Antonio De Lisa- Sull’altopiano del Tibet

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Antonio De Lisa- Sull’altopiano del Tibet

La prima cosa che mi ha colpito del Tibet è splendore effimero del Mandala. La seconda la musica. La terza è il dibattito sacro dei monaci.

Il Mandala

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Il Mandala rappresenta, secondo i buddhisti, il processo mediante il quale il cosmo si è formato dal suo centro; attraverso un articolato simbolismo consente una sorta di viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente.

Con scopi e forme diverse, il Mandala è in uso sia presso gli induisti tantrici sia presso i seguaci del Buddhismo Vajrayana tibetano. Quest’ultimo si caratterizza come un complesso di tecniche e di dottrine salvifiche che costituiscono il terzo veicolo liberatorio del Buddhismo, aperto agli influssi e ai motivi delle scuole tantriche dell’Induismo.

Quello che comunemente si suole chiamare tantrismo risulta di innumerevoli forme: una moltitudine di scuole e di correnti in perpetua osmosi o in reciproca polemica, talune monistiche, altre dualistiche, con alcuni principi fondamentali in comune.

La dogmatica tantrica procede dalla convinzione che l’uno è il tutto, che essere umano, natura e trascendenza non sono dissociati ma, esistendo un’armonia tra individuo e universo, i fattori del macrocosmo corrispondono a quelli del microcosmo e, pertanto, a quest’ultimo è data la possibilità di disporre delle forze dell’altro.

Il Mandala rappresenta visivamente questa condizione: esso è uno psico-cosmogramma, un’immagine tanto della psiche quanto dell’universo, la cui iconografia rivela la fondamentale identità fra il corpo e la psiche umani e la struttura del cosmo, un’identità che non coinvolge solo le forme esteriori ma anche le dinamiche interne di mutamento e di mantenimento dei due sistemi.

I buddhisti sostengono che i veri Mandala possono essere solamente mentali, le immagini fisiche servono per costruire il vero Mandala che si forma nella mente della gente e vengono consacrate solo per il periodo durante il quale è utilizzato per il servizio religioso.

Al termine del lavoro, dopo un certo periodo di tempo, il Mandala viene semplicemente “distrutto”, spazzando via la sabbia di cui è composto. Questo gesto vuole ricordare la caducità delle cose e la rinascita, essendo la forza distruttrice, anche una forza che dà la vita.

Il corrispettivo induista del termine Mandala (lett. cerchio) è lo Yantra (lett. “strumento”). Lo Yantra è simile al Mandala, tuttavia le due tecniche si differenziano per la complessità: lo Yantra è molto più schematico, limitandosi ad usare figure geometriche e lettere in sanscrito, mentre nel Mandala sono rappresentati anche – in maniera talvolta particolareggiata – luoghi, figure ed oggetti.

La luce sull’altopiano più alto del mondo

Il Tibet è situato sull’omonimo altopiano (detto anche Plateau tibetano) ad un’altitudine media di circa 4.900 metri, l’altopiano più alto al mondo. La sua montagna più alta è l’Everest che con i suoi 8.844 metri è la montagna più alta del pianeta e fa parte della catena dell’Himalaya compresa per gran parte nel territorio tibetano.

Om mani padme hum. Il mormorio incessante del mantra

Om mani padme hum è  il mantra buddhista più celebre e più diffuso. Uno “strumento per pensare” che in Tibet è presente ovunque: inciso sulle rocce, dipinto sui templi, scritto su strisce di carta, mormorato da monaci e fedeli, sussurrato dalle bandiere che garriscono al vento… «Salve, o gioiello nel fiore di loto» è la traduzione di questa evocativa sequenza di sillabe sacre: dove il termine “gioiello” allude al Bodhisattva Avalokitesvara, di cui il Dalai Lama è considerato la reincarnazione vivente; e dove il “fiore di loto” diventa simbolo di purezza e di elevazione spirituale, perchè sboccia luminoso malgrado affondi le sue radici nel fango delle acque stagnanti.

La musica rituale

La musica tibetana religiosa e rituale, con i suoi strumenti particolari, è un potente mezzo per entrare in rapporto con le energie presenti in natura e rappresenta uno dei più efficaci sostegni alla meditazione.

Per il buddismo tibetano la musica e il canto sono elementi essenziali della religiosità e gli strumenti musicali, come oggetti magici carichi di valore simbolico, prendono voce durante le cerimonie monastiche accompagnando i momenti dedicati alla meditazione. Ci sono strumenti a percussione come il grande tamburo da preghiera suonato durante le cerimonie, strumenti che producono tintinnii o scampanellate, strumenti a fiato e strumenti da pizzicare.

