Oralità e improvvisazione nella poesia araba preislamica

Come rilevato dagli studi di J.T.Monroe [1972] e M.Zwettler [1978] la poesia preislamica (le cui più antiche testimonianze risalgono agli inizi del VI sec.) presenta tutti gli elementi tecnici e mnemotecnici propri della poesia orale riscontrati in altre tradizioni e cioè: metrica e prosodia atta ad essere cantata o salmodiata, corroborata da un sistema di accentazione musicale, e non tonico, della lingua;

LA RIMA

Vi sono almeno altri due elementi intrinseci, peculiari della lingua e della poesia araba, funzionali alla trasmissione orale del corpus letterario:

Morfologia. In arabo le radici, che costituiscono il semantema e sono in massima parte costituite da tre consonanti, si innestano su schemi morfologici a vocalizzazione e sillabazione fissa, costituenti il morfema. Ad esempio: il morfema del participio attivo (e quindi l’agente) segue lo schema CâCiC e il participio passivo (e quindi del prodotto di un’azione) segue invece lo schema  maCCûC. Dunque, tutte le parole formate dalle varie radici su questi due schemi avranno simile funzione logica, oltre che una struttura sillabica costante. All’interno della struttura metrico-prosodica del verso, la invariabilità sillabica – come è facilmente intuibile – risulta estremamente utile sia per chi debba comporre estemporaneamente, sia per chi debba memorizzare e ripetere.

Rima. A differenza della poesia classica greca e latina, tutta, ma proprio tutta, la poesia araba classica è in rima, anzi in monorima, e spesso le poesie prendono il titolo proprio dalla consonante con la quale rimano. La rima (qâfiya) consiste nell’identità consonantica e vocalica dell’ultimo piede del verso che prende il nome di rawî. Generalmente, nel genere della qasîda, ossia la forma principe della poesia araba, rimano fra loro anche i primi due emistichi.
La rima non è esclusiva della poesia. Anche gli “indovini” preislamici, o più genericamente quelli che possiamo definire come “i portatori del discorso religioso” (kâhin), usano un “parlare rimato” che assolve a funzioni mnemoniche: il  saj` (prosa rimata).

SHI`R

Gli elementi tipici delle manifestazioni culturali e folkloristiche trasmesse oralmente (metrica rigida, rima, brevità del testo, formulari, scarso uso dell’enjambement, ecc.) sono funzionali alla loro interpretazione drammatica. Il testo orale è destinato ad essere performato. Anche la poesia (shi`r) preislamica è principalmente una forma di intrattenimento e il poeta (shâ`ir, letteralmente “colui che percepisce, colui che è sensibile”) è sostanzialmente un “perfomer” [Zwettler 1978: 26 e ss.; Monroe 1972: 12 e ss.]. Il poeta deve padroneggiare la lingua, la metrica, la prosodia, e tutte le tecniche di composizione orale, acquisendo e affinando un proprio patrimonio formulare – attinto dal fondo tradizionale comune – che sia flessibile e adattabile alle diverse situazioni performative. La sua “bravura”, dunque, risiede soprattutto nella capacità di improvvisazione. In altre parole come un musicista inizia la sua improvvisazione con le scale che tutti conoscono, aggiungendo nel corso della performance le sue variazioni, il poeta inserisca i suoi particolari accenti su uno spartito che l’uditorio trova familiare (usatissime formule iniziali sono <<qifâ wa-nabki>>, “fermatevi e piangiamo insieme”; <<li-man talâlun>>, “di chi sono le vestigia di accampamento”) e attraverso uno schema narrativo precostituito, seppure aperto. Il tutto finalizzato a colpire l’uditorio (dare emozioni, appunto).

