Antonio De Lisa – Appuntamento ad Amman

Antonio De Lisa – Appuntamento ad Amman

Rapide osservazioni sociologiche sulla strada che porta dall’aeroporto di Amman in centro. Automobili molto differenziate, da macchine da scasso in movimento (uomini in kefiah, donne velate) a fuoriserie giapponesi (donne senza velo che accompagnano i figli in palestra o li prendono da scuola). La Giordania somiglia un po’ a Israele, condividono la stessa morfologia ma si sente che l’Arabia comincia da qui, per colori, odori, suoni.

Amman è una città piena di vita: in alcune zone c’è la fila di giovani davanti ai locali trendy. E’ tutto pieno di giovani, ovunque. Per ora modesto assaggio, domani sera in piena avanscoperta. IL gruppo che guido è abbastanza docile.

Le donne giordane, all’apparenza così dimesse, in realtà sono raffinatissime. Stamattina a colazione mi ha colpito una giovane madre: tutta vestita di nero ma col velo di seta bianca e sopra gli occhiali da sole. Le ragazzine, col velo, si dipingono ogni unghia delle mani con colori diversi e calzano scarpe o sandali coi brillantini; perfino alle bambine si permette di dare sfogo alla loro innata eleganza (occhialoni da sole, cappellini frou-frou, scarpette da bambola).

In Giordania le badanti vengono dal Bangladesh e dallo Sry Lanka. Donne e ragazze di tutte le età, fino a 13-14 anni. Se ne vanno in giro nei giorni di festa senza sapere bene cosa fare ma tutte coloratissime.

La miseria più nera in Giordania la si vede nei campi profughi dei palestinesi. Intere baraccopoli trasformate in città fantasma. Siamo passati in una di queste: Beka’a, a nord, ma non sono riuscito a fare nemmeno una fotografia. Non si può fotografare la disperazione.

Nel centro di Amman i ristoranti e i bar sono strapieni. Si mangia e ci si fa una bella fumata di narghilé. Fumano tutti, uomini, donne, tutti. Il mio narghilé era al gusto di limone.

Dalla mia camera in albergo si sente la musica techno ad altissimo volume di una festa privata intorno alla piscina. Rientrando abbiamo visto chi erano gli ospiti di questa festa. Scendevano da fuoriserie superlucide delle ragazze bellissime e con minigonne da capogiro, accompagnate da ragazzi in abiti scuri con tagli di capelli all’americana. Il jet set di Amman è a un certo livello. Le ragazze, viste senza velo, hanno un che di avvenente, negli sguardi, nei portamenti… altro che moralismo arabo!

La chiesa greco-bizantina di Madaba è sufficientemente fresca per riprendere le forze. In questa provincia della Giordania la maggioranza della popolazione è di religione cristiana, perciò i bar e i ristoranti vendono alcoolici. Il vino del Monte Nebo è discreto, ma non bisogna abusarne. Comunque nei dintorni della zona dove è morto Mosé, nel mezzo di colline desertiche, ci sono anche dei provvidenziali e ombrosi alberi di ulivo giordano. Ci si sdraia e si osserva la Terra Promessa che appare all’orizzonte come un miraggio nel caldo … la Terra Promessa, la Palestina.

La terra delle Profezie. Dal Monte Nebo si vede il Mar Morto, il corso del Giordano e la zona della Betania, il luogo del battesimo di Cristo. Questo è il posto in cui Mosè osservò per l’ultima volta la Terra Promessa senza poterci arrivare. E’ morto qui, dopo 40 anni di attraversamento del deserto a capo delle 12 tribù di Israele. Nel caldo assoluto del deserto questo era il luogo delle prrofezie e dei presagi, lo spazio fisico e mentale del Vecchio Testamento, della Torah.

Se si osserva bene nella foschia della lontananza si possono vedere dal Monte Nebo le città di Gerico, tra i più antichi insediamenti dell’umanità e soprattutto Gerusalemme, che gli arabi chiamano Al Quds, la Santa e che gli ebrei venerano come centro del loro mondo. I cristiani possono reclamare la città di Dio come il luogo del sacrificio supremo. Questo territorio è il cuore delle religioni abramitiche, ma noi lo vediamo nella foschia, come a ricordarci – hegelianamente – che la storia dello spirito supera la religione come penultima stazione della coscienza. Da quel punto la religione diviene un fatto privato. Qui la transizione si comincia ad avvertire, ma sarà un processo lentissimo.

Barzelletta di un amico di Amman sulla concezione popolare araba della filosofia europea. Uno studente di Amman va a studiare Filosofia a Londra e torna dopo sette anni. Il padre per celebrare il ritorno convoca tutta la famiglia intorno a un lungo tavolo e prega il figlio di spiegare cos’ha imparato. Allora il figlio prende la parola- un po’ imbarazzato- e dice: vedete questo pollo ben cucinato? Secondo i filosofi qui ci sono due polli e non un uno. In sala si fa silenzio e poi il padre replica: bene, noi mangeremo il primo, tu il secondo.