Nei monasteri le orchestre arrivano a essere composte da più di tredici elementi differenti. Sono campane, tamburi a doppia faccia e conchiglie ad intervenire nelle cerimonie monastiche, mentre cimbali e fiati sono riservati ad occasioni rituali particolari.
I cimbali più piccoli sono suonati nei riti dedicati alle divinità pacifiche, quelli i più grandi, suonati orizzontalmente e accompagnati dal canto, sono invece riservati a rituali che hanno il fine di placare le divinità infuriate.

Le sonorità dei cimbali cambiano al variare della lega metallica di cui sono fatti. Dimensioni e materiali di fabbricazione influiscono anche sul suono delle campane tibetane, che riproducono la conformazione della calotta cranica e vengono utilizzate per accompagnare la meditazione.
Le conchiglie marine che hanno generalmente l’imboccatura decorata in argento, con il loro suono rammentano l’adempimento di doveri quotidiani. All’occorrenza, le si suona per avvisare l’intera comunità dell’avvicinarsi di una tempesta.

Il radong è un lungo corno telescopico sorretto da più persone. A una di loro spetta il compito di soffiarvi dentro, dando così il via alle cerimonie.

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Suonatori di Radong

La kangling è una trombetta rituale ricavata tradizionalmente da un femore umano o da un osso di animale finemente decorati.

Un kangling

Un kangling

Dung chen è invece una lunga tromba in ottone suonata in coppia.

Suonatori di Dung chen

Suonatori di Dung chen

Il dibattito sacro dei monaci

Mi è capitato di assistere a un dibattito sacro dei monaci.

I Gelugpa (dGe-lugs-pa: “virtuosi”), noti anche con il nome di “Berretti Gialli”, sono il lignaggio più diffuso e più potente del Tibet. A Lhasa nel Potala ha sede il Dalai Lama, ritenuto dai Gelugpa un Tülku, emanazione, del Bodhisattva Chenresig, mentre nel monastero Gelugpa di Tashilunpo a Shigatse ha sede il Panchen Lama, Tülku del Buddha Amithaba [17].

Il fondatore, lama Tsongkhapa, nel XIV secolo fu discepolo dei lignaggi Sakyapa, Kagyüpa e Kadampa e fu in quest’ultimo lignaggio che si fece propulsore di una riforma della disciplina monastica che portò alla formazione del lignaggio Gelugpa.

Il lavoro principale di Tsongkhapa è il Lam-rim chen-mo (“Il grande sentiero graduale”) è basata sugli insegnamenti di Atisha.

Peculiare dei Gelugpa è l’importanza data alla logica ed al dibattito riguardante i soggetti studiati e memorizzati riguardanti ogni campo della conoscenza del Dharma dell’intero Tripitaka di tutti i sutra e di tutti i tantra. Parte delle attività giornaliere dei monaci Gelugpa sono dibattiti filosofici sulle materie apprese ed una perfetta tenuta etica unita a una attività costante di meditazione.

Non posso dire onestamente su che cosa hanno dibattuto questi monaci, neanche con l’aiuto dell’interprete. E’ un modo di esporre delle idee sapienziali in una dimensione completamente a-dialettica. Si fa massiccio ricorso a una gestualità enfatizzata. Ma è uno spettacolo degno di nota.

Lo Stupa

Stupa funebre in Tibet

Il territorio tibetano è disseminato di Stupa. Uno Stupa (dal sanscrito stūpa) è un monumento buddhista, originario del subcontinente indiano, la cui funzione principale è quella di conservare reliquie. In Tibet lo Stupa è chiamato Chorten,  deriva dal sanscrito e letteralmente significa “fondamento dell’offerta” o anche “ricettacolo delle offerte”; è una traduzione dal sanscrito dhatugarbha (che si corruppe poi in dagaba, da cui deriva la nostra “pagoda”).

È il simbolo della mente illuminata (la mente risvegliata, divinità universale) e del percorso per il suo raggiungimento. Lo Stupa è un  “monumento spirituale”. A livello simbolico, lo Stupa rappresenta il corpo di Buddha, la sua parola e la sua mente che mostrano il sentiero dell’illuminazione.

