Antonio De Lisa – Rock orfico, musica del XXI secolo

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Antonio De Lisa – Rock Orfico, musica del XXI secolo

Il tentativo di spiegare le ragioni del proprio lavoro corre sempre il rischio di suscitare qualche perplessità e il mio caso non fa eccezione. A parziale giustificazione può essere utile ricordare che potrebbe giovare a qualcuno, oltre che al compositore, descriverne la traiettoria; non so, un critico interessato a quel lavoro, uno storico che abbia voglia di mettere mano nell’intricata vicenda della musica del XX e XXI secolo; un compositore più giovane a cui la descrizione degli errori altrui può giovare per evitarne di propri, o di farne altri.

La mia fantasia musicale è stata incantata dal fascino che sprigiona il pensiero trasversale, quello che si inoltra nei linguaggi del proprio tempo e non ha paura delle improvvisazioni estemporanee; quello più legato al rapporto tra sensibilità sonora e pensiero compositivo, vibratilità ed essere, evento e permanenza.

Questa visione drammatica, forse sarebbe bene definirla “notturna” se non temessi di esagerare nelle definizioni; notturna, per uno come me nato nel cuore del Mediterraneo, che ha vissuto un’intera infanzia su una pianura lambita da quella brezza gradita ad antichi divinità elleniche! Notturna, dunque, con tutte le sue inspiegabili, per me stesso, contraddizioni, rimandando e dialogando con dimensioni teorico-filosofiche, scientifiche, letterarie, drammaturgiche, mi ha permesso, almeno così mi sembra, di non sentire l’esigenza di farmi germanofilo per sentirmi al centro della cultura occidentale, pur avendo imparato a parlarne la lingua e ad amarne la musica. Di non aver avuto bisogno di essere stato tardo-serialista negli anni giusti per riconoscerne e capirne le ragioni, ma certo non un nemico. Dico “tardo-serialisti” a ragion veduta, del tipo di un Boulez, per esempio e da cui escludo a piè pari tutta la questione relativa alla figura di Arnold Schönberg che per me rimane, accanto a Charles Ives, la figura più importante di tutto il secolo ( ma quanto era occidentale – in questo senso – Schönberg? – e quanto lo era Ives?). Di non essere stato della partita degli spettralisti in anni canonici, pur essendomi prodigato a farne conoscere obiettivi e risultati (e tutto ciò che a questi momenti si contrapponeva e si contrappone non cito per manifesto, e sia pur deprecabile, disinteresse, almeno dal punto di vista compositivo se non da quello storico).

Ho sempre saputo che attraverso questi momenti si è costituita una civiltà a cui io stesso appartengo, ma, questo è il punto, a cui mi sento intimamente estraneo. E’ come se una disaffezione all’Occidente, di questo Occidente, si fosse lentamente impadronita dei miei pensieri e delle mie sensazioni. Disaffezione mai apertamente manifestatasi in forme eclatanti, ma sottilmente pervasiva nei confronti di una cultura che non ha saputo e non sa riconosce il suo Drago, che lo occulta, di cui si vergogna (per converso da qui nasce il mio interesse per il Mito e per quegli scrittori che hanno saputo descriverlo).

Me n’accorgevo in episodi marginali che solo a fatica riesco a descrivere come clima influenzabile di un’epoca, come per esempio quando fui preso tra i sedici e i diciotto anni dalla smania molto flower’s sons della vita randagia per strada e dall’infatuazione sensoreo-spirituale della sua musica, Jimi Hendrix in testa.
Mi sono innamorato della voce di Janis Joplin.

Questa dell’innamorarmi delle voci femminili, lasciandone intatta o rimanendo indifferente alla sua legittima proprietaria, è una mia caratteristica costante. La voce femminile esercita una sorta di malìa sulla mia struttura nervosa. Ne resto incantato, al telefono, per strada, sugli autobus, in doppiaggi di film con la gracchiante fonetica di vecchie pellicole, al teatro, nella musica leggera (andavo pazzo per Mina). Mi piacevano Pete Townsend degli Who, per un cui concerto a Roma nel 1972 sono scappato di casa. Per farsene un’idea rimando alla film-opera “Tommy” e a “Quadrophenia”. Non sono stato alla fine degli anni Settanta ermeticamente insensibile a Destroy dei Sex Pistols e sono rimasto veramente stupito quando una giovane scrittrice di oggi, Isabella Santacroce, arruolata -forse a torto- sotto l’etichetta degli scrittori splatter o della pulp fiction ha dischiarato che il suo Destroy libro era una citazione della Destroy canzone.