Ad Amman è l’una di notte e nei quartieri alla moda della città c’è un traffico che nemmeno a mezzogiorno, soprattutto nella rotonda di Abdun, la zona più trendy insieme a Shmeisani. Traffico è dir poco, un vero casino. Tutti a fumare narghilé nei ristoranti e a bere tè alla menta, chiacchierando in una composizione di umanità mista. Molte delle auto parcheggiate sono targate Dubai o Arabia Saudita.
Prima dell’uscita dall’albergo abbiamo assistito all’arrivo di una coppia di sposi per la cerimonia e la festa. Tutti gli invitati elegantissimi. Le donne velate hanno un particolare modo di essere eleganti, raccontano tutto con le acconciature sul capo e il gioco degli sguardi. Sei musicisti (cornamusa, tamburo, tamburello, coro) vestiti con il costume dei beduini hanno cominciato una baldoria alla grande, poi gli amici dello sposo lo hanno innalzato sulle spalle scatenandolo in una danza frenetica, ritmatissima, cantata da tutti (letteralmente tutti); gli amici più stretti hanno seguito lo stesso percorso, danzavano a piramide. Poi il corteo si è avviato nella sala delle cerimonie, con la sposa raggiante e imbrillantinata che aveva un sorriso da settimo cielo, seguita da un corteo di donzelle d’onore tutte vestite di arancione e bianco, come degli angeli. In questo gioioso frastuono comunitario si percepiva un’autentica emozione collettiva. Ed era bello assistervi, come è bello assistere -una volta tanto contenti- alla bellezza dell’umanità.

Le notti d’oriente sono morbide e fresche (in questo momento non più di 23-24 gradi ad Amman). Addolciscono i sapori speziati della giornata (il cibo, tra l’altro è sempre ottimo). Spianano le pieghe, ammorbidiscono le sensazioni.

Domani si va a visitare tre castelli nel deserto. Quello che mi incuriosisce è la direzione: sono sulla strada che porta in Iraq, non lontano dal confine impenetrabile. Non lontano dall’abisso.

Quello che noi chiamiamo Bagno turco in arabo si chiama Ḥammām e indica il complesso termale in cui i musulmani effettuano il ghuṣl, o lavacro maggiore, o il wuḍūʾ , o lavacro minore, per conseguire la purità rituale, indispensabile per poter poi adempiere all’obbligo canonico della ṣalāt giornaliera. Quando gli arabi giunsero nella Siria bizantina, nel VII secolo, furono affascinati dalle terme, trasformandole in Ḥammām. Ad Amman ce n’è uno bellissimo, si chiama “Half Layla wa Layla” . Immergendovisi si può capire quanta importanza abbia l’acqua per i popoli del deserto e anche quanta cura pongano nella purezza del corpo. Si esce rinati.

Fino ad ora il viaggio in Giordania ha seguito tre direttrici: la prima verso Nord e il confine con la Siria (Amman- Jerash, Ajloun); la seconda verso Ovest e il confine con Israele (Monte Nebo); la terza verso Est e il confine con l’Arabia Saudita (Desert Castle); da domani si va sud (Petra, Shobak e Wadi Rum).

Si dice che i beduini del deserto sono nomadi. Non vero, non lo sono più. All’ingresso della riserva del Wadi Rum hanno costruito un villaggio, con le scuole, l’ufficio postale. Però davanti a qualche casa qualcuno ha piantato una tenda. Per nostalgia. Per abitudine. Mi piace questa gente, con la loro fierezza, la loro gentilezza.
All’ingresso della zona archeologica di Petra c’è un posto dove si beve di tutto, stranamente per una città musulmana. Si chiama The Cave. Non ho resistito alla tentazione di assaggiare il vino bianco del Monte Nebo. Quando si dice il piacere del proibito.

Cominciamo dalla fine della scalata al Monastero. Stravolto di sudore e con l’acido lattico che mi fermenta nelle gambe. Per arrivare lì bisogna salire circa 800 gradini sconnessi e scivolosi. Perché comincio il racconto da qui, dalla fine? Perché di solito le foto riprese a Petra mostrano il volto gentile e asettico di qualche facciata monumentale. Io voglio mostrare l’aspetto aspro e seducente di Petra, un sito archeologico unico al mondo, di 250 chilometri quadrati, enorme, a 1200 metri sul livello del mare, sotto un cielo di un turchese uniforme, sotto un sole implacabile.
Forse qui si vede meglio che cosa significa un’escursione in uno dei parchi archeologici più grandi del mondo. I capelli sono bagnati perché si rischia seriamente un’insolazione; se non vi bevono un paio di litri d’acqua camminando si rischia la disidratazione. Devo dire che i visitatori sono tutti molto stoici, non si lamentano, bevono e vanno avanti, senza problemi, ma la maggior parte fa il giro corto, ma io – si sa- non mi accontento.

