Antonio De Lisa- La maschera di Narciso- Individualismo, narcisismo, dissipazione di sé

Antonio De Lisa- La maschera di Narciso- Individualismo, narcisismo, dissipazione di sé

La discussione su “amore di sé” e “amor proprio” parte dalla distinzione che fa Jean-Jacques Rousseau in ambito etico fra questi due tipi di atteggiamento verso se stessi. L’”amore di sé” per Rousseau fa parte del sentimento naturale ed è quindi positivo per l’individuo e per le sue relazioni sociali. L’”amor proprio”, invece, è profondamente negativo e dà vita ad atteggiamenti antisociali.

Recentemente la problematica etica relativa ai sentimenti ha conosciuto nuovi sviluppi. Il tema di questo intervento, in particolare, mi è stato suggerito dal saggio di Elena Pulcini, “La passione del Moderno: l’amore di sé”, (in S. Vegetti Finzi, “Storia delle passioni”, Laterza, Bari 2000).

Parlare di affetti e passioni non è una cosa semplice. Ci aiuteremo con delle immagini, per iniziare: una potrebbe essere quella di Caravaggio, “Ragazzo morso da un ramarro”, 1595-96.

Caravaggio, vissuto in un’era propensa all’analisi degli affetti, riusciva in pochi tratti a spiegare concetti profondi. L’espressione del giovane morso dal ramarro tradisce l’interesse del pittore barocco nei confronti proprio della rappresentazione degli “affetti”, o moti dell’animo. Il morso del ramarro allude al senso del tatto e al topos poetico del dolore nascosto nel piacere (il vaso di fiori). I fiori recisi, dalla bellezza fugace ed effimera, sono un simbolo della “vanitas”, la vanità delle cose terrene. Ma Caravaggio forse può essere più utile con la raffigurazione di Narciso. Questo dovremo prendere in considerazione, Narciso, legandolo in effigie alla figura di Prometeo, come ci suggerisce l’autrice del saggio da cui siamo partiti.

Amore di sé e amor proprio

Rousseau distingue tra due forme di amor proprio: l’amor proprio in senso lato, che chiama anche amore di sé (“amour de soi”), è un sentimento assoluto, naturale e buono per definizione perchè assicura l’autoconservazione dell’individuo ed esprime il suo diritto alla vita; l’amor proprio relativo (“amour propre”) è invece sempre negativo, in quanto, nascendo dal confronto con gli altri, si configura come sentimento sociale ed è quindi subordinato all’opinione.

« Il ne faut pas confondre l’amour-propre et l’amour de soi-même, deux passions très différentes par leur nature et par leurs effets. L’amour de soi-même est un sentiment naturel qui porte tout animal à veiller à sa propre conservation, et qui, dirigé dans l’homme par la raison et modifié par la pitié, produit l’humanité et la vertu. L’amour-propre n’est qu’un sentiment relatif, factice, et né dans la société, qui porte chaque individu à faire plus de cas de soi que de tout autre, qui inspire aux hommes tous les maux qu’ils se font mutuellement, et qui est la véritable source de l’honneur » (Discours sur l’origine de l’inégalité – Rousseau).

La sensibilità positiva deriva immediatamente dall’amore di sé. È naturale che colui che si ama cerchi di estendere il suo essere e i suoi godimenti e di appropriarsi, coi legami affettivi, di ciò che egli sente possa essere per lui un bene. Ma non appena questo amore assoluto degenera in amor proprio, e in rivalità comparativa, ecco che produce la sensibilità negativa; appena, infatti, si prende l’abitudine di misurarsi con altri ed uscire da se stessi per assegnarsi il primo e il miglior posto, è impossibile non provare avversione per tutto ciò che ci impedisce di essere tutto. (J.-J. Rousseau, Dialogues, II, O.C., I, pp. 806-807 ; trad. it. S.A., pp. 898-899)

