o il tessuto bianco dei milioni di pellergrini della Mecca) è come una dichiarazione di inattualità. Un mondo che sembra lontano, arcaico, medievale (per noi), ma vissuto con una consapevolezza e una fierezza inattaccabili. Ricchi e poveri nell’Islam condividono un destino comune. Certo, i primi si costruiscono magioni lussuose e mandano le mogli nelle Toyota e i secondi spesso fanno la fame. Ma quella che noi chiamiamo “religione” per gli arabi assumme le caratteristiche di una visione ideologica della vita, o per meglio dire una visione ideale della vita. Lo sguardo di questa bionda turista francese è più espressivo di qualsiasi commento.

Gli arabi e la poesia

Una delle cose che mi ha colpito di più girovagando per i suk delle città omanite dell’interno, per esempio Ibra, è stata un’immagine particolare, un incontro particolare, se volete. Su un gradino del suk, in mezzo ai venditori di frutta e cibarie a un certo punto ho scorto un panchetto con sopra dei libri. Ho cominciato a sfogliarli e mi sono accorto che erano libri di poesia. Nel mio arabo incerto e farfugliante ho capito che erano poesie scritte nello stile tradizionale arabo, lirico, struggente e dalla metrica complicata. Ho chiesto all’anziano venditore di chi erano quei libri, ma alzando lo sguardo ho notato che la foto sul retro del libro corrispondeva alla faccia del venditore. Era lui il poeta e vendeva sulle bancarelle le sue poesie. -“Anta?” (tu?, ma so che avrei dovuto usare una forma di cortesia, non un “tu” qualsiasi) – “Na’am” (sì), facendo un cenno della mano verso il suo petto. L’anziano poeta sembrava imbarazzato ma in un certo senso anche fiero. Ne ho acquistati due o tre, sperando un giorno di riuscire a capirne qualcosa.

La musica omanita

La danza e il canto sono vere e proprie arti in Oman, praticate da uomini e donne in tutto il Paese ma con alcune differenze da zona a zona.

Nella regione di Ash Sharqīyah, per esempio, i canti sono divisi in tre categorie, con scopi diversi: vi sono canti del mare, del deserto e della città. La razha, diffusa invece in quasi tutto il sultanato, è un tipo di danza in cui i protagonisti recitano versi e utilizzano le tradizionali e bellissime spade, la cui lavorazione è tra le più pregiate e apprezzate del Medio Oriente.

Nella penisola di Musandam, viceversa, i balli e le coreografie sono accompagnati molto spesso dai ritmi incalzanti delle percussioni.

Alcuni termini arabi usati in queste note

Dishdasha: così è chiamato l’abito lungo alle caviglie e senza colletto, sempre ben stirato e senza macchia. Il colore più indossato è il bianco, ma tra i tanti dishdasha color latte spiccano anche quelli color nocciola, blu, lilla o neri.

-Furakha: un fiocco di seta cucito lungo la linea del colletto del dishdasha, che spesso viene impregnato di profumo e lascia scie odorose.

-Kummah: il copricapo tradizionale, un cappello arricchito da ricami colorati. Non viene usato dai beduini. distingue gli omaniti dagli altri arabi del golfo. Si è diffuso a Zanzibar e in tutto l’est dell’Africa dal Djibouti al Mozambico fino a raggiungere la Nigeria.

-Mussar, una stoffa di forma quadrata sistemata a turbante, usata da tutti, ma soprattutto dai beduini.

-Abaya: la tipica tonaca nera femminile, arriva all’altezza delle caviglie, ha lunghe maniche e un collo molto alto.

-Hijab: il foulard in testa.

-Kohl: un trucco per gli occhi delle donne.

Antonio De Lisa

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