Lo stupa deve contenere i seguenti cinque elementi, che hanno un collegamento metaforico con i cinque elementi cosmici di terra, acqua, fuoco, aria e spazio:

  1. una base quadrata
  2. una cupola emisferica
  3. una torre a cono
  4. una luna
  5. un disco circolare

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La simbologia funeraria tibetana

La sepoltura stupa è in assoluto il rito funebre più nobile e di primissimo ordine in Tibet. Gli stupa tibetani sono riservati a persone del calibro del Dalai Lama, delle reincarnazioni del Buddha e di pochissimi nobili.

In questa modalità di sepoltura il corpo viene pulito con una sorta di pozione contenente vari profumi per imbalsamarlo.
In seguito il corpo deve essere disidratato e ciò si può ottenere nei seguenti tre modi:

  • viene seppellito con della sabbia asciutta, che assorbirà tutta l’acqua corporea in circa tre anni
  • viene riscaldato in una stanza con una stufa sotterranea, il cui pavimento è coperto con uno spesso strato di polveri specifiche ad alto assorbimento
  • viene cosparso interamente di sali che assorbiranno tutti i liquidi

Addirittura se viene utilizzata quest’ultima modalità di disidratazione, i grumi di sale, una volta rimossi dal corpo, vengono considerati come reliquie da parte del popolo tibetano e si dice che siano in grado di curare ed espellere dal corpo tutti i mali. Alcuni monasteri li offrono ai loro ospiti d’onore come regalo.

Una volta che il cadavere imbalsamato è disidratato, viene avvolto con seta, con rare erbe medicinali e con spezie come ad esempio lo zafferano.
Dopo vengono sparse su tutto il corpo delle pagliuzze d’oro e, infine, il cadavere viene vestito con una tunica e spostato nello stupa per la conservazione a lungo termine.
Da questo momento lo stupa diverrà un luogo di culto e moltissima gente lo visiterà e pregherà al suo interno o in sua prossimità.

Sepoltura stupa in Tibet

Lo stupa può essere elaborato o semplice. Esso può essere costruito in oro, argento, bronzo, legno o argilla. Il tipo di stupa è costruito in base al rango del defunto.
In genere, gli stupa d’oro (addirittura anche rivestiti con lastre di oro massiccio e decorati con pietre preziose) sono per il Dalai Lama e gli alti Lama, mentre quelli d’argento sono per i monaci più importanti e per i nobili. A seguire, man mano che si scende nella gerarchia, vengono usati stupe di bronzo, legno o argilla.

Senza nessun dubbio la sepoltura stupa, sia nelle modalità che nella tipologia di individui che ne possono beneficiare, è diametralmente opposta al rito funebre  della sepoltura terra, il meno nobile e quello più utilizzato per le persone “peggiori” della società tibetana.

Sepoltura roccia in Tibet

La sepoltura roccia

Un altro rito funebre utilizzato in Tibet è la sepoltura roccia che viene praticata solamente nel Tibet meridionale. Questo rito prevede che il cadavere venga imbalsamato dai monaci con una sorta di burro e trattato con sali e con profumi per essere posto in una bara di legno.
Se la famiglia è povera e non si può permettere una bara allora il cadavere viene semplicemente legato con delle corde cercando di piegarlo “a palla” per diminuirne lo spazio occupato.

Successivamente i monaci dedicati al trasporto del corpo lo posizionano in una apertura, che può essere naturale o provocata dall’uomo, o in una caverna sulla scogliera naturale insieme ad altri resti di cadaveri già presenti. Ovviamente i luoghi preposti sono sufficientemente lontani da insediamenti umani.

L’elevazione della caverna varia notevolmente a seconda dello stato sociale del defunto e di solito varia dai 50 ai 500 metri dal suolo: più è alto lo stato sociale è più in alto si viene seppelliti poiché si è più vicini al cielo. Di conseguenza, secondo lo stile tibetano, è diversa anche la solennità e la complessità della cerimonia.

Sepoltura albero in Tibet

La sepoltura albero

La sepoltura albero è dedicata ai bambini, fino ai 13 anni circa, ed ai feti ed è diffuso soprattutto nel sud-est del Tibet. Il corpo del bambino o del feto viene pulito con una soluzione salina e poi adagiato in posizione fetale in una cassa di legno intarsiata, in un cesto di bambù, in un fagotto di tela o semplicemente in una sorta di busta di plastica, questo in base alla possibilità economica della famiglia.