Le figure del mito

In questa sede vorrei provare a collegare questa tematica etica con due figure mitologiche: Prometeo e Narciso. Ludwig van Beethoven intuisce la centralità di Prometeo, con il suo “Die Geschoepfe des Prometheus” (Le creature di Prometeo), scritto nel 1800-01, ci abitua a pensare a Prometeo come figura della modernità, sulla scia di Hobbes: “Come Prometeo (che, interpretato, vale uomo prudente) fu legato al monte Caucaso, luogo dall’ampia veduta, dove un’aquila si pasceva del suo fegato, divorandone di giorno tanto quanto ne ricre-sceva di notte, così l’uomo che, preoccupato per il futuro, guarda troppo lungi davanti a sé, ha il cuore roso, per tutto il giorno, dal timore della morte, della povertà o d’altra ca-lamità, e non trova riposo né pausa alla sua ansietà, se non nel sonno”, (T. Hobbes, Leviatano, XII, p. 103).

Prometeo (in greco antico Προμηθεύς, Promethéus, “colui che riflette prima”), è una figura della mitologia greca, titano, figlio di Giapeto e di Climene. A questo eroe amico del genere umano sono legati alcuni antichissimi miti che ebbero fortuna e diffusione in Grecia. Egli è anche “cugino” di Zeus, essendo anche quest’ultimo figlio di un titano, Crono. Le tradizioni differiscono talvolta sul nome della madre. Viene citata Asia, figlia di Oceano o Climene, anch’ella un Oceanina. Una leggenda più antica lo rendeva figlio di un Gigante, chiamato Eurimedonte, il quale lo aveva generato sin da bambino violentando Era, il che spiegherebbe l’avversione di Zeus verso Prometeo. Prometeo ha vari fratelli: Epimeteo, che è, in contrasto con lui, il “maldestro” per eccellenza, Atlante, Menezio. Prometeo si sposò a sua volta. Il nome di sua moglie varia egualmente secondo gli autori: il più delle volte è Celeno, o anche Climene. I suoi figli sono Deucalione, Lico e Chimereo, ai quali si aggiungono talvolta Etneo, Elleno e Tebe.

La sua azione, posta ai primordi dell’umanità, si esplicava in antitesi a Zeus, dando origine alla condizione esistenziale umana.

Prometeo è Il creatore, colui che plasma il primo uomo con l’argilla; il salvatore, che ha vinto la morte con la speranza (si ricordino le parole di Eschilo nel Prometeo incatenato: “Io tolsi ai mortali la preveggenza della propria morte”); il liberatore dalla soggezione a qualsiasi autorità, così com’è stato visto tra Sette e Ottocento; il primo eroe della società della tecnica. Letteralmente Prometeo, significa, come ci ricorda anche Hobbes, “Colui che conosce prima”. Dei figli di Giapeto, Prometeo è il Preveggente e ha il contraltare nella figura di Epimeteo, il fratello stupido, che giungeva per ultimo a comprendere le cose.

Narciso (in greco: Νάρκισσος) è un personaggio della mitologia greca famoso per la sua bellezza. Figlio della ninfa Liriope e del dio fluviale Cefiso (o secondo un’altra versione di Selene ed Endimione) nel mito appare incredibilmente crudele, in quanto disdegna ogni persona che lo ama. Come punizione divina, si innamora della sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua, lasciandosi infine morire resosi conto dell’impossibilità del suo amore.

Esistono diverse versioni del mito fra cui: una proveniente dai papiri di Ossirinco, attribuita a Partenio; una nelle Narrazioni di Conone, datata fra il 36 a.C. e il 17 d.C.; la più nota versione di Ovidio contenuta nelle Metamorfosi e una versione di Pausania proveniente da Guida alla Grecia.

Da questa notte che ci occulta

In realtà, come vedremo, l’”Età di Prometeo”, l’età dell’amore di sé, quella prudente del capitalismo ottocentesco, precede ed è sostanzialmente diversa da quell’attuale, che chiameremo l’”Età di Narciso”, l’età della passione smodata di sé e dell’amor proprio, che si configura all’insegna della dissipazione. “Nel perseguire il proprio interesse, l’uomo prudente, in cui possiamo riconoscere l’incarnazione smithiana (smithiana, da Adam Smith, N.d.A.) del Prometeo, è indotto inevitabilmente, attraverso il sentimento comparativo della simpatia, a tenere conto dell’interesse degli altri, della cui cooperazione e del cui aiuto, nella società civile egli ha costantemente bisogno” (E. Pulcini, “La passione del Moderno: l’amore di sé”, cit.).

