Antonio De Lisa- Mosca postmoderna

Antonio De Lisa- Mosca postmoderna

Sto scribacchiando qualcosa in una caffetteria sull’Arbat, che una volta era il quartiere degli artisti. Una signora con un cappellino a fiori mi sorride e indica il quaderno. Scrivo, dico in un improvviso slancio di fraternità cosmopolita. Cosa? accenna alzando un po’ la testa. Delle impressioni di viaggio, rivelo un po’ avventatamente, delle note di viaggio nel mondo dell’est europeo. A Mosca, 40 anni dopo.

La natura euroasiatica di Mosca non è scritta solo nella sua geografia, ma anche nelle caratteristiche del suo popolamento, che da otto secoli vede un costante intreccio dell’elemento slavo, pur percentualmente dominante, con quello orientale: prima le invasioni mongole e il plurisecolare giogo dei Tartari – che non colonizzarono Mosca ma vi furono indubbiamente presenti in modo massiccio – poi il lungo rapporto di osmosi tra l’impero russo e quello ottomano e infine, soprattutto, la conquista e il dominio russo su immensi territori asiatici non potevano non portare nella capitale russa un gran numero di mercanti, funzionari, soldati o semplici lavoratori e artigiani dall’Oriente. Il cosmopolitismo di Mosca si accentuò ulteriormente, per motivi politici, economici e ideologici, durante il settantennio sovietico, quando la parificazione (almeno formale) dei diritti dei diversi popoli e lo sviluppo economico della parte asiatica dell’URSS richiamarono nella capitale dalle Repubbliche sovietiche dell’Asia e del Caucaso (ma anche dall’estero, soprattutto dal Terzo Mondo) centinaia di migliaia di studenti, impiegati, militari, quadri di partito che dovevano ricevere un’adeguata formazione o comunque dare un contributo allo sviluppo della città. In quei settant’anni la popolazione di Mosca è cresciuta di otto volte. La crescita demografica è continuata anche dopo la fine dell’URSS, ma con caratteristiche diverse: si è quasi completamente interrotto l’afflusso da molte ex Repubbliche sovietiche, così come dai Paesi dell’Est europeo, mentre è aumentata l’immigrazione, spesso clandestina, da alcuni Paesi asiatici (Vietnam e Cina soprattutto) così come quella, non molto numerosa ma assai visibile, di funzionari e businessmen occidentali. Ed è continuata ininterrotta l’immigrazione interna dalle province russe più povere. La grave crisi economica post-industriale, non del tutto controbilanciata dall’ingente crescita del settore terziario, continua a essere causa di profonde sperequazioni sociali, con una ridotta classe di “nuovi ricchi” detentori di straordinarie risorse finanziarie e una vasta fascia di popolazione costretta a vivere sotto la soglia della povertà: una delle conseguenze di questa situazione è la diffusione della criminalità, spesso articolata in potenti organizzazioni di stampo mafioso, a fatica contrastate dal governo.

Una volta si faceva la fila, ma ora davanti al mausoleo di Lenin sulla Piazza rossa non si ferma proprio più nessuno. Qualche tempo fa Putin aveva pensato anche di rimuoverlo. Sembrerebbe che nessuno in Russia voglia ricordare il passato; ma allora perché la gente con cui ho parlato fa continui confronti col “vecchio regime” e mostra orgogliosa i sette “grattacieli di Stalin”? La gente che dice queste cose lo fa incappucciata, sottovoce, proprio come me in questo momento. Di nascosto, quasi in silenzio, è il requiem e la nostalgia per il comunismo perduto.

Lenin morì nel 1924 e il mausoleo, costruito appositamente per conservarne la mummia, venne edificato in granito marrone, in forma di piramide con le scale. Durante le parate militari venne usato come tribuna da dove i governanti sovietici salutavano i soldati che sfilavano.

Nel 1953 morì Stalin e fu seppellito all’interno del mausoleo; in seguito, negli anni Sessanta, la sua salma fu tolta e collocata dietro il mausoleo, accanto al muro del Cremlino. Quella di Stalin fu la prima di una serie di sepolture accanto al muro del Cremlino: ora tutti i leader del partito comunista (escluso Nikita Khruščёv) sono seppelliti in questo luogo. Dentro le mura sono seppellite anche le personalità più famose dell’Unione Sovietica, come l’astronauta Jurij Gagarin, il generale conquistatore di Berlino Georgij Konstantinovič Žukov, e Nadežda Krupskaja, moglie di Lenin.