Già all’entrata della zona archeologica si ha la visione chiara di quello che ci aspetta nella piazza del Tesoro dopo la gola del Siq. Non mi riferisco ai monumenti ma a un vero e proprio bazaar. C’è di tutto, asini, muli, cavalli, calessi, cammelli. I beduini che hanno abitato queste grotte fino al 1984 sono stati sistemati in un villaggio vicino, Bdul, e l’”offerta turistica” è la loro unica fonte di sostentamento. Accompagnano i turisti con ogni mezzo di trasporto naturale possibile. L’aria è impregnata di polvere che sollevano al passaggio e di odori di escrementi animali. Poi ci sono le bancarelle degli ambulanti, ogni possibile cianfrusaglia è offerta a 1 dinaro. Sono tutti qui, dalla mattina alla sera, i beduini, e sono ancora offesi con il governo perché li ha allontanati dalle loro antiche dimore, le tombe di Petra.

Descritta l’atmosfera umana (e animale) di Petra: un traffico continuo di equini, uno scalpiccio incessante di muli e asini che si inerpicano, possiamo passare a chiederci: ma che cos’è veramente Petra? Petra in realtà è una necropoli, la città sacra dei Nabatei, popolo arabo proveniente da Sud, che scriveva in aramaico e governava le rotte commerciali dall’Egitto alla Siria. Le tombe scavate nella roccia con una tecnica mirabile erano le tombe della élite dei Nabatei e risentono dello stile delle civiltà antiche circostanti, dall’egizia alla greca più a nord.

La rosa di Petra- Superato il primo impatto, Petra comincia a raccontare la sua storia di pietra. Ed è di una bellezza folgorante, ricca di simboli: un grande, unico discorso architettonico sulla morte. Il simbolo di Petra è una rosa, immagine della caducità della bellezza e sopra ogni tomba sono scolpite due scale che scendono. Le scale della vita terrena. Si capisce che per i Nabatei, come per gli egizi, la vera vita cominciava in quel sepolcro.

C’è un museo a Madaba, in Giordania, che raccoglie i costumi tradizionali del vecchio mondo arabo. Li indossano dei manichini, senza volto. Come senza volto sembra essere la donna nella famiglia tradizionale araba. Sembra. Infatti, non è difficile scorgere segni di cambiamento nel rapporto tra i generi. Le giovani generazioni si preparano a un salto qualitativo, accanto alla vecchia remissività tradizionale. Il mondo sta cambiando anche qui.

La questione più controversa nei rapporti tra Islam e mondo occidentale è il rispettivo ruolo assegnato alla donna nella società. Forse qui è la faglia di rottura. Una società paternalistica e patriarcale non potrebbe sopportare a lungo una decisa emancipazione femminile. E se salta questo, salta anche l’immagine tradizionale che ha di se stesso il mondo arabo. Ci sono segnali che con una più ampia istruzione permessa alla donne il vecchio mondo non reggerà a lungo. Un “vecchio mondo” che in realtà è di giovani. Le società arabe sono giovanissime. Ci sono tutti gli elementi che potrebbero produrre ampi (anche se lenti) sconvolgimenti.

Quando le si guarda nel loro contesto persino le lunghe tuniche nere che indossano, con l’ijab, il velo bianco, che le incornicia il volto, sembrano donare alle donne un aspetto naturale. E’quando le guardiamo a Parigi o Roma che ci sembrano strane. Nel loro ambiente ci sono altri elementi che ne sottolineano l’eleganza personale. Ma una cosa emerge sopra tutto: lo sguardo. Le donne qui, non potendosi esprimere in altro modo, hanno imparato a parlare con gli occhi. Il magnetismo dello sguardo femminile è veramente coinvolgente, anche se sempre discretissimo. Ma si capisce che comincia ad affiorare tra le giovanissime un’emergenza espressiva che non sarà facile reprimere a lungo. Il futuro ci dirà con quale esito.

Sulla spianata della “Piccola Petra” un gruppo di beduini della tribù dei Bdul, che hanno abitato per secoli le grotte di Petra, sta organizzando gli affari della giornata. I beduini della tribù dei Bdul hanno la pelle molto scura, i capelli sono neri e lucidi, spesso riccioluti. Gli occhi sono di una profondità sconcertante. Alcuni di loro hanno un successo strepitoso con le donne straniere, che tornano qui due, tre, quattro volte per incontrarli. Il divo locale si chiama Mamoun, ha una baracca in cima dove vende di tutto, ma la sua specialità è il trucco. C’è la fila davanti alla sua postazione. Questo, di giorno.