“L’egoismo (amour propre) è l’amore di sé e di ogni cosa in funzione di sé; rende gli uomini idolatri di se stessi e li renderebbe tiranni degli altri se la fortuna ne desse loro i mezzi (…) Da questa notte che lo occulta nascono le ridicole convinzioni che l’uomo ha di sé; di là vengono gli errori, l’ignoranza, la grossolanità e le ingenuità che nutre sul suo conto” (F. de La Rochefoucauld, “Massime” (1678), Rizzoli, Milano 1978, “Massime soppresse”, I).

Pandora o della dissipazione

Con la creazione di Pandora Zeus volle vendicarsi di Prometeo. Gli dei donarono alla donna le doti più funeste: da Atena, Afrodite, le Ore e le Cariti ricevette una bellezza seducente. Ermes le donò la mendace astuzia e la condusse, come regalo degli dei, a Epimeteo, il fratello stolto di Prometeo. Questi, nonostante gli avvertimenti del fratello, commise l’errore di sposare Pandora. Ella aveva ricevuto dagli dei un vaso, pithos (in seguito, la tradizione parla piuttosto di una cassa o di una scatola) che era pieno di tutti i mali. E poiché non poté vincere la sua curiosità, aprì il vaso, sicché l’intero contenuto fuoriuscì e tutti i flagelli si abbatterono sull’esistenza fino allora felice degli uomini (di qui il nome di Pandora, ossia “dotata di ogni dono”). Questi mali oggi si chiamano cor-ruzione, inautenticità, conflitti e timori reciproci; e ancora: compulsiva necessità di su-perare l’altro in ricchezza, merito, potenza, bellezza. L’uomo della postmodernità è dominato da una struggente “passione del fuori”, che lo spinge a vivere in funzione dello sguardo dell’altro, condannandolo all’inquietudine e all’ansiosa ricerca di false mete. “L’io narcisistico nasce come reazione ai guasti e alle illimitate pretese di un Io prome-teico e strumentale (…) Dalla sua inquietudine e dalla sua rinuncia possiamo cogliere il prezioso suggerimento che i due aspetti, Prometeo e Narciso, non riescono ad integrarsi, destinati anzi ad una progressiva divaricazione che esaspera gli aspetti negativi di entrambi favorendone gli sviluppi patologici. Ed è in quest’impossibile, o fallita, integrazione che forse possiamo cogliere l’origine di quello che è stato recentemente definito il ‘disagio’ della modernità” (E. Pulcini, “la passione del Moderno: l’amore di sé, cit.). Quando il vaso fu richiuso, solo la Speranza rimase sul suo fondo, cosicché essa fu sottratta agli uomini. Versioni successive niente affatto consolatorie riportano invece che nel vaso si sarebbero trovati invece tutti i beni, i quali dopo la sua apertura sarebbero immediatamente svaniti; solo la Speranza sarebbe rimasta allora agli uomini.

Come in uno specchio riflessi

Prometeo e Pandora si riflettono l’uno nello specchio dell’altra. Conquista e dissipazione. Prometeo stringe; è stretto da catene. Pandora libera dissipando, e dissipando è liberata dal potere delle catene. E’ un gioco privo di dimensioni dialettiche, brutale, dove la conoscenza è legata a una catena, la libertà alla perdizione. E’ questione di un unico i-nestricabile groviglio. L’unica parola che lega l’uno e l’altra è Elpis, la Speranza, quella che Prometeo ritiene di aver dato al mondo (“Prometeo: Io tolsi ai mortali la preveg-genza della propria morte. Io: e quale rimedio trovasti a questa malattia? Prometeo: Insinuai in loro cieche speranze” nel dialogo di Eschilo), l’unico bene che resta nel vaso di Pandora dopo che sono svaniti tutti gli altri o l’unica cosa che rimane nel vaso dopo che si sono sparpagliati tutti i mali del mondo.