RIWÂYA

Nell’Arabia preislamica il patrimonio storico-letterario, ossia la produzione dei poeti e degli indovini, è custodito nella memoria del trasmettitore orale: il râwî (plur. ruwâ), un vero e proprio professionista delle tecniche mnemoniche. Il materiale che il râwî acquisisce e  “trasmette” è dotato di strutture formali funzionali alla trasmissione del sapere. Infatti, se tutti i componenti di una tribù possono in qualche modo dirsi trasmettitori “amatoriali”  in quanto tutti, nel momento in cui vogliono raccontare la propria storia e la propria mitologia, possono citare qualche verso in maniera più o meno fedele a come lo hanno udito, il râwî – figura semi-istituzionale all’interno di ciascuna tribù, quasi il depositario della memoria storica dell’orgoglio tribale – garantisce una “trasmissione perfetta” grazie all’impiego di tutte le sue abilità e tecniche.

  • Almeno fino al VII sec., ossia fino a quando la poesia rimane circoscritta la mondo beduino, il râwî “performa” il suo repertorio così come lo ha appreso. Il processo di apprendistato e memorizzazione del râwî è in certo modo diverso da quello del poeta, dal momento che quest’ultimo non ha nemmeno bisogno di imparare a memoria le proprie poesie. Eppure <<non si può sostenere che la “memorizzazione” attraverso la lettura o l’ascolto di un “testo fissato” fosse, per un professionista allenato ed immerso in una tradizione di poesia resa oralmente, lo stesso che “memorizzazione così come lo si apprende” (memorization as we know it). Al tempo in cui non esisteva una netta distinzione fra parola scritta e parola parlata (in particolare nel caso della poesia, che presuppone comunque un uditorio), sarebbe difficile sostenere che l’esposizione approfondita di un tale performer a poemi orali come a poemi composti per essere performati oralmente non gli abbia fornito una sensibilità della composizione attraverso gli strumenti di formule “orali”, temi e via dicendo, analoghi, se non identici, a quelli dello stesso poeta orale>> [Zwettler 1978: 25]. Sono dunque le strutture compositive intrinseche della poesia a diventare strumenti mnemotecnici atti alla propria trasmissione.

La sua figura assolve a diverse funzioni: è al tempo stesso rapsodo e trasmettitore, cantastorie e filologo, impara a memoria le poesie, le raccoglie e le interpreta in pubblico; dovendo approfondire anche le tecniche di composizione, per soddisfare al meglio le esigenze dell’auditorio, può a sua volta produrre nuove poesie. Infine le spiega, raccontando i contesti e le circostanze storiche o leggendarie a cui esse sono legate.

  • uso di formule: ripetizioni di parole o gruppi di parole in medesima posizione all’interno del verso;
  • strutture formulari di tipo sintattico: coniugazione o declinazione di elementi simili nella stessa posizione di una frase, posizione ricorrente di un morfema in un verso, costante cambio di posizione sintattica di due elementi in funzione prosodica;
  • strutture formulari di tipo lessicale, dove la sostituzione di un termine della formula produce un nuovo sintagma formulare.
  • La morfologia caratteristica dell’arabo;
  • La rima.

BIBLIOGRAFIA

`Abdallâh, Y.
1988
“Naqsh al-qasîda al-himyariyya aw tarnîmat al-Shams”, in Raydan

De Goeje, M. J.
1866
al-Balâdhurî, Ahmad b. Yahyâ (m. 892), Liber expugnationis regionum [Kitâb futûh al-buldân], auctore Imâmo Ahmed ibn Jahja ibn Djâbir al-BelâdsorÌ, quem e codice leidensi et codice Musei brittannici edidit M. J. de Goeje, 2 ed., Lugduni Batavorum, E. J. Brill, 1866.

De Maigret, Alessandro e Avanzini, Alessandra (a cura di)
2000
Yemen, nel paese della Regina di Saba, Milano-Roma

Kilito, Abdalfattah
1988
L’autore e i suoi doppi, Torino

Monroe, James T.
1972
“Oral Composition in Pre-islamic Poetry”, in Journal of Arabic Literature, III

Robin, Christian Jules
2001
“Les inscriptions de l’Arabie antique et les etudes arabes”, in Arabica, XLVIII

Zwettler, Micheal
1978
The Oral Tradition in Classical Arabic Poetry, Columbus



Categorie:Q08- Letteratura araba - Arabic Literature

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