Nello scrivere un pezzo di musica, la prima difficoltà che mi si pone e la prima che cerco di superare (da questo superamento nascono i procedimenti costruttivi) è quella appunto del rapporto tra sensibilità sonora e pensiero compositivo. Perché parlo di “difficoltà”? Un compositore non dovrebbe aver acquisito spontaneamente il dato naturale del suono da inserirlo senza problemi in una grammatica? Questa è la composizione di scuola, quella che si tramanda nelle botteghe e va bene fino a quando qualcuno non cerca di guardarvi dentro per vedere cosa c’è. Io pratico invece una composizione di pensiero, quella che forse si praticava nei simposi pitagorici, nell’antichità, o nei circoli fiorentini di Marsilio Ficino in epoca umanistica o nei gruppi alchemici del Seicento, fino al sodalizio tra Schönberg e Berg, appassionati cultori del pensiero musicale e delle sue scaturigini.
La prima preoccupazione della composizione di pensiero è quella relativa al posto che l’uomo occupa in una visione cosmogonica. La prima preoccupazione, quindi,è legata a doppio filo a una dimensione umanistica: la musica è una risposta al problema del perché noi siamo dentro e fuori contemporaneamente all’ordine della Grande Natura, al perché siamo così tragicamente soli di fronte alle scelte che passano su quel crinale.

Il sostrato è di conseguenza tragico: nel contemplare quel disegno si scorgono le crepe; per i pitagorici i numeri irrazionali, per noi l’irreversibilità del tempo, la non-linearità dei fenomeni. La musica chiude, nel suo costituirsi in forma (e si costituisce in forma solo dopo aver domato il Caos), i germi che ne decretano la fine e il superamento, nasconde dentro casa i nemici, accudisce l’infelice straniero, il Wanderer, colui che tradirà nell’addio l’antica fede, il Drago che abita il fondo oscuro della Ragione.

Per quest’ultimo ogni elemento è un nuovo inizio, non si danno timori reverenziali nei confronti di Frescobaldi o di Couperin, di Bach o di Domenico Scarlatti, di Mozart o di Beethoven, di Chopin o di Liszt, di Bartók o di Boulez, di Cage o di Ligeti, ma solo una ragionata passione.

Chissà, forse in questi miei piccoli contributi all’arte della composizione musicale ci sono elementi di molti dei compositori citati, e altri occulti, senza contare le antiche tarantolate nella cappella di San Paolo a Galatina di Lecce, le vecchine che cantano le nenie funebri nei paesi della Basilicata, mia nonna costretta a cantare per lenire le mie occasionali disappetenze in un paesino del Cilento vicino all’antica, veneranda Elea, o a raccontarmi interminabili storie per ore (tutto il mio interesse per la vocalità nasce da lì, da quelle mie personali Mille e una notte), e allora sì che trangugiavo tutto, le suonatrici di Kulintang di un villaggio islamico delle Filippine, che per ricordo mi hanno lasciato una mattina in un albergo di Amsterdam un biglietto da visita scritto a penna dopo un bellissimo concerto notturno, gli scambisti di rubli con dollari nelle metropolitane di Mosca del 1972, in epoca bresneviana, che imbastivano storielle tra un cambio e l’altro per attrarre dei sorvegliatissimi turisti, un vecchio cantante di blues che ho conosciuto all’angolo di due pornoshop in una via centrale di Francoforte nel 1992 dopo aver salutato un compositore inglese che mi lasciava per andare trafelato a prendere il treno per Darmstadt, i cantori giamaicani rasta di Whinterwell Road a Londra, i suonatori di tango argentini che una mia vecchia zia che ha i parenti a Buenos Aires mi descrive tutte le estati – ancora oggi, quest’anno non l’ho vista perché stavo lontano a scrivere questo pezzo – dopo aver fatto il suo pellegrinaggio annuale nella terra della musica meridionale della diaspora, i giovanissimi monaci di un monastero in Tibet che chiedevano a sparuti visitatori “DalaiLamapitcha” (Dalai Lama picture, la foto del Dalai Lama da mettere sull’altare), mentre un loro anziano confratello ci intonava alle spalle una delle più belle salmodie che abbia mai sentito, ma non sono riconoscibili, perché non considerati in quanto stilemi personali, ma in quanto “parole” di una “langue” all’intero della quale si svolge il mio personale combattimento d’amore.

E’ le bruissement de la langue musicale che formicola – anche se un po’ straniata – nel corso della mia opera. E’ la lingua degli esseri viventi di cui sono innamorato, prima ancora che del loro canto, quella lingua che pulsa quando non sono umiliati e offesi, quando si sentono a loro agio, quando sono felici. Il canto nasce da questa condizione. Sa contra, cioè il baritono di un gruppo vocale “a tenores” di Bitti, in Sardegna, incuriosito e forse allegramente spazientito dalle mie domande sulla vocalità a Bitti mi ha risposto una volta, dopo un’esibizione, che non c’era niente da capire in tutte quelle questioni, riportandomi un ricordo di quand’era piccolo e accompagnava la madre nei lavori dei campi. Vedi, da noi tutti cantavano. Si andava per campi e per riposarci ogni tanto ci sedevamo sotto un albero. Senza una parola qualcuno cominciava a cantare, veniva dalla terra. Andavate d’accordo col vostro Drago, gli ho risposto. Si è fatto una risata, ma forse non mi ha capito.
Non poteva capirmi

La mia poetica della voce, tentata dall’”arte del velare”, dalla pratica del nascondimento, che una certa parte del mio carattere mi inclina a perseguire, trova tuttavia le vere ragioni del suo essere in quell’urlo che si sprigiona quando suono e canto reclamano le loro ragioni.

Antonio De Lisa


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