La proliferazione del mito allunga lo spettro sinistro dell’amante di sé (Prometeo e Narciso insieme, Prometeo trasformato in Narciso) sulla società d’oggi, come un Genio manipolatore al contatto col “limite”, e con essa si è misurata fino all’insensatezza del girare in cerchio.

Jean Baudrilland e i rischi della consumazione della propria immagine

Per collegare il discorso generale a problematiche etiche dei nostri tempi, si può far ricorso alla figura e alle tesi di Baudrillard. Jean Baudrillard è stato uno dei primi a sostenere che in una società di consumi e che consuma l’individuo tende a consumare la propria stessa immagine, con forme di negazione dell’alterità, in preda a compiacimenti autoreferenziali.

Una particolare forma di narcisismo è quella legata alle nuove tecnologie ed al web. Per alcuni autori, come Andrew Keen (vedi il suo “The Cult of the Amateur”) il web partecipativo fatto di blog, video-audio-foto sharing (autoprodotti), twitter, mashup facilita la creazione di prodotti autoreferenziali, autocitazioni che vanno a gratificare appunto il narcisismo digitale. Questa forma di narcisismo è simile per certi aspetti all’”egosurfing”, che si caratterizzerebbe per uno smoderato culto della personalità, dell’apparire e di esibirsi sul web con i propri scritti, foto, video e messaggi; complici le applicazioni web 2.0 che consentono a qualsiasi utente di creare contenuti autoprodotti con estrema facilità. In questo modo il narcisismo individuale si connette spesso a quello culturale.

Il discorso a questo punto si farebbe lungo e complesso e dovremo rimandarlo ad altra sede.

Narcisismo come fase estrema dell’individualismo

Generalmente coloro che sono innamorati di se stessi, comunemente detti narcisisti, esibiscono modelli comportamentali caratterizzati dalla competitività, dalla grandiosità e dall’esibizionismo. Sono persone sicure di sé, arroganti, egocentriche, con manie di protagonismo. Ma un discorso più approfondito dovrebbe portarci a capire che il narcisismo è la fase estrema dell’individualismo. Comportamenti intimidatori, aggressivi, sprezzanti, invadenti, manipolatori, indifferenti e insensibili allo stato d’animo degli altri sono l’altra faccia della medaglia di un individualismo ritenuto sano e competitivo da modelli dominanti nella società contemporanea.

Antonio De Lisa

@ 2013 Tutti i diritti riservati

Illustrazioni:

Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro, 1595-96

Caravaggio, Narciso (1597-1599 circa), Roma, Galleria nazionale d’arte antica di palazzo Barberini.

2- G. Bonasone, “Uomo” che apre il vaso fatidico. Incisione

Riferimenti:

Musica:

Ludwig van Beethoven, “Die Gescho-epfe des Prometheus” (Le creature di Prometeo), scritto nel 1800-01

Liszt, con “Prometheus”, Poema sinfonico No. 5 -1850-56.

Ricordiamo una tragédie lyrique in tre atti di G. Fauré, che porta il titolo di “Promethée”.

“Prométhée -Le Poème du feu”, Op. 60 (1911) d’Alexander Skrjabin,

“Prometeo – Una tragedia dell’ascolto” di Luigi Nono.

Lulu d’Alban Berg (1885-1935) consiste in un prologo e tre atti su libretto proprio, da Er-dgeist (Lo spirito della terra) e Die Buechse der Pandora (Il vaso di Pandora), 1904, di Franz Wedekind. La prima rappresentazione avvenne allo Stadtheater di Zurigo il 2 giu-gno 1937. Lasciata incompleta dall’autore al terzo atto, Lulu fu rappresentata nel 1979 all’Opéra di Parigi, diretta da Pierre Boulez e con la regia di Patrice Chereau, nella ver-sione ultimata da F. Cerha.

Arti visive:

Per quanto riguarda la storia dell’arte si può rimandare al bellissimo libro di Dora ed Erwin Panofsky, “Il vaso di Pandora”, Einaudi, Torino 1992.


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