In una elegante caffetteria della centralissima via Tverskaja capita di parlare con dei ragazzi, sorseggiando un grandioso infuso alla mente, più buono del tè alla menta di Marrakesch. Sono nati tra il ’94 e il’97. Non sanno nemmeno cosa abbia significato il comunismo sovietico nel loro paese (finito nel ’91). Parlano un ottimo inglese (o francese), hanno dei bellissimi maglioni di cachemire, non sembrano molto interessati al passato. Per loro fare spese il sabato sera è normale, non lo chiamano “consumismo”, anche le canne le considerano normali. cercano quello che cercano i loro coetani occidentali: un lavoro prestigioso, il grande amore della loro vita. E’ tutto “normale”, molto “normale”. Solo il passato non è “normale”, una cosa strana, un’anomalia.

Il paese che aveva abolito la lotta di classe ha le differenze di classe più ampie del mondo: un operaio guadagna 300-400 euro al mese, come il tagliando di un Suv della classe abbiente che abita in appartamenti che valgono minimo 1 milione di euro.

Il costo del lavoro nella capitale russa è più basso di quello polacco, la benzina costa 80 centesimo al litro, l’ente di stato Gasprom porterà il gas in tutto l’Occidente. Ci sono tutte le condizioni per un decollo spettacolare. La burocrazia continua a frenare, come all’epoca di Breznev, ma forse ancora per non molto.

Le città parlano e Mosca è stata sempre molto eloquente. Sto cercando di capire in questi giorni, percorrendola in lungo e in largo, qual è il suo linguaggio attuale. Se non mi sbaglio si tratta di un sincretismo neo-imperiale. Putin sta cercando di unire passato e presente. Nella piazza rossa in questi giorni c’è un grande palco da cui terrà un discorso il 4 novembre per la festa nazionale. il palco è diviso in due: da un lato una grande stella rossa, dall’altra l’aquila bicipite. Passato e presente. Sotto c’è una grande scritta: Mosca 1941-2012. 1941 è la data dell’inizio della guerra contro la Germania.

Un intellettuale russo, indicandomi una “casa di abitazione” alla periferia di Mosca, in un orribile palazzo in stile realismo sovietico, dice: “Vedi, nonostante quello (quelle abitazioni con luci fioche e infissi arrugginiti) io penso che gli storici russi hanno liquidato troppo presto l’esperienza del comunismo sovietico; è come se avessero letto la storia recente con gli occhi degli americani. Ci sarà presto un revisionismo comunista”. Sono un po’ scettico, ma decido di prestargli fede. Una cosa è certa, che Mosca sarà una delle capitali del futuro.

Non è difficile immaginare come possa essere lo shopping nel centro di una città di 8 milioni di abitanti: una montagna di merci e di luci. Anche i mitici magazzini GUM, i vecchi magazzini di stato sovietici, sono stati completamente ristrutturati e si presentano ora come una sfarzosa giostra delle meraviglie. Ecco come si presenta la facciata dei GUM di notte, dove un neocapitalismo rutilante si unisce alla natura fiabesca della cultura popolare russa.

Mosca è un nodo di comunicazioni di importanza mondiale. Notevole peso ha avuto l’apertura del Canale di Mosca (1937), lungo 130 km, che unisce i due fiumi Moscova e Volga. I tre porti fluviali collegano Mosca, attraverso una rete di fiumi e canali, a ben cinque mari: Baltico, Mar Bianco, Caspio, Mar d’Azov, Mar Nero.

La metropolitana di Mosca ( Moskovskij metropoliten imeni V.I. Lenina, trad. Metropolitana moscovita a nome di V.I. Lenin ), che si estende per quasi tutta la capitale russa, è il secondo sistema di metropolitana più frequentato al mondo per numero medio di passeggeri al giorno (dopo quello di Tokyo). È degna di nota anche per la ricca realizzazione di alcune stazioni, che recano esempi dell’arte del realismo socialista. Molte stazioni hanno cambiato nome, alcune persino più di una volta; la metropolitana stessa fu inizialmente intitolata a Lazar’ Moiseevič Kaganovič.