In seguito viene portato da un Lama in una zona boschiva rivolta a nord sulla montagna e appeso ad un grosso albero in modo che possa essere dimenticato dalla famiglia e dagli altri bambini. Per dimenticato intendo dire che la famiglia non può partecipare al funerale e quindi non saprà mai quale cesta o cassa contenga il proprio bambino.

L’immagine generale è di una foresta ricca di alberi pieni, quasi addobbati, di casse di legno e cesti. La maggior parte si troveranno tra i rami ma alcuni è possibile trovarli anche appesi intorno al tronco dell’albero. Per rimanere coerenti alla tradizione buddista, le femmine sono comunemente appese nella parte inferiore dell’albero e i maschi nella parte superiore.
Vista la varietà di materiali, capita spesso che alcune “bare” si disintegrino e i resti cadano al suolo nella foresta, in quel caso vanno lasciati lì senza essere toccati.

Si tratta di una sepoltura pura e che quindi permette la reincarnazione dell’anima, infatti, agli occhi del popolo tibetano il bambino è un essere serafico e quindi come è venuto al mondo in maniera pura così tramite la sepoltura albero se ne va nella stessa maniera.
Inoltre la sua anima proteggerà la famiglia da una disgrazia oppure impedirà la morte di un altro bambino.

E’ interessante il rispetto per il defunto nelle varie usanze funerarie viste prima, dove spesso viene pulito e curato nonostante in Tibet il corpo sia considerato un involucro vuoto…

Lung-Ta, le bandiere di preghiera

Lung-Ta Sono le bandiere di preghiera tibetane. Lung-ta, letteralmente “cavalli (ta) di vento (lung)”, sono rettangoli di stoffa di differenti colori, infilati su lunghe corde, su cui sono stampati diversi mantra (parole sacre). Il vento che le lambisce sparge le benedizioni che contengono verso tutti gli esseri, pertanto tradizionalmente in Tibet venivano appese ai valichi di montagna. Le bandiere di preghiera invocano la compassione, l’armonia, la pace, la saggezza, e forza e protezione contro i pericoli ed il male.
Le bandierine di preghiera sono di cinque differenti colori, che rappresentano i cinque elementi fondamentali, o le cinque dimensioni del Buddha; per questo motivo sono sempre raggruppate in multipli di cinque. Il Buddismo Vajrayana suddivide il mondo fenomenico e psico-cosmico in cinque energie essenziali che si manifestano come terra, acqua, fuoco, aria e spazio. Il Blu, il Cielo. Il Bianco, l’Acqua. Il Rosso, il Fuoco. Il Verde, l’Aria. Il Giallo, la Terra. Questi cinque colori vengono posizionati secondo la seguente sequenza: Giallo, Verde, Rosso, Bianco e Blu da sinistra a destra, o dal basso verso l’alto. Il Blu dovrebbe essere sempre l’ultimo colore in alto, perché rappresenta il Cielo, mentre il Giallo il primo in basso, proprio perché rappresenta la Terra. L’ordine dei colori è sempre: giallo, verde, rosso, bianco e blu; in senso verticale il giallo si trova in basso e il blu in alto. In senso orizzontale l’ordine più seguito è da destra a sinistra o viceversa. Questi cinque colori rappresentano anche le cinque direzioni, le cinque saggezze, i cinque Buddha meditativi e i cinque attributi mentali. Le aste possono essere di un unico colore o contenere tutti e cinque i colori della bandiera.

I due concetti più impervi e sdrucciolevoli del Canone buddista: Impermanenza e Vacuità

Anitya, “impermanenza”, è un termine sanscrito. In  pāli è anicca. In tibetano mi rtag pa. Indica uno dei tre aspetti fondamentali dell’esistenza nella dottrina canonica del buddhismo, che sono:

  1. l’impermanenza o cambiamento o divenire (anitya);
  2. la sofferenza o l’insoddisfacibilità connaturata alle cose mondane (duḥkha);
  3. il non sé o l’insostanzialità della personalità o l’inesistenza di un nucleo permanente e separato (anātman).

Insieme queste tre caratteristiche fondamentali dell’esistenza, della vita di ogni “essere senziente”, formano la base causale della dottrina delle Quattro Nobili Verità e quindi della ricerca spirituale buddhista, consistente nella vita ascetica per i membri del comunità monastica, e nella coltivazione del Nobile Ottuplice Sentiero e dei precetti buddhisti per tutti i praticanti buddhisti: monaci, monache, laici e laiche, che costituiscono la tradizionale quadripartizione della società buddhista.

Antonio De Lisa


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