Vedete questa gradinata? Porta in cima alla “Piccola Petra”. E va bene. Ma non è questo che mi ha colpito. Lassù in cima c’è una ragazza che vende collanine e braccialetti. Sta seduta all’orientale (seduta sulle proprie gambe) su un masso, al sole. A guardarla meglio ci si accorge che ha la pelle chiara. Indossa una tunica completa nera e l‘ijab, il velo. Ha gli occhi azzurri. Il mistero si svela quando Sina, questo il suo nome, ci racconta la sua storia. E’ una ragazza danese, ha sposato un ragazzo della zona, si è convertita all’Islam. Detto così sembra niente; ma ve l’immaginate una ragazza che se ne sta sola tutto il giorno sulla cima di una montagna? Quello è il posto che si è scelto Sina nella vita.

La vallata vista da una feritoia del castello di Shobak. In questa fortificazione ho avuto per la prima volta la possibilità di seguire il percorso della via di fuga che collega il castello all’esterno. Serviva per gli approvvigionamenti durante gli assedi. Tra fuochi, fiamme e olio bollente si poteva ricevere viveri dall’esterno. Un popolo di formichine lavorava alacremente mentre tutto intorno infuriava la battaglia. A Shobak ho avuto la visione di cosa possa essere una fortezza in mezzo al “Deserto dei Tartari”: una solitudine infuocata dal caldo. E’ in questi casi che si pensa che forse à meglio combattere.

Il Mar Morto è un Mare solo di nome: ha una tale concentrazione di sale da impedire qualsiasi forma di vita. E’ infossato in una depressione terrestre di 400 metri sotto il livello del mare. Si galleggia nell’acqua senza dover fare nulla. E’ talmente corrosivo che consuma legno e plastica delle imbarcazioni. Più a Nord la Valle più sacra del mondo, la Valle del Giordano, è attraversata da un fiume che in realtà è poco pià di un rivolo d’acqua. La natura è come congelata in questo deserto, che la fantasia religiosa degli uomini ha fatto diventare l’immagine della promessa della redenzione. Ogni pietra è un simbolo in questa natura morta, simbolo di tre religioni che vorrebbero spiegare il mistero della vita.

Un amico mi ha voluto fare una sorpresa, riprendendomi da dietro mentre cerco di darmi un contegno in sella a un dromedario nel deserto del Wadi Rum. Ci sarebbero da fare mille considerazioni su che cosa significhi viaggiare a dorso di dromedario nella solitudine del deserto; quali sensazioni evochi; quali pensieri riesca a far emergere dal profondo di se stessi. E’ come navigare al largo nell’oceano. Lontano. Molto lontano. In fondo gli oceani si somigliano, quello d’acqua e quello di sabbia. Sono l’immagine stessa dell’infinito. E nell’infinito si può abitare solo in spirito.

All’aeroporto di Amman mi faccio un giro per librerie. Ce n’è una gestita da un giovane. Mi avvicino, cominciamo a parlare. Cerco un libro sull’”Arab spring”, sulla Primavera araba: c’è qualcosa? Oh, sì, mi risponde, ce n’è uno, parla del ruolo di Twitter e Facebook nelle proteste. Ah, bene! Poi, la butto lì, un po’ temerariamente: ma voi l’avete avuta qui in Giordania la Primavera araba? Non ancora- risponde- ma qualcuno dice che dopo la Siria toccherà alla Giordania. La risposta è uguale a quella che mi aveva dato qualche giorno prima la mia guida. Chiedo perché pensa questo, ad Amman mi sembra che la gente non se la passa tanto male… no, no, è apparenza, sotto la cenere cova il fuoco. Ci salutiamo, mi allontano, non prima di aver dato uno sguardo al libro accanto alla cassa: il Re ascemita parla della pace in Medio Oriente.

Alla stazione Termini di Roma sono in attesa del treno. Leggiucchio qualcosa. Improvvisamente sento che qualcuno dietro mi sta dicendo: please, please. Mi giro e vedo una donna araba completamente vestita di nero, con il velo che le copre fin sotto gli occhi. Ha un biglietto in mano, evidentemente mi vuole chiedere spiegazioni. Va a Firenze, ma non ci capisce niente con i binari. Mi prodigo come posso, mentre il figlio reclama la sua attenzione e lei lo zittisce continuamente. Siamo a pochi centimetri, vedo che il velo si muove davanti alla bocca, sollevato dal fiato. E’ la prima volta che sono a contatto così ravvicinato con una donna completamente velata. Ad Amman sono inavvicinabili. Mi fa tenerezza, sembra giovanissima. Con sé ha anche il biglietto di ritorno. Mi viene un leggero, impercettibile attacco di nostalgia.

Antonio De Lisa


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