Oltre alla metropolitana di uso pubblico, esisterebbe a Mosca anche una rete separata di linee segrete, destinata al collegamento tra istituzioni governative e bunker sotterranei riservati (molti dei quali si trovano fuori dalla città). Questa rete viene chiamata solitamente “Metro 2” (ed il suo nome effettivo è sconosciuto). La “Metro-2” si troverebbe ad un livello più profondo; l’unico punto di contatto tra le due reti sembra essere tra le stazioni Sportivnaja e Vorob’ёvy Gory. La maggior parte della rete della “Metro 2” non ha il terzo binario perché fa uso di locomotori elettrici dotati di accumulatori.

Qualche volta a Mosca, nel traffico e tra l’esibizionismo dei nuovi ricchi, ci si può fermare sotto una finestra e scoprire qualcosa di chi ha vissuto dietro quelle pareti, conoscendo così una bellissima storia d’amore, come per esempio quella tra il grande poeta Puškin e la donna della sua vita, Natal’ja Nikolaevna Gončarova. Nella via Arbat c’è la casa moscovita di Puskin, una statua li immortala nel giorno delle nozze. A causa di un sospetto di infedeltà, Puškin sfidò a duello a San Pietroburgo il presunto amante della bella Natal’ja, il barone francese George d’Anthès. Ma Puškin era nato per la penna, non per le armi e nel duello trovò la morte. Aveva 38 anni.

Con il declino e la fine del regime sovietico, la Chiesa Ortodossa Russa ricevette l’autorizzazione a ricostruire la Cattedrale di Cristo Salvatore, nel febbraio del 1990, dopo essere stata demolita da Stalin nel 1931. Una prima pietra temporanea venne deposta alla fine dell’anno. Il restauratore Aleksej Denisov venne convocato per disegnare una replica di straordinaria precisione.

Un fondo per la ricostruzione venne avviato nel 1992 ed i fondi cominciarono ad arrivare anche da comuni cittadini nell’autunno del 1994. Mentre la ricostruzione era in corso, Denisov venne sostituito da Zurab Cereteli, che introdusse alcune controverse innovazioni. Per esempio, gli altorilievi originali in marmo sui muri lasciarono il posto a moderne versioni in bronzo, che avevano poca o nessuna relazione con l’architettura sacra russa. La chiesa inferiore venne consacrata alla Trasfigurazione del Salvatore nel 1996, e la Cattedrale di Cristo Salvatore, completata, venne consacrata il giorno della Trasfigurazione, il 19 agosto 2000.

Un ponte pedonale sul fiume venne costruito tra il 21 giugno 2003 ed il 3 settembre 2004 e denominato Ponte dei Patriarchi. Sul fianco della collina alla destra della cattedrale si trovano i monumenti ad Alessandro II e Nicola II. La piazza della cattedrale è ornata da diverse cappelle, che riprendono le linee della cattedrale stessa.

La chiesa fu teatro della canonizzazione dell’ultimo Zar e della sua famiglia, nel 2000. Il 17 maggio 2007 venne firmato qui l’atto di Comunione Canonica fra il Patriarcato di Mosca della Chiesa Ortodossa Russa e la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia. Il ripristino della piena comunione con il Patriarcato di Mosca venne celebrato in una Divina Liturgia, per la prima volta nella storia concelebrata dal Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, Alessio II, ed il primo gerarca della Chiesa fuori dalla Russia, il metropolita Lauro.

Sotto la nuova chiesa si trova una grande sala per le assemblee ecclesiastiche.

Il primo presidente russo, Boris El’cin, morto per un attacco cardiaco il 23 aprile 2007, venne esposto nella cattedrale, prima della sepoltura nel cimitero di Novodevičij.

Dopo l’assunzione del titolo di zar da parte di Ivan IV il Terribile, Teodoro I (o meglio il reggente Boris Godunov) ottenne nel 1589 dal patriarca di Costantinopoli che la sede di M. fosse retta a patriarcato, assumendo il quinto posto nella gerarchia patriarcale, dopo quelli di Costantinopoli, Antiochia, Gerusalemme e Alessandria. Undici patriarchi si succedettero a M. sino al 1700. Dopo oltre un ventennio di sede vacante, Pietro il Grande, geloso del prestigio del patriarca e insofferente dell’atteggiamento conservatore di questo rispetto alle sue riforme, soppresse il patriarcato mettendo (1721) la chiesa alle dipendenze dello Stato attraverso il Santo Sinodo diretto da un procuratore supremo, sempre laico. Il patriarcato fu ristabilito nel 1917 da un concilio nazionale panrusso. Il patriarca M. Tichon Belavin fu tenuto in carcere dal 1922 al 1923 e morì nel 1925. Dopo aspre persecuzioni (1927, 1932), con la Seconda guerra mondiale i sovietici consentirono l’elezione del patriarca (1943) nella persona del metropolita Sergio. Morto questo (1944), gli successero Alessio (1945-70), Pimen (1971-90), Alessio II (1990-2008), Cirillo I (dal 2009).

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha definito “corretta” la decisione di un tribunale di condannare a
due anni di carcere le tre giovani donne del gruppo punk Pussy Riot, colpevoli di aver intonato a febbraio una preghiera punk anti-Putin nella Cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca.

“In effetti è corretto che siano state arrestate ed è corretto che il tribunale abbia preso una tale decisione. Perché non bisogna violare i fondamenti della morale, distruggere il Paese.
Se no che cosa ci resta?”, ha dichiarato in un programma della televisione Ntv.

Nadezhda Tolokonnikova, 22 anni, Maria Alyokhina, 24, e Yekaterina Samutsevich, 30, sono state condannate il 17 agosto a due anni di carcere per teppismo e incitamento all’odio religioso.

Il clamore di oggi per la condanna delle Pussy Riot è più un nostro sfogo che un segnale per i russi, che a malapena lo sapranno, ultimamente sono state approvate dal Parlamento delle legge severissime su Internet. Il regime russo è una specie di  iper-liberismo quasi senza libertà. Non ci sono leggi sul lavoro, i magnati fanno quello che vogliono. La Chiesa russa, riabilitata da Putin, è fedele alleata del potere. Un disastro. Da questa specie di disastro emerge la faccia di Nadia Tolokonnikova, la 22nne leader delle Pussy Riot con la sua maglietta “No pasaran”. Forse per il momento non potremmo pretendere di più…

Vladimir Putin, in un’intervista alla tivù Russia Today, ha parlato della condanna a due anni di carcere inflitta alle componenti del gruppo rock Pussy Riot, colpevoli di aver cantato una preghiera punk nella cattedrale del Cristo Salvatore, chiedendo alla vergine Maria di «cacciare via» Putin.
«Lo Stato ha il dovere di proteggere i sentimenti dei credenti», ha detto il premier russo.

Fino alla Rivoluzione di Ottobre in questo edificio neo-classico si incontravano i membri dei club inglesi, gli stranieri e gli aristocratici. Il Museo della rivoluzione allestito agli inizi degli anni Venti nel 1998 è diventato museo di storia contemporanea.

Il Museo Puškin, inizialmente Museo dell’Accademia d’Arte di Mosca, è dedicato a raccolte di opere d’arte di tutto il mondo. Numerosi sono i dipinti antichi di scuola italiana (Botticelli, Perugino), spagnola (Ribera, Murillo), fiamminga e olandese (Rubens, van Dyck, Rembrandt), francese (Watteau, David, Corot); notevole è inoltre la collezione di pittura impressionista e postimpressionista (Renoir, Cézanne, Gauguin, fino a Matisse e Picasso). Ed è qui che nel 1996 sono stati per la prima volta esposti i tesori artistici trafugati alla Germania nazista dopo l’ultimo conflitto mondiale, tra cui il cosiddetto Tesoro di Priamo, fino ad allora conservato nei depositi. Degli altri numerosi musei della città si ricordano la Galleria Tretjakov (fondata dall’omonimo collezionista nel 1856 e dedicata all’arte russa, dalle icone dei sec. XVII-XVIII alla pittura dei maestri dell’arte moderna quali Kandinskij, Malevič ecc.) che, dopo una chiusura di nove anni, ha riaperto nel 1995 con una sede riammodernata; il Museo Rublëv che raccoglie opere dell’omonimo pittore; il Museo delle Civiltà Orientali (istituito nel 1918); i tre musei di Architettura; il Museo della Storia e Costruzione di Mosca (costituito nel 1896); il Museo delle Arti Decorative nel Palazzo delle Armi (Cremlino); il Museo Storico Russo, che dopo 11 anni di ristrutturazione è stato di nuovo riaperto al pubblico nel 1997 e che, oltre a importanti collezioni preistoriche di materiali provenienti da tutto il territorio della ex URSS, possiede una raccolta di vasi greci, sculture ellenistiche e corredi funebri con bronzi e oreficerie di tombe a tumulo scitiche e sarmatiche; il Museo della Rivoluzione; il Museo della Ceramica, che documenta la storia della ceramica russa dai suoi inizi (seconda metà del sec. XVIII); a molte delle glorie letterarie nazionali – Tolstoj, Dostoevskji, Gogol’ – Mosca ha dedicato musei, spesso ambientati nelle residenze degli scrittori nella capitale. Nel 2010 è stato inaugurato il MAMM (Museo multimediale di Mosca), con un archivio che custodisce migliaia di immagini.

Il primo teatro pubblico, la Teatralnaja choromina (Sala di Teatro), sorse nel 1703 nella piazza Rossa per iniziativa di Pietro il Grande, ma venne abbattuto dopo quattro anni. Esisteva già dal 1672 un teatro di corte che rappresentava soprattutto lavori di prosa in tedesco e poi in francese, ma anche opere e balletti in russo e ospitava compagnie di comici dell’Arte; a esso si aggiunsero nel corso del sec. XVIII varie sale private. I teatri veramente importanti sorsero molto più tardi e furono due: il Malyj Teatr (Piccolo Teatro), inaugurato nel 1824 e dedicato principalmente alla prosa, che fu la sede della grande tradizione realistica russa dell’Ottocento (illustrata da attori come Ščepkin, Močalov, Lenskij e la Ermolova e da un drammaturgo come Ostrovskij); e il Bolšoj Teatr, che si aprì l’anno dopo e che divenne la più prestigiosa sede dell’opera e del balletto. Entrambi erano teatri imperiali, quindi inaccessibili al popolo. La direzione dei teatri imperiali ebbe il monopolio degli spettacoli fino al 1882. Dopo tale data sorsero altri teatri. Il più importante fu senza dubbio il MCHAT (Teatro d’Arte di Mosca), fondato nel 1898 da K. S. Stanislavskij e da V. Nemirovič-Dančenko, e divenuto famoso non solo per aver portato al successo autori come Čechov e Gorkij, ma per aver imposto una concezione realistico-psicologica della recitazione e dello spettacolo che ebbe enorme influenza sul teatro di tutto l’Occidente. A Mosca la sua influenza si estese anche alla lirica e al balletto, e a Stanislavskij s’intitolò nel 1924 uno Studio d’Opera formato nel 1918 dal Bolšoj, a quello di Nemirovič-Dančenko un Teatro musicale nato nel 1926 e filiazione diretta del MCHAT (le due istituzioni si sarebbero poi fuse nel 1941). Altre filiazioni del MCHAT furono i cosiddetti “studi”: da uno di essi sorse nel 1924 il secondo Teatro d’Arte diretto da M. Čechov; da un altro, nel 1920, il teatro che poi prese nome dal suo regista più famoso, E. Vachtangov; da un terzo, nel 1921, il Teatro Realistico, illustrato negli anni Trenta dagli arditi esperimenti scenici di N. Ochlopkov; da un quarto, nel 1918, la compagnia ebraica dell’Habimà, oggi teatro nazionale israeliano. Non si esaurisce però in queste sedi la straordinaria vitalità teatrale di Mosca, soprattutto negli anni post-rivoluzionari. Devono essere citati almeno il Teatro della RSFSR, che dal 1921 al 1930 portò il nome del regista V. Mejerchold; il Kamernyj fondato nel 1914 da A. Tairov e da lui diretto sino al 1950; il Teatro del Proletkult, fondato da S. M. Ejzenštejn e divenuto poi Teatro dei Sindacati; il Teatro di Stato ebraico per spettacoli in yiddish; il Teatro dell’Armata Rossa, diretto dal 1937 al 1961 da A. Popov; il Teatro Majakovskij (già della Rivoluzione) e ancora teatri per bambini, teatri di marionette, teatri di filodrammatici ecc. Tra le sale di più recente costruzione hanno acquistato prestigio il Puškin e il Teatro della Taganka, grazie alle regie di J. P. Ljubimov.

Antonio De